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una storia originale di Andrej Koymasky


pin TRILOGIA:

FRATELLI D'ITALIA

VOLUME 1: IL CAPORALE

VOLUME 2: TANO E MASO

VOLUME 3: ENRICO PICCIN


pin VOLUME 1
IL CAPORALE
di Andrej Koymasky © 2008
scritto il 21 ottobre 1995
PREFAZIONE

Una specie di prefazione

Questa Trilogia è nata, si può dire, per caso e non è neppure nata come trilogia. Prima solo appunti, poi un racconto, poi un romanzo, due, il terzo che collega i due...

Parte del mio tempo libero la dedico a fare volontariato presso un'associazione che raccoglie fondi a favore dell'infanzia bisognosa, abbandonata. Si fa un po' di tutto, noi: raccolta carta, svuotare soffitte e cantine, ed altre iniziative simili: quelle classiche attività di cui molti di voi avranno avuto modo di notare i fogliettini fotocopiati attaccati ogni tanto con il nastro adesivo accanto alle buche delle lettere negli androni delle case.

Nel tempo libero, con un carretto trainato da una bicicletta o con un Leoncino prestato da un volontario, si gira di portone in portone a raccogliere quello che la gente ci lascia o si va a portar via vecchi mobili, oggetti, cose di cui la gente vuole disfarsi, che vuole togliersi di torno.

Una fase importante, una volta raccolte le cose, è lo smistamento per la migliore utilizzazione di quanto si è raccolto: quando si raccoglie infatti non c'è né tempo né modo di fare una scelta, una cernita. È un po' come un centro di riciclaggio: se il lavoro è fatto bene, il danaro che si può ricavare da una vendita differenziata è notevolmente maggiore. A volte, raramente, si trova anche qualche oggetto di un certo valore, quasi d'antiquariato o almeno, come va di moda dire in certi ambienti, di "vecchiariato".

Mi chiederete: ma che cosa c'entra tutto questo con il libro che abbiamo in mano? È fatto con carta riciclata?

No, non è questo il punto: questo libro... Ma andiamo per ordine: abbiate la pazienza di leggere ancora un po'... se no, saltate tutta questa specie di prefazione ed affrontate subito i racconti.

Non so chi di noi, non so quando e non so dove (davvero, abbiate pazienza, ho fatto ricerche ma non ne sono venuto a capo) era stato chiamato per vuotare una soffitta o una cantina di qualche casa ed aveva messo le cose portate via assieme al frutto di altri precedenti svuotamenti. Vecchi mobiletti, suppellettili varie fuori moda o mezze rovinate, cose più o meno inutili. Magari anche carine, a volte interessanti.

Io, questo è il mio incarico, stavo esaminando con cura un pezzo alla volta, ripulendo, analizzando, separando, come ho fatto mille volte. Affronto una piccola cassettiera. La spolvero, estraggo tutti i cassetti e ne analizzo il contenuto: cianfrusaglie. Cose di poco valore e di poco interesse. Svuoto i cassetti, smisto, getto via o sistemo nel materiale di raccolta i tre quarti del contenuto (vecchi spaghi, tovaglioli di carta o vecchi giornali ingialliti, scatolette di fermagli semiarrugginiti e così via), metto nel "vecchiariato" alcuni interessanti calamai di vetro di circa quarant'anni fa e finalmente i cassetti sono vuoti. Il mobiletto non è granché ma non è male: qualche antiquario potrebbe comprarlo per dieci, quindicimila lire.

Faccio per rimettere a posto i cassetti ma è meno facile di quanto pensassi: sono tutti di altezza lievemente diversa l'uno dall'altro, pare un rompicapo. Allora corico il mobiletto sul fondo, in modo che abbia le aperture verso l'alto e, per non perdere altro tempo, misuro i cassetti, poi i vani. E mi accorgo che sotto la tavola che costituisce il piano superiore del mobiletto c'è, visibile solo da sotto, una specie di cassettina larga e piatta agganciata: misura circa trenta per trenta ed è alta sui tre centimetri. Incuriosito, cerco di sganciarla. Devo trafficare un po', non capisco come si possa aprire, non vedo ganci, viti, chiodi, cerniere. Ma finalmente, quando provo a ruotarla, gira.

Quella specie di cassettina mi resta così fra le mani e ne scivolano fuori due pacchetti di carte legati con un nastro rosso un po' sbiadito. Lì per lì penso alle lettere d'amore della nonna o a qualcosa del genere. Tiro una cocca di un nastro ed il nodo si scioglie agevolmente, il nastro di seta si sfila.

Sono lettere. La prima cosa che noto è che hanno francobolli antichi: ne capisco un po' di filatelia, una volta facevo collezione anch'io (chi di voi non l'ha fatta?) un po' e li riconosco: del Lombardo-Veneto, dello Stato Pontificio, delle Due Sicilie ma alcuni con annullo piemontese, poi i primi francobolli del regno d'Italia. Ho idea che non siano forse pezzi rari, ma comunque un certo valore devono averlo. Sono contento: si potrà guadagnare qualcosa in più del previsto. Il secondo pacchetto è simile al primo. Poi noto che tutte le lettere sono indirizzate alla stessa persona e vergate dalla stessa mano.

Si rafforza in me l'idea che si tratti di lettere d'amore, di un epistolario galante. Vado a sedere ad un tavolo con le lettere in mano ed inizio ad aprirne una... La scrittura è abbastanza chiara, leggibile. È intestata: "Caro Samuele."; corro con gli occhi a guardare la firma: "tuo Enrico." Non sono lettere d'amore, allora, mi dico lievemente deluso, a meno che... Sarebbe interessante se...

Mi accingo a leggerla. Quella prima lettera presa a caso mi dice poco. Stile letterario di circa cento anni fa (la data e i francobolli lo confermano), elegante ma non ricercato. Contenuto poco interessante, del tipo; come stai, io bene, eccetera.

Una seconda lettera è firmata: "tuo cugino Enrico" e manda i saluti alla moglie di Samuele. No, decisamente, niente romanzi d'amore. La terza comincia a farsi interessante: una frase attira la mia attenzione: "Sai bene come siamo noi garibaldini, o almeno come sono io: se pure la camicia che indossiamo non è quella rossa agli occhi del nostro prossimo, lo resta per il cuore nostro..."

Decido di aprire tutte le lettere e di metterle in ordine di data: se va bene l'epistolario di un garibaldino potrebbe fruttare qualche sommetta. Sono esattamente trentasette lettere che coprono un arco di circa dodici anni. Riordinatele, inizio a leggerle. E dopo poco smetto. Prendo tutto il fascicolo, lo metto in un giornale e lo infilo nella mia borsa: le leggerò a casa, con calma, la cosa comincia a farsi decisamente interessante.

Ho preso questa decisione per una frase: "Le focose notti passate nel tuo letto nella nostra gioventù restano una piacevolissima rimembranza e non solo per te..."

Un garibaldino e per di più gay! Sono eccitato. Non che la cosa mi stupisca: stando alle statistiche sulla sessualità umana fra i Mille almeno una cinquantina doveva esserlo.

Ma il fatto è che per me, per noi, per tutti, gli eroi della nostra storia sono, in qualche modo, esseri asessuati, angelicati. Che avessero una sessualità nessuno credo possa negarlo, ma non ci si pensa, non la si considera. E soprattutto non se ne parla. Specialmente se è espressione di un amore fra esseri dello stesso sesso. Ammettere per scritto che Michelangelo o Leonardo fossero gay è già raro, ma chi si azzarderebbe ad ammettere, a dire, a pubblicare ad esempio, se fosse vero, che, poniamo, un Pier Capponi o un Masaniello potessero amare, passare calde notti fra le braccia di un maschio? O di più maschi?

Arrivato a casa lessi tutte le lettere ed il quadro che ne emerse era proprio quello che avevo intuito: Enrico era un gay, ed un valente garibaldino. Bene.

Per prima cosa andai a fotocopiarmi tutte quelle lettere, circa cento pagine. Quindi le rilessi, sottolineando passaggi, prendendo appunti, cercando di farmi un quadro di chi potesse essere questo Enrico e la folla di personaggi che faceva capolino dalle sue lettere.

E mi venne la prima idea di scrivere un romanzo, di dare vita, volto, parola, emozioni non solo alle figure principali che le lettere a tratti e pennellate delineavano, ma all'ambiente che li circondava, in cui vivevano. Di prendere quei brandelli di storie che gli scritti di Enrico svelavano in parte e di completarli. Un romanzo, certo, quindi in gran parte frutto di invenzione. Ma basato su fatti reali, vissuti da quello sconosciuto, almeno per me e fino ad allora, Enrico.

Perché? Perché mi pareva giusto dire, affermare, al di là dell'invenzione letteraria, una verità banale, ma forse mai pensata, certamente mai detta: anche noi gay abbiamo fatto l'Unità d'Italia, né più e né meno di tutti gli altri eroi. Col nostro amore, col nostro sangue, con i nostri limiti, con i nostri ideali, esattamente come gli altri.

Nessuna intenzione di "infangare la memoria dei nostri eroi" come qualcuno sicuramente mi accuserà di fare (chissà perché li chiamano "benpensanti", poi?) ma solo di poter dire, in un certo senso: c'ero anch'io! Sì, c'ero anch'io ed ho vissuto le tue stesse contraddizioni, eroismi, ho versato le tue stesse lacrime, il tuo stesso sangue, rosso come il tuo, ho fatto i tuoi stessi sbagli e come te ho amato, sofferto, sperato, gioito, gridato, avuto paura, fatto atti d'eroismo.

Man mano che scrivevo, un'altra cosa ho capito: non mi interessava scrivere una verità storica, esistenziale, non m'interessava dare e verificare la storicità reale dei personaggi: no, mi bastava dire che queste cose, o simili, potevano essere accadute. Così, a poco a poco mi staccai anche da quelle lettere, dall'essere fedele a quanto di reale raccontavano. Al limite non mi interessava più neppure averle trovate, potevano anche non esistere. Ormai quanto scrivevo esisteva per virtù propria, la sua verità era interna, non esterna. Potevo ispirarmi a quelle figure come emergevano dalle lettere e cambiarle, mescolarle, renderle del tutto irriconoscibili.

Mi sono sentito libero.

Sì, quello che ho scritto è un romanzo, dall'A alla Z. Anzi, sono diventati tre romanzi, perché l'intreccio delle vite, dei fatti lo richiedeva. Il legame dei tre romanzi è lui, quello che prima ho chiamato Enrico. Il mio Enrico non è mai esistito, eppure è tutti gli Enrico (mettetegli altri nomi se volete) garibaldini che hanno amato qualcuno del proprio sesso. E non solo Enrico, anche tutti gli altri. E non solo garibaldini, ma anche quelli che non sono riusciti a farsi infiammare da quel grande ideale.

Bene, questa specie di prologo è concluso. Ora sta a voi leggere quanto ho scritto e spero che concordiate con me: c'ero anch'io. I garibaldini erano persone splendide, come sappiamo esserlo anche tutti ed ognuno di noi quando sappiamo amare.

Andrej Koymasky.



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