C'erano già cinque braccianti seduti in silenzio sui gradini della Chiesa madre, chiusi nei loro pensieri. Enzo si aggiustò la coppola e s'appoggiò ad uno dei quattro alberi della piazza. Il tronco ruvido, attraverso la tela del camiciotto, gli solleticava piacevolmente la schiena. Infilò le mani in tasca e i polpastrelli della sinistra, uscendo dal fondo perforato, gli sfiorarono lievi la coscia. Dimenticava sempre che quella tasca era sfondata e ogni volta era come sorpreso di provare la sensazione della propria pelle sotto le dita.
Guardò lungo la Via di Mare ma ancora non si vedeva nessuno: era ancora abbastanza presto. A poco a poco arrivarono altri braccianti. Accanto ad un altro albero si formò un capannello e gli uomini parlavano sottovoce. Enzo ne udiva il tono lento, basso, senza distinguerne le parole e pensò che pareva il parlottare sommesso degli amici davanti alla casa di un morto.
Qualcuno, arrivando nella piazza, gli faceva un gesto di saluto ed Enzo rispondeva con un breve cenno del capo e un sorriso. Si conoscevano tutti, almeno di nome e di vista: erano lì ogni mattina feriale sperando nella giornata. Non sempre andava bene, specialmente agli uomini più vecchi o meno forti. Ad Enzo non andava male, lo chiamavano spesso, anche se non sempre. Sapevano che era un buon lavoratore, che non batteva la fiacca. All'inizio, quando aveva prima affiancato, poi sostituito il padre, non lo prendevano spesso perché era ancora un ragazzino e temevano che non resistesse alla fatica. Ma poi iniziarono a preferire lui a suo padre man mano che l'uomo si faceva debole e lui invece si rafforzava. Il padre era ormai un uomo in declino, malandato, malaticcio. Un tempo era stato un bell'uomo. Anche la madre doveva era stata una bella donna, anche se Enzo non la ricordava più granché, a parte la gran massa di capelli dorati che brillavano al sole come l'aureola di una santa.
Il padre parlava sempre di lei dicendo "quella santa di tua madre" e Enzo sapeva che non era solo un modo di dire. Anche i parenti ne parlavano bene e non solo perché si parla bene dei morti. Era morta nove anni prima, quando lui aveva otto anni. Non sapeva di che cosa fosse morta e perché. Il padre diceva solo: "S'è spenta come il lume quando gli manca l'olio". Quando lui provava a chiedergli di che cosa fosse morta, il padre diventava scuro scuro e non rispondeva, così Enzo aveva smesso di fare quella domanda. Anche i parenti rispondevano con espressioni vaghe, come "Dio l'ha voluta in paradiso perché era troppo buona" o cose del genere.
Il sole ora illuminava tutta la parte alta della facciata della Chiesa Madre, bella nella sua sobria decorazione di porosa pietra bianca e nera, e la cella campanaria da cui la campana lanciò cinque tocchi: presto sarebbero arrivati i caporali a fare le loro scelte per quella giornata. I braccianti ormai c'erano quasi tutti. Enzo non abbandonava la sua postazione. Sarebbero arrivati dalla Via del Mare e gli sarebbero passati davanti. Qualcuno l'avrebbe indicato o gli avrebbe detto "tu" e lui sarebbe stato tranquillo per quella giornata.
A sera, tornato a casa, avrebbe dato al padre una moneta perché potesse andarsela a bere. O meglio, l'avrebbe "dimenticata" sul tavolo perché l'uomo non si sentisse umiliato a prenderla dal figlio. Era diventato una specie di rito, ormai. Poi il padre sarebbe rientrato tardi e lui avrebbe fatto finta di dormire. Il padre gli si sarebbe accostato, gli avrebbe tracciato col pollice, lieve, il segno della croce sulla fronte ed avrebbe mormorato "Dio ti benedica, figlio" e sarebbe andato a stendersi sul proprio letto a dormire. Enzo amava quel piccolo rito domestico. Amava il padre.
Sembrava più vecchio dei suoi quarantotto anni, suo padre. Sembrava un vecchio. "Me, mi consumò la vita" diceva a volte con un tono triste che faceva stringere il cuore ad Enzo. Anzi, non il cuore: era come una mano che gli stringeva le viscere. Sentiva in quelle parole una specie di rassegnata disperazione o di disperata rassegnazione che gli faceva male. Avrebbe voluto poter guadagnare di più per dare al padre una vita più confortevole, ma era già fortunato ad essere scelto quasi tutti i giorni.
Quando capitava che i caporali non lo prendessero, Enzo si metteva a girare le botteghe e i magazzini offrendosi per piccoli lavori e racimolare, se non monete, almeno un po' di cibo da portare a casa. A volte però era capitato che in quei suoi giri racimolava poco e allora tornava a casa sconsolato, quasi come un cane con la coda fra le gambe. Il padre non diceva nulla: sapeva per esperienza come vanno le cose e anzi, in quelle sere, si mostrava più allegro del solito quasi a dire al figlio, senza parole, che lui sapeva, capiva, che era la vita, che non bisognava crucciarsi.
In fondo Enzo era fortunato: doveva solo pensare a suo padre e sé stesso. Parecchi degli altri braccianti avevano moglie e non pochi figli da sfamare. Lui era figlio unico: anche di questo provava un certo stupore. Anche se la madre era morta quando lui aveva otto anni, avrebbe benissimo fatto a tempo a fare altri due, tre, anche quattro figli. In fondo, anche se questo avrebbe aumentato i suoi problemi, le sue responsabilità, gli sarebbe piaciuto avere qualche fratello. Aveva parecchi cugini, ma non è la stessa cosa.
Enzo si scosse dai suoi pensieri: dalla Via del Mare stava arrivando il primo dei caporali. Il ragazzo si erse per fare buona impressione, per far vedere che era in buona salute, forte, pronto a faticare. Quasi fosse stato un segnale, altri braccianti si girarono verso l'imboccatura della via, in un'attesa piena di speranza, di fiducia, specialmente i più giovani e forti. Anche quelli seduti sulla gradinata della Chiesa Madre si alzarono in piedi e guardarono verso la via. Sulla piazza scese il silenzio e allora si sentì il rumore dei ferretti delle scarpe del caporale sul selciato.
Era il caporale di don Michele. Enzo sperò che lo chiamasse, l'aveva preso altre volte e doveva essere contento di lui. L'uomo, andato in centro alla piazza, indicò diversi uomini ma non il ragazzo. Quindi il gruppo dei prescelti si avviò dietro al caporale lasciando in silenzio la piazza. Enzo si rilassò di nuovo contro il tronco dell'albero ed ora il contatto con la ruvida corteccia gli sembrò meno piacevole di prima. Ma la mattina era appena iniziata, c'era ancora speranza, pensò il ragazzo cercando di non preoccuparsi ancora.
Il sole ora illuminava la facciata fino al limite superiore della porta centrale e le due statue a destra e sinistra della finestra della navata erano in piena luce. A destra San Cosma, a sinistra San Damiano, tutti e due giovani, vestiti da soldati romani, che pareva si guardassero con la coda dell'occhio. A Enzo avevano sempre fatto pensare a due amici che stanno progettando di fare uno scherzo a qualcuno, e si lanciano un'occhiata quasi per accertarsi che l'altro sia pronto. O comunque, avevano un qualche segreto da condividere, qualcosa che li univa più di quello che lo sono due amici. Non avevano granché l'aria di santi, come per esempio Sant'Antonio dentro la chiesa. Quello sì che pareva vedesse già un angolo di Cielo, gli occhi sollevati in alto, il misterioso sorriso appena accennato, dava proprio l'idea di essere tutto santo. Ma quei due giovanotti sulla facciata, forti e muscolosi, con quell'aria falsamente seria tradita dalla piega delle bocche che pareva dovessero aprirsi da un momento all'altro in una fragorosa risata, non davano davvero l'idea di spiritualità. Specialmente Damiano, la cui lorica disegnava forti pettorali più da lottatore che da mistico.
Enzo fu distratto dai suoi pensieri da un nuovo rumore di passi. Guardò nella via e riconobbe il caporale di don Calogero, l'anziano Matteo. Con lui c'era un altro, dall'aria giovane ed elegante e parlottavano arrivando sulla piazza. Quando passarono davanti ad Enzo, l'uomo indicò il ragazzo che annuì contento ed allora i suoi occhi incontrarono quelli del giovanotto ed Enzo si stupì nel vedere le iridi del colore del mare profondo che l'altro aveva. I due passarono oltre ed Enzo ancora pensava a quel colore pieno di mistero e si chiese chi fosse il giovanotto.
Mentre con gli altri seguivano il caporale e lo sconosciuto verso gli aranceti di don Calogero, Enzo chiese ad uno degli altri braccianti, sottovoce: "Chi è quello?"
Non c'era bisogno di specificare chi intendesse con "quello" né di indicarlo: era l'unico di cui si poteva chiedere chi fosse, gli altri, almeno per nome e di vista, si conoscevano tutti.
"Quello? Il maggiore di Matteo. Ruggiero. Studiò a Palermo, tornò ieri."
"E si ferma?"
"Dicono che piglia il posto del padre."
"Caporale?"
"Eh, don Matteo gli fa scuola." rispose l'uomo.
"Com'è?" chiese Enzo.
"E chi sa? Giovane. Perciò fetente." rispose l'altro.
Enzo pensò che in parte era vero, i caporali più giovani erano più duri: cercavano di affermare la propria autorità facendo il bello e cattivo tempo. I caporali più vecchi erano più tranquilli, di solito. Ormai l'autorità gli stava appiccicata addosso come una seconda pelle, indurita dagli anni e dall'esperienza. Ma Enzo si disse che forse quel Ruggiero non sarebbe stato un fetente, sembrava abbastanza sicuro di sé, anche se era giovane. Non doveva ancora avere trent'anni. Era vestito con eleganza, si vedeva che era vissuto a Palermo. Enzo aveva notato la catena d'oro sul panciotto: di solito solo i padroni l'avevano, non i caporali.
Giunti alla piantagione, Matteo li smistò dando loro gli attrezzi e gli ordini per la giornata. Ruggiero gli stava accanto in silenzio ed osservava tutto e tutti con attenzione, con il suo sguardo serio e penetrante. Per la seconda volta i loro sguardi si incontrarono ed Enzo si sentì lievemente turbato, senza capire neppure lui perché. Matteo li chiamava per nome, mentre dava gli ordini, probabilmente a beneficio del figlio, infatti di solito usava solo il "tu" quando parlava con i braccianti.
Enzo andò a lavorare, inoltrandosi fra i filari dell'agrumeto. Conosceva bene il suo lavoro, pur essendo giovane e si muoveva lesto ed agile, senza perdere tempo, efficiente, preciso. Aveva imparato presto il giusto ritmo per arrivare fino alla fine della giornata senza crollare ma senza perdere tempo. Di solito i giovani, e anche lui le prime volte, per figurare, all'inizio della giornata tendevano a strafare e così a fine giornata quasi non erano più in grado di muoversi e la bella figura delle prime ore era eliminata dalla brutta figura delle ultime. Non lui. Suo padre gli aveva spiegato bene, le poche volte che avevano lavorato assieme, come spendere in modo ottimale le proprie energie. Il padre, prima di ammalarsi, era stato un ottimo bracciante, apprezzato e richiesto. Anche lui lo stava diventando, nonostante i suoi diciassette anni.
Non è che ad Enzo piacesse il suo lavoro, avrebbe voluto fare qualcosa di completamente diverso, anche se non sapeva neppure lui esattamente che cosa. Avrebbe voluto lasciare quel posto, andare in una grande città, come Siracusa, o Catania o magari proprio Palermo. E, perché no, in continente. A fare... già, a che fare? Forse il commesso in un negozio? Ma avrebbe indossato abiti migliori, e le scarpe! La gente di città non gira mai scalza, aveva sentito dire. Chissà che effetto fa portare le scarpe? si chiese Enzo mentre continuava metodico a lavorare. Lui le aveva indossate solo una volta, ma neppure si ricordava che effetto facesse.
Il sole sempre più alto, appena mitigato dalle fronde degli alberelli, cominciava a cuocere. A tratti una lieve brezza che veniva dalla Montagna e spirava verso il mare, mitigava il crescente calore dell'aria. Enzo però preferiva la brezza notturna, quella che va dal mare alla Montagna e ha un lieve sentore di salsedine. Asciugandosi il sudore alzò gli occhi verso la Montagna e guardò il lieve pigro e lungo pennacchio di fumo che scorreva quasi parallelo ai possenti fianchi del Mongibello. L'aria oggi è pesante, pensò rassegnato il ragazzo e riprese a lavorare di buona lena.
Al segnale della prima pausa gli uomini si riunirono facendo la coda davanti al tavolo per avere la loro razione, quindi andarono a sedere alla spicciolata.
Turi sedette accanto ad Enzo: "Tuo padre?"
"Come sempre." rispose il ragazzo all'uomo.
Quasi ogni volta Turi gli faceva quella domanda, eppure Enzo sapeva che Turi e suo padre si vedevano praticamente ogni sera all'osteria e giocavano a carte assieme. D'altronde Turi era stato compare d'anello di suo padre. Forse quella domanda aveva più il valore di un rito che altro. Era un po' un ricordare al ragazzo che lui era intimo di suo padre. Sia come sia, pensò il ragazzo, da Turi, almeno una volta al giorno, arrivava quella domanda: "Tuo padre?" a cui Enzo rispondeva puntualmente: "Come sempre." sia che il padre stesse meglio o peggio, fosse allegro o triste, arrabbiato o sereno. È un po' come quando qualcuno ti chiede "Come va?" e l'unica risposta possibile fra uomini, che non rompe l'equilibrio dei rapporti interpersonali, non può essere che: "Bene, grazie, e tu (o voi)?" anche se stai morendo o casa tua è in fiamme.
Enzo l'aveva scoperto già quando era adolescente, un giorno in cui aveva risposto: "Male."
"E come mai?" aveva chiesto l'altro con tono allarmato.
"Se mangio, vomito." aveva risposto Enzo.
"Ah, ma a parte quello?" aveva chiesto l'altro.
"Papà a letto, ha la febbre."
"Ah, ma a parte quello?" aveva insistito l'altro.
Enzo aveva elencato una serie di problemi che lo affliggevano ma ogni volta l'altro aveva controbattuto col suo "Ah, ma a parte quello?" finché Enzo, esasperato, aveva risposto: "A parte tutto, va bene."
"Ah, meno male." aveva controbattuto l'altro, finalmente soddisfatto.
E Enzo aveva capito che la gente non vuole ascoltare le tue disgrazie, i tuoi problemi. Può anche saperli, esserne al corrente, ma è inteso che tu devi dire "Va bene, grazie."
È diverso fra donne: quelle invece paiono compiacersi nel sentire l'elenco delle disgrazie della comare e poi fare a gara a chi è più disgraziata. Alla fatidica domanda "Come va", una donna risponde "Ah, non me ne parlate!" e comincia a sciorinare i problemi: "Ho un dolorino qui al ginocchio, i polli hanno i pidocchi, Mariella è costipata, l'olio costa sempre più caro, mi si è rotto lo specchio..." e così via finché la comare non l'interrompe dicendo "A chi lo dite, a noi s'è azzoppato l'asino e ci sarebbe da rifare il tetto ma..."
Tutto sommato Enzo preferiva gli uomini, almeno erano di poche parole. Se un uomo deve parlare di un altro, per esempio, lo identifica dicendo qualcosa come: "Sai, Saro di Giosualdo", ma una donna direbbe: "Lo conoscete, no, quell'uomo asciutto che sta di casa dopo la curva, quel Saro che si sposò con Venerina e che ha tre figli, che la più grande, Angelina, comincia a dargli problemi che fa la fraschetta con tutti i ragazzi pure durante la Santa Messa..." e così via ad libitum.
Al segnale tornarono tutti a lavorare. Matteo, con a fianco il figlio, girava e scambiava due parole con tutti i braccianti, di nuovo chiamandoli per nome. Poi si allontanava parlottando col figlio, certamente esprimendo il suo giudizio su ogni bracciante, perché Ruggiero iniziasse a conoscerli. Enzo rifletté che non aveva ancora sentito neppure il suono della voce del giovanotto. Solo quei suoi occhi profondi, che ti penetravano dentro come se ti leggessero la vita. Occhi resi più profondi dalle folte sopracciglia nere ben disegnate. Un naso dritto, la bocca dritta, dalle labbra né sottili né carnose, dritte, quasi scolpite, che la pelle olivastra del volto facevano sembrare più rosee di quel che fossero.
Finita la giornata, gli uomini si misero in coda davanti al tavolo. Matteo guardava nel registro la quantità raccolta da ogni bracciante ed annunciava la paga. Ruggiero, in piedi accanto a lui, contava le monete e le metteva davanti al padre, che le verificava, scriveva sul registro la paga e le spostava sul tavolo verso il bracciante. Questi raccoglieva le monete, ringraziava e si avviava sulla via del ritorno. Contento o scontento che fosse, ognuno ringraziava. Non era quella la sede per le lamentele, se pure ci fossero state e se pure avesse avuto senso esprimerle.
Anche Enzo ritirò la paga, ringraziò e si avviò verso casa. Mentre Ruggiero contava le monete Enzo aveva guardato le sue lunghe mani affusolate, curate, su cui brillava un anello d'oro che pareva una vera di matrimonio ma era diversa: aveva come minuscole foglie in rilievo che correvano tutto attorno. Non aveva mai visto una vera fatta così e pensò che fosse alla moda della città. Dunque Ruggiero era sposato. D'altronde alla sua età era naturale. Magari aveva già anche due o tre figli.
Ma quando la domenica, alla messa delle 11, Enzo vide la famiglia di Matteo, fu stupito di non vedere accanto a Ruggiero nessuno che potesse essere sua moglie o i suoi figli. Pensò che forse la famiglia di Ruggiero fosse ancora a Palermo, che sarebbe arrivata in un secondo momento. Aveva saputo che Ruggiero aveva lasciato il paese dieci anni prima, per questo lui non lo ricordava. A Palermo aveva studiato all'Università, poi aveva lavorato per alcuni anni nello studio di un famoso avvocato e ora il padre l'aveva voluto indietro perché don Calogero voleva un nuovo intendente. Ma prima voleva che capisse bene il lavoro, perciò per un po' avrebbe lavorato come caporale.
Tutto questo Enzo l'aveva saputo dal padre, che aveva raccolto le notizie all'osteria, dove il ritorno di Ruggiero era la notizia del mese.
Usciti da messa, Enzo chiese al padre: "Non c'era la moglie del signorino Ruggiero."
"Mica è sposato." rispose il padre.
"Ma ha la vera al dito."
"Quello è l'anello che danno a chi finisce gli studi alti."
"E come mai non è ancora sposato?"
"E chi sa. Forse perché stava fuori. Forse don Matteo ha in mente qualcosa e la sta facendo maturare. Quel giovanotto farà strada, è studiato, lui, conosce gente importante alla capitale e, dicono, pure in continente. Vorrà trovargli una moglie adatta, magari qualche ragazza di nome."
"Una nobile?" chiese Enzo con aria sognante.
"Magari decaduta o di nobiltà minore, ma credo di sì." disse il padre rientrando in casa.
Enzo si mise a cucinare. "Ma quanti anni ha?" gridò dalla cucina.
"Dieci più di te. Siete dello stesso mese."
"Anche lui di maggio?"
"Eh!" rispose il padre. Quando diceva "eh" invece che "sì", Enzo lo sapeva bene, significava che non aveva voglia di parlare, perciò smise di fare domande.
Dopo pranzo si stese a fare un sonnellino nella cameretta, oscurata in modo che non vi penetrasse il caldo. Più tardi sarebbe andato al belvedere dove avrebbe trovato i compagni. I ragazzi non si riunivano in piazza come tutti gli altri, preferivano il belvedere, da generazioni. Quando poi si fidanzavano, solo allora iniziavano a frequentare la piazza. Era una specie di tacita convenzione che tutti rispettavano. Come fosse nata, nessuno lo sapeva, ma stava bene a tutti.
Enzo si addormentò quasi subito: la stanchezza della settimana si faceva sentire e la domenica era provvidenziale per questo. Si potevano recuperare le forze per essere pronti a faticare un'altra settimana. Arrivare stanchi alla domenica comunque era buon segno: significava che si era lavorato tutti i giorni, e che quindi si stava sbarcando il lunario.
Si svegliò sentendo un lieve cigolio ritmico nella stanza a fianco e sorrise riconoscendo quel rumore: suo padre si stava sfogando. La prima volta che aveva sentito quello strano, misterioso rumore, circa tre anni prima, era andato a spiare incuriosito dalla fessura della vecchia porta del padre e l'aveva intravisto, nella penombra della camera, steso sul grande letto, le gambe divaricate, le braghe aperte, il grosso palo stretto nel pugno che si muoveva su e giù in un ritmo vigoroso, mentre con l'altra mano si carezzava il petto villoso. L'aveva spiato affascinato: l'uomo era completamente assorto in quell'antico rito solitario e Enzo pensò che il volto del padre avesse l'intensità di quella di un sacerdote che sacrifica al suo dio e quando il padre sparse la sua offerta, il volto dell'uomo gli ricordò l'espressione del volto della statua del Sant'Antonio nella Chiesa Madre.
Solo allora Enzo riuscì a staccarsi dalla porta e tornare silenziosamente nella propria cameretta. Si stese sul suo letto e, d'istinto, allargate le gambe, apertosi la braghetta, ripeté quel rito magico finché anche lui raggiunse l'estasi. E si rese conto di essere, al tempo stesso, sacerdote e sacrificio in quella liturgia misterica. E quando in seguito ascoltò i compagni parlarne con allusioni più o meno velate, sorrise dentro di sé sentendo come questi ne parlavano in modo superficiale, quasi si trattasse di un semplice passatempo, di un gioco banale per quanto piacevole: lui sapeva bene che era altro. Gli bastava guardare il volto estatico della statua di Sant'Antonio o ripensare a quando aveva spiato il padre per avere conferma che era ben altro. Lui condivideva, col padre e col santo, la coscienza di quel segreto.
E quando i compagni parlavano con lieve scherno di chi "se la lascia mettere in culo", Enzo pensava che quella doveva essere invece la più alta e sacra espressione di intima comunanza fra due esseri, fra due maschi. Doveva essere così, aveva deciso Enzo quando, masturbandosi, aveva provato a spingersi un dito fra le natiche, sul foro caldo e morbido, ed aveva sentito l'estasi moltiplicarsi mentre le sue due mani gli davano piacere l'una davanti e l'altra dietro, muovendosi in perfetto sincronismo. Davvero i suoi compagni non sapevano di che parlavano.
Così Enzo, sentendo il lieve ritmico cigolio provenire dalla stanza del padre, si aprì le braghe calandosele fin sulle caviglie. Ripiegò in su le ginocchia allargandole e, mentre iniziava a masturbarsi, insalivatesi due dita, se le spinse su per il caldo canale palpitante. Chiuse gli occhi e si abbandonò al piacere forte e profondo di quel rito segreto. Lui se lo sarebbe lasciato "mettere in culo" ma non certo da uno dei suoi compagni, che non capivano la bellezza di quella eventuale unione, che ne parlavano con sarcasmo. No, avrebbe accolto in sé solo quello che gli avesse fatto capire che conosceva come lui, meglio di lui, la misteriosa bellezza di quel primevo rito. Quando l'avesse riconosciuto, gli si sarebbe offerto perché il sacrificio sacro fosse compiuto.