La campana non aveva ancora suonato i cinque tocchi quando arrivò il primo caporale nella piazza. Enzo lo riconobbe da lontano: era il figlio di Matteo, quel Ruggiero che aveva studiato da avvocato, e quella mattina era da solo: aveva preso il posto del padre. Enzo si rizzò, al suo solito, e guardò il giovanotto avvicinarsi. Aveva una camminata sciolta, elegante, ed anche il modo in cui era vestito faceva di lui qualcuno di diverso da tutti gli altri, un "cittadino".
Il caporale giunse nella piazza, passò davanti ad Enzo guardandolo dritto negli occhi, ma passò oltre senza fargli un segno, senza dirgli niente. Un po' deluso Enzo si appoggiò di nuovo al tronco e pensò che l'avrebbe ingaggiato qualcuno degli altri caporali. Si chiese come mai Ruggiero fosse arrivato così presto: di solito i primi non arrivavano mai prima del suono della campana. Voleva essere il primo a scegliere, ma anche i braccianti non c'erano ancora tutti, ne stavano ancora arrivando.
I primi prescelti stavano spostandosi in silenzio verso l'imbocco della Via del Mare, aspettando che il caporale avesse terminato la sua scelta. Qualcuno, passando davanti ad Enzo gli faceva un lieve cenno di saluto a cui il ragazzo rispondeva sereno. Il caporale terminò il giro della piazza e, tornando, passò di nuovo davanti ad Enzo ed allora disse: "Tu."
Quell'unica sillaba detta a mezza voce, inattesa, fece fremere il ragazzo che, rizzatosi di nuovo, indicandosi il petto, chiese anche lui a voce bassa: "Io?"
Il giovanotto fece di sì con il capo con un unico breve, secco gesto e si avviò fuori paese, a valle verso le tenute. Enzo si accodò al piccolo corteo chiedendosi perché l'avesse scelto per ultimo e non quando l'aveva visto all'arrivo. Forse semplicemente non aveva trovato di meglio, così s'era rassegnato a prendere lui... Ma Enzo sapeva di essere un buon bracciante. Forse ancora non lo sapeva il caporale, si disse. Eppure nei giorni in cui Ruggiero aveva affiancato il padre, aveva visto che lui era uno dei braccianti che, ogni volta, meritavano una buona paga, segno che aveva svolto un buon lavoro. Bene, si disse, avrebbe fatto ancora di più, in modo di imporsi alla sua attenzione.
La stagione si stava facendo più torrida, il sudore colava copioso e a volte una goccia si faceva strada fino ad un occhio facendolo bruciare. Enzo di tanto in tanto si tergeva la fronte per evitarlo.
Stava raccogliendo le arance rapido e preciso, quando il caporale, in uno dei suoi incessanti giri, gli giunse accanto. "Tutto bene?" gli chiese.
Enzo lo guardò lievemente stupito: "Sì, grazie." rispose.
"Fa caldo più che mai, vero?"
"È la stagione" rispose il ragazzo continuando nel suo lavoro senza rallentare.
"Hai sete?" chiese il giovanotto.
"Sì, ma se bevo sudo di più. Berrò alla pausa."
"Già." rispose il caporale e si allontanò continuando il suo giro, facendo flettere il nerbo che aveva fra le mani.
Enzo lo seguì per pochi secondi con lo sguardo e pensò che gli sarebbe piaciuto vederlo a cavallo: gli faceva pensare ad un cavaliere nato. Si riimmerse nel suo lavoro. Pensò che il giovanotto aveva una bella voce, virile, calda, sensuale. E occhi che ti mettevano lievemente a disagio: scrutatori, ardenti, fieri, limpidi, penetranti. Occhi che soggiogavano: sarebbe stato un caporale valente. Ti parlava con dolcezza e frattanto ti trafiggeva con gli occhi. Una curiosa miscela, degna di un capo. Anche quel lieve gesto di flettere il nerbo dava l'idea di una forza rattenuta ma pronta a scattare, una forza che non è saggio sfidare. Non che Enzo avesse alcuna intenzione di sfidarla. Lui era come il giunco: se tira vento si flette, ma si rizza forte e saldo come prima appena torna la calma e così non c'è vento, per quanto forte, che possa spezzarlo, domarlo. La sua fierezza non consisteva nel non flettersi davanti ad una forza superiore, era nel rizzarsi immutato subito dopo.
Aveva appena riempito una cesta quando suonò la pausa. La portò al peso, quindi andò a ritirare la sua razione di cibo. Cercò un posto all'ombra ed andò a sedere. Stava mangiando, quando lo vide arrivare. Ruggiero gli fece un cenno e sedette a poca distanza da lui. Per un po' mangiarono entrambi in silenzio. Enzo di tanto in tanto lo sogguardava e si chiedeva quali pensieri potesse avere quel giovanotto. Gli pesava aver dovuto lasciare la città per tornare lì? O invece ne era contento? Gli piaceva fare il caporale?
Certo, era curioso vederlo sempre vestito in modo tanto inappuntabile, quasi come se fosse sempre domenica.
"Sei stanco?" gli chiese d'un tratto il caporale guardandolo con un'ombra di sorriso che gli piegava appena in su gli angoli delle labbra.
"Stanco? Macché, siamo a inizio settimana."
"Ma lavori sodo."
"Pure l'asino lavora sodo: è abituato." rispose lieve Enzo con un sorriso.
"Ti senti asino?" chiese con aria scherzosa il giovanotto.
"È un animale forte, anche se fa meno figura del cavallo."
"Vero."
"Voi andate a cavallo?"
"Certo."
"Dev'essere bello, no?"
"Bello? Non lo so, ci vado da sempre, è come camminare."
"Camminare è bello: pensate a chi non può." osservò Enzo con aria ovvia.
Ruggiero sorrise: "È vero, non l'avevo mai vista così."
Arrivò un uomo a chiamare il caporale che, alzatosi, si allontanò. Enzo lo guardò e pensò che era davvero elegante. E notò con un certo stupore che le scarpe del giovanotto brillavano al sole senza la minima traccia di polvere. E Enzo guardò Ruggiero come se non l'avesse mai visto prima, con una specie di muto stupore, come se fosse la prima volta. E si chiese che ci facesse un uomo come quello in quel paese dimenticato da dio. Lo vide appoggiarsi al pilastro del cancello, con un'aria rilassata e indolente, mentre parlava con un uomo che gli si rivolgeva con evidente rispetto, rigirandosi la coppola in mano. Ruggiero annuiva ascoltando attentamente l'uomo. Poi girò il capo e guardò per un attimo verso Enzo e questi ebbe l'impressione che quel breve sguardo fosse pieno di simpatia, di calore.
Suonò la ripresa del lavoro ed Enzo vi si dedicò con rinnovata energia. Quando a sera passò al tavolo per la paga, Ruggiero controllò il registro, quindi contò le monete e le sospinse verso il ragazzo guardandolo con un lieve sorriso che affiorava nello sguardo acuto. Questi le prese e ringraziò, salutò e si avviò verso casa. La giornata era stata buona.
Il padre aveva preparato da mangiare. Cenarono in silenzio. Poi Enzo lasciò una moneta sul tavolo e salì sul tetto dove c'era la tinozza d'acqua scaldata dal sole. Si tolse tutti gli abiti, sbattendoli con forza per toglierne la polvere e, quando fu nudo, iniziò a lavarsi. Sentì la porta sbattere e capì che il padre stava andando all'osteria. La lieve brezza che saliva dal mare rendeva ancora più piacevole il bagno che stava facendo, dandogli su tutta la pelle una sensazione di freschezza. Era come se delicate mani lo sfiorassero intimamente e gli togliessero di dosso la stanchezza della giornata.
Rivestitosi, scese a pettinare i capelli umidi, guardandosi nella scheggia di specchio che aveva trovato pochi mesi prima nella spazzatura. Studiò a lungo il proprio volto e si sentì sgraziato, ridicolo: gli occhi troppo grandi e chiari, i capelli color della stoppa, lisciati indietro, il naso piccolo, le labbra rosee, quasi femminee se solo fossero state più carnose. Provò a sorridere, ma neppure il proprio sorriso gli piacque: la bocca si apriva a mezzaluna e scopriva tutti i denti superiori che non gli sembravano abbastanza bianchi. Uscendo doveva prendere qualche foglia di salvia per sfregarseli bene. Quando sorrideva gli occhi gli si socchiudevano e tre piccole pieghe si formavano agli angoli. Provò a sorridere in modo diverso, ma non trovava un sorriso che gli piacesse: c'era poco da fare, aveva un viso poco interessante.
Notò che avrebbe dovuto radersi, ma decise che l'avrebbe fatto la mattina dopo prima di andare al lavoro, ora non ne aveva voglia. Passò di nuovo il pettine fra i capelli che ora, quasi asciutti, riprendevano la loro naturale ondulazione e sembravano un po' meno stopposi.
Al paese della madre erano molti i biondi, lì invece lui era uno dei pochi. Avrebbe voluto essere scuro come tutti i compagni, non gli andava di essere diverso. Ma non poteva farci niente. Uno dei compagni una volta gli aveva detto che alle ragazzine lui piaceva proprio per via dei suoi capelli biondi e degli occhi chiari. Ad Enzo la notizia non aveva procurato nessuna speciale fierezza, anzi. Dalla madre aveva preso i capelli, gli occhi, il naso. Dal padre la bocca, la forma del volto. Questo almeno era quanto gli dicevano le zie. E a lui pareva di essere una specie di assurdo miscuglio, né carne né pesce. Come molti dei ragazzi della sua età, Enzo non era contento del suo aspetto, si sentiva sgraziato, sproporzionato e a nulla valevano i complimenti, espressi a parole o a sguardi, che a volte riceveva. Non sapeva che lo stesso cruccio segreto era condiviso dalla maggioranza dei suoi compagni, anche da quelli che lui più ammirava.
Si lanciò un'ultima critica occhiata nella scheggia di specchio, la posò nell'angolo del lavello ed uscì di casa. A passo svelto ed elastico, si avviò verso il belvedere.
La sua mano in tasca uscì dal buco e gli sfiorò la coscia. "Devo decidermi a dargli due punti" si disse per l'ennesima volta. Avrebbe potuto portarli ad una delle zie per farli riparare, ma non gli andava. Avrebbe dovuto toglierli e restare senza niente, coprirsi con la casacca, e si vergognava. Avesse avuto un altro paio di braghe, si disse... Zia Concettina gliene aveva promesse un paio in regalo, ma ancora non gliele aveva date e lui non si sentiva di chiedergliele. D'altronde, non è che scialasse neppure lei con i suoi cinque figli, anche se il marito aveva un buon lavoro fisso nella distilleria. Ma un paio di braghe di ricambio gli avrebbero fatto comodo. Qualche volta la sera le lavava in modo di trovarle asciutte la mattina. La tela era ancora buona, robusta, gli sarebbero durate a lungo.
Arrivato al belvedere, già c'erano tre suoi compagni che lo accolsero con brevi gesti di saluto.
Manuele stava parlando di Lucia, la cugina di Giuseppe. "... ti dico che sì, a messa, mentre tornava dalla comunione, mi guardò tre volte. Se solo riuscissi a parlarle..."
"Mandale un messaggio da Giuseppe."
"Non vuole, il cornuto. Dice che lui non fa il portamoccoli."
"Ma tu, non stavi dietro a Loredana?" chiese Enzo inserendosi nella conversazione.
"Loredana? Macché, Fa troppo la preziosa, e poi... mi sa tanto di madonnina infilzata."
"Perché?" chiese un altro interessato.
"La vedi, no? basta che creda che nessuno la guardi che pianta gli occhi addosso a tutti i ragazzi. E guarda sempre dove non dovrebbe." disse Manuele con un sorrisetto malizioso.
"Dove?" chiese Alduzzo con aria furba.
"Qui." rispose Manuele mettendogli una mano fra le gambe e Alduzzo scartò rapidamente indietro ridacchiando.
"Eh beh, si vede che è una buongustaia. Le piace il latte di mandorla." disse Alduzzo mettendosi le mani a coppa sui genitali ed agitandoseli.
"Io la disseterei volentieri." disse Rosario ridendo.
"Te lo facesti mai succhiare?" gli chiese Alduzzo.
"E da chi? Da te?" rispose Manuele ridendo.
"Sì," rispose Rosario, "ma no da un maschio."
"E da chi?"
"Quando fui a Catania con mio fratello Tano. Mi portò in una certa casa. Lui si scelse una femmina e io un'altra, pagò lui."
"Ma sposato è, Tano." disse Alduzzo.
"Embeh? In quella casa non era certo la prima volta che ci andava, lo conoscevano tutte."
"E com'era?" chiese interessato Manuele.
"Prima mi succhiò la minchia e era proprio brava, poi si fece fottere. E disse che per essere la prima volta non ero niente male. E che ce l'ho più grosso di mio fratello." rispose con evidente fierezza il ragazzo.
Enzo pensò che quella avrebbe detto le stesse cose a chiunque e pensò che Rosario, con le sue arie da adulto, era più ingenuo di tutti loro. Pensò anche che a lui non sarebbe piaciuto fare quelle cose con una che lo fa con tutti e per soldi. Una volta aveva parlato di puttane col padre e questi lo aveva messo in guardia: quelle donne, andando con tutti e essendo poco pulite, erano piene di malattie che trasmettevano da un cliente all'altro. "E fanno finta di godere, per far sentire maschio il cliente, perché torni: ma a loro, l'unica cosa che le fa godere, è il portafoglio. La minchia può pure essere piccola e molle, basta che il portafogli sia grosso e duro." aveva detto il padre ridendo.
"Enzo, fottesti mai, tu?" gli chiese Alduzzo.
"Eccome no. Tutte le notti, con quattro sorelle e la madre, in Via Palmina." rispose ridacchiando il ragazzo. Era la prima volta che diceva ai compagni che si masturbava, ma tra loro non è che ci fossero tanti segreti, semplicemente era la prima volta che qualcuno gli faceva una domanda esplicita.
I compagni risero: "È una via frequentata, quella." disse Manuele.
Erano arrivati altri ragazzi. Luigi tirò fuori un sigaro: "Ehi, ragazzi, guardate cosa fregai al maestro. Che ne dite se ce lo fumiamo stasera?"
"Ottima idea. Hai i fiammiferi?" rispose un altro.
"No, nessuno ne ha?"
"Fiammiferi? No."
"Dovevi portarli tu, visto che hai il sigaro."
"Domani li porterò, allora." rispose Luigi rimettendo il sigaro nel taschino del camiciotto.
Parlarono un po', di varie cose, ma i discorsi prima o poi tornavano a sfiorare in modo più o meno esplicito, il sesso: erano tutti in quell'età in cui gli stimoli sessuali sono prepotenti ma la possibilità di sfogarli, se non da soli, pressoché inesistente. E allora le fantasie si sbrigliavano. Enzo era sicuro che più della metà delle cose dette a quel proposito erano inventate.
Come quella che stava raccontando ora Cesare: "... allora mi nascosi sotto al letto matrimoniale di mio fratello e aspettai. Così quando entrò mia cognata e si chiuse dentro, e si cambiò, gliela vidi..."
Tutti ascoltavano attenti, bevendo quelle parole. "E com'era?" chiese con gli occhi sgranati Alduzzo.
"Com'era? Bella, pelosa, calda..."
"Calda? Come fai a sapere che era calda? Fumava?" chiese ironico Martino.
Tutti risero. Enzo smise di ascoltare. Quei discorsi gli parevano stupidi, puerili. E non li sapevano neppure inventare bene.
E non gli interessavano. Perché lui sapeva che a una fessura pelosa avrebbe preferito un palo sodo. Lo sapeva, l'aveva capito a poco a poco e l'aveva accettato, pur sentendosi diverso dagli altri. Ma lui, comunque, era diverso, a cominciare dal colore dei capelli. E sapeva che un giorno avrebbe trovato chi gli avrebbe permesso di gustare il proprio arnese, anche se non sapeva né quando, né come, né chi. Lui l'avrebbe "preso in culo" e se lo sarebbe goduto, qualunque cosa ne pensassero quegli ingenui sprovveduti dei suoi compagni. E sarebbe stato un uomo, non certo un ragazzetto come i suoi compagni. Uno, per esempio, come il suo caporale, Ruggiero.
Per la prima volta pensava a qualcuno in modo esplicito, per la prima volta pensava al giovanotto in quei termini e improvvisamente si eccitò all'idea. Infilò la mano nella tasca bucata per farla scivolare sul proprio membro nudo, nel timore che si vedesse attraverso la tela dei calzoni la sua improvvisa erezione, e il contatto della propria mano sul membro turgido e caldo aumentò la sua eccitazione. Desiderò essere nel proprio letto, per abbandonarsi dolcemente al suo rito segreto. E sognare Ruggiero, che da poco prima affollava i suoi pensieri.
"Ehi, Enzo, dove sei?" gli chiese ad un tratto Alduzzo.
"Eh?" chiese il ragazzo scosso dalle sue fantasie e tutti risero nel vedere la sua espressione sorpresa.
"Torna fra i cristiani. Dove t'eri perso?"
"Pensavo al lavoro. Domattina devo alzarmi presto."
"Tutti dobbiamo alzarci presto, a parte Rosario che è figlio di papà." rispose Manuele con aria naturale.
"E poi, che stai a pensare al lavoro adesso? Siamo nella stagione buona, ce n'è per tutti. Dopo diventerà dura." disse Alduzzo mettendo un braccio sulle spalle dell'amico.
"Sapete che il barone comprò il podere di don Rolando?"
"Gli stava dietro da un pezzo."
"Dicono che lo pagò bene."
"Per quanto l'abbia pagato, gli conviene, adesso le due tenute sono unite, e non deve più fare tutto il giro coi carri."
"Ma e don Rolando?"
"Dicono che con quei soldi aprirà un albergo ad Aci Reale. D'altronde, coi figli maschi che non volevano lavorare la terra, non è meglio così?"
"Un albergo? Mi piacerebbe andarci a lavorare." disse Ranuccio pensieroso.
"Beh, puoi andare a chiederlo a don Rolando, no?" gli disse Rosario.
"Chissà quanti glielo chiederanno." rispose Ranuccio.
"E tu provaci lo stesso. Quasi quasi glielo chiederei pure io. Pur di uscire da questo paese di affamati." disse Manuele.
Anche Enzo aveva sempre desiderato andarsene, ma ora quel nuovo pensiero che era appena sorto nella sua mente gli aveva fatto cambiare idea: ora non voleva più andarsene, voleva restare accanto a don Ruggiero.
Quando poco più tardi tornò a casa, si stese sul letto e provò la tentazione di masturbarsi, ma il padre non era ancora rientrato e sapeva che sarebbe passato in camera sua, e non gli andava di doversi interrompere precipitosamente a metà quando avesse sentito il rumore della porta, perciò aspettò.
Ma frattanto, gli occhi chiusi, pensava al caporale e sognò che fosse sul letto, come quella volta che aveva spiato suo padre. Lui allora avrebbe aperto la porta e sarebbe andato accanto al letto e gli avrebbe chiesto il permesso di dargli lui il piacere, lo avrebbe pregato di prenderlo, di godere in lui. E Ruggiero gli avrebbe detto: sì, ti aspettavo e l'avrebbe accolto sul letto...
Le sue fantasie furono interrotte dal rumore del padre che rientrava. Al solito Enzo finse di dormire. Il padre entrò nella sua stanza, si accostò al suo letto, gli diede la sua benedizione, uscì richiudendosi la porta dietro. Enzo emise un lieve sospiro. Attese alcuni minuti, finché sentì il lieve cigolio del letto del padre mentre questi vi saliva.
Allora si fece scivolar via il lenzuolo di dosso, si calò le brache sulle caviglie, sollevò le ginocchia e, presosi a piena mano il membro già ritto, iniziò a masturbarsi lentamente mentre con le dita insalivate dell'altra mano iniziava a stuzzicarsi l'ano, immaginando, questa volta, che fosse Ruggiero a farlo suo. Fremette, tutto il suo corpo si coprì di un velo di sudore e non era tanto per il caldo della sera, quanto per l'intensità dell'emozione che stava provando nel pensare di essere preso dal giovanotto.
Sentì l'eccitazione crescere più del solito, aumentare, gonfiarsi, ingigantirsi pervadendo ogni parte del suo corpo, straripare incontenibile, e finalmente, con una serie di sussulti incontrollabili, senza riuscire a trattenere i bassi gemiti che gli strappava l'intensità del piacere, si scaricò in una serie di forti getti contro il proprio ventre contratto.
Fece appena in tempo a coprirsi e mettersi su un fianco perché non fosse visibile il suo membro ancora eretto, che sentì il padre arrivare richiamato dai suoi gemiti.
L'uomo si accostò al letto e chiese sottovoce: "Che, stai male, Enzo?"
Il ragazzo trattenne il respiro mentre sentiva il proprio seme colargli dal ventre sul lenzuolo. Il padre ripeté una seconda volta la domanda e, non ottenendo risposta, pensò che forse il figlio stava sognando e tornò nella propria stanza rimettendosi a letto.
Enzo si rilassò. Con la mano sfregò il lenzuolo umido chiedendosi se si sarebbe notata la macchia l'indomani. Aveva avuto un orgasmo incredibilmente forte, e si chiese quanto potesse esserlo se davvero fosse stato preso dal bel giovanotto.
Si rimise a posto le brache e si rilassò finalmente, provando un vago senso di piacere diffuso. Poi si disse che probabilmente quello di essere preso da Ruggiero sarebbe rimasto solamente un bel sogno e si disse con filosofia che l'uomo vive anche di sogni, che non costano niente. Cambiò posizione cercandone una che gli conciliasse il sonno e si chiese come poteva essere il corpo del giovanotto che sognava. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per poterlo vedere completamente nudo anche una sola volta.
Si addormentò finalmente, sereno, cullandosi nel suo nuovo e piacevole sogno.
La mattina dopo controllò il lenzuolo e vide che la ruvida tela spiegazzata non tradiva quello che era accaduto. Salì al solito sul tetto a lavarsi portandosi anche il pezzo di specchio ed il rasoio del padre: voleva essere in ordine, per il suo caporale.
Arrivato in piazza, attese fiducioso. Ruggiero arrivò di nuovo prima del suono delle campane.
Questa volta, arrivato in piazza, passando davanti ad Enzo gli disse: "Buon mattino. Vieni?"
"Certo." rispose grato e felice il ragazzo.
Sarebbe stata un'ottima giornata anche questa, pensò mentre gli altri prescelti gli si accostavano formando il gruppo di braccianti che avrebbe seguito, per quella mattina, quel caporale.
Questa volta Enzo camminava quasi di fianco al caporale: avrebbe voluto guardarlo, ma sentiva che non poteva farlo lì davanti a tutti. Quindi lo seguì guardandone le lucide scarpe che risuonavano leggere sul selciato: Ruggiero infatti, a differenza di tutti quelli che portavano le scarpe lì in paese, non usava i ferretti. Enzo notò che erano diverse da quelle il giovanotto che portava il giorno prima ma pensò che erano sempre molto belle ed eleganti. Ruggiero era bello ed elegante, pensò con un senso di diffuso piacere.