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una storia originale di Andrej Koymasky


pin IL CAPORALE CAPITOLO 3
L'APPUNTAMENTO

Alla pausa Enzo dopo aver ritirato il cibo andò a cercarsi un posto all'ombra per consumarla tranquillo. Vide Ruggiero che mangiava seduto sotto un grande albero. Lo guardò tentato di andare a sedergli vicino, ma pensò che sarebbe stata una cosa troppo sfacciata, perciò, seppure a malincuore, fece per proseguire.

Ma il giovanotto gli fece un cenno di saluto e gli disse: "Cerchi un posto?"

"Sì."

"Vieni qui, allora, c'è posto per due." disse il giovanotto battendo con la mano sull'erba accanto a sé.

Enzo si sentì lievemente emozionato, si avvicinò al caporale che ripeté il gesto invitandolo a sedere. Il ragazzo andò a sedersi e fece un sorriso per ringraziare l'altro. Ruggiero rispose con un sorriso e per qualche secondo si guardarono in silenzio.

"Ti chiami Enzo?" chiese il giovanotto.

"Sì, Vincenzo Rota, ma tutti mi chiamano Enzo."

"Sei un gran lavoratore, tu, nonostante sia così giovane." disse il caporale. Enzo non rispose ma fu contento per quel complimento. "Quanti anni hai?" gli chiese il giovanotto.

"Diciassette, dieci meno di voi."

"Ah. Come sai la mia età?"

"Mio padre mi disse che siamo nati nello stesso mese, ma con dieci anni di differenza."

"Che fa tuo padre?"

"Niente, da quando s'ammalò. Faceva il bracciante, ora presi io il suo posto."

"E tua madre?"

"Morta."

"Fratelli, sorelle?"

"Nessuno, purtroppo. Mio padre e io, da soli." rispose il ragazzo con una lieve alzata di spalle.

Per un po' mangiarono in silenzio, ma Enzo aveva l'impressione che l'altro lo guardasse: l'impressione perché lui non aveva il coraggio di guardarlo in viso. Di nuovo guardava le scarpe dell'altro.

Così dopo un po' disse: "Avete scarpe nuove, oggi."

"Non sono nuove."

"Ma ieri erano diverse..." notò il ragazzo.

"Beh, cambiai abito e con questo stanno meglio queste scarpe."

"Avete un paio di scarpe diverso per ogni abito?" chiese stupito il ragazzo.

"Quasi. Tu non porti mai scarpe?"

"No... costano e non sono mica necessarie."

"Non le portasti mai?"

"Solo una volta, il giorno della mia Prima Comunione, dice papà. Mamma le aveva avute in prestito assieme al vestito. Mi faceva un effetto strano, mi pareva di essere mascherato, con quella roba non mia addosso, troppo bella. E le scarpe mica le ricordo."

"Mi sarebbe piaciuto vederti." disse il giovanotto con un gran sorriso.

"Ero ridicolo." rispose Enzo scuotendo la testa.

"Non ci credo: sei un gran bel ragazzo, è un piacere guardarti, vestito bene dovresti fare una gran bella figura."

"Bel ragazzo io? Come fate a dire una cosa così?"

"Perché lo sei."

"Siete il primo a dirmelo."

"Tua madre te l'avrà detto di sicuro."

"E chi se lo ricorda? Eppoi, anche alla scrofa sembrano belli i suoi luridi porcelli, no?" disse Enzo e il giovanotto rise. Ad Enzo piaceva il modo di ridere dell'altro e pensò che doveva farlo ridere più spesso.

Ruggiero gli disse: "L'altra volta ti paragonasti a un asino, stavolta a un porcello... che animale sei, tu, in realtà?"

Ad Enzo fece piacere che l'altro ricordasse la loro precedente breve conversazione. "Un passero." rispose.

"Un passero? E perché?"

"Perché vive di briciole ed è sempre contento."

"E tu sei contento?"

"Sì, piuttosto." Specialmente ora che sto seduto qui, avrebbe voluto aggiungere ma non ne ebbe il cuore. Gli piaceva molto stare lì accanto a quel giovanotto bello ed elegante.

"Com'era la vita a Palermo?" chiese il ragazzo.

"Libera. Piacevole."

"Ci stavate meglio che qui, scommetto."

"Beh, per alcune cose, forse. Ma non la rimpiango molto."

"Avevate la fidanzata, una ragazza a Palermo?"

"No. Non m'impiccio con le ragazze io." rispose con un sorriso a fior di labbra il giovanotto.

"Ma siete ormai in età di accasarvi." notò il ragazzo.

"Lo dice sempre pure mio padre; e mia madre."

"E voi?"

"Li lascio parlare. Per ora non mi va proprio di incavezzarmi."

"Ma prima o poi..."

"O poi, o poi finché posso." rispose ridanciano Ruggiero, poi chiese: "E tu? C'è qualcuna a cui fai gli occhi dolci?"

"Io? Sono ancora un ragazzo, io. E poi, chi volete che si accorga di me? E poi le ragazze sono... troppo diverse."

"Già, capisco." commentò il giovanotto.

"Vi piaceva studiare?" chiese ad un tratto Enzo.

"Sì."

"Io non so neppure leggere e scrivere." commentò il ragazzo.

"Ti sarebbe piaciuto imparare?"

"Non so, non credo. Ma non lo so. Ci vuole la testa fina per studiare. E poi, a me, a che servirebbe? Un bracciante mica ha mai a che fare coi libri e con le carte." concluse Enzo facendo spallucce. "Che facevate nel vostro tempo libero, a Palermo?"

"Andavo al caffè con gli amici, andavo a teatro, facevo passeggiate a cavallo, andavo a nuotare... E tu, che fai nel tuo tempo libero?"

"Tempo libero? Ne ho poco, grazie a Dio. La sera passo un'oretta al belvedere coi compagni prima di andare a dormire."

"E che fate?"

"Si passa il tempo. Si parla un po', ci si prende in giro l'un l'altro, ma da amici, mica sul serio. Certe volte si sta solo lì, seduti sul muretto, in silenzio. Tanto per stare insieme, per non sentirsi soli."

"E di che parlate?"

"Beh... di quello che capita in paese, di femmine, di... mah, di quello che ci gira in quel momento."

"Non sembri molto entusiasta di andare al belvedere con gli amici." notò con un sorriso il giovanotto.

"Mah, non c'è niente di meglio da fare. Qualche volte passa il cantastorie, o viene il teatro dei pupi e allora ci si divaga un po'. Ma gli altri giorni... Ma voi, piuttosto, come passate il tempo libero qui al paese?"

"Potrei rispondere come te: grazie a dio ne ho poco. Ma lo passo leggendo, facendo qualche giro a cavallo."

"Non avete amici, qui?"

"Non veri amici. Non ancora. A volte vado a Siracusa..."

"Avete amici lì?"

"No, non conosco nessuno. Ma è una città piacevole, anche se non è Palermo. Mi posso divagare un po', specialmente quando mi sento troppo solo."

"Vi sentite solo, voi?" chiese con lieve meraviglia il ragazzo guardandolo in viso.

Ruggiero sorrise: "Sì, perché? Ti stupisce?"

"Beh... non pensavo che poteste sentirvi solo, voi."

"E perché no?"

"Non lo so, ma... così, non lo pensavo. Sembrate sereno."

"Sì, lo sono abbastanza. Mi piace parlare con te." disse poi seguendo chissà quale pensiero.

Enzo stava per rispondere che anche a lui piaceva molto, ma in quel momento suonò la fine della pausa e Ruggiero si alzò. Anche il ragazzo si alzò subito e, salutato il caporale, tornò al proprio lavoro.

Ma per tutto il tempo, pur continuando a lavorare con impegno, non fece che pensare a quella breve parentesi passata a parlare col giovane caporale. E a stargli così vicino che sarebbe bastato allungare una mano per sfiorarne il corpo. Se solo avesse potuto farlo... ma quello era un sogno proibito. Comunque era contento che il caporale gli avesse voluto parlare. E aveva detto: mi piace parlare con te. Quelle parole gli risuonavano ancora in mente e gli davano un senso di calore e di gioia profonda.

Ruggiero gli passò accanto un paio di volte e ogni volta lo salutò con un lieve sorriso. Anche quando lo pagò gli abbozzò un sorriso che fece un gran piacere al ragazzo.

Tornato a casa il padre notò che il ragazzo era allegro. "Ti andò bene, oggi?" gli chiese.

"Il nuovo caporale è gentile." rispose Enzo lieto.

"Gentile? E perché è gentile?"

"Come perché?" chiese il ragazzo corrugando le sopracciglia.

"I caporali non sono mai gentili. A loro interessa solo che si lavori senza perdere tempo."

"E io mica perdo tempo."

"Per loro non lavorerai mai abbastanza. Se ti sembra gentile, non ti fidare, prima o poi ti fregherà."

"Mica sono tutti uguali, no?" disse un po' seccato il ragazzo per quel giudizio che gli sembrava gratuito. Poi aggiunse: "Tu non lo conosci."

"Conosciuto uno, conosciuti tutti. Certo c'è quello più fetente e quello meno, ma.."

"E io dico che lui non è un fetente."

"Sei giovane..."

"Ma lui non è fetente." ripeté cocciuto il ragazzo e si mise a mangiare deciso a non lasciare l'ultima parola al padre. Questi scosse il capo ma non insisté.

Il padre andò in osteria, Enzo al belvedere. Le chiacchiere e gli scherzi dei compagni gli sembrarono più banali che mai, anche perché non poteva parlare con gli altri di Ruggiero come gli sarebbe piaciuto.

Alduzzo ad un certo punto chiese: "Enzo, oggi durante la pausa, che ti diceva caporale?"

"Eh? Niente."

"Avete parlato tutto il tempo per non dire niente?" insisté l'amico.

"Anche noi stiamo qui a parlare, parlare, e di che? Di niente..." rispose Enzo tranquillo, sperando che l'altro non insistesse.

"Beh, parliamo di femmine, di lavoro, di quello che capita in paese o che si sente dire..."

"Appunto." disse Enzo.

Ranuccio disse: "Sapete, ragazzi, andai da don Rolando. Dice che ci penserà e che mi farà sapere. Dice che forse avrà bisogno di un ragazzo di fatica."

"Forse significa no, non t'illudere." gli disse Alduzzo distratto dalla sua curiosità.

"Mica è detto. Don Rolando non è tipo che parla a vuoto. Se disse forse, è forse e non no." disse Rosario. Poi aggiunse: "Io lavorai per don Rolando: quando era no, mica lo mandava a dire. Quello è un uomo, non è un quacquaracquà."

Enzo fu sollevato che il discorso avesse preso un'altra piega e che non si parlasse più di Ruggiero. "Lo comprò già l'albergo ad Aci?" chiese per mantenere l'interesse su quel soggetto.

"Non ancora, ma pare che sta per concludere. Ha detto che sarebbe andato di nuovo ad Aci proprio stamattina." rispose Ranuccio.

"Sì, lo vidi che partiva a cavallo." disse Martino.

"Ehi, Luigi, portasti il sigaro? E i fiammiferi?" chiese Cesare.

"Ah, sì, quasi me n'ero dimenticato." rispose l'altro tirandolo fuori.

"Già, scommetto che te lo volevi fumare da solo!" ribatté Manuele.

Luigi ridacchiò, ma accese il sigaro, fece una tirata con aria esageratamente voluttuosa poi lo passò a Rosario. In silenzio quasi religioso i ragazzi si passavano il sigaro. Solo Manuele, dopo avere aspirato la sua boccata, si mise a tossire facendo buffe smorfie fra le risate di tutti.

Enzo trovò che aveva un gusto orribile, ma non fece commenti, per non essere preso in giro, e lo passò a Ranuccio.

Dopo poco fecero il secondo giro, ma Manuele lo rifiutò: "Come fate a dire che è buono?" chiese con aria buffa.

"È che tu sei ancora un ragazzino." lo rimbeccò Luigi toccato sul vivo.

"Ragazzino 'sta minchia!" protestò l'altro, "prestami tua sorella e vediamo se anche lei dopo lo pensa."

Tutti risero, anche Luigi, che però ribatté: "E che, c'hai la coda di paglia?"

"No, di paglia c'ha la minchia." insinuò Manuele.

Continuarono a scambiarsi battute e frattanto finirono il sigaro.

Manuele ad un certo punto aveva detto ad Alduzzo: "Se lo vuoi assaggiare, calati le braghe, che te la ficco tutta dentro."

Al che Alduzzo aveva risposto: "Eh no, chi me la può mettere a me deve ancora nascere!"

Cesare aveva detto: "Abbi fiducia, magari nascerà." e tutti avevano riso.

Anche Enzo s'era messo a ridere, ma aveva pensato: chissà se è già nato quello che un giorno lo metterà a me? Magari fosse proprio don Ruggiero! e a questo pensiero si era eccitato. E non vide l'ora di essere a casa, nel proprio letto, per abbandonarsi nuovamente alle sue fantasie erotiche.

Quando finalmente Rosario annunciò che tornava a casa, anche Enzo salutò gli altri e si avviò. Dalla torre venne il suono dell'ora: erano già le undici. Enzo sarebbe andato a dormire anche un po' più per tempo, ma non gli andava di essere il primo a rientrare, perciò aspettava sempre che qualcuno salutasse, poi si sentiva libero di andarsene.

Al solito il padre, che la mattina poteva dormire anche fino a tardi, non era ancora rientrato. Enzo pensò di portare il materasso sul terrazzo per dormire un po' più al fresco. Abbracciatolo salì per la stretta scala, lo stese cercando di pareggiarne il crine vegetale di cui era imbottito. Si denudò e si lavò con l'acqua della tinozza, cercando al solito di non usarne troppa, ma in modo di rinfrescarsi il corpo e pulirsi, quindi si stese. Guardò il cielo: pareva di nero velluto ed era trapunto di stelle. Ne seguì gli allineamenti ed i raggruppamenti e si chiese se qualcuno avesse mai provato a contarle, se qualcuno sapeva quante ce n'erano.

Un lontano cantare di grilli sembrò dar voce al tenue tremolio delle stelle. Enzo pensò che si stava bene lassù e che sarebbe stato perfetto se accanto a lui ci fosse stato Ruggiero. Il ragazzo si sentiva affascinato da quel giovane caporale, così diverso dagli altri, dal suo sorriso a fior di labbra, discreto, che pareva quasi tenuto a freno, se non fosse stato per lo sguardo limpido, ridente, penetrante.

La lieve brezza proveniente dal mare lambiva il suo corpo e Enzo si sentì in uno stato di grazia. Chissà se l'indomani mattina Ruggiero avrebbe di nuovo scelto lui? Probabilmente sì, lui era un buon lavoratore e inoltre aveva l'impressione di andare a genio al caporale. Se solo non fossero appartenuti a due mondi così diversi, pensò con una punta di tristezza il ragazzo, forse avremmo potuto anche diventare amici.

Amici: c'era un che di suggestivo in quella parola che il ragazzo pensava, quella parola così abusata, consumata, vuota nella maggior parte dei casi. Conoscenti, compagni, tutti erano detti amici, eppure l'amicizia era qualcosa di diverso. L'amicizia, quella vera, è conoscersi, è dimestichezza, corrispondenza, affratellamento, simpatia, intimità, confidenza, affezione, devozione... È a tutta prova, è essere anima e cuore l'uno dell'altro.

Enzo s'addormentò immerso in questi pensieri, sognando che il sorriso di Ruggiero potesse essere per lui. Poter avere con il giovanotto anche solo un'amicizia inespressa, segreta, sarebbe stato molto bello, pensò il ragazzo mentre scivolava dolcemente nel sonno.

La mattina dopo fu svegliato dal primo sole. Trepidante, allegro, si avviò verso la piazza. Era il primo, questa volta. Si appoggiò al solito albero con quella grazia indolente caratteristica dei giovani della sua età, inconsci della naturale e fresca bellezza dei loro corpi non più adolescenti ma non ancora pienamente virili.

Iniziarono ad arrivare, alla spicciolata, gli altri braccianti. Ognuno aveva, più o meno, il proprio posto preferito che occupava se non era già preso da qualcuno arrivato prima. I primi, logicamente, si sceglievano i posti che pensavano migliori, e nessuno mai litigava. Molti preferivano la gradinata della Chiesa Madre che tra non molto avrebbe aperto per la messa mattutina. Per l'ora della messa i caporali sarebbero già arrivati tutti ed avrebbero già fatto la loro scelta. Era così da sempre.

Al solito Ruggiero fu il primo ad arrivare. Passando davanti ad Enzo lo guardò con occhi luminosi e, come la mattina prima, gli disse semplicemente: "Vieni." Enzo annuì contento. Mentre lo seguiva alla volta delle piantagioni, notò che aveva le stesse scarpe del giorno prima ma che i calzoni erano diversi. Chissà quanti vestiti, quante scarpe ha? si chiese il ragazzo. La famiglia di Ruggiero non era ricca come quella del padrone, ma non aveva certo problemi di soldi e il giovanotto vestiva con sobria eleganza.

Enzo lavorò sodo tutta la mattina, aspettando la pausa con anticipazione. Quando finalmente sentì il segnale, andò a prendere la sua razione di cibo e frattanto cercava con gli occhi dove fosse il caporale ma non riuscì a vederlo. Allora andò a sedersi sotto l'albero del giorno prima, sperando che il giovanotto arrivasse. Dopo pochi minuti lo vide arrivare. Notò che lo guardava con il solito lieve sorriso. Ruggiero gli si avvicinò ed Enzo notò che i calzoni lievemente attillati lasciavano indovinare qualcosa fra le gambe del giovanotto. Deglutì semieccitato.

Ruggiero lo salutò: "Posso sedermi qui?" chiese.

"A me lo chiedete?"

"Potresti preferire restare tranquillo, da solo." rispose il giovanotto guardandolo con espressione interrogativa.

"No, anzi, mi fate piacere se sedete qui." disse il ragazzo e si sentì arrossire.

Ruggiero sedette e si mise a mangiare. Poi disse: "Anche a me fa piacere stare qui con te. Sei un bravo ragazzo. E è un piacere stare con te. Sei un bel ragazzo, pure." disse senza guardarlo, a voce bassa.

Enzo lo guardò sorpreso e compiaciuto al tempo stesso. "Bello io?"

"Come i passerotti, no? Una bellezza discreta ma non per questo meno attraente." disse il giovanotto sempre senza guardarlo.

Enzo avrebbe voluto dirgli che se lì c'era qualcuno di bello, quello era lui, Ruggiero, ma pur avendo le parole sulla punta della lingua, non gli riuscì di dirle. Sentiva che, dette da lui, avrebbero suonato troppo intime, troppo azzardate.

"Mi piacerebbe se noi due si potesse diventare amici." disse dopo un po' Ruggiero.

"Amici." ripeté quasi in eco il ragazzo, sentendosi il cuore accelerare.

"Vederci anche fuori dal lavoro." disse il giovanotto.

"Ma voi... non vi vergognereste a farvi vedere con me?"

"Vergognarmi? E perché?"

"Fossi vestito meglio... e poi sono troppo più giovane di voi. E voi siete un signore, io un poveraccio."

"E allora?"

"Che direbbe la gente?"

"A te importa? A me no. E poi ti insegnerei ad andare a cavallo..."

"A cavallo..." fece eco Enzo pensando che era una cosa curiosa da dire, quando parlavano di che cosa avrebbe detto la gente di un'eventuale amicizia fra due persone così diverse.

"Non vuoi essere mio amico?" chiese Ruggiero guardandolo in viso con espressione seria ed intensa.

"Mi piacerebbe, ma..." rispose il ragazzo emozionato.

"Non ho amici, qui e tu..."

"Avessi dieci anni di più..."

"Ma che importa?"

"O fossi vestito meglio..."

"E che importa?" insisté il giovanotto.

"E poi non so nemmeno leggere e scrivere."

Ruggiero rise a quest'ultima osservazione e dopo poco anche Enzo si mise a ridere. Finirono di mangiare senza dire più niente. Enzo aveva la testa e il cuore in tumulto: Ruggiero voleva essere suo amico. Sembrava che i suoi sogni si stessero avverando e il ragazzo aveva quasi paura a crederci.

Suonò la fine della pausa. Enzo si alzò: "Devo tornare a lavorare." disse.

"Allora?" chiese Ruggiero alzandosi anche lui.

"Grazie." rispose il ragazzo.

"Grazie sì?" chiese il giovanotto guardandolo dritto negli occhi.

"Grazie." disse nuovamente il ragazzo senza aggiungere altro e si avviò rapidamente con la sua cesta verso il filare in cui stava lavorando.

Avrebbe voluto dire grazie sì, certo, ma gli sembrava troppo bello per essere reale. Che ci poteva trovare uno come don Ruggiero in uno come lui? Perché gli aveva offerto così la sua amicizia? Non poteva offrirgliela senza dire nulla, semplicemente continuando ad andare a parlare con lui durante la pausa? Lui non poteva dire di sì, ma non voleva neppure dire di no, quindi che poteva dire? Possibile che il giovanotto non lo capisse?

Lavorò cercando di non pensare a quel breve colloquio, ma non ci riusciva. Finita la giornata, passò al tavolo del caporale per ritirare la paga. Era teso. Quando Ruggiero controllò il registro e contò le monete, invece di posarle sul tavolo e sospingerle verso di lui come al solito, gliele porse in mano. Enzo esitò appena, poi stese la mano. Ruggiero vi depose le monete e con i polpastrelli sfiorò la mano del ragazzo che si sentì tremare.

"Puoi aspettare un poco? Facciamo un pezzo di strada assieme." disse il giovanotto.

Enzo lo guardò sorpreso, ma annuì.

Uscì dalla tenuta e si fermò al cancello, appoggiandosi alla colonna di mattoni. I compagni, man mano che uscivano, gli facevano un cenno di saluto. Martino gli si fermò accanto: "Che fai? Chi aspetti?" gli chiese.

"Il caporale. Mi deve parlare."

"Ah sì? Cos'è, ti prendono fisso?" chiese il compagno con evidente invidia.

"Non so, non credo. Magari invece non gli va come lavoro io."

"Non credo, sei uno di quelli che raccoglie più arance. Vedrai che è come dico io. Beh, auguri." gli disse il compagno salutandolo con un cenno della mano ed andandosene.

Enzo lo guardò allontanarsi, chiedendosi che cosa avrebbe detto se avesse saputo che il caporale gli aveva offerto la sua amicizia.

Finalmente, andato via l'ultimo bracciante, arrivò Ruggiero portando il cavallo per la briglia. "Andiamo?" gli disse semplicemente. Camminarono per un po' in silenzio, affiancati. "Allora?" chiese ad un tratto il giovanotto continuando a camminare.

"Allora..." mormorò Enzo senza sapere come andare avanti.

"Per via dei vestiti?" chiese il giovanotto.

"Anche." rispose Enzo.

"Posso fartene avere di migliori."

"Sarebbe strano, no?"

"Perché?"

"E poi non è solo quello."

"L'età, allora?"

"Un po' tutto."

Erano arrivati al bivio dove le loro strade si dividevano. Ruggiero fermò il cavallo e sedette sul muretto a secco. "Vieni a sedere anche tu, voglio capire." disse il giovanotto.

Enzo gli sedette accanto. Aveva poggiato le mani ai suoi fianchi e bilanciava le gambe dondolandole appena avanti e dietro. Ruggiero appoggiò una mano su quella di Enzo che si irrigidì lievemente e smise di dondolare le gambe, ma non tolse la sua mano.

"Io voglio essere tuo amico," disse con voce bassa e calda il giovanotto ed il ragazzo tremò. "tu no?" chiese Ruggiero.

"Sì, eccome." mormorò Enzo.

"Davvero?" chiese l'altro.

"Sì, davvero." disse il ragazzo sentendosi sempre più emozionato, guardandosi la punta dei piedi.

La mano di Ruggiero sulla sua si mosse lieve come in una carezza. "Amico... intimo?" chiese il giovanotto.

"Sì..." sussurrò con voce quasi impercettibile Enzo.

"Capisci che cosa voglio dire?" domandò Ruggiero intrecciando le proprie dita con quelle del ragazzo e guardandolo. Enzo arrossì ma tacque. "Capisci?" insisté stringendogli la mano.

Enzo tolse la mano dalla stretta dell'altro, che si irrigidì e guardò teso il ragazzo. Lentamente la posò sulla coscia del giovanotto, senza guardarlo, e la fece scivolare lentamente in su, finché raggiunse il lieve rigonfio fra le gambe dell'altro e vi soffermò la mano a coppa.

Quindi sollevò gli occhi fino ad incontrare quelli dell'altro, e con uno sguardo luminoso, gli mormorò: "Sì." e carezzò lieve l'incipiente turgore, per poi ritirare precipitosamente la mano e, arrossendo, distolse di nuovo lo sguardo.

Enzo sentiva il cuore battergli con tale violenza da chiedersi se anche l'altro non lo sentisse.

"Enzo..." disse il giovanotto con voce bassa e dolce che fece fremere il ragazzo più di una carezza intima.

"Sì?" sussurrò l'altro.

"Ti desidero, dalla prima volta che ti vidi, in piazza."

"Sì... ma dove? Come? Quando?" chiese Enzo con emozione.

"Vieni con me, adesso."

"Non posso. Mio padre mi aspetta."

"Allora dopo cena."

"Se gli amici non mi vedono arrivare, cominceranno a fare domande. Non capite che è difficile?"

"Sì, lo capisco, ma... e dopo?"

"Mio padre si stupirà di vedermi tornare tardi. E domattina devo alzarmi presto, lo sapete."

"Ti prego..."

"Ma dove?"

"Conosco un posto. Ti aspetto al bivio del cimitero."

"Ho un po' paura."

"Di me?"

"Se qualcuno ci vede..."

"Non lì. Vieni?"

"Non lo so."

"A che ora?"

"Quando suonano le undici, forse."

"Perché forse, Enzo? Dimmi di sì, ti prego."

"Ho un po' paura, ve lo dissi."

"Di me?"

"No, di voi no, ma..."

"Ti prego." insisté con voce dolce il giovanotto carezzando una gamba del ragazzo.

Questi fremette, poi sussurrò: "Alle undici. Ci sarò."

"Promesso?"

"Parola."

"Bene. Ora sali a cavallo, ti porto a casa."

"No, sarebbe strano. Ma mio padre mi chiederà perché feci tardi, dovrò trovare una scusa..."

"Digli che dovesti aiutarmi. Un lavoro extra. Anzi, prendi queste." disse il giovanotto porgendogli alcune monete.

"No, perché?" disse teso e altero il ragazzo.

"Per il lavoro extra, per giustificarlo, no?" disse Ruggiero forzando il ragazzo a prendere quelle monete.

"Già..." rispose pensoso il ragazzo accettando quelle monete.

Quindi scese dal muretto e si avviò di corsa verso casa. Ma dopo pochi passi si girò verso il giovanotto che stava fermo accanto al cavallo e gli gridò: "Ci sarò, parola." e riprese a correre leggero ed agile verso casa.


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