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una storia originale di Andrej Koymasky


pin IL CAPORALE CAPITOLO 5
PETTEGOLEZZI

Mentre giacevano abbracciati Enzo ripensava a quelle parole che Ruggiero gli aveva sussurrato mentre lo prendeva e si chiese se il giovanotto le pensasse davvero. Avrebbe voluto chiederglielo, ma temeva che rispondesse di sì solo per non farlo rimanere male perciò, nonostante avesse un gran desiderio di sapere, non parlò. Pensò che si sarebbe accorto con i fatti se quelle parole avevano significato o no. Certo, quando le aveva ascoltate, gli avevano provocato una forte emozione.

Ruggiero lo stava carezzando in silenzio, con dolcezza, immerso anche lui in chissà quali pensieri. Enzo avrebbe dato un occhio per conoscerli. Poi pensò con rammarico che doveva tornare a casa. Si liberò dolcemente dall'abbraccio del giovanotto e prese i propri abiti.

"Devi andare." disse con rammarico Ruggiero.

"Sì, è meglio." rispose Enzo vestendosi.

Ruggiero allora prese i propri abiti e si rivestì a sua volta. Ci mise più del ragazzo che doveva indossare solo le braghe e la casacca. Questi, seduto, lo guardò pensando che era un peccato nascondere un corpo così bello sotto tanti abiti.

Quando Ruggiero ebbe aperto la porta, poco prima di uscire all'aperto, abbracciò il ragazzo che gli aderì contro fremente. Allora il giovanotto prese teneramente il volto di Enzo fra le due mani, quasi incorniciandolo, lo guardò con occhi sfavillanti nonostante la fitta penombra dell'ambiente ed avvicinò il volto a quello del ragazzo. Questi lo guardava affascinato e, pur non immaginando che cosa stesse per accadere, sentiva che doveva essere qualcosa di speciale. Attese fremendo. Le labbra di Ruggiero si posarono calde, dolci, delicate su quelle di Enzo, si schiusero ed iniziarono a suggere il labbro inferiore del ragazzo. La lingua gli lambì le labbra gliele scostò ed Enzo fremette. Schiuse i denti e spinse fuori, istintivamente la propria lingua che l'altro iniziò a suggere. Enzo si sentiva senza fiato: erano sensazioni intense, nuove, sconosciute e meravigliose.

Confusamente pensò che essere baciati in quel modo era altrettanto sensuale ed intimo quanto essere presi e si chiese che cosa avrebbe potuto provare ad essere baciato in quel modo e preso al tempo stesso.

Si aggrappò all'altro per non cadere, perché sentiva che le gambe gli stavano cedendo. I loro corpi fremettero e le loro eccitazioni risorsero con forza, e le sentirono reciprocamente.

"Riportatemi su, vi prego."

"Non è tardi?" chiese Ruggiero cingendogli la vita e sollevandolo da terra.

"Non m'importa. Portatemi su, portatemi su e prendetemi di nuovo."

"Con gioia." disse Ruggiero e, tenendolo così, avvinto a sé, lo riportò nella stanzetta.

Lo adagiò sui sacchi e lo spogliò di nuovo.

"Potete prendermi e baciarmi insieme?" chiese il ragazzo con voce emozionata e piena di speranza.

"Sì, certo."

"Allora fatelo." mormorò il ragazzo emozionato mentre Ruggiero, liberatosi degli abiti, gli si stendeva sopra.

Quando finalmente giacquero di nuovo, appagati, il ragazzo gli disse con voce tremante: "Voi mi farete morire, così."

"Tu farai morire me. Non provai mai per nessuno quello che provo per te."

"Che cosa provate, per me?" chiese il ragazzo sottovoce, aspettando col fiato sospeso la risposta.

"Amore..." sospirò il giovanotto guardando con occhi appassionati il ragazzo steso sotto di lui.

"Amore?" chiese con un filo di voce.

"Sì."

"Non state scherzando?"

"Scherzando? Perché?"

"Perché... è troppo bello per essere vero." mormorò il ragazzo e lagrime gli rigarono il volto.

"Perché piangi?" gli chiese il giovanotto asciugandogli le lagrime con i polpastrelli delle dita.

"Perché dovremo tenerlo nascosto, perché non potremo viverlo alla luce del sole. Perché ora mi peserà ogni momento passato lontano da voi. Non dovevate dirmelo, era meglio."

"Davvero?"

"No..." gemette il ragazzo stringendosi al giovanotto.

Questi lo baciò di nuovo ed Enzo rispose al bacio con passione.

"Come faremo, ora? Non capite che se ci vedranno assieme capiranno subito che cosa c'è fra di noi? I miei occhi non riusciranno a nasconderlo."

"Eppure dovremo."

"Ma come?"

"Non voglio perderti."

"Neppure io, lo sapete."

"Quindi dovremo tenere nascosto il nostro amore, difenderlo da tutti e tutto."

"Ci riusciremo?"

"Dobbiamo." rispose serio il giovanotto.

Quando si lasciarono al bivio, Enzo ne provò quasi dolore. Tornò a casa e sulla porta trovò il padre seduto.

Quando l'uomo vide il figlio si alzò e, senza durezza, ma con evidente preoccupazione, gli chiese: "Dove andasti?"

"Al cimitero." disse pronto il ragazzo.

"A quest'ora?" chiese l'uomo guardandolo negli occhi.

"A quest'ora."

"Da tua madre?" chiese l'uomo cercando di capire.

"Era chiuso."

"Certo, a quest'ora. Dovevi saperlo, no?" disse il padre, poi chiese: "Sei triste? Ti manca?"

"Non lo so." rispose il ragazzo.

Gli dispiaceva mentire così al padre, ma non poteva fare diversamente.

"Andiamo a dormire, ora. Tu devi alzarti presto, lo sai." disse l'uomo rientrando in casa.

"Non dovevate aspettarmi." disse il ragazzo fermandosi sulla porta della sua stanzetta e girandosi verso l'uomo che aveva in mano la candela.

"Ero preoccupato, quando torno a casa sei sempre a letto. E al cimitero, non è meglio se ci vai di giorno, quando ci vuoi andare?"

"Forse."

"Beh, buona notte, Enzo."

"Notte, papà." disse il ragazzo entrando in camera.

Si mise a letto. Non riusciva a dormire e non certo per il caldo. Era letteralmente sconvolto. Ruggiero gli aveva detto di amarlo e lui sapeva che non mentiva, perché anche lui lo amava e il suo amore gli faceva riconoscere quello dell'altro oltre le parole. E questo amore lo spaventava. Eppure, si diceva, avrebbe dovuto capirlo da sempre che con il caporale non sarebbe stato solo sesso. Dal primo momento. Anche se lui era del tutto nuovo sia la mondo del sesso che dell'amore.

Se si fosse innamorato di una ragazza avrebbe potuto parlarne al padre e comunque non avrebbe dovuto tenerlo segreto. Ma lui era innamorato di un uomo. Di un maschio. Di Ruggiero. Fosse almeno stato un suo compagno, uno come lui, un suo coetaneo, sarebbe stato forse più semplice. Così, invece...

E non potevano neppure continuare a vedersi la notte al cimitero, ora che suo padre l'aveva visto tornare. Si sarebbe insospettito se lui avesse ripetuto le sue visite notturne. Gli era già andata bene che il padre non avesse messo in dubbio quello che lui gli aveva detto. E che non avesse letto nei suoi occhi che qualcosa di speciale aveva cambiato tutta la sua vita. Questo forse era quello che lo stupiva di più.

Dovremo difendere il nostro amore da tutto e da tutti, gli aveva detto Ruggiero. Ci sarebbero riusciti? si chiedeva il ragazzo mentre finalmente gli si appesantivano le palpebre e scivolava lentamente nel sonno. Passò una notte agitata, svegliandosi spesso, e quando la mattina dopo andò in piazza, si sentiva la testa pesante, si sentiva intontito. Attese l'arrivo di Ruggiero, del suo Ruggiero.

Quando lo vide risalire la via verso la piazza, sentì di colpo le forze rifluire in lui, come se avesse passato una notte tranquilla.

Ruggiero gli si fermò davanti un attimo e gli disse: "Vieni." ed i suoi occhi brillavano come se in quella parola fosse sottinteso ben altro, ma poi passò oltre come ogni mattina a scegliere gli altri braccianti.

Durante la mattinata Enzo si immerse nel lavoro cercando di non lasciarsi tentare a cercare continuamente con gli occhi il caporale che girava per la piantagione. A differenza delle altre mattine, Ruggiero non gli passò mai accanto ed Enzo pensò che aveva fatto bene ad evitare di farlo. E finalmente venne la pausa per il pranzo.

Appena Ruggiero gli sedette a fianco, Enzo gli raccontò del breve colloquio avuto col padre la notte precedente.

"Perciò stanotte non posso venire." concluse.

"Capisco. Mi mancherai."

"Anche voi." disse il ragazzo senza guardarlo negli occhi.

"Ma io voglio vederti ancora."

"Anche io, ma dovremo trovare un altro modo."

"Ci penserò. Ma anche tu pensaci."

"Non avete bisogno di dirmelo."

"Ma perché proprio me?" chiese dopo un breve silenzio il ragazzo.

"Perché rubasti la mia anima e il mio cuore. Perché ti aspettai per anni ed anni e finalmente ti trovai. Perché ho bisogno di te." disse tutto d'un fiato, a voce bassa ma calda il giovanotto.

"Bisogno di me." mormorò il ragazzo sentendosi avvampare per il piacere che quelle parole suscitavano in lui. Poi, con senso pratico, aggiunse: "Ma stanotte non potremo vederci."

"Purtroppo." rispose Ruggiero.

Il ragazzo avrebbe voluto che l'altro insistesse, anche se capiva che non lo faceva semplicemente perché accettava la sua decisione, perché capiva che era meglio non esporsi a pericoli che avrebbero potuto allontanarli per sempre.

"Ma vi penserò, stanotte." disse guardandolo.

Ruggiero sorrise: "Solo stanotte?" chiese con tono dolce.

"Soprattutto stanotte, perché non vi avrò accanto a me come vorrei."

"Ma tu, mi ami?" gli chiese il giovanotto.

"Pensate che mi sia possibile non amarvi?"

"Ma vorrei sentirtelo dire."

"Vi amo, certo."

Si stava avvicinando un uomo ed i due ripresero a mangiare senza guardarsi. L'uomo disse al caporale che il padrone voleva vederlo. Ruggiero si alzò, lanciò un rapido sguardo al ragazzo e si avviò. Enzo finì di mangiare e, senza attendere che suonasse la fine della pausa, si avviò verso il proprio posto di lavoro.

Un altro bracciante, avviandosi a sua volta, gli chiese: "Che avete sempre da dirvi tu e il caporale?"

Enzo lo guardò corrugando le sopracciglia: "Perché?"

"Viene sempre a mangiare accanto a te. E parlate."

"Si vede che gli piace quell'albero."

"E di che parlate?" insisté l'altro.

"Hai solo da venire a sederti anche tu sotto quell'albero, domani, se saremo ancora tutti e due a fare la giornata qui." gli rispose il ragazzo girandosi a prendere la propria cesta ed avviandosi al filare mentre suonava la fine della pausa.

Quando a sera Ruggiero lo pagò, gli disse con tono tranquillo: "Da domani, vieni direttamente qui: il padrone decise di assumerti fisso."

"Grazie." rispose il ragazzo sentendosi esultare, non tanto perché essere fissi significava tranquillità economica, quanto perché così sarebbe stato sicuro di poter continuare a vedere ogni giorno il suo caporale. Ruggiero si occupò del bracciante che aspettava dietro al ragazzo e questi si avviò a casa contento.

Il padre, quando gli disse che era stato ingaggiato fisso, ne fu lieto. A cena fu particolarmente ciarliero ed a Enzo fece piacere vedere quanto l'uomo fosse sollevato da quella notizia.

"Il caporale deve averti raccomandato." notò ad un certo punto l'uomo.

"Si vede che è contento del mio lavoro." disse sulla difensiva il ragazzo.

"Certo, è chiaro. D'altronde tu sei un buon lavoratore, ci guadagna don Calogero ad averti fisso. Non ti sta certo facendo l'elemosina." disse l'uomo con fierezza.

Quando il padre andò in osteria, Enzo andò al solito al belvedere. Alduzzo aveva portato il cugino che era arrivato con la famiglia a trovarli. Era un ragazzo segaligno, dall'aria simpatica, e si chiamava Salvatore. Veniva da Aci Catena e aveva l'aria cittadina. Pian piano arrivarono gli altri. Riempirono di domande il nuovo arrivato che era evidentemente contento di essere il centro dell'attenzione ed Alduzzo, di conseguenza, fiero di esserne il cugino.

Quando suonarono le dieci, Ranuccio e Cesare salutarono ed andarono via.

S'erano allontanati da poco, quando Rosario disse con aria maliziosa: "Da un po' quei due sono diventati culo e camicia, vi siete accorti."

"Beh, che c'è di strano? Sono cugini e abitano a un tiro di sasso." disse Martino.

Luigi si mise a ridere e chiese a Rosario: "Culo e camicia o culo e minchia?"

Tutti risero, ma Alduzzo disse: "Ma non dire fesserie, Luigi. Proprio Cesare, che parla sempre di femmine!"

"Eh, non lo sai che fra il dire e il fare..." rispose Luigi malizioso.

Salvatore intervenne: "Ma si guardavano quei due... Mi sa che potrebbe avere ragione lui."

"E secondo me, Ranuccio la piglia e Cesare la mette." aggiunse Rosario.

"E se anche fosse, a noi, che ce ne frega? Saranno affari loro, no?" intervenne Enzo teso.

"Beh, che Ranuccio potesse essere ricchione, io ci avevo già pensato." disse Manuele.

"Ma non dire fesserie." ripeté Alduzzo, poi disse: "Come dice Enzo, comunque, non sono affari nostri."

Salvatore intervenne di nuovo: "Da noi c'è un ragazzo che gli piace succhiarcelo, a tutti. E è pure bravo. I ricchioni lo sanno succhiare meglio delle femmine."

"Io me lo farei pure succhiare, da Ranuccio." disse allegro Luigi.

"Siete tutti bravi a parlar male degli amici alle spalle, a spettegolare senza nessun motivo." disse seccato Alduzzo.

"Io mi ci gioco le palle. La prossima volta provo a seguirli senza che mi vedono, così posso dirvi se ho ragione o no." insisté Rosario.

Enzo era sempre più teso: anche se gli altri non potevano sospettarlo, si sentiva messo in causa. Ma al tempo stesso l'idea che due dei suoi compagni potessero avere un rapporto segreto come lui e il caporale, gli dava un senso di compiaciuto stupore. Se Rosario aveva ragione, c'erano altri come lui. Ma se Rosario li avesse spiati, sorpresi, che cosa sarebbe accaduto? Doveva fare in modo che non succedesse, doveva avvertirli. Ma d'altra parte, come fare? Se fra i due non c'era niente, come avrebbero preso un suo intervento? Mica poteva andare dai due e dire: "Se siete ricchioni state attenti che gli altri vi spiano". Quelli si sarebbero incazzati con lui.

E se anche invece ci fosse stato qualcosa, molto probabilmente non lo avrebbero mai ammesso. Specialmente Cesare, che parlava sempre di donne. Ecco, avrebbe potuto cercare di mettere in guardia Ranuccio, forse. Enzo era combattuto, non sapeva decidersi su che cosa sarebbe stato meglio fare. Ma sentiva che avrebbe dovuto fare qualcosa, sentiva come un senso di solidarietà nei confronti dei due. E proprio questo gli fece capire che in fondo ci credeva che i due avessero sesso fra loro, ci credeva o forse lo sperava.

I compagni cambiarono discorso con sollievo di Enzo. Dopo poco salutò e si avviò verso casa. Per via provò la tentazione di deviare verso casa dei due ragazzi, ma per far che? Se si vedevano in segreto, chissà dove e quando si vedevano. Certamente prendevano le loro precauzioni. Così decise di tornare tranquillamente a casa sua.

Si rese conto che non aveva detto ai compagni che don Calogero l'aveva preso in pianta stabile. Gliel'avrebbe detto l'indomani, si disse. Comunque l'avrebbero capito non vedendolo in piazza la mattina dopo, ma trovandolo poi nell'aranceto.

Andò a letto e si chiese se Ruggiero stesse pensando a lui. Avevan fatto l'amore solo due volte, eppure per Enzo era come se l'avessero fatto da sempre e questa notte che non si erano incontrati si sentiva solo. Desiderava sentire le mani del giovanotto sul suo corpo mentre lo spogliava, sentire il suo corpo forte e caldo cercarlo, sentirlo entrare in sé, pieno di desiderio, per prenderlo con virile tenerezza fino a placare in lui e con lui la febbre che li consumava.

Ripensava a come l'aveva baciato la notte prima, mentre lo prendeva pieno di passione. Ripensò alle parole dei compagni, di Salvatore: i ricchioni lo succhiano meglio delle donne... pensò che forse a Ruggiero sarebbe piaciuto farselo succhiare da lui e si ripromise di farlo alla prima occasione che avessero avuto di fare l'amore. Chissà che effetto gli avrebbe fatto avere fra le labbra il bel membro del giovanotto che amava, si chiese e sorrise compiaciuto all'immagine che gli si formava in mente.

Nonostante fosse fortemente eccitato, Enzo quella notte non si masturbò. Si limitò a sognare quello che avrebbe fatto con Ruggiero quando avrebbero potuto appartarsi, invocando mentalmente il suo amato e mettendosi nella posizione per essere penetrato, offrendosi nella fantasia al giovanotto e mormorandone pieno di amore il nome.

Poi si stese rilassandosi pian piano, esausto più che se avesse fatto l'amore, finché il sonno avvolse le sue membra e lo cullò assieme al suo sogno segreto.

Il giorno seguente, al lavoro, non ebbe occasione di parlare a quattr'occhi con Ruggiero, poiché questi era dovuto andare via a metà mattina. Così, durante la pausa per il pranzo, andò a cercare Ranuccio che aveva visto arrivare con il gruppo dei giornalieri.

Lo trovò seduto accanto ad altri due braccianti. "Vieni a mangiare con me?" gli propose.

Il compagno gli chiese: "Perché non siedi tu qui con noi?"

"Mah, è lo stesso, solo che..." rispose incerto Enzo, ma con suo sollievo l'altro si alzò e lo seguì.

Andarono a sedere sotto il solito albero sotto cui di solito sedeva con Ruggiero.

"Ranuccio, mi prometti che se ti dico una cosa non t'incazzi?"

"Cosa?"

"Prima promettilo."

"Se non so cosa, come faccio a promettertelo?" disse scherzoso il ragazzo, poi, vedendo l'espressione seria dell'amico, gli disse: "Va bene, te lo prometto."

"Vedi, Ranuccio, fra i compagni c'è qualcuno che dice che fra te e Cesare non c'è solo amicizia come fra tutti noi."

"Cioè?" chiese il ragazzo aggrottando la fronte.

"Non è facile dirtelo, ma ultimamente siete sempre assieme e..."

"Allora?" chiese l'altro con tono vagamente battagliero.

"A me non mi riguarda, però volevo che sapessi che qualcuno pensa male e... che vi vuole spiare... Così pensavo di dirtelo, che è meglio che state attenti."

"A cosa?"

Enzo era a disagio. "Magari possono interpretare male e sai, poi fanno chiacchiere e... Non sono affari miei, però mi dispiacerebbe se vi prendessero in giro per niente e..."

"E chi sarebbe che dice che fra me e mio cugino... chi?"

"Beh, a me non va di fare pettegolezzi, ma è più d'uno e..."

"E tu ci hai creduto?"

"No..."

"Allora perché sei venuto a dirmelo?"

"Mah, sai, pensavo che magari, senza volerlo, magari qualcosa che fate potrebbe sembrare... come se..." disse Enzo imbarazzato.

"Tutto qui quello che avevi da dirmi?"

"Sì..."

"Beh, torno con gli altri." disse il ragazzo alzandosi ed andandosene senza dire altro, un po' teso.

Enzo lo guardò allontanarsi. Ranuccio non aveva negato. Neanche confermato, è vero. Ma Enzo pensò che forse c'era qualcosa di vero in quella voce. Lo pensò o meglio lo sentì. Lui, al posto di Ranuccio, come avrebbe reagito? Non lo avrebbe ammesso, certo. E forse non lo avrebbe neppure negato. Ma certo, lo capiva bene, nonostante il suo discorso Ranuccio non sapeva se e fino a che punto poteva fidarsi di lui. Perciò non aveva detto niente. Aveva semplicemente preso atto. Sì, forse anche lui avrebbe reagito così.

Però era un peccato: se entrambi avevano lo stesso segreto da nascondere, non sarebbe stato bello poterne parlare assieme liberamente, così come gli amici parlavano tranquillamente fra loro delle loro avventure, sogni, desideri? Avere qualcuno come sé con cui aprirsi, non sarebbe stato bello? si chiese Enzo con un certo rammarico. D'altronde lui mica aveva detto niente a Ranuccio di se stesso e di Ruggiero, perciò come poteva aspettarsi che il compagno, ammesso che ci fosse qualcosa, si aprisse con lui?

Pensò che era davvero un peccato. Poi pensò che il vero problema non era solo e tanto il fatto di non poterne parlare tranquillamente con qualcuno come lui, ma semplicemente non poterne parlare. Non poterne parlare al padre, agli amici, non poter vivere quella sua relazione alla luce del sole. Quanti altri, come lui, dovevano vivere il loro amore in segreto, di nascosto, sempre nella paura di essere scoperti, derisi, segnati a dito, evitati come appestati?

Come la principessa di Carini di cui cantavano i cantastorie. Ma lui non voleva che il suo amore avesse una così tragica fine. Lui e Ruggiero avrebbero difeso il loro amore da tutto e da tutti, come aveva detto il giovanotto.

Amore.

Fino a pochi giorni prima quella era soltanto una parola, che non lo riguardava, reale tanto quanto l'America: tutti sanno che c'è, tutti ne parlano, ma solo per sentito dire dai fortunati che c'erano andati. Ecco, lui aveva trovato la sua America e si sentiva ricco. Lui, anche se ora sapeva che cosa significasse realmente quella parola, non poteva parlarne con nessuno. Ma come è possibile avere la febbre terzana e non farlo vedere a nessuno?

Passarono alcuni giorni in cui Enzo riuscì solo a parlare nei pochi minuti della pausa con Ruggiero. Entrambi sentivano il desiderio dell'altro in ogni sguardo, in ogni gesto, ma non sapevano come fare per appartarsi di nuovo, ed il reciproco desiderio aumentava giorno dopo giorno. Ruggiero insisteva che Enzo tornasse con lui nel vecchio frantoio, ma questi, per timore che il padre o i compagni potessero sospettare qualcosa, nonostante anche lui provasse un desiderio sempre più forte, preferiva non rischiare.

Non voleva, per una volta in più, rischiare tutto il loro futuro. Anche se a volte pensava che continuando così a non potersi vedere non è che avessero poi un grande futuro. Per quanto entrambi ci pensassero continuamente, non riuscivano a trovare un modo per potersi vedere tranquillamente senza rischiare eccessivamente.

Il massimo che eran riusciti a fare era stato una volta che Ruggiero gli aveva chiesto di aiutarlo a spostare alcune cassette nel deposito: approfittando del fatto che erano soli e nessuno li poteva vedere, avevano potuto abbracciarsi e baciarsi per alcuni minuti, sfregandosi i corpi l'uno contro l'altro fino a sentire le reciproche erezioni, spia dell'intensità del reciproco desiderio.

Ruggiero l'aveva carezzato sul sedere stringendolo a sé ed Enzo aveva sospirato: "Mi volete?"

"Certo che ti vorrei. E tu?"

"Non mi sentite?"

"Ti fa ancora male?"

"No, ormai. Sono passati anche troppi giorni dall'ultima volta. Quando me la metterete di nuovo? Quando mi farete di nuovo vostro?"

"Perché non vieni stanotte al bivio?"

"È pericoloso, lo sapete. Se io fossi una donna, mi sposereste?"

"No, non mi interesseresti, lo sai." rispose sorridendo dolce il giovanotto carezzandogli l'erezione attraverso la tela delle brache.

"Ma se fosse possibile sposarsi fra maschi?" insisté il ragazzo.

"Ti sposerei subito."

"E sareste geloso di me?"

"Lo sono."

"Non ne avete motivo: non vi tradirò mai. Ma voi?"

"Neanche io, Enzo, perché ti amo, lo sai. Per me ormai esisti solo tu."

"Ma non possiamo mai fare l'amore. Se vivessimo insieme, potremmo farlo ogni notte..." disse con voce sognante il ragazzo.

"E non solo di notte..." rispose Ruggiero e lo baciò ancora profondamente, prima di staccarsi e tornare al lavoro.


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