Col mese di settembre, il paese si preparò per la solenne festa patronale. Com'era consuetudine, la prima domenica del mese si misero in un bussolotto tutti i nomi dei ragazzi del paese fra i sedici ed i venti anni per tirare a sorte il "servitore", cioè il ragazzo che avrebbe avuto il privilegio di lavare le statue dei due santi e di vestirle con gli antichi paramenti per la solenne processione.
Quando il canonico tirò fuori il cartoncino e lesse il nome, Enzo ebbe un tuffo al cuore: era stato estratto lui. Questo significava che per una settimana avrebbe dovuto vivere nella "cella", una specie di cappellina che sorgeva dietro l'abside della Chiesa Madre, dove sarebbero state portate le statue per la preparazione. Dietro l'altare con le reliquie dei santi si allestì il letto del servitore e ogni giorno tre diverse famiglie dovevano portargli il cibo, la mattina, per pranzo e per cena.
Il diciannove settembre, ultimo giorno di lavoro del ragazzo prima della festa, Ruggiero dette ad Enzo un pacco: "Questo è un regalo per te: sono vestiti nuovi. Il servitore deve essere vestito bene. Da domani li indosserai."
"Per una settimana non ci potremo neanche vedere." disse il ragazzo con aria triste.
"No, ma il ventitré sarà la mia famiglia ad offrire la cena, e te la porterò io." disse con un sorriso il giovanotto.
"Voi?" chiese il ragazzo illuminandosi.
"E saremo soli. Capisci?" aggiunse con un sorriso scaltro Ruggiero.
Enzo si illuminò, ma poi si scurì: "Ma lì sarebbe come farlo in chiesa, mica possiamo."
"E perché no? Che c'è di male? Noi ci amiamo. E io non gliela faccio più ad aspettare."
"Neanche io, ma..."
"Allora non mi vuoi?" chiese il giovanotto serio.
"Io... sì che vi voglio, ma..."
"Farlo lì sarà come sposarci, no? Non vuoi?"
"Sposarci?"
"Certo, con le statue di Cosma e Damiano come testimoni. Sarà come consacrare il nostro amore. Allora, devo venire io o mandare qualcun altro della famiglia?"
"Vi aspetterò..."
"E sarai mio?"
"Sarò vostro, certo. Conterò i giorni."
Quella sera, tornato a casa, trovò che i vicini avevano ornato di ghirlande di fiori, come usava, la porta d'ingresso di casa sua. Enzo salì sulla terrazza e si lavò più accuratamente del solito. Tornato nella sua stanzetta, guardò gli abiti che gli aveva regalato Ruggiero e li carezzò: erano belli, di stoffa morbida e leggera, eleganti. Non aveva mai avuto niente di così elegante e prezioso. Pensò sorridendo fra sé e sé che indossandoli sarebbe stato come sentire le carezze del suo uomo su tutto il corpo. E poi, c'erano persino le calze e le scarpe
Mentre si addormentava ripensò all'appuntamento datogli dal suo amante; non era stato capace di dirgli di no, ed ora era diviso fra due opposti e forti sentimenti: da una parte l'idea di fare l'amore nella cella dei santi lo intimoriva, dall'altra non vedeva l'ora di potersi unire di nuovo con Ruggiero. Non aveva il concetto di sacrilegio, era troppo complesso per lui, era piuttosto una specie di timore superstizioso, il timore di mescolare sacro e profano. Però lì sarebbero stati assolutamente tranquilli, perché solo lui aveva le chiavi della cella e chi portava il cibo si fermava a pregare con il servitore e poi a mangiare con lui, quindi avevano abbastanza tempo. E dietro l'altare c'era anche il letto: per la prima volta l'avrebbero potuto fare in un letto.
Ma i due santi, Cosma e Damiano, si sarebbero arrabbiati con lui? O li avrebbero invece protetti? Ruggiero sembrava sicuro, aveva detto che sarebbe stato come sposarsi, ma quando due si sposano in chiesa, mica fanno l'amore lì. D'accordo che la cella non era la chiesa, però c'era l'altare come in chiesa, e i ceri e i fiori. Farlo lì dentro gli avrebbe portato bene o male?
Ma d'altra parte nessuno mai dorme o mangia in chiesa e lui invece lì avrebbe mangiato e dormito, per una settimana quella era come casa sua, quindi forse poteva anche farci l'amore come voleva il suo uomo. E poi, se era venuto fuori il suo nome, non era forse un segno, quello? pensò Enzo iniziando a mettersi in pace con la propria coscienza. I due santi dovevano sapere che lui e Ruggiero si amavano e che cercavano un modo per poter stare soli in intimità, quindi...
E poi chissà che i due santi non fossero stati amanti? A guardare le statue sulla facciata, pareva che si guardassero proprio come si guardano due amanti. Sì, doveva essere proprio così, pensò il ragazzo mentre si addormentava, ora più tranquillo. Quindi li avrebbero protetti nel loro incontro d'amore che proprio loro due avevano favorito facendolo scegliere come loro servitore per quell'anno.
La mattina dopo si alzò ed indossò i begli abiti che gli aveva regalato Ruggiero: per la prima volta indossava anche biancheria intima e trovò che era piacevole. Si sentì bene. Tra non molto sarebbero venuti a prenderlo per portarlo alla cella ed installarlo ufficialmente come servitore dei santi.
Il padre quando lo vide gli sorrise: "Dio quanto stai bene con quei vestiti. Potresti parere un signore. Tutte le ragazze non avranno occhi che per te. Sei stato fortunato, figlio mio." disse con aria soddisfatta. Enzo gli sorrise in risposta e sedette al tavolo aspettando. "Di solito i servitori si sposano bene." aggiunse il padre.
"Ma io non credo proprio che mi sposerò." disse il ragazzo pensando alla promessa di Ruggiero.
"Dici così perché sei giovane."
"Perché non vi risposaste dopo che morì la mamma?"
"Perché... dopo tua madre, qualsiasi donna è povera cosa. Nessuna regge il confronto."
"La amavate tanto."
"Ci si amava tanto. Era unica, tua madre, una santa."
"Vi manca tanto?"
"Come la terra ferma a un naufrago, figlio mio."
Enzo stava per dire qualcosa, quando sentirono i canti della gente che veniva a prenderlo. Il padre s'alzò guardando verso la porta.
Bussarono e una voce disse: "Vincenzo Rota, i santi ti scelsero come servitore. Non farli aspettare."
Il padre aprì la porta ed Enzo di alzò in piedi. Uscì e fu subito inquadrato dai giovanotti che erano stati scelti per portare a spalle le portantine con le statue dei santi. Il corteo, seguito dalla gente che cantava le antiche laudi, si avviò verso la Chiesa Madre. Il padre del ragazzo seguiva il corteo, sorridendo fiero e soddisfatto.
Arrivati davanti alla chiesa, il canonico affiancato dai chierichetti con la croce, i ceri e l'incenso, lo aspettava sul portale. Enzo, da solo, salì la gradinata e si inginocchiò davanti al canonico. Con la coda dell'occhio aveva notato Ruggiero fra la gente e si sentì felice.
"Vincenzo Rota, sei pronto a servire i nostri santi patroni per questa settimana?" gli chiese il canonico.
"Pronto sono." rispose il ragazzo inchinandosi.
Allora il canonico prima lo asperse con l'acqua benedetta, poi gli agitò davanti tre volte il turibolo intonando il "kirie eleison" a cui dalla piazza risposero in coro. Quindi il canonico lo fece alzare, prese da un cuscino di velluto rosso la grande chiave e la dette al ragazzo: "Eccoti la chiave della cella. Vai a servire i santi e prega per questa comunità." gli disse.
Quindi guidò il ragazzo lungo la navata, si inchinarono profondamente davanti all'altare maggiore, girarono a destra ed entrarono nel corridoio che portava alla cella. La gente, che s'era fermata in chiesa, aveva intonato le litanie dei santi.
Arrivati alla massiccia porta della cella, Enzo vi infilò la chiave e la aprì. Entrarono solo lui ed il canonico. Si inginocchiarono davanti all'altare alle cui spalle erano i due sacelli lignei con le statue dei santi. Dopo una breve preghiera, il canonico spiegò nuovamente al ragazzo i suoi compiti, facendogli ripetere le istruzioni finché fu sicuro che avesse capito e memorizzato tutto. Poi gli mostrò come salire per aprire le porte dei sacelli, dove era il letto ed il tavolo per i suoi pasti.
"Per lavarti e per i bisogni corporali, verrai in canonica. Questa porta deve sempre essere chiusa a chiave, che tu sia dentro o che venga in canonica. Adesso ti lascio. Ti toglierai questi vestiti e indosserai la tunica che c'è sul letto, che porterai fino a dopo la processione. Ricordati di mettere candele nuove ai candelieri ogni mattina e di spegnerle prima di andare a dormire."
Restato solo Enzo chiuse a chiave la pesante porta di legno istoriata. Andò al letto dietro l'altare, si tolse la giacca, il panciotto, i calzoni e la camicia che appese in bell'ordine sulla gruccia di legno, quindi indossò la tunica di cotone bianco con la fascia di porpora e sedette in attesa. Quel primo giorno sarebbero venuti quattro volte al giorno a bussare alla grande porta, pregandolo di aprire i sacelli e di "svegliare" i santi, ma lui avrebbe solo risposto da dietro la porta, senza aprire: "Andate in pace, pregherò per voi." Il giorno dopo avrebbe aperto gli sportelli dei due sacelli e a chi veniva a bussare avrebbe permesso soltanto di guardare dentro aprendo solo lo spioncino della porta.
Il terzo giorno sarebbero arrivati il canonico con i portatori ed avrebbero calato dai sacelli le due statue mettendole a terra davanti all'altare. Il 23 lui avrebbe dovuto lavare con una pezzuola immersa in acqua di rose le due statue, San Cosma il mattino e San Damiano nel pomeriggio. E la sera sarebbe arrivato Ruggiero a portargli da mangiare. E sarebbero stati soli. E lui gli si sarebbe dato, finalmente.
Il giorno seguente avrebbe proceduto alla vestizione delle due statue con i preziosi abiti antichi, poi il 25 sarebbero tornati i portatori per intronare le due statue sulle portantine per la processione e finalmente il 26 sarebbe finita la sua clausura: avrebbero portato le due statue in chiesa e dopo la solenne messa cantata ci sarebbe stata la processione che avrebbe aperto lui.
Dopo la processione toccava a lui di spogliare le statue, assistere alla loro collocazione nei sacelli. Avrebbe chiuso gli sportelli, si sarebbe cambiato e sarebbe potuto tornare a casa. Il giorno dopo avrebbe ripreso il suo lavoro. Per quei giorni don Calogero aveva promesso che gli avrebbe dato la paga regolare e inoltre avrebbe ricevuto doni in cibo dalla gente del paese.
La gente che veniva a portargli il cibo tre volte al giorno prima si inginocchiava con lui davanti all'altare maggiore per chiedere le grazie ai santi, poi si fermava a servirlo mentre mangiava. Poi si inginocchiava di nuovo all'altare per le preghiere tradizionali, riprendeva il vasellame e i resti ed andava via.
Tutti facevano a gara a portare i cibi più prelibati, nel vasellame più bello, e portavano il vino migliore. Enzo non aveva mai mangiato così bene: mangiava con calma, in silenzio, gustando tutto quel ben di dio. Chi gli portava il cibo, quando arrivava, gli chiedeva di pregare per chiedere qualche grazia ai due patroni. Prima che se ne andasse Enzo doveva regalargli uno dei ceri che ardevano sull'altare.
E venne il giorno del lavaggio. Le due statue a grandezza naturale, scolpite in legno, rappresentavano i due giovani santi con indosso solo il gonnellino da legionari. I due corpi seminudi, scolpiti e colorati con estremo realismo, erano belli. Mentre il ragazzo li lavava togliendo con l'acqua di rose la polvere di un anno, i corpi brillavano e sembravano ancora più belli e muscolosi. Le fiammelle delle candele si riflettevano sulla superficie delle statue ed Enzo pensò che erano sensuali. Le lavò accuratamente senza dimenticare neppure la più piccola piega, quasi con amorosa cura. Ed attese la sera con trepidante anticipazione.
Quando la campana della chiesa suonò le otto, bussarono alla porta della cella.
"Chi siete?" chiese emozionato Enzo.
La voce di Ruggiero rispose dall'altra parte con le parole rituali: "Un povero peccatore."
"Che volete?" continuò fremendo il ragazzo al piacevole suono della voce del suo uomo.
"Aprite, vi portai da mangiare."
"Non ho bisogno di nulla."
"Ma devo anche chiedere una grazia ai nostri santi."
"Allora vi apro." disse Enzo e girò la chiave nella toppa.
Aprì il battente e si trovò di fronte Ruggiero con un grosso cestino in mano. Lo fece entrare e richiuse la porta. Ruggiero posò il cestino a terra e prese fra le braccia Enzo baciandolo.
"Non dovevate chiedere una grazia?" chiese a bassa voce il ragazzo eccitato.
"Sì: che possiamo amarci per sempre, che tu possa essere per sempre mio, che niente e nessuno ci divida mai."
"Prego per questo da quando sono qui dentro."
"Mi vuoi in te?"
"Sì."
"Portami nel letto, allora."
"Venite." disse Enzo guidandolo dietro la tenda dietro l'altare.
"Dio quanto ti desidero, Enzo."
"Fatemi vostro." sussurrò il ragazzo mentre Ruggiero gli scioglieva la fascia rossa.
Il giovanotto lo spogliò, ripiegando accuratamente tutto e mettendo la fascia, la tunica, il rosario sulla scaletta di legno. Gli tolse le scarpe, le calze, poi la maglietta ed infine la braghetta. Frattanto gli occhi di Ruggiero carezzavano il corpo di Enzo, come pure le sue mani. Il ragazzo sentiva il desiderio in quello sguardo e in quelle mani e fremeva nell'attesa che lo appagasse in lui.
Enzo era timoroso ed affascinato, quasi come se fosse la prima volta. Fremette quando l'altro lo sospinse sul letto e gli si stese sopra, ancora vestito.
"Non vi togliete gli abiti?" chiese in un mormorio eccitato.
"Fallo tu." l'invitò Ruggiero sorridendogli invitante.
Enzo con mani tremanti iniziò a spogliare il corpo che lo sovrastava, finché riuscì a denudarlo. Allora gli prese i genitali turgidi fra le mani: "Oh, finalmente..." sospirò e si girò sotto quel corpo caldo e fremente, finché riuscì a posare le labbra sull'asta rigida.
"Che fai?" chiese l'altro. Enzo non rispose, ma se lo fece scivolare tutto fra le labbra. "Ah, che fai?" mormorò ancora il giovanotto, ma con tono compiaciuto. Il ragazzo provò una forte eccitazione: gli piaceva sentirlo palpitare caldo e forte e sentire l'eccitazione aumentare nel suo amato.
Ruggiero gli carezzava la piega fra le natiche e con un dito gli stuzzicava il buchetto fremente. "Non mi vuoi qui?" chiese con voce roca di desiderio.
"Sì, certo. Prendetemi, fatemi vostro." rispose pronto Enzo mentre l'altro, non riuscendo più a controllare il proprio desiderio, lo penetrava con virile vigore, con poche spinte, finché gli fu saldamente dentro. Gli restò dentro senza muoversi, mentre le braccia forti lo stringevano a sé e lo baciò profondamente in bocca.
"Sono tutto vostro." mormorò Enzo quando Ruggiero riprese fiato.
"Ti ho fatto male?"
"Sì... no."
"Vuoi che mi tolga?"
"No! È troppo bello. Ruggiero?"
"Sì?"
"È come se fossimo sposati, vero?"
"Certo, sei mio."
"Vi piaccio?"
"Di più non sarebbe possibile."
"Mi amate davvero?"
"Più della mia vita."
"Fatemelo sentire, allora..." implorò il ragazzo.
Ruggiero iniziò a muoversi in lui, carezzandolo e baciandolo e Enzo lo cinse con le gambe e le braccia abbandonandosi alle splendide sensazioni che gli procurava l'altro e dimenticando il lieve dolore della penetrazione.
"Vi amo." mormorò il ragazzo. Ruggiero lo guardò con occhi luminosi. "Mi piace sentirvi in me." aggiunse Enzo con un lieve sospiro soddisfatto.
"E a me stare in te."
"Sono felice."
"Sei il mio ragazzo. Per sempre."
Quando giacquero ansanti e soddisfatti, Ruggiero gli chiese: "Ti feci male, vero? Ti fa ancora male?"
"No, certo che no. Solo un pocolino all'inizio, ma poi... è troppo bello. Ma quando potremo di nuovo?"
"Non lo so. Ma adesso devi mangiare. Dobbiamo rivestirci."
"Già. Passa sempre troppo in fretta, il tempo. Vorrei poter dormire una volta con voi. No, non una volta, sempre."
"E credi che ti lascerei dormire?" chiese con aria maliziosa il giovanotto carezzandogli la nuca.
Enzo sorrise beato. Si rivestirono.
Il ragazzo mangiò rapidamente, al contrario del solito: voleva avere ancora un po' di tempo per stare abbracciato al suo uomo.
Ruggiero guardava le due statue. "Sono belli."
"Mai quanto voi. E poi voi siete di carne ed ossa."
"Comunque sono belli."
"Dite che ci proteggeranno? O che saranno arrabbiati con noi?"
"Arrabbiati? E perché. Non vedi che ci sorridono?" gli disse il giovanotto andandogli accanto ed abbracciandolo.
"Comunque, sono felice." disse il ragazzo accucciandosi fra le braccia dell'altro che lo carezzò e lo baciò ancora prima di lasciarlo.
Il giorno seguente Enzo estrasse dall'armadio gli abiti dei due santi e procedette alla vestizione. Frattanto dentro di sé li pregava di proteggere il suo amore per Ruggiero, di proteggerli tutti e due, e di fare in modo che riuscissero in qualche modo a vedersi spesso per fare l'amore, se possibile a vivere assieme.
Venne finalmente il 26 settembre e ci fu la processione di San Cosma e Damiano. Infine Enzo poté rimettersi i bei vestiti e tornare a casa sua. Durante la processione aveva intravisto Ruggiero e di lontano si erano scambiati un lieve sorriso. Ma ad Enzo già mancava di nuovo l'intimità col suo uomo. In quei giorni si era chiesto perché si fossero innamorati così: in fondo, nonostante tutto, si conoscevano ancora poco. Ruggiero, se l'avesse conosciuto meglio, non sarebbe stato deluso di lui?
Dall'indomani si sarebbero rivisti quotidianamente. Avrebbero potuto di tanto in tanto scambiare qualche parola, sfiorarsi quando nessuno li vedeva, forse anche rubarsi l'un l'altro un bacio. E sentire il desiderio aumentare, rafforzarsi giorno dopo giorno.
Tornato a casa si tolse i begli abiti e li ripose piegandoli accuratamente: li avrebbe indossati solo la domenica, per non rovinarli e farli durare più a lungo. Rimise le sue vecchie brache ed il camiciotto. Il padre aveva preparato la cena.
"Con la roba che ci regalarono in questi giorni potremo mangiare bene per un bel po'." disse il padre.
"Sì, certo."
"È stata dura questa settimana chiuso nella cella?"
"No, per niente."
"Il letto era morbido?"
"Sì."
"Ci si stava bene?"
"Bene." rispose il ragazzo con un sorriso pensando a quando l'aveva condiviso con Ruggiero per fare l'amore.
"Il figlio di don Matteo, don Ruggiero, è un tipo simpatico." disse ad un tratto il padre.
"Eh?" chiese stupito Enzo guardando l'uomo.
"Sì, venne a portarmi un bel cesto di formaggi, salami e vino. E all'osteria in questa settimana, mi pagò diverse volte da bere. È un giovanotto gentile. E dice che sei un gran lavoratore, tu."
"Ah si?" disse il ragazzo pensieroso, poi chiese al padre: "Ma viene spesso all'osteria Ruggiero?"
"No, prima l'avevo visto solo due o tre volte. Ultimamente viene più spesso. Si sta riambientando, evidentemente. È un tipo alla mano, non si dà arie da signore come certi altri caporali di mia conoscenza."
Enzo annuì. Il padre cambiò discorso. Cenato, Enzo andò al belvedere. I compagni lo accolsero con un misto di rispetto e di motteggio al tempo stesso.
"Che ti dissero i Patroni?" gli chiese Rosario.
"Che devi andare un po' meno a puttane." rispose ridendo Enzo.
"Ma se ci sono andato solo una volta!" protestò l'altro.
"Appunto, una di troppo." rispose Enzo fra le risate di tutti.
"E ti dissero anche qualcosa per me?" chiese Luigi.
"Eccome. Ma non te lo posso ripetere, mi vergognerei." rispose Enzo allegro.
Il fatto di essere al centro dell'attenzione dei compagni gli dava un senso di euforia. Notò che Ranuccio lo osservava in silenzio e si ricordò di quando aveva cercato di metterlo in guardia. Chissà che cosa stava pensando il compagno di lui, ora? Cercò con gli occhi Cesare: il ragazzo lo stava guardando tranquillo. Ranuccio gli aveva riferito quello che lui gli aveva detto? Gli sarebbe piaciuto saperlo. Essendo mancato una settimana, non sapeva se qualcosa fosse cambiato. I due avevano davvero una relazione o era stata solo una chiacchiera dei compagni?
"Avevi un vestito da signore, Enzo, quando ti vennero a prendere. Quando te lo facesti fare? Ti costò tanto?" chiese Alduzzo.
"No, fu un regalo, io non avevo certo i soldi per un vestito così."
"Ai servitori dei patroni una delle famiglie importanti offre quasi sempre un vestito nuovo, no? Anche a me, due anni fa, la famiglia di don Alfio m'aveva regalato un vestito." disse Luigi.
"Perché non lo porti più?" chiese Cesare.
"Me lo tengo per quando mi sposo."
"Ma non ti starà stretto?" chiese Rosario.
"Ormai mica cresco più. Basta che non ingrasso, e non c'è pericolo. E poi, se mai, mia madre me lo adatta." rispose Luigi.
Enzo annuiva ed era contento che il discorso avesse preso un'altra piega e che lui non aveva dovuto dire da chi l'aveva avuto.
Ranuccio salutò e tornò a casa. Cesare rimase con gli altri. Poi se ne andò anche Manuele, quindi anche Enzo salutò e lasciò la compagnia. Mentre tornava a casa pensava che o davvero non c'era niente fra Cesare e Ranuccio, o proprio grazie al fatto che lui li aveva messi in guardia, avevano deciso di non tornare a casa assieme. Da una parte pensava che fossero affari loro, ma dall'altra gli sarebbe piaciuto sapere se lui era l'unico della compagnia ad avere una relazione con un maschio o no. Ranuccio una volta gli aveva detto che lì in paese non avrebbe saputo dirgli, ma che quando era a Palermo conosceva parecchia gente che preferiva l'amore fra maschi. Non era una cosa così rara come pensava Enzo.
Ruggiero gli aveva raccontato che lui aveva avuto la sua prima esperienza con un maschio quando stava in collegio ad Aci Reale. Una sera nel lungomare era stato accostato da un ufficialetto. Prima avevano chiacchierato, simpatizzando. Poi erano andati a nuotare assieme. Tornati a riva, mentre aspettavano di essere asciutti per rivestirsi, ad un certo punto avevano cominciato a lottare per gioco e si erano eccitati e allora l'ufficialetto, tenendolo fermo, gli si era sfregato addosso e gli aveva detto che voleva fare l'amore e lui aveva pensato che poteva anche provarci... e gli era piaciuto molto.
A volte Enzo si sentiva geloso delle mille avventure che pareva aver avuto il suo Ruggiero, ma poi si diceva che non aveva ragione di esserlo, quelle erano cose del passato. Ora il giovanotto giurava che intendeva restare fedele a lui, perché lo amava. Quando gli sussurrava "ti amo" Enzo sentiva come un grato calore invaderlo, provava un piacere intenso. A volte rispondeva "anche io" ma spesso non diceva nulla, gustandosi egoisticamente la gioia che le parole dell'altro gli provocavano. D'altronde, pensava, Ruggiero poteva certamente leggere l'amore nel suo sguardo.
Chissà com'è che uno si innamora di un altro? Qualcuno che prima non sapevi neppure che esistesse, o che era solamente uno dei tanti, d'improvviso diventa l'unico, il più importante, essenziale per la tua vita. Tutto cambia di colpo, come per magia. Sì ecco, l'amore doveva essere fratello della magia. D'altronde i maghi vendevano filtri d'amore. Ma loro due non ne avevano avuto bisogno.
Mentre stava sul suo lettino, ripensò a quando s'erano uniti sul letto dietro l'altare della cella: era stato bello e davvero il fatto di essersi uniti proprio lì aveva dato un che di sacrale al loro amore. L'odore intenso dei fiori che riempivano la cella, di legno antico, di cera e d'incenso aveva aumentato l'ebrezza del loro desiderio. La luce dei ceri sull'altare aveva lambito i loro corpi, s'era riflessa nei loro occhi. Quando, dopo, Enzo aveva donato il cero a Ruggiero, questi gli aveva detto che l'avrebbe conservato per sempre in ricordo di quella loro unione.
"Cosma e Damiano, testimoni del nostro amore, proteggetelo sempre." pregò in cuor suo il ragazzo.