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una storia originale di Andrej Koymasky


pin IL CAPORALE CAPITOLO 7
DIFFICOLTÀ

"Enzo, vieni ad aiutarmi." gli disse Ruggiero con un sorriso che fece subito pensare al ragazzo che l'altro avesse trovato il modo di appartarsi con lui.

Lasciò la cesta e lo seguì. Entrarono nel deposito dove due uomini stavano spostando le cassette. Enzo ne fu un po' deluso: non sarebbero stati soli. Ma Ruggiero prese dalla rastrelliera alla parete un piccone e una pala e li porse al ragazzo quindi uscirono di nuovo.

"Dove andiamo?" chiese il ragazzo.

"Bisogna riparare la chiusa del Cardello." disse il giovanotto.

"Ma lì non potremo fare niente, saremo in vista." disse il ragazzo.

"Pensi solo a quello?" chiese allegro il giovanotto.

"Perché, voi no?" lo rimbeccò Enzo mettendogli il broncio.

Ruggiero rise e disse a voce bassa: "Eccome se ci penso, anche troppo."

"Troppo?" chiese il ragazzo guardandolo un po' perplesso.

"Sì, dovrei pensare un po' di più al lavoro per cui mi paga don Calogero. Ma non ci riesco, da quando conosco te."

"Se solo potessimo stare assieme. Mi piacerebbe potermi addormentare fra le vostre braccia e svegliarmi con voi." disse Enzo con uno sguardo che commosse il giovanotto.

"Non credi che sia anche il mio sogno?"

"E dovrà restare solo un sogno?" chiese triste Enzo.

"Io spero di no." rispose sottovoce Ruggiero.

Andarono a riparare la chiusa. Lavorarono sodo ma di tanto in tanto si guardavano e si sorridevano. Un uomo portò loro il pranzo. Di nuovo soli, cercato un punto in ombra, sedettero a mangiare.

"Mi guardate?" gli chiese con un sorriso Enzo.

"Non mi stancherei mai di farlo."

"E a che pensate?"

"Che mi piacerebbe poterti spogliare, ora."

"E poi?"

"E poi carezzarti e baciarti."

"E poi?"

"E poi farti sentire quanto ti desidero."

"E come?"

"Prendendoti..."

"Vi piace il mio culo?"

"Certo, ma mi piace tutto di te, non soltanto il tuo bel culetto." rispose il giovanotto carezzandogli una mano.

"Ma poi, come potremmo mai stare assieme io e voi?"

"Forse si potrà trovare un modo, no?"

"Non dicevo quello. Anche se si trovasse il modo, voi siete di una famiglia importante, io no. Io sono solo un poveraccio. Magari potrei essere il vostro servo, ma comunque non sarebbe veramente stare assieme. Si potrebbe solo fare l'amore più spesso. Che comunque mi piacerebbe. Ma mica potremmo... che so io... andare a passeggio assieme."

"Capisco cosa vuoi dire, ma non sono d'accordo."

"Suvvia, siate realistico. Vedendo andare assieme uno come voi con uno come me, non credete che la gente capirebbe che fra voi e me c'è qualcosa di... particolare?"

"Forse..."

"No, non forse. Vedete, fra noi ragazzi del paese ci sono due miei compagni che sono anche cugini e che abitano a un tiro di sasso. Gli altri, a vederli tornare a casa assieme la sera, hanno cominciato a insinuare che quei due devono fare l'amore, che devono essere ricchioni. Immaginate se vedessero noi due, di età diversa, di classe diversa, stare davvero assieme. No, è un bel sogno ma è un sogno impossibile."

Ruggiero lo guardò a lungo, avrebbe voluto dirgli che non era così, ma sapeva che il ragazzo aveva ragione. Eppure non voleva arrendersi, non voleva rinunciare al suo sogno di avere quel ragazzo con se.

"Per ora dobbiamo ricorrere a sotterfugi, nasconderci, farlo di nascosto, ma io spero che non sarà sempre così. Forse riusciremo a trovare una soluzione, no?"

"Io sono solo un ragazzo, ma mi pare che voi siate più ragazzino di me, se ci credete per davvero. O lo dite solo per paura di perdermi? Per illudermi?"

"No, non devi pensare che io non sia onesto con te."

"Non volevo dire questo. Lo so che non volete prendermi in giro. Forse il primo che state cercando di illudere siete proprio voi stesso. A voi, che non mancarono mai i soldi, la vita deve sembrare una cosa semplice, facile. Ma non è affatto così, dovete credermi. E poi sarebbe già difficile se io fossi una donna, immaginate quanto di più visto che sono maschio."

"Allora, dobbiamo non pensarci più, rinunciare anche a vederci?"

"Non dissi questo. Eppoi non credo che sarei capace di rinunciare a voi, ormai. Voi sì?"

"No, non io."

"Dicevo solo che non ci dobbiamo fare illusioni. Che dovremo profittare delle poche occasioni che ci si presenteranno, ma che saranno davvero poche. E che dovremo stare attenti a non fare imprudenze se non vogliamo che da poche diventino... mai."

Ruggiero rifletteva, la testa bassa.

"Vi siete arrabbiato con me per quello che dissi." disse il ragazzo a mezza voce.

"No, per niente. Ma vorrei poterti dare torto."

"Lo vorrei anche io, davvero. Cavolo se lo vorrei!" disse con veemente dolcezza il ragazzo guardando negli occhi il giovanotto con intenso amore ed una gran tristezza.

Il giovanotto sentì il dolore in quelle parole e gli sorrise cercando di attenuarlo in qualche modo.

Enzo sentì il calore di quello sguardo e ne fu grato all'altro. "È meglio che ci si rimetta al lavoro, ora, no?" disse facendo per alzarsi.

Ruggiero lo trattenne per un polso sì che il ragazzo perse l'equilibrio e con una buffa piroetta, cercando invano di conservarlo, cadde in grembo al giovanotto. Si rialzò immediatamente, scattando come una molla.

"Che fate! Ci possono vedere."

"Scusa. Non l'ho fatto apposta. Ma vorrei tanto abbracciarti."

"E io farmi abbracciare da voi... Ma è meglio che ci rimettiamo a lavorare e che parliamo d'altro. O rischiamo davvero di fare una sciocchezza." disse il ragazzo arrossendo.

Ripresero a lavorare, ma continuavano a guardarsi. Enzo godeva la presenza dell'altro accanto a sé come qualcosa di prezioso. Ruggiero si era messo a torso nudo e di tanto in tanto si tergeva il sudore con un panno che teneva appeso alla cintola. Il ragazzo ne ammirava i muscoli sodi e guizzanti sotto lo sforzo del lavoro e provava un forte piacere nel contemplarli, perché gli ricordavano quando li ammirava guizzare mentre il giovanotto lo prendeva. Invano si diceva che non doveva guardarlo per non far aumentare il desiderio: gli era impossibile, l'attrazione che quel corpo virile esercitava su di lui era troppo forte.

Si chiese se la bellezza che lui vedeva in Ruggiero era qualcosa che tutti notavano o se era qualcosa che solo lui vedeva. Mi pare bello perché lo conosco, perché ci ho fatto l'amore, perché ne sono innamorato o no? La bellezza esiste al di fuori degli occhi che la vedono? O esiste solo in chi la vede? Enzo non sapeva che una simile domanda se l'erano posta i più grandi filosofi da sempre. Rifletteva fra sé e sé continuando a lavorare. Pensò che a lui non sembrava di essere bello, eppure Ruggiero gli diceva che era bello, ed era sincero, convinto. Dunque, ne concluse, la bellezza è qualcosa che solo certi occhi sanno vedere. La bellezza non è tanto in chi è guardato ma in chi guarda.

Eppure ci sono cose, o persone, che sono belle per tutti, o per molti e altre che invece lo sono per pochi. Ma non c'è madre o padre a cui non sembri bello il proprio figlio, anche se agli altri sembra brutto. E allora, che cosa è veramente bello e che cosa no?

"A che stai pensando?" gli chiese Ruggiero vedendolo assorto.

"A niente." si schermì il ragazzo vergognandosi dei propri pensieri che gli sembravano sciocchi.

"No, dai, dimmi a che cosa stavi pensando!" insisté l'altro con un sorriso accattivante.

"Mi chiedevo che cosa è bello."

"Cioè? Che vuoi dire?"

"Voi che avete studiato, magari sapete dire se esiste qualcosa che è bello per tutti, e che non sembra solo bello a qualcuno. Non mi so spiegare bene, ma, se esiste qualcosa che è bello per chiunque, perché è bello per chiunque?"

"Vuoi dire se esiste la bellezza in astratto?"

"Eh, forse."

"Bah, non lo so. È come chiedere se esiste un cibo che sia buono per tutti. Credo di no. In parte dipende dal fatto di essere abituati o no a mangiarlo, in parte dal gusto personale."

"Il pane, non è forse buono per tutti?"

"Per molti, qui da noi, ma non per tutti, c'è chi non gli piace. Specialmente poi per altri popoli che magari non ci sono abituati. Magari possono anche mangiarlo, ma non pensano che sia veramente buono. Il pane che fanno a Siracusa, per esempio, a quelli del continente non piace."

"L'acqua, allora."

"È necessaria, ma non è che piaccia veramente a tutti. Parecchi preferiscono bere il vino, o altro."

"Quindi non esiste neppure la bellezza."

"Non nel senso di qualcosa che piaccia assolutamente a tutti. Anche le più grandi opere d'arte, a qualcuno non piacciono."

Enzo annuì. "Ma allora che cosa è bello?"

"Quello che suscita in noi un senso di armonia, penso. Quello che ci è gradevole guardare. Che suscita piacere dentro di noi."

"Per questo allora voi pensate che io sia bello?"

"Certamente. Tu per me sei bellissimo, lo sai."

"E magari per un altro sono bruttissimo."

"È possibile, anche se faccio fatica a crederlo."

"Perché voi mi amate?"

"Anche."

"Ma ci può essere qualcuno che ci sembra bello anche senza amarlo. Anzi, si può odiare qualcuno eppure trovarlo bello, no?"

"Sì e no. Se lo si trova bello, almeno in parte lo si ama. Magari si odia in lui qualche cosa e si ama qualche altra."

Il ragazzo si disse che era al punto di prima: non avrebbe saputo ancora dire che cosa fosse veramente bello. "Forse, allora, invece di dire che una cosa è bella, si dovrebbe dire che è bella per me."

"Già, proprio così. Ma perché stavi pensando a queste cose così difficili?"

"Perché voi mi sembrate bellissimo." rispose il ragazzo con un sorriso dolce e schivo.

Ruggiero sorrise: "Spero di esserlo sempre, per te."

"E quando fate l'amore con me sembrate diventare anche più bello." disse con aria sognante il ragazzo.

Finirono il lavoro e tornarono a depositare gli attrezzi nel deposito. Ora era deserto. Ruggiero attirò il ragazzo dietro una pila di casse, lo abbracciò e lo baciò: "Ti desidero, Enzo." gli disse con voce fremente.

"Non possiamo stare troppo qui dentro, sarebbe strano."

"Già. Ma ancora un bacio, uno solo." disse il giovanotto senza lasciarlo andare e le loro bocche si unirono di nuovo, come assetate.

Un caldo raggio del sole che stava scendendo verso l'orizzonte, entrando dall'alta finestrella, si posò sugli occhi di Ruggiero che brillarono di una luce intensa.

Enzo si staccò dolcemente da lui, sospirando. "Oh dio, siete troppo bello," mormorò guardandolo con occhi sognanti, "vi vorrei in me."

"Vieni stanotte al bivio."

"Ma..."

"È tanto che non ci andiamo. E è tutto il giorno che ti desidero."

"Lo so, lo sento."

"Verrai?"

"Sarebbe meglio di no, ma...."

"Ma?"

"Ci sarò." disse il ragazzo.

Avrebbe dovuto dire di no, ma non ne era stato capace. Era contento di non aver saputo resistere a quell'invito. Sarebbe stato prudente, avrebbe fatto in modo che nessuno lo vedesse andare all'appuntamento, ma lui aveva bisogno del giovanotto almeno quanto questi di lui. Un bisogno che non era solamente fisico, anche se si manifestava fisicamente. Un bisogno che nasceva dall'anima e che si esprimeva con il corpo. Anima e corpo: tutto nel ragazzo desiderava tutto nel giovanotto, completamente. E quando si univano, lui si sentiva davvero completo.

A cena il padre gli disse che quella sera non aveva voglia di uscire. Enzo gli chiese, preoccupato, se si sentisse male.

"No, semplicemente non ho voglia."

"E che farete?"

"Andrò a dormire, che vuoi che faccia?"

"Ma non prenderete sonno, se andrete a letto prima del solito." gli disse Enzo, in parte preoccupato realmente per il padre, in parte per il proprio appuntamento che rischiava di andare a monte e lui non avrebbe neppure avuto modo di avvertire Ruggiero. "Volete che resti a casa a farvi compagnia?" chiese il ragazzo, temendo una risposta positiva.

"No, vai pure con i tuoi compagni, tu. Non preoccuparti per me."

"Siete sicuro, papà?"

"Certo, davvero non c'è niente da preoccuparsi, sto bene."

Enzo lo salutò ed andò al belvedere. Si chiedeva come fare per l'appuntamento con Ruggiero. Magari sarebbe andato fino al bivio e gli avrebbe detto che non poteva andare con lui, spiegandogli il perché. Si, quella poteva essere la soluzione migliore.

Al belvedere cercò di chiacchierare e scherzare con i compagni come al solito, ma in realtà non faceva che pensare alla delusione che avrebbe letto negli occhi del suo uomo.

Cesare salutò e tornò a casa, Ranuccio restò ed Enzo ebbe l'impressione che questi gli avesse lanciato una rapida occhiata. Poi andò via Manuele, e dopo poco anche Enzo lasciò la compagnia. Andò verso casa e, visto che nessuno era in vista, proseguì rapidamente verso il bivio. Ruggiero lo stava già aspettando.

Porgendogli una mano per issarlo in sella gli disse con un gran sorriso: "Vieni."

"No, non posso. Mio padre non uscì stanotte, devo tornare subito a casa, volevo solo avvertirvi."

Ruggiero fece una faccia delusa che fece male al ragazzo. "Ma come... io... io ti voglio, Enzo!"

"Anche io, credetemi, ma per stasera non è possibile, lo capite."

Ruggiero scese da cavallo e vide l'espressione triste del ragazzo. Gli pose due dita sotto il mento e gli tirò su il volto. "Lasciati almeno baciare, prima di separarci." disse con dolcezza accostando le labbra a quelle di Enzo.

Si baciarono a lungo, ma poi il ragazzo si scostò: "Devo andare, ora."

"Subito?"

"Sì, o mi sarà troppo difficile. Mi dispiace, credetemi."

"Sì." disse semplicemente il giovanotto.

Enzo gli fece un cenno di saluto e fece per avviarsi, poi si girò e disse a mezza voce: "Vi amo, non dimenticatelo mai." e corse via.

Invece di rifare la solita strada, temendo che qualcuno lo vedesse tornare a casa dalla direzione del cimitero, aggirò il paese ed entrò da nord invece che da est. Stava per inoltrarsi per la viuzza quando pensò che poteva tagliare per le vecchie rovine del terremoto. Le conosceva bene, da ragazzino ci andava spesso a giocare con gli amici, anche se i loro genitori dicevano che era pericoloso. Ma tutto quello che doveva crollare era crollato e nonostante i ragazzini ci andassero spesso, non era mai accaduto nulla.

La luna inargentava le vecchie pietre invase di erbacce, fra cui cantavano a perdifiato invisibili grilli. Enzo le traversò agile, e quando era proprio in centro e stava aggirando quella che chiamavano la casa del moro, sentì come un sospiro che lo fece fermare: lì c'era qualcuno. Tese l'orecchio: un secondo sospiro, come un lieve gemito, gli confermò la sua idea e pareva venire dalla sua destra. Incuriosito scivolò silenzioso aggirando lo spezzone di parete e li vide illuminati dalla luna: Cesare stava a quattro zampe, i calzoni calati, e inginocchiato alle sue spalle, le braghe aperte, gli si stava agitando addosso con vigore Ranuccio.

Enzo li guardò stupito, affascinato, e pensò che erano belli. Li vedeva di profilo e vedeva i loro volti intenti, beati, pieni di piacere. Si eccitò e, inconsciamente, scese a carezzarsi fra le gambe la sua incipiente erezione. Dunque era lì che si trovavano; e contrariamente a quanto avevano sospettato i compagni, era il più giovane a prendere il più vecchio. Di tanto in tanto, ora l'uno ora l'altro, emetteva un lieve sospiro, un sommesso e breve mugolio di piacere.

Enzo si scosse: doveva tornare a casa e provava anche un senso di pudore che gli impediva di continuare a guardare quella pur eccitante e bella scena. Silenziosamente si allontanò finché sbucò in un vicolo e tornò a casa. Ma era contento di sapere, di conoscere il segreto dei suoi due compagni. E Ranuccio e Cesare, che già prima gli erano simpatici, gli divennero ancora più simpatici, perché ora li sentiva più vicini, più simili a sé.

Arrivato a casa, vide che il padre dormiva sul tetto, perciò non si lavò per non svegliarlo: si sarebbe lavato l'indomani mattina. Scese silenziosamente in camera sua e lì, steso al buio, ripensando ai due amici ed al suo Ruggiero, si masturbò lentamente e a lungo prima di addormentarsi.

Il giorno seguente, appena vide Ruggiero ne spiò l'espressione ma gli sembrò che fosse serena come al solito. Ciononostante, appena furono soli, gli chiese scusa per la sera prima.

Ruggiero gli sorrise: "Sono cose che capitano. Mi dispiacque, certo, ma non è mica colpa tua, no? Speriamo di essere più fortunati un'altra volta."

"Forse anche stasera." azzardò pieno di speranza il ragazzo.

"No, ho da andare a cena da don Calogero e non ho idea di quando potrò andare via." disse il giovanotto.

"Sì, capisco." rispose mogio mogio il ragazzo.

"Dai, non fare quella faccia. Troveremo un'altra occasione, no?" gli disse Ruggiero con tono sicuro.

"Speriamo."

"Ma certo che la troveremo. Dobbiamo solo avere un po' di pazienza. Su, fammi un sorriso, Enzo." disse e il ragazzo gli sorrise.

Ma passarono alcuni giorni senza che trovassero il modo di stare in intimità. In quei giorni Enzo osservava Cesare e Ranuccio, provava il desiderio di dire loro che lui sapeva, che anche lui aveva un segreto come il loro, ma non ne trovava la forza. Cesare che parlava sempre di donne, era come se indossasse tenacemente una maschera che Enzo provava quasi pudore a togliergli, non certo davanti agli altri ma neppure quando erano a quattr'occhi.

Si chiedeva se i due amici si amassero come si amavano lui e Ruggiero o se semplicemente gli piacesse fottere assieme. Era curioso di sapere come si erano resi conto di preferire farlo fra loro piuttosto che con una ragazza, chi dei due avesse avuto il coraggio di abbordare l'altro. Non era curiosità pura e semplice: sentiva che se avesse potuto parlare con i due ragazzi di queste cose, avrebbe capito meglio se stesso e il suo rapporto con Ruggiero. Ma se fra loro si poteva parlare tranquillamente di ragazze, di minchie e di fottere, di innamorarsi o di desiderare una ragazza, quando si accennava al rapporto fra due maschi era solo in termini di dileggio, di scherno, di ludibrio. Specialmente nei confronti di quello "che la prende in culo" o anche in bocca.

Dicevano che era una "mezza femmina" non intendendo con questo che fosse anche "mezzo maschio" il che l'avrebbe posto ad un livello a metà fra il superiore maschio e l'inferiore femmina, ma che era mezza femmina e mezzo... niente, ponendolo così ad un livello inferiore anche a quello della femmina. In altri termini c'era una chiara scala in cui veniva prima il maschio, poi la femmina, poi il ricchione, vicino agli animali. Anzi, pensò, la scala era più complessa: i maschi che vanno con le femmine, i maschi che lo mettono in culo ai maschi, le femmine, le puttane, i maschi che lo prendono in culo, gli animali... E forse più ancora, infatti gli aveva detto Ruggiero che fra i suoi amici a Palermo c'era anche chi andava sia con maschi che con femmine, e anche chi lo metteva e lo prendeva indifferentemente...

Eppure Enzo non si sentiva affatto in fondo alla scala, non si sentiva per nulla una mezza femmina. Lui era maschio tanto quanto i suoi compagni, e lo erano anche Ruggiero e Cesare e Ranuccio. Che avevano più di lui i suoi compagni? Faticavano allo stesso modo, avevano gioie e dolori nello stesso modo, forza e debolezze proprio nello stesso modo...

Eppure, se per esempio si fosse saputo di Ruggiero, probabilmente non avrebbe neppure potuto continuare a fare il caporale, perché sarebbe stato disprezzato da tutti, a partire dai braccianti ai padroni. Ma quello che uno fa a letto, che peso può avere nel valore di un uomo? Chi aveva deciso che fosse sbagliato desiderare, amare uno del proprio sesso? In base a che cosa?

Enzo non sapeva darsi risposte a questi interrogativi. Qualche volta ne aveva parlato con Ruggiero: lui aveva detto che non era sempre stato così, ma che in passato famosi re e eroi e artisti avevano amato gente del proprio sesso senza problemi. Erano i preti a dire che era male, ma si sa che quelli spesso predicano una cosa e fanno al contrario. I preti dicevano che il sesso è male, una cosa sporca persino fra un uomo e una donna, che il peccato originale era stato quando Eva aveva convinto Adamo a fare sesso con lei, per suggerimento del demonio; ma poi benedivano le coppie che si univano in matrimonio. E qualcuno aveva anche una donna con cui si univa di nascosto e non poteva neppure sposarla.

Non è che questi pensieri occupassero spesso la mente del ragazzo: era un tipo semplice, viveva la propria realtà senza eccessivi problemi. Lui era così, non ne era né contento né dispiaciuto, non l'aveva scelto né cercava di evitarlo. Semplicemente a volte gli pesava non poter vivere la propria vita senza nascondersi, senza temere di essere scoperto, quasi lui e Ruggiero fossero criminali. Di questo sentiva tutta l'ingiustizia, ma sapendo che non poteva far nulla per cambiare le cose, la accettava, la sopportava con rassegnazione.

Solo, pensava, se non ci fosse stato quel modo di vedere, lui e Ruggiero avrebbero forse potuto vivere la loro relazione senza tanti problemi, avrebbero potuto fare l'amore ogni volta che l'avessero desiderato, senza nascondersi, senza ricorrere a sotterfugi. E così anche Cesare e Ranuccio e chissà quanti altri.

Una sera Ranuccio annunciò che finalmente era stato preso per lavorare all'albergo Stella che era stato aperto ad Aci Reale. Avrebbe abitato con alcuni altri in una stanza nel seminterrato dell'albergo e perciò sarebbe tornato di rado al paese. Enzo pensò che perciò per l'amico e Cesare sarebbe diventato praticamente impossibile continuare a vedersi, a fare l'amore e si chiese come avrebbero fatto.

Osservò l'espressione di Cesare mentre Ranuccio comunicava elettrizzato ai compagni la notizia: l'altro sembrava tranquillo ed Enzo immaginò che fosse già al corrente da prima della cosa. Ranuccio raccontava che avrebbe avuto una livrea, che il suo lavoro era soprattutto trasportare i bagagli dei clienti o fare altri lavori di forza. Avrebbe guadagnato più che a fare il bracciante e sperava nelle mance dei clienti. Tutti gli facevano mille domande, solo Enzo e Cesare ascoltavano quieti e spesso Enzo osservava di soppiatto il volto dell'altro, cercando di cogliervi una qualche emozione.

Ad un certo punto i loro sguardi si incontrarono: Cesare abbozzò un lieve sorriso quieto nei confronti di Enzo e questi intuì che l'altro dovesse immaginare che lui sapeva qualcosa. Rispose al sorriso e Cesare distolse lo sguardo.

Più tardi, quando Enzo fu sicuro che altri non sentissero, disse a Cesare: "Ti sentirai solo, ora che tuo cugino se ne va."

L'altro lo guardò un attimo come studiandolo, poi rispose: "Sì. Ma sono contento per lui."

"Perché gli vuoi bene." disse Enzo e si chiese se non avesse detto troppo.

"Certo." rispose Cesare tranquillo ma si accostò agli altri come per interrompere quel dialogo che si stava facendo troppo intimo, esplicito.


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