Il padre di Enzo aveva ripreso ad andare all'osteria e questi era riuscito ad andare di nuovo un paio di volte al suo appuntamento segreto con Ruggiero al vecchio frantoio.
Con Cesare s'era rafforzata l'amicizia, eppure nessuno dei due aveva fatto il minimo passo per affrontare l'argomento delle loro vite sessuali. Enzo aveva l'impressione che l'altro intuisse, capisse, ma che aspettava che fosse lui il primo a scoprire le carte. Più volte aveva pensato di farlo, ma al dunque non aveva mai avuto il coraggio di iniziare. Più che una questione di coraggio, era che non sapeva come affrontare l'argomento. E in fondo non era essenziale.
Una sera, tornato dal belvedere, Enzo salì sulla terrazza sul tetto a lavarsi, quindi scese nella propria stanzetta e si stese a dormire. Non faceva più tanto caldo di notte, ormai, quindi tenne addosso i panni, anche se ancora non era necessario usare la coperta. Stava quasi per addormentarsi quando sentì la porta di casa aprirsi e pensò che fosse il padre che rientrava.
Ma sentì una voce che non era quella del padre, che chiedeva sottovoce: "Dov'è la vostra camera?"
"Di là... ma ci arrivo da solo..." rispose la voce del padre.
Enzo si alzò incuriosito, mentre l'altra voce diceva: "Da solo non gliela fate, venite." e con un tuffo al cuore Enzo credette di riconoscerla. Aprì la porta e vide Ruggiero che sosteneva il padre con un braccio sotto le ascelle e che lo guidava verso la camera da letto.
Il giovanotto, sentendo la porta della stanza di Enzo aprirsi, si girò e, all'espressione stupita di Enzo, disse: "Bevve un po' troppo, stasera; lo riaccompagnai."
"Aspettate, accendo il lume." disse il ragazzo emozionato.
Quindi, il lume in mano, aprì la porta della camera del padre e Ruggiero lo portò dentro di peso. Enzo appoggiò il lume sul cassettone ed aiutò il giovanotto a stendere sul letto l'uomo.
Questi guardò il figlio e, con aria vergognosa, bofonchiò: "Troppo bevvi. Per fortuna il signorino mi dette una mano. Da solo non arrivavo a casa."
"Non preoccupatevi, dormite ora." disse Ruggiero con premura.
"Sì..." mormorò l'uomo e piombò addormentato come un sasso, ronfando lievemente.
Enzo riprese il lume e, mentre si chiudeva alle spalle la porta della camera del padre, disse: "Grazie. Non si ubriacò mai fino a questo punto."
"Forse è anche colpa mia, gli offrii da bere e doveva già aver bevuto prima..."
Erano nella cucina. Si guardavano in silenzio. Poi Ruggiero chiese indicando la porta della stanzetta del ragazzo: "Tu dormi lì?"
"Sì."
"Non mi ci porti?" suggerì con un sorriso sensuale il giovanotto.
"Con mio padre di là?"
"Dorme che nemmeno una cannonata lo sveglia. Dai, Enzo, portami di là." insisté il giovanotto cingendolo fra le sue braccia.
Il ragazzo fremette, poi, con tono di accusa, disse: "Lo faceste ubriacare apposta per portarlo a casa e..."
"No, te lo giuro, ma quando lo vidi cotto... beh, allora ci pensai, onestamente. Portami di là, dai." insisté ancora, iniziando a carezzarlo intimamente.
Enzo spense il lume, poi mormorò: "Venite." e, presolo per mano, lo guidò nella propria stanzetta. Si spogliarono rapidamente e i loro corpi si allacciarono strettamente, pieni di desiderio.
Enzo si sentiva come diviso in due: una parte di sé stava partecipando pienamente e godendo quell'imprevista unione, ma una parte di sé era acutamente tesa a cogliere i più piccoli rumori, temendo che il padre potesse svegliarsi. Guardava il riquadro della finestrella sulla parete e si chiedeva se da fuori qualcuno avrebbe potuto vederli. Sentiva il fruscio delle foglie secche, nel saccone che gli fungeva da materasso, ad ogni loro movimento e gli pareva che dovesse sentirsi anche fuori, nel profondo silenzio della notte.
In un certo senso quella situazione di pericolo aumentava la sua eccitazione. Il fatto di avere l'uomo che amava proprio lì nella sua stanzetta, nel suo letto, gli dava un senso di gioia particolare. Le altre volte che aveva fatto l'amore con Ruggiero non era mai stato così acutamente cosciente di tutto quanto lo circondava come ora. Se fosse arrivato il padre senza che loro lo sentissero e li avesse visti allacciati in pieno amplesso, come avrebbe reagito? Avrebbe fatto finta di niente e se ne sarebbe andato senza farsi sentire? O avrebbe fatto uno scandalo e denunciato Ruggiero? O l'avrebbe cacciato di casa? O...
"Ti amo, Enzo." gli mormorò il giovanotto mentre lo prendeva con virile dolcezza.
"Ripetetemelo."
"Ti amo tanto."
"Grazie." disse il ragazzo stringendosi all'altro, felice.
I suoi occhi riabituati al buio riuscivano ad intravedere l'espressione di Ruggiero nel tenue chiarore che proveniva dalla finestrella. Per vederci, dovrebbero salire su qualcosa, pensava il ragazzo. Se ci vedesse Cesare, forse penserebbe anche lui che siamo belli, ma se ci vedesse qualcun altro?
Un cane abbaiò lontano. Da un punto indefinito venne uno scricchiolio. Enzo trovò strana quella sua acuta coscienza, al tempo stesso, di quanto avveniva in lui e attorno di lui. "Baciatemi." invocò.
Ruggiero si chinò su lui e le loro bocche si sigillarono. Gli occhi di Enzo erano fissi sul riquadro della finestrella appena più chiaro della scura parete. Temeva, e sperava, di vedercisi profilare la sagoma di una testa che li spiava. Temeva, e sperava, che il padre si svegliasse e che li vedesse. Carezzava il corpo dell'uomo che si agitava su di lui, in lui, godendone con i polpastrelli i muscoli guizzanti e pensò che sarebbe stato bello se, invece di essere lì nella buia stanzetta, fossero stati su un prato, sotto il sole, senza doversi preoccupare se qualcun altro li avesse potuti vedere uniti in quel modo.
Gli sembrò che quel loro appassionato amplesso durasse molto più del solito, e ne era estasiato. Forse perché, a differenza delle altre volte, era così acutamente conscio i tutto quanto lo circondava, pur abbandonandosi completamente alle sensazioni che l'unione col suo uomo gli donava. I suoi sensi erano in festa. E sentì crescere in lui la commozione, l'agitazione, il piacere, l'eccitazione, il godimento, finché esplose in lui e nel suo uomo, con frenesia, un intenso, acuto, impetuoso orgasmo.
Si abbandonarono languidamente, ancora abbracciati, in un tenero sfinimento, in un affettuoso abbandono, in un dolce struggimento. "Ti amo." gli sussurrò Ruggiero.
"Perché?" chiese civettuolo il ragazzo.
"Per la tua grazia, passione, tenerezza, bellezza, amicizia, devozione, il tuo affetto, ardore, calore, fuoco, fervore, desiderio, fascino..."
"Eh, basta, non esagerate ora."
"Volevi saperlo, no?"
"È bello avervi qui."
"Sì..."
"Vorrei che non doveste mai andare via."
"E tu mi ami?"
"E me lo chiedete? Siete bello, caldo, forte, appassionato, virile e... e siete mio."
"Non ti peso, passerotto, a starti sopra così?"
"No, al contrario."
"Ma ora devo proprio andare." mormorò il giovanotto.
Enzo, per tutta risposta, lo strinse a sé, quasi ad impedirgli di muoversi.
"Si sarà fatto tardi... devo tornare a casa." ripeté Ruggiero.
"Non ancora, vi prego."
"E se si svegliasse tuo padre?"
"Lo sentiremmo, sono chiuse tutte e due le porte e cigolano."
"Ma non faremmo neppure in tempo a rivestirci."
"Avete paura che mio padre ci scopra?"
"Tu no?"
"Sì."
"E allora?"
"Allora avete ragione voi, purtroppo. Rivestiamoci, ma non andate via subito. Mi sentirò solo senza di voi."
"Anche io, passerotto."
"Vi ricordate?" chiese Enzo compiaciuto.
"Sì. Dentro di me, da allora, ti ho sempre chiamato passerotto."
"Mi piace. Potreste chiamarmi così."
"Non di fronte agli altri, però."
"Purtroppo." disse con un lieve sorriso il ragazzo. Ruggiero lo carezzò. "Se ve ne dovete andare..." mormorò Enzo.
"Sì, devo. Ci vediamo domani al lavoro."
"Vi penserò tutto il tempo."
"Già. A domani, allora."
"Vi accompagno fino alla porta." disse il ragazzo quasi a prolungare la loro vicinanza.
Prima di aprirla, si abbracciarono e si baciarono ancora. Ruggiero scivolò fuori ed Enzo richiuse silenziosamente la porta. Andò a vedere il padre: dormiva ancora profondamente. Tornò nel proprio letto e stesosi vi cercò l'odore del corpo del suo amante. Il forte odore del crine fu l'unico che percepì e ne fu lievemente deluso. Ma pensò che aveva in sé la traccia del suo Ruggiero e si abbracciò stretto, raggomitolandosi e immaginando di essere fra le braccia del giovanotto ed attese felice il sonno.
La mattina dopo il padre stava male per i postumi della sbornia. Quando Enzo incontrò Ruggiero si fece promettere che non avrebbe fatto ubriacare suo padre.
Il giovanotto sorrise: "A dire il vero, avevo proprio pensato che stanotte è stato così bello che..."
"Ma stamattina papà stava male. A lui piace bere, ma non si è mai ubriacato prima, almeno che io sappia. E non mi va che, per star bene noi, debba stare male lui."
"Sì certo, hai ragione. Non sarò certo io a farlo ubriacare. Anche ieri mica l'ho fatto apposta."
"Vi credo. Ma d'ora in poi farete attenzione che non si ripeta." disse con forza il ragazzo.
A Ruggiero piaceva la decisione di Enzo. "Vuoi che te lo giuri?"
"No, mi fido di voi."
Tra i braccianti Enzo notò che c'era Cesare. Durante la pausa del pranzo, visto che Ruggiero non c'era, andò a cercarlo. Lo vide seduto da solo all'ombra di una pila di cassette.
"Posso?" chiese all'amico.
"Sì, certo." rispose l'altro.
Enzo gli sedette accanto. Si mise a mangiare poi chiese: "Hai notizie di Ranuccio? È un bel po' che non si vede in paese."
"Sta bene."
"Gli piace il lavoro?"
"È fisso, sicuro, e pulito. E non credo che fatichi molto, meno di noi qui, comunque."
"Già." disse Enzo, poi finalmente chiese quello che da tempo avrebbe voluto: "Ti manca?"
"Eh?"
"Eravate molto amici, no? Oltre che cugini..."
L'altro non rispose. Lo guardava come studiandolo.
"Eravate molto uniti, no?" insisté Enzo, ormai deciso a proseguire in quel discorso.
"Siamo cugini, siamo cresciuti assieme."
"Vi vidi, alla casa del moro..." disse quasi sottovoce Enzo senza guardarlo ed addentò il suo pezzo di pane.
"Ah sì?"
"Sì. Una notte, tempo fa."
"E... non dicesti niente agli altri?"
"Certo che no."
"Allora perché ci spiasti?"
"Spiare? No, davvero. Passavo di lì per caso e..."
"Di notte? Alla casa del moro? Come mai proprio di lì e per caso?" chiese con lieve sarcasmo l'amico.
"Tornavo da un appuntamento segreto e non volevo far vedere da dove arrivavo, se qualche vicino fosse stato sveglio, così feci un giro largo e per tagliare... e vi vidi."
"E allora?"
"Allora, cosa?"
"Adesso sai che siamo due ricchioni, no?"
"Sono affari vostri, se vi piaceva farlo fra voi due. D'altronde... anche io... lo faccio con un maschio."
"Tu? E con chi? Con Alduzzo?" chiese meravigliato Cesare.
"No, non con lui. Perché hai pensato ad Alduzzo?"
"Così... Da ragazzini io e lui ci si divertiva e ho l'impressione che gli piacesse anche più che a me..."
"Come fai, adesso che Ranuccio non c'è?"
Cesare sorrise amaro: "Come facciamo tutti, con questa." rispose mostrando una mano. Poi chiese: "E tu? Chi è?"
Enzo scosse la testa: "Non so se lui sarebbe contento se lo dicessi. Lascia perdere."
"A lui non hai detto di noi due?"
"Certo che no."
"Avresti potuto."
"Non senza il vostro permesso, comunque."
"Perché ne parli con me?"
"Perché... forse per sentirmi meno solo, diverso."
"Ma noi siamo soli e diversi, comunque."
"Eppure... magari ci sono altri come noi, che si sentono soli e diversi e non sanno che magari siamo in tanti."
"Tanti? non credo. Comunque io al mal comune mezzo gaudio non ci credo."
"E chi dice che è male?"
"Tutti. Altrimenti non ci sarebbe bisogno di nascondersi, no?"
"Anche i primi cristiani dovevano nascondersi sennò i romani li ammazzavano, eppure mica era male, no?" disse Enzo con aria sicura.
Cesare ridacchiò: "Ma io non ho nessuna voglia di diventare un martire."
"Perciò parli sempre di donne."
"E un giorno mi sposerò."
"Io no."
"E come farai? Tutti si devono sposare, prima o poi, se non si fanno preti o frati. E io proprio non mi ci vedo a fare il prete."
"A me proprio le donne non me lo fanno tirare per niente."
"Fottere è fottere."
"Ma non ti mancherà Ranuccio o qualcun altro?"
"Magari continueremo io e lui anche dopo sposati, se torna qui, o se vado io ad Aci."
"Hai intenzione di andare ad Aci?"
"Ranuccio dice che se trova un lavoro per me me lo fa sapere."
"Ma voi due siete innamorati?"
"Innamorati? No, ci piace farlo insieme. Beh, ci vogliamo anche bene, sì, ma perché siamo cugini. A me piace farmi fottere da lui, a lui piace farsi fottere da me. Ma due maschi non possono essere innamorati."
"E perché no? Io sono innamorato del mio e lui di me." disse Enzo tranquillo.
"Innamorati?" chiese con evidente stupore l'amico, poi aggiunse: "Mah, se lo dici tu... Non pensavo però che due maschi potessero innamorarsi. Io e Ranuccio avevamo cominciato per gioco."
"Ma alla fine non era solo un gioco, no?"
"Per questo avevi avvertito Ranuccio?" chiese Cesare cambiando discorso.
"Ah, te lo disse, allora."
"Certo. Ma non avevo pensato che anche tu..."
"Ti stupisce tanto?"
"No. Solo che mi chiedo quanti altri dei nostri amici..."
"Non lo so. E magari anche di quelli sposati. Comunque io sono contento che adesso tu sai di me."
"Contento?"
"Almeno fra di noi non è necessario far finta."
"E che cambia?"
"A me pesa dovere sempre mascherare quello che desidero, a te no?"
"No, ci si abitua a tutto, no?"
"Tu, Cesare, lo facesti con altri, oltre che da ragazzino con Alduzzo e poi con Ranuccio?"
"Solo una volta. Quando passarono i soldati due anni fa, quando cercavano i banditi. Un soldato di Napoli: mi portò dietro i cespugli su al castagneto e lì ci calammo le brache e... E tu?"
"No, io solo con lui. Ma tu... mai con una ragazza?"
"Macché. E tu?"
"Manco io. Né mi interessa provarci."
"E come farai quando tuo padre ti troverà moglie?"
"Dirò di no."
"Ti obbligherà."
"Non mio padre."
"Sei fortunato, allora, visto che non ti interessano le donne. Mio padre non è così. Accasò a modo suo tutti i miei fratelli e sorelle grandi, lo farà anche con me."
"Però non è giusto."
"Eh, quante cose non sono giuste, ma sono così. Che ci vuoi fare? Te lo dissi, io non ho la stoffa del martire."
"Ognuno è fatto a modo suo."
"Comunque sì, mi manca Ranuccio." disse Cesare guardandolo dritto negli occhi. Poi aggiunse: "Se magari io e te... Non ci avevo mai pensato, però..."
"Io non posso, io sono innamorato di lui."
"Già. Vi vedete spesso?"
"Macché. Sai anche tu quanto si deve essere prudenti, perché gli altri non sospettino."
"Io e Ranuccio lo facevamo quasi tutte le notti, però."
"Beati voi. Noi nemmeno una volta alla settimana."
Enzo era contento di poter parlare così liberamente con Cesare. Era come se una parte della sua vita, una parte importante, la sua sessualità, iniziasse ad avere un suo spazio vitale. Come una finestrella aperta finalmente in una stanza buia. Avrebbe voluto dire a Cesare chi era il suo uomo, ma prima avrebbe dovuto chiederlo a Ruggiero. Era grato all'amico per non aver insistito. E l'amico gli aveva detto che poteva dire di lui a al suo uomo.
Così, quando gli capitò di essere solo con Ruggiero, glielo disse.
Questi annuì: "Sono gli amici a cui mi avevi accennato una volta?"
"Sì, loro."
"E gli dicesti di noi due?"
"Sì, ma senza fare il vostro nome."
"Come mai?"
"Non sapevo se vi poteva dispiacere."
"No, visto che sono come noi. Sono due bei ragazzi Cesare e Ranuccio, specialmente Cesare."
"Più di me?"
"Non dire sciocchezze, tu sei speciale per me."
"Ma Cesare non è più bello?"
"Non lo penso. E anche se lo fosse, non cambia niente."
"Loro potevano fare l'amore quasi ogni notte."
"Ma adesso sono separati, no? Noi almeno ci si può vedere ogni giorno."
"Solo vedere, parlare, sfiorare di nascosto."
"Meglio di niente, no?"
"Sì, però..." disse il ragazzo con lieve tristezza.
Ruggiero gli sfiorò una mano e lo guardò con dolcezza negli occhi. "Lo farei anche io ogni notte l'amore con te, se fosse possibile, lo sai."
"Non andate più con quei ragazzi a Siracusa?" gli chiese Enzo.
"No, certo, te lo promisi, no?"
"E non vi mancano?"
"Mi manchi tu." disse galante Ruggiero abbassando la voce perché si stava avvicinando qualcuno, quindi con voce normale, disse: "Prendi quelle ceste e portale nel deposito, Enzo."
"Subito." rispose allegro il ragazzo.
La sera al belvedere Cesare lo guardava con una luce particolare negli occhi che gli fece piacere. Enzo si sentiva allegro. Guardò anche Alduzzo e si chiese se quello che gli aveva detto Cesare potesse essere vero. Quella volta che gli altri avevano spettegolato di Cesare e Ranuccio, Alduzzo era stato l'unico oltre a lui a difenderli.
Luigi ad un certo punto disse: "Mio padre decise che devo sposarmi con Angelina."
"Chi, mia cugina?" chiese Manuele con aria sorpresa.
"Sì, lei. Già parlò con suo padre e sono d'accordo. Domenica faremo la festa di fidanzamento e siete tutti invitati."
"E ti piace Angelina?" gli chiese Rosario.
"È una bella ragazza." rispose Luigi.
"Sì, ma ha un caratterino..." disse ridacchiando Manuele.
"Caratterino, come?" chiese Martino.
"Sa quello che vuole e è testarda."
"La domerò." disse sicuro di sé Luigi.
"Se ci riuscirai. Se non domerà lei te." disse ridacchiando Manuele con l'aria di chi sa bene come andranno le cose.
"In casa comanda la donna, fuori casa l'uomo. Sempre così è." disse Rosario.
"Perciò da domenica non verrai più qui al belvedere." disse Cesare.
"Eh no, si capisce."
"Chissà perché? Chi lo decise?" chiese Enzo.
"Da sempre così è, no?" ribadì Rosario.
"Sì, ma perché? Chi lo decise? Perché uno non è libero di vivere come vuole?" insisté Enzo.
"Sarebbe bello, ma che ci vuoi fare, quando i pesci metteranno le ali, come dice mio padre, anche tu potrai fare come ti pare." disse Alduzzo sorridendo.
"E allora bisognerebbe insegnare a volare ai pesci." disse Enzo e tutti scoppiarono a ridere.
Pino, uno degli ultimi arrivati, un ragazzetto di quattordici anni, disse serio: "Ma se si continua a dire che tutto è così perché da sempre è così, saremmo ancora all'epoca delle grotte, no?"
Enzo lo guardò con rispetto.
Il ragazzetto continuò: "Le cose cambiano, basta sentire i racconti dei vecchi. Ci vuole solo qualcuno che abbia il coraggio di fare diverso."
"E allora tu fai diverso, se ci riesci." gli disse Martino scompigliandogli i capelli. Pino si sottrasse e si rimise a posto i capelli. "Cosa vuoi fare di diverso, tu?"
"Scegliermi io la mia ragazza, per esempio."
"Ma se hai ancora il latte sulle labbra!" lo prese in giro Rosario.
"E ancora non ti fai la barba." rise Luigi.
"Ma ho la testa che funziona." li rimbeccò il ragazzetto.
"E la minchia?" gli chiese Martino.
"La vuoi provare tu o preferisci che sia tua sorella?" gli chiese Pino con fierezza.
Tutti risero e Luigi disse: "Lasciatelo dire. Ci passammo tutti no? Credevamo che potevamo cambiare il mondo, ma poi..."
"Cambiare il mondo. Ma se non abbiamo manco i vestiti da cambiarci!" rise Martino.
"Però ha ragione Pino." disse timidamente un altro dei ragazzetti, Tore.
"Certo che ha ragione," disse Alduzzo, "solo che far cambiare le cose non è facile come pare. È come cercare di fare un buco nell'acqua con un succhiello."
"Basta aspettare che l'acqua si ghiacci." disse Tore testardo.
"Eh, aspetta, allora." lo irrise bonariamente Martino. Enzo pensò che avevano ragione i ragazzetti, ma pure i suoi compagni.
Il giorno dopo, al lavoro, Ruggiero gli si accostò allegro: "Enzo, il figlio del padrone si fidanza domenica con la minore del conte."
"Ah, e allora?" disse il ragazzo chiedendosi il perché di quella notizia e di quell'allegria.
"Quando si sposeranno andranno ad abitare alla Villa di Nicolosi."
"Sì?" chiese di nuovo il ragazzo.
"Ma è disabitata da più di dieci anni, deve essere ripulita, riattata, rimessa in sesto e allora mi ordinò di andarci per vedere che lavori ci sono da fare, di parlarne con lui e poi di dirigere i lavori. Perciò per qualche mese io andrò a vivere in Villa."
"Oh dio, ma allora non ci vedremo?" disse allarmato Enzo.
Ruggiero sorrise: "Al contrario. Gli dissi che per prendere le misure e tutto il resto, e per le cose d'ogni giorno, avrei avuto bisogno di un aiuto e don Calogero m'ha detto di scegliermi un uomo e di portarlo con me."
Enzo si illuminò: "E sceglieste me?"
"Si capisce."
"E staremo assieme per... qualche mese, avete detto?"
"Se tu accetti di venire."
"Ne dubitate? Dio mi pare un sogno! Io e voi da soli in Villa!"
"Non è una fortuna?"
"Fortuna? È meglio di un sogno, davvero. E quando partiremo?"
"Devo preparare alcune cose, penso subito dopo la festa, lunedì mattina. Ma ti dirò più precisamente qualcosa i prossimi giorni. Sei contento?"
"E potremo passare assieme tutta la notte, in un letto?"
"Certo."
"Sono felice, felice davvero."
"Portati il vestito che ti regalai, non serve niente altro."
"Ma io volevo usarlo solo di domenica, per non rovinarlo."
"Te ne farò fare un altro, altri."
"Volevo chiedervelo da un pezzo: come faceste a farmelo fare così giusto senza farmi prendere la mia misura?"
"Il garzone del sarto ha la tua corporatura, così lo feci fare su misura per lui. E te ne farò fare altri."
"Ma che diranno gli altri a vedermi vestito bene all'improvviso? Non troveranno strano che mi regaliate tanti vestiti?"
"No, per lavorare potrai tenere quello, ma poi voglio che ti cambi e che sia vestito bene. E lassù nessuno ti conosce, quindi nessuno lo troverà strano."
Enzo era elettrizzato. La sera comunicò la notizia al padre, che si mostrò contento, poi agli amici del belvedere.
Quando tornò verso casa Cesare tornò con lui: "Sarai contento, no? Starete assieme, da soli." gli disse con un sorriso amichevole.
"Eccome! Sono davvero felice."
"Sono contento per te, Enzo."
"E tu, andrai ad Aci Reale? Ranuccio ti fece sapere niente?"
"Dice che sta cercando. Non lo so. Mi sa che lui si trovò qualcun altro là e che non gli interessi granché che ci vado anch'io."
"Perché dici così?"
"Un'impressione. Poco male, comunque."
"Ma forse ti sbagli." disse Enzo.
"Non lo so. Ma non importa." disse Cesare ma Enzo ebbe l'impressione che in realtà l'amico fosse un po' triste.
Il giorno dopo Ruggiero gli confermò che sarebbero partiti per Nicolosi e che, per tutto il tempo in cui lui sarebbe stato a lavorare in Villa, don Calogero era d'accordo di dare metà del suo salario al padre perché non avesse problemi. Gli disse di andare la mattina del lunedì, presto, al Casale di dove sarebbero partiti con gli asini con tutto il necessario e con le provviste.
Enzo passò quegli ultimi giorni in attesa della partenza e la domenica, alla festa del fidanzamento di Luigi, salutò tutti gli amici che non avrebbe rivisto per un po'
"Mi sa che tu farai strada, ragazzo." gli disse Rosario quando lo salutò,
"Solo pochi mesi fa eri un bracciante e ora sei lavorante fisso e vai a preparare la Villa per don Raffaele."
"Mah, non vuol dire niente." si schermì Enzo.
"No, vedrai. Se il padrone scelse te fra tanti, vuol dire che ti stima." insisté Martino.
Enzo sorrise: non poteva dire agli amici che in realtà lui non era stato scelto dal padrone, ma dal suo amante per averlo finalmente vicino almeno per qualche mese.