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una storia originale di Andrej Koymasky


pin IL CAPORALE CAPITOLO 9
INTIMITÀ QUOTIDIANA

Il lunedì mattina Enzo si svegliò al solito molto presto. Si rasò accuratamente, mise gli abiti d'ogni giorno in una sporta ed indossò i begli abiti della domenica che gli aveva regalato Ruggiero, come questi gli aveva detto di fare. Salutò il padre, quindi si avviò di buon passo fino al Casale, dove viveva la famiglia di Ruggiero. Per via guardava con una certa attenzione le case, pensando che era la prima volta che si allontanava dal paese, a parte qualche domenica dopo messa quando era sceso con i compagni fino alla marina a Capo Mulini. Il sole sorto da poco indorava la parte alta delle case sì che le vecchie pietre parevano rifulgere. Enzo non ci aveva mai fatto caso, ma pensò che quelle case erano belle.

Giunto davanti al Casale, attese accanto al cancello che dava nella corte interna, chiedendosi se dovesse entrare o no. Dopo poco da una porta si affacciò una donna: "Sei Vincenzo Rota, tu?"

"Sì..."

"Don Ruggiero sta caricando gli asini, là dietro, ti aspetta." disse spiccia e rientrò in casa.

Enzo andò nella direzione indicata dalla donna e, girato l'angolo della costruzione, lo vide. "Sono qui." gli disse avvicinandosi.

"Oh, Enzo. Tra poco ho finito e partiamo. Io prendo il mio cavallo, tu monterai uno dei tre asini, questo che è meno carico. Non dovresti avere problemi, anche se non hai mai cavalcato, sono bestie tranquille." gli disse il giovanotto con un ampio sorriso.

"Quanto ci metteremo per arrivare a Nicolosi?"

"Mah, al passo degli asini dovremmo arrivare poco prima di mezzogiorno, giusti per mangiare qualcosa e poi metterci al lavoro."

"Ma questa roba dovrebbe bastarci per tutto il tempo che staremo lassù?" chiese il ragazzo pensieroso.

Ruggiero rise: "No, solo per i primi giorni. Poi ci organizzeremo lassù."

Enzo si sentì sciocco ed arrossì. Il giovanotto terminò di fissare il carico sugli asini, quindi disse ad Enzo di aspettarlo.

Era la prima volta che il ragazzo entrava nel Casale: era una grossa costruzione di pietra scialbata, o meglio un agglomerato di costruzioni piuttosto antico, ampliato in varie generazioni: dava l'impressione di un insieme casuale eppure armonico, solido, massiccio. Sulla parte più antica, alto sui tetti, c'era un terrazzino con i parapetti di pietra che, agli angoli formavano quattro piccole guglie. Da un lato una stretta scaletta di pietra senza parapetto saliva al terrazzino dal retro. Tre massicci arconi sostenevano una parte con finestre più eleganti delle altre: doveva essere l'appartamento padronale. Sotto gli arconi si aprivano le porte delle stalle e delle rimesse e lì Ruggiero stava approntando le bestie. Ad angolo c'erano le porte delle cucine e dei depositi, un pozzo, alcuni alberi con sotto sedili di scura pietra lavica. Dall'altra parte l'ingresso alla parte padronale, una porta ad arco decorato con una certa sobria eleganza: alla sommità dei dritti, all'inizio dell'arco, due pietre lievemente sporgenti scolpite. Tre gradini portavano alla massiccia porta di legno. L'insieme dava l'impressione di un qualcosa di mezzo fra una villa ed un fortilizio, ricordo dei tempi in cui non erano rari gli assalti dei banditi per depredare le case ed i magazzini dei benestanti.

Dopo pochi minuti Ruggiero tornò conducendo il proprio cavallo per le briglie. Fece montare Enzo su un asino, legò i tre animali in fila e, legata la corda del primo alla sella del proprio cavallo, lo montò: "Partenza. Tienti forte al basto."

Salirono, passarono di fianco alla Chiesa Madre, oltrepassarono le ultime case del paese verso nord. A volte incrociavano qualcuno che andava in direzione opposta e si scambiavano un cenno di saluto.

Dopo un po' Ruggiero disse ad Enzo: "Sai, pensavo che sembriamo don Quichote e Sancio, io a cavallo e tu sull'asino."

"Chi sono, vostri amici di Palermo?"

Il giovanotto rise: "No. Sono i protagonisti di un romanzo spagnolo."

"Leggete anche lo spagnolo?"

"Sì, e l'italiano e il francese."

"Anche?" chiese stupito il ragazzo.

"Certo, e latino e greco."

"Ma uno come voi, che sa tante cose, perché tornò in questo paese da niente? Voi, alla capitale, avreste avuto un futuro d'oro."

"Tornai perché dovevo incontrare te, evidentemente. Come potevo incontrarti se restavo a Palermo?"

"Ma voi non sapevate nemmeno che esistevo..."

"Ma è il destino che volle che io scoprissi che esisti e che mi innamorassi di te."

"Ma e se io non mi fossi innamorato di voi?"

"Non era possibile, lo sai. Tu nascesti per me e solo per me." gli disse Ruggiero con un caldo sorriso che fece fremere il ragazzo.

"Sì, avete ragione..." replicò Enzo sorridendo convinto.

Giunti a Sant'Antonio girarono a ovest costeggiando il Mongibello. Enzo guardava il paesaggio. Ora si stavano allontanando dal mare ed andavano verso l'interno. La strada era un po' più grande, sì che ora potevano procedere affiancati.

"Come mai don Calogero manda don Raffaele a Nicolosi?"

"Perché il palazzo resterà al primogenito, don Antonio. E perché la sposa di don Raffaele gli porta in dote tutti i vigneti che ci sono fra Nicolosi e Pedara e don Calogero ha dato a don Raffaele il bosco che possiede a Nicolosi. Solo il bosco lo si poteva amministrare anche dal palazzo, ma per le vigne è meglio stare sul posto. E se ne occuperà personalmente don Raffaele."

"Com'è la contessina?"

"Graziosa, anche se non bella; riservata, gentile; molto religiosa."

"E don Raffaele?"

"Un giovane di belle speranze, deciso, dalle idee aperte. Studiò a Napoli e poi a Bologna."

"È simpatico? Un buon padrone?"

"Sì, anche se di poche parole."

"La Villa è bella?" chiese Enzo.

"La vedremo. Sì, pare che sia bella. Anticamente apparteneva ai conti di Adrano, l'acquistò il padre di don Calogero con tutti i boschi. Ma ora è disabitata da almeno dieci anni e ci sarà parecchio lavoro da fare per riattarla. Anticamente era un castello, di cui resta solo una piccola torre inglobata nella villa. Per questo si chiama Villa Torretta."

"E noi, in questo periodo, abiteremo in Villa?"

"Certo, fino a quando saranno finiti i lavori."

"Voi e io, soli."

"Almeno all'inizio, sì."

"E... dormiremo nello stesso letto, è vero?"

"Certo, passerotto, almeno finché saremo soli."

Giunti a Nicolosi salirono fino alla villa. Era recinta da un alto muro chiuso da un bel cancello di ferro battuto. Ruggiero passò ad avvertire mastro don Leo, il custode della villa, che arrivò subito con le chiavi che consegnò a Ruggiero. "Volete che vi mandi le donne per farvi le pulizie e da mangiare, don Ruggiero?"

"No, faremo da soli. Se avrò bisogno di qualcosa ve lo farò sapere."

"Così finalmente la Villa tornerà ad essere abitata." disse con evidente piacere l'anziano uomo porgendo a Ruggiero i libri dell'inventario.

"Certo, e quando sarà ora, prima dell'arrivo di don Raffaele e della sposa, dovrete aiutarmi a trovare la servitù."

"Quando sarà il matrimonio?"

"Il prossimo maggio e per allora dovrà essere tutto pronto. Domani mandatemi anche in villa il sovrintendente ai boschi."

"Sarà fatto, don Ruggiero. E benvenuto a voi, don Vincenzo."

Enzo, quando si rese conto che l'anziano uomo si stava rivolgendo a lui dandogli del "don" e del voi, lo guardò stupito ma rese il saluto. Quando furono fuori, chiese a Ruggiero: "Perché mi da del don? Io sono solo un lavorante qualsiasi... forse si sbagliò per via degli abiti che indosso."

"Forse. Ma anche perché io gli avevo detto che tu sei il mio assistente. Dovrai abituarti, almeno qui, ad essere chiamato don Vincenzo."

Il ragazzo sorrise scuotendo la testa: "Ma via, io sono solo un lavorante, e qui sono il vostro servo."

"No, sei il mio assistente."

"Che monta un asino: un asino su un altro." rise il ragazzo.

"Ti insegnerò ad andare a cavallo. E comunque, anche don Calogero non disdegna a volte di montare un asino." rispose con un ampio sorriso il giovanotto mentre tornavano alla villa.

Aperto il cancello seguirono il viale finché si trovarono di fronte all'ingresso principale della villa. Smontati, Ruggiero salì i gradini della scala ovale ed aprì la porta. Enzo si guardava attorno con gli occhi sgranati. Si trovarono in un ampio locale con una scala a forbice sul fondo e porte a destra e sinistra. Al centro, la scala a forbice abbracciava un piedestallo con una statua.

"Quello, chi è? Un santo?" chiese Enzo.

"No, sotto c'è scritto che è don Gonzalo delle Asturie"

"E chi è?"

"Non ne ho idea, da come è vestito, un condottiero. Di almeno duecento anni fa. E dal nome, uno spagnolo."

"Come il nostro re."

"Mah, ormai il nostro re è napoletano, anche se la sua famiglia viene dalla Spagna."

"Allora perché lo chiamano il re spagnolo?"

"Anche se parla napoletano, molti lo sentono come un re straniero. D'altronde la nostra terra è sempre stata dominata da stranieri: prima i greci, poi i romani, poi gli arabi, i normanni, gli angioini, i borboni..."

"Non ci fu mai un re siciliano?" chiese stupito il ragazzo.

"Mai. Però sempre vivemmo a modo nostro. Li assorbimmo, in qualche modo. E forse noi siciliani siamo il popolo più misto del mondo. Ne fanno fede i tuoi capelli biondi."

"I miei capelli biondi? Perché, che c'entrano?"

"Evidentemente i tuoi antenati erano una famiglia normanna. Per questo sei biondo ed hai gli occhi così chiari."

"Avrei voluto essere come tutti gli altri, io." mormorò Enzo ripensando a quanto gli era pesato da ragazzino essere biondo.

"Ma a me piaci proprio per quei tuoi occhi chiari come il cielo di primavera e quei tuoi capelli del colore del grano maturo..." gli disse con affetto Ruggiero.

Enzo, per la prima volta, in cuor suo ringraziò il cielo di essere diverso dagli altri: questo gli aveva dato l'amore del suo uomo.

Salirono lo scalone ed entrarono in una grande sala con arazzi polverosi alle pareti e ricchi lampadari di cristallo velati di polvere e ragnatele. Man mano spalancavano tutte le finestre per disperdere l'odore di polvere e di chiuso che impregnava tutti gli ambienti.

Giunsero in una stanza con affreschi mitologici. "Belli... chi sono?" chiese il ragazzo con gli occhi spalancati.

"Apollo e le muse, Giove che rapisce Ganimede, Venere e Vulcano, Diana e Atteone." spiegò Ruggiero indicando al ragazzo via via le pareti.

"Chi sono?"

"Gli antichi dei della Grecia." disse il giovanotto e raccontò succintamente le loro storie.

"Ma allora Giove e Ganimede, facevano l'amore?"

"Certo, per questo Giove aveva rapito Ganimede."

"E l'hanno disegnato così sul muro?"

"Le cose antiche non fanno più problema come quelle di adesso." disse Ruggiero al ragazzo.

Ora erano nella camera da letto principale: un grande letto quadrato, delimitato da quattro colonne di legno a tortiglione che reggevano un baldacchino da cui pendevano tende doppie, di velo quelle interne e di broccato le esterne, dominava la stanza.

Enzo emise un lieve fischio: "Minchia, che letto!" disse avvicinandosi e, saggiatolo con la mano, aggiunse: "E è soffice come una nuvola."

"È pieno di polvere. Gli daremo una pulita e poi, se vorrai, lo useremo noi, prima che diventi il letto matrimoniale di don Raffaele. Ti piacerebbe farci l'amore sopra?"

"Eccome! Anche subito, polvere o no..."

Ruggiero sorrise: "Allora, dopo aver finito ad aprire tutte le finestre della villa torniamo qui, togliamo la coperta e il materasso, li portiamo fuori, li battiamo ben bene e gli facciamo prendere aria. E stasera li rimettiamo a posto, ci stendiamo il lenzuolo pulito che ho portato e sarà tutto per noi."

"Dovremo aspettare fino a stasera?"

"Sì, passerotto mio. Ma poi la notte sarà tutta nostra,"

"E non solo stanotte..." fece eco Enzo lietamente.

Portato fuori il materasso, scaricarono gli asini ed Enzo andò in cucina e, spolverato sommariamente il tavolo, preparò un po' di cibo. Nel pomeriggio iniziarono il sopralluogo. Per prima cosa verificarono tutto il muro di cinta prendendo nota di dove andava riparato, quindi, una stanza per volta, Ruggiero controllava l'inventario e segnava tutti i lavori da fare. A volte prendevano le misure per le cose da sostituire, specialmente alcune tende corrose dalla polvere che si laceravano appena maneggiate.

A sera avevano controllato solo il pianterreno della villa. Cenato, riportarono su il materasso, quindi vi stesero il lenzuolo fresco di bucato che Ruggiero aveva portato da casa. "Ecco, adesso è pronto. Vieni qui, passerotto, spogliami e lasciati spogliare: la notte è tutta nostra. Potremo fare l'amore senza fretta, finalmente."

"E addormentarci abbracciati."

"E rifare l'amore domattina..." disse il giovanotto iniziando a sbottonare la camicia del ragazzo.

Mentre si univano, Enzo godeva la sensazione del lenzuolo fresco sotto di lui, sulla pelle nuda, e guardava il maestoso baldacchino che li sovrastava, e l'ampia stanza dalle cui finestre spalancate entravano refoli di aria fresca, e si sentiva felice. Il materasso soffice come mai aveva avuto, anche più di quello della cella dei santi, enorme, accogliente, gli dava la sensazione di vivere un sogno. E il forte giovanotto su di lui, in lui, attorno a lui, che lo prendeva con virile calma, con dolce amore, e lo stava portando pian piano in paradiso.

Le cortine del baldacchino ondeggiavano lievi al ritmo della loro unione, mentre il cielo, all'esterno, si faceva scuro a poco a poco.

"Dio, quanto sei bello, Enzo." mormorò emozionato il giovanotto, "Non voglio godere subito, questa volta, abbiamo tutto il tempo che vogliamo, finalmente."

"Certo... e anche le prossime. Anche voi siete bello e mentre mi fate vostro sembrate più bello di quei dei greci. Voi siete il mio dio, e mi rapiste."

"Ti dispiace?"

"No, scherzate? Sono vostro, anima e corpo. Non dimenticherò mai questa notte, come non dimentico mai la prima volta che mi faceste vostro."

"Non era bello e comodo come qui."

"Ma fu bellissimo, perché fu l'inizio di tutto."

"Non ti faccio più male, vero?"

"Oh no! Mi piace così tanto sentirvi in me. Voi siete il mio primo e unico uomo."

Quando si stesero abbracciati, Enzo, il capo poggiato sull'ampio petto di Ruggiero, ne sentiva il rassicurante e forte battito del cuore ed il respiro calmo e lieve. Guardava fuori dalla finestra il cielo trapuntarsi di stelle, ed intravedeva la chioma di un albero fremere e sussurrare alla brezza serotina. Si sentiva in pace, beato. "È bello stare così con voi, aspettare il sonno."

"Sì, è molto bello. Ti sento più mio che mai." disse Ruggiero baciandogli le palpebre.

Enzo sorrise e si accucciò di più contro il forte corpo dell'altro. Dopo l'amplesso, l'abbraccio affettuoso, caldo, tenero, amoroso, commosso del suo uomo era per il ragazzo fonte di un nuovo godimento, soddisfatto, giocondo, limpido e sereno.

Sentì Ruggiero intorpidirsi, assopirsi, immergersi in un placido sonno profondo. E desiderò che qualche pittore potesse immortalare quella scena sulle pareti di una villa, perché tutti potessero vederla e dire: "Ecco il dio greco che riposa, vegliato dal ragazzo che ha rapito, dopo che ci ha fatto l'amore." E tutti avrebbero detto che era un dipinto bellissimo. Perché agli dei greci tutto è permesso.

Il lontano tintinnio di una bubboliera ruppe per un attimo la quiete della fresca ma dolce notte. Poi il latrato di un cane. Enzo non aveva mai fatto molta attenzione ai rumori della notte, ma ora si sentiva in un particolare stato di grazia e tutto gli pareva bello, degno di nota, affascinante e piacevolmente misterioso. Quei rumori gli facevano sentire che la natura era viva, partecipe. Guardò il volto sereno di Ruggiero e si sentì pieno di gioia, perché sapeva di essere lui la fonte di quella serenità. Poi lasciò scorrere lo sguardo in una lunga carezza sul bel corpo aitante e seducente languidamente steso accanto al suo. Emise un lieve sospiro e si abbandonò chiudendo gli occhi, in attesa di assopirsi.

Sognava di stare steso nelle fresche acque di un ruscello che gli carezzava la pelle nuda, mentre il sole gli baciava il corpo. Le sensazioni erano piacevolissime e sempre più intense, sì che si svegliò: la stanza era inondata dal primo sole e su di lui era chino Ruggiero che lo carezzava dolcemente e lo guardava con occhi luminosi in cui brillava un dolce e forte desiderio. Enzo si aprì in un caldo sorriso e, silenziosamente, si offrì di nuovo al suo uomo. Pensò che era troppo bello fare l'amore alla luce del sole e con tutto il tempo che volevano a disposizione. Tutto il suo corpo rispondeva con passione al dolce impeto con cui Ruggiero lo stava facendo suo. I due corpi si muovevano all'unisono, armoniosi e belli, in una danza lieve, pregna di sacralità antica. La felicità dell'uno si rispecchiava negli occhi dell'altro.

"Ora dobbiamo alzarci, purtroppo, abbiamo parecchio lavoro da fare." disse Ruggiero più tardi.

Fecero un accurato sopralluogo al primo piano e questo portò via quasi tutta la giornata. Al primo piano, oltre alla grande camera da letto in cui avevano dormito e che dava sul parco del retro, c'era il salone delle feste che dava sul giardino della facciata, altre camere, salotti e una cappella privata. Questa era dedicata a San Vincenzo Ferrer: una statua barocca, lignea, adornava l'altare.

"Vedi, questo è il tuo santo." disse Ruggiero indicandolo ad Enzo.

"Ha una faccia che non mi piace."

"Perché?"

"Non lo vedete quanto sta serio? Chissà perché i santi non sorridono quasi mai? Il giorno in cui troverò un santo che sorride, allegro, quello sarà il mio santo."

"Ma magari lui sta sorridendo, in realtà. È lo scultore che l'ha immaginato così."

"Va beh, sarà, ma quello non mi piace." concluse Enzo deciso.

Ci misero altri due giorni per terminare il sopralluogo. Frattanto Ruggiero aveva fatto arrivare un gruppo di lavoranti per curare il bosco, per riattare il parco ed il giardino che ora fervevano di lavori, mentre i muratori riparavano il lungo muro di cinta. Enzo aveva pulito a fondo la cucina per poter preparare il cibo per loro due e il guardiano mandava ogni giorno provviste fresche.

Per ultima cosa verificarono il pozzo: era in ottimo stato e l'acqua era buona e fresca. Quando Enzo vi si calò, arrivato al pelo dell'acqua, vide che vi era una nicchia. Con la lanterna vi entrò e vide che vi era un passaggio che conduceva ad uno stretto cunicolo. Tornato su lo disse a Ruggiero.

"Hai voglia di calar giù di nuovo per vedere dove porta il cunicolo?" gli chiese questi.

"Sì, certo." rispose il ragazzo eccitato dall'idea di quella esplorazione.

Ruggiero lo imbragò di nuovo con la corda e lo calò giù. Giunto alla nicchia Enzo si liberò e si inoltrò nel cunicolo facendosi chiaro con la lanterna. Era scavato nella dura roccia lavica, procedeva in una lieve curva e un uomo ci poteva camminare senza problemi. Dopo una ventina di metri sbucava in un ampio locale rettangolare che aveva una robusta porta di legno scuro al fondo.

Enzo la provò, ma era chiusa e salda. Allora tornò fino al pozzo, chiamò Ruggiero e gli descrisse quanto aveva visto.

"Torna dietro la porta: io scendo nelle cantine della Villa. Tu bussa di tanto in tanto alla porta in modo che io possa capire dove è." gli gridò Ruggiero dalla vera del pozzo.

"Ma nelle cantine avevamo verificato tutte le porte." obiettò il ragazzo.

"Per questo devi bussare: devo capire come mai non l'abbiamo vista."

"Magari dà in un'altra stanza non collegata con le cantine."

"Se la porta che trovasti è chiusa dall'altra parte, ci deve essere un collegamento. Fai come ti dissi."

"Va bene."

Tornato indietro Enzo osservò meglio la stanza: torno torno, nella parete rocciosa, erano scavate nicchie regolari che formavano come file di scaffali. Ma era tutto vuoto. Enzo ogni tanto batteva contro la porta di legno, sollevando un'eco che riverberava nell'ampio locale. Passò parecchio tempo, quando finalmente sentì la voce di Ruggiero. Continuò a battere.

Ora la voce veniva da dietro la porta: "Ecco, è qui, era ben nascosta. Aspetta, sto cercando di aprirla."

"Ci vuole una chiave?"

"No, ci deve essere una specie di chiavistello, non so..." Enzo sentì rumori, finché la porta pivottò e si socchiuse: la figura sorridente di Ruggiero comparve sul vano con un'altra lanterna in mano: "Era ben nascosta, vieni a vedere." gli disse facendosi da parte per lasciarlo passare.

Enzo si trovò in una delle stanze della cantina. La parete su cui era la porta era tutta in legno ed aveva uno scaffale anche di legno. Una parte dello scaffale aveva pivottato assieme al fondo che fungeva da porta. Quando Ruggiero spinse a posto lo scaffale e fece scorrere una delle traverse di legno, nulla avrebbe fatto pensare che lì ci fosse un passaggio.

"È un passaggio segreto, ma per cosa?" chiese il ragazzo.

"Forse per poter scappare in caso di pericolo, o più probabilmente per nascondersi: essendo collegato al pozzo, c'è aria, ed acqua."

"Ma per uscire di lì, ci deve essere qualcuno che o apra il passaggio qui, o cali una corda o una scala nel pozzo. Da soli non si riuscirebbe a risalire il pozzo e da dentro non si può aprire la porta."

"Quindi più un nascondiglio che una via di fuga." assentì Ruggiero.

"Ne parlerete a don Calogero?"

"Non lo so... forse piuttosto a don Raffaele, visto che questa sarà casa sua. Ci penserò. Tu, per ora, non parlarne con nessuno, per favore."

"Certo, come volete voi." rispose il ragazzo quasi meravigliandosi che l'altro avesse reputato necessario fare quella richiesta.

Dopo pochi giorni Ruggiero gli disse: "Enzo, devo tornare giù per fare il rendiconto a don Calogero in modo che decida i lavori da fare. Ti va di tornare in paese con me per vedere tuo padre, gli amici?"

"Quanto pensate di fermarvi?"

"Non so di preciso, dipende dal padrone, ma credo due o tre giorni. Se preferisci fermarti qui, però..."

"Tanto non potrei vedervi né restando qui né venendo in paese. Se non vi dispiace, torno. Ma dopo, vengo su di nuovo con voi, no?"

"Sì certo, passerotto. Allora vieni con me al paese?"

"Va bene."

Presero la via del ritorno. "Quando inizieranno i lavori in Villa, dovranno rimettere a posto anche la stanza in cui abbiamo dormito, vero?"

"Certamente."

"E allora noi due dove dormiremo?"

"Sceglieremo un'altra stanza."

"Ne avete già in mente una?"

"Che ne dici di quella in cima alla torretta? Magari la facciamo rimettere a posto per prima, così poi la useremo per tutto il tempo noi."

"La gente che verrà a lavorare in Villa non troverà strano che dividiamo la stessa stanza? Non si potrebbero far riattare tutte e due le stanze della torretta, sia quella del secondo piano che quella del quarto e dire che io dormo in una e voi nell'altra?"

"Va bene. Faremo come dici tu. Là, però, non avremo un letto bello ed ampio come quello che usiamo ora."

"Con voi... qualsiasi letto sarà una reggia..." rispose il ragazzo allegramente.

"Perché non siete sicuro di voler parlare del rifugio segreto a don Calogero?" chiese per via il ragazzo.

"Non lo so, non ho ancora deciso. Forse ne parlerò poi a don Raffaele, come ti dissi, visto che sarà lui il padrone di casa. E lui deciderà se e a chi parlarne. E non gli dirò che anche tu ne sei al corrente, comunque. Vedrò..."

"Strano che tutti se ne siano dimenticati, non credete?"

"Mah, chissà da quanto non è più usato, se ne sarà persa memoria, sai, passando di proprietà..."

"Magari la villa nasconde anche altri segreti..."

"È possibile..."

"E... tesori nascosti?" chiese il ragazzo con aria sognante.

"Più difficile, ma..." rispose Ruggiero sorridendo.

Enzo amava quel sorriso caldo, amava quel volto maschio e dolce ad un tempo. Amava quell'uomo che aveva portato nella sua vita una felicità così piena ed intensa, e nella sua mente ripeteva il nome del giovanotto carezzandolo dolcemente e mai nome gli era sembrato più bello. Ne guardava le forti mani che reggevano lievi le briglie e pensò che gli piaceva sentirle su di sé.

"Ma voi, siete contento di me?" chiese ad un tratto serio serio Enzo.

Ruggiero lo guardò quasi sorpreso: "Certamente, non devi mai dubitarne, passerotto mio: aver trovato te è come trovare un'arancia in mezzo al mare... Lo sai che mi piaci molto. Specialmente adesso che possiamo dormire assieme. Mi pare un sogno. Mi piaci troppo, Enzo. Sono fortunato ad avere un ragazzo come te." disse con aria convinta e decisa il giovanotto.

Enzo era gongolante e guardò con occhi sognanti il suo uomo.

"Io vi sarò sempre fedele. Sempre." sussurrò quasi il ragazzo.

"Mi dispiace che ci si deve separare, in questi pochi giorni." rispose pensieroso il giovanotto carezzando con lo sguardo il suo amante che cavalcava accanto a lui.

"Vi mancherò?"

"Puoi dirlo."

"Anche voi mi mancherete. Molto. Furono troppo belli questi giorni, io e voi da soli."

"Ne avremo ancora parecchi, di questi giorni."

"Mai abbastanza, però..." mormorò pensieroso Enzo.

"Mai abbastanza..." gli fece eco Ruggiero.


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