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una storia originale di Andrej Koymasky


pin IL CAPORALE CAPITOLO 10
COMPLETA INTIMITÀ

Enzo trovò il padre dietro casa che zappava il fazzoletto di terra che avevano: gli disse che voleva farci un orticello. Fu contento di vedere che il padre si stesse dando da fare: era troppo giovane per lasciarsi andare. L'uomo gli chiese come stesse andando su in villa.

"Ci sarà parecchio lavoro da fare. Adesso don Ruggiero sta discutendo col padrone sui lavori. Poi li cominceremo. Stanno già ripulendo il parco attorno alla villa. È bella assai..." disse il ragazzo.

"E con don Ruggiero, stai bene? Come ti tratta?"

"Bene, papà, molto bene. Pensate che lassù mi presentò come il suo vice e per questo vuole che mi vesta bene. Mi rispettano tutti e mi danno del voi, pensate! Mi fa un effetto strano. Mah, finché dura..."

"Sì, ti prese a ben volere, don Ruggiero..." disse l'uomo pensieroso.

Il ragazzo si chiese se con quelle parole il padre volesse dirgli che aveva capito quello che c'era realmente fra lui e il giovanotto e lo studiò a lungo, ma pareva che il padre non avesse voluto mettere sottintesi in quello che aveva detto.

A sera andò al belvedere ad incontrare gli amici. Un paio ora andava in piazza e c'erano tre ragazzetti nuovi, ma i più erano ancora lì. Cesare lo accolse con particolare simpatia. Chiacchierarono, lo riempirono di domande sulla villa e Enzo rispose per quel tanto che gli pareva conveniente. Gli amici ammirarono il bell'abito che indossava.

"Pari un signorino. Stai sempre vestito così elegante?" gli chiese Alduzzo.

"Quando lavoro no, ma don Ruggiero vuole che vada vestito bene, e allora..."

"Stai proprio bene vestito così." gli disse Pino con lieve, benevola invidia.

A notte, tornò a casa e Cesare fece un tratto di strada con lui.

"Come va con Ranuccio?" gli chiese allora Enzo.

"Niente. Mica mi sta cercando lavoro. Mi disse che ora è il ragazzo di un uomo che ha una bottega da sarto, e perciò..."

"Ah, ti mollò?" chiese con dispiacere Enzo.

"Sì e no. Quando viene qui in paese, facciamo ancora l'amore, ma..."

"E perché non ti trovasti un altro?"

"E chi? Non è facile qui da noi. È troppo rischioso: se lo venissero a sapere, te lo immagini, no? Ma tu, piuttosto? Ti vedo in forma, sereno. Va tutto bene con don Ruggiero?"

"D'incanto: siamo innamorati e adesso possiamo dormire nello stesso letto."

"Deve essere bello, no?"

"Eccome! Ma quanto durerà? Quando la villa sarà a posto... tutto tornerà come prima. Cerco di non pensarci, ma..."

"Intanto goditi questi mesi, poi qualche santo provvederà, no? Fa bene l'amore?"

"Bene? Altro che! Eppoi mica mi tratta come uno sotto, ma davvero come un amante. È caldo, tenero e forte e sto anche troppo bene con lui. Ti auguro di trovare anche tu un giorno un amante così..."

"Tu sei l'unico amico che ho... e stai lontano. Mi mancasti."

"Troverai."

"Ci credo poco. E mi sa che se resto qui mi dovrò sposare: i miei cominciano già a parlarne. E così io pensavo di andarmene..."

"A Catania?" chiese Enzo.

"No, a Palermo, dove non mi conosce nessuno. Chissà. Forse un giorno me ne andrò, senza dire niente a nessuno... Prima che mi facciano sposare."

"Ci vuole coraggio. Palermo è lontana. Ma mi saluterai prima di andartene, no?"

"Meglio, no? Ma non ho ancora deciso... Certo che a te lo dirò."

"Peccato, per Ranuccio."

"Bah, è la vita. D'altronde mica c'era amore fra noi due: ci si divertiva e basta, mica come voi due. Ma chissà perché a noi devono piacere i maschi invece che le femmine? Perché non siamo come tutti gli altri?"

"E chi lo sa? Io comunque sono contento così."

"Perché tu hai don Ruggiero, sei fortunato."

"Però dobbiamo fare sempre tutto di nascosto. Come briganti."

"Anche i briganti possono farsi una bella vita."

"Finché non li prende i soldati del re. E li impicca. E noi non togliamo niente a nessuno eppure siamo fuorilegge. E un brigante sceglie di essere contro la legge, noi no."

"Anche i briganti, mica sempre lo scelgono. Spesso è la vita che ne fa dei fuorilegge. Perché la vita è fetente."

"Ma pure bella, a volte. Come in questi giorni, per me con don Ruggiero." disse con aria sognante Enzo.

"Che dio ve la mandi buona..." disse con un sospiro l'amico. Si dettero la buona notte e si separarono.

Quei pochi giorni al paese passarono lenti, anche perché Enzo non aveva niente da fare tutto il giorno. Parlava col padre che gli raccontava mille cose banali capitate durante la sua assenza. Tanto per passare il tempo. Ma finalmente arrivò Ruggiero a dirgli di prepararsi: tornavano a Villa Torretta. Don Calogero gli aveva dato gli ordini per la ristrutturazione di villa e tenuta. Ruggiero era allegro: i lavori sarebbero continuati almeno fino a maggio, il mese del matrimonio, ma forse anche oltre. E don Calogero aveva accettato che Enzo fosse ufficialmente il suo vice. Questo voleva anche dire un aumento del salario.

Ad Enzo della paga interessava relativamente poco: quello che gli premeva più era poter restare accanto al suo Ruggiero. Quando questi era andato a cercarlo per dirgli che sarebbero ripartiti l'indomani, quando se l'era visto davanti, Enzo aveva provato come un sussulto al cuore tanto il suo uomo gli era sembrato bello. Forse anche quella lontananza, il desiderio inappagato di quei giorni, avevano contribuito a farglielo sembrare ancora più bello che mai.

Ruggiero gli disse anche che aveva una speranza: stava entrando nelle grazie di don Raffaele, e chissà che il giovane non chiedesse al padre di far restare su in villa lui come suo sovrintendente...

"Ma se non mi facesse fermare anche a me?" chiese Enzo smarrito.

Ruggiero ebbe un gesto tenero: gli sfiorò una guancia e Enzo guardò preoccupato verso il padre che era affaccendato poco lontano, ma godette per quel gesto.

"Mica accetterei se non potessi fermarti tu pure!"

"Ma sarebbe strano se voi gli metteste quella condizione... potrebbero capire e sarebbe peggio..."

"Mica glielo direi, troverei un'altra scusa. Ma io non voglio perderti ora che ti trovai."

Enzo sentì come un grato calore pervaderlo. Sapeva che Ruggiero l'amava, eppure era assetato di quei gesti, di quelle parole. Non si stancava mai di essere al centro delle attenzioni del suo uomo. Lo guardò con occhi luminosi.

Ruggiero gli sorrise e gli sussurrò: "Quando mi guardi così... mi fai sentire un fuoco addosso. Non ci fosse tuo padre lì..."

"Quando partiamo?"

"Subito. Torno a prendere cavalli e muli. Fatti trovare pronto..."

"Certo."

"Saluto tuo padre..." disse Ruggiero e si avvicinò all'uomo che, vedendolo, si rizzò dalla zappa, si terse il sudore con l'avambraccio e si passò i palmi delle mani sulle brache.

"Allora, io vado a prendere le bestie poi passo a portarvi via vostro figlio." gli disse il giovanotto fermandosi davanti a lui.

L'uomo lo guardò con un misto di rispetto e confidenza: "Don Ruggiero, ve lo affido, il ragazzo. So che lo trattate bene e ve ne sono grato. È un bravo ragazzo, il mio Enzino..."

"È un ottimo ragazzo, è un piacere averlo con me, ve lo assicuro. Sono fortunato ad avere un aiutante in gamba come il vostro Enzo." rispose il giovanotto con un sorriso franco, tendendo una mano all'uomo. Se la strinsero.

Il padre di Enzo rispose alla stretta vigorosa e virile di Ruggiero. Lo guardò negli occhi ed annuì, poi disse: "Mio figlio è troppo contento di servirvi, e lo sono anche io. È tutto quello che mi resta al mondo, lo sapete. Non potei dargli molto, oltre la vita, un tetto... Ma ora lo so in buone mani, e finché voi me lo terrete caro, vi sarò riconoscente. Da quando sta con voi Enzo è cambiato, è fiorito. Fu sempre un ragazzo buono, sereno, onesto, serio e lavoratore. Fatene un uomo, don Ruggiero, voi che avete tanto ascendente su di lui, e io pregherò Domineddio di ricompensarvi come io non saprò mai fare."

"Ci potete contare. Io gli voglio bene, a vostro figlio."

"Sì e lui a voi. Che Dio vi benedica, don Ruggiero."

Il giovanotto se ne andò, dopo aver fatto un gesto di saluto al ragazzo. Questi entrò in casa a preparare il suo fagottello, a cambiarsi. Si stava finendo di radere quando il padre comparve alle sue spalle. Lo vide nella scheggia di specchio. L'uomo lo guardava con un'espressione seria ma serena, affettuosa.

"Ti stai facendo proprio un bel giovanotto, Enzino..."

"Allora... perché non mi chiamate Enzo, papà?" disse il ragazzo allegro.

L'uomo sorrise, gli posò una mano sulla spalla. Il ragazzo si asciugò il volto e si girò, i loro occhi si incontrarono. Si guardarono a lungo in silenzio, poi l'uomo disse a bassa voce: "Enzo... stai maturando in fretta. Pare ieri che giocavi sulle mie gambe. Io non so parlare bene, sono un pover'uomo, ma volevo dirti... io sono contento di te. Sei il braccio destro di un giovanotto che farà strada, che si preoccupa di te. È una fortuna, la tua. Tu sei diverso dagli altri ragazzi, lo so. Ti auguro di essere sempre felice, con don Ruggiero. Ma stai accorto: la vita ha alti e bassi. Ora ti senti in alto. Se per caso... ricordati che tuo padre, finché Domineddio gli conserva la vita, è sempre qui..."

"Certo, papà. Vi dispiace che io lavori lontano?"

"No, è la tua vita. E ti so in ottime mani. E ti vedo felice. Rispetta sempre don Ruggiero. Lavora sodo, non profittare della sua benevolenza. E sii prudente: viviamo fra lupi travestiti da agnelli. Stai accorto, figlio mio, mi raccomando."

Enzo guardò il padre e di nuovo si chiese quanto l'uomo avesse capito del vero rapporto fra lui e il suo uomo. Avrebbe voluto sapere, capire, chiederglielo, ma sapeva che non era possibile. Non si può parlare di certe cose fra padre e figlio. Sentiva comunque l'affetto del padre e tanto gli bastava.

L'uomo tolse la mano dalla spalla del figlio e tornò fuori a curare il suo fazzoletto di terra. Enzo finì di vestirsi ed uscì sulla via ad aspettare Ruggiero. Lo vide arrivare a cavallo, tirandosi dietro un altro cavallo e due muli carichi.

"Ho anche un cavallo per te. È tranquillo, non avrai problemi a montarlo. E stai imparando bene. Montalo, dai!" disse il giovanotto.

Gli sarebbe piaciuto poter montare in sella con Ruggiero, come quando andavano al vecchio frantoio, ma sapeva che non era possibile e si rassegnò a montare sull'altro cavallo. Partirono. Durante il cammino, interrotti di tanto in tanto dai saluti di qualcuno che incontravano per via mentre salivano verso Villa Torretta, Enzo disse ad un tratto a Ruggiero: "Sapete, ho l'impressione che mio padre abbia capito di noi due..."

"Anch'io ebbi la stessa impressione. Ma non pare che tuo padre ci giudichi. Cosa rara, ai nostri giorni. Sempre che non siamo noi a vedere quello che vorremmo vedere. Chi lo sa?"

"Chissà se esisterà mai un posto o un tempo in cui due uomini si possono amare senza doverlo nascondere?"

"Ne dubito..."

"Sarebbe bello, però."

"Sarebbe bello sì."

"Da dove farete cominciare i lavori?" chiese il ragazzo cambiando apparentemente discorso.

Ruggiero intuì che filo stessero seguendo i pensieri del suo ragazzo: ormai cominciavano a conoscersi bene. Sorrise: "Dalla torretta, dalle nostre stanze per gli occhi della gente."

"Ma nel frattempo, potremo usare ancora il baldacchino? Anche con la gente per casa?"

"Certo, mica ci stanno anche di notte, no? La notte sarà tutta per noi due, come prima."

"Non vedo l'ora di arrivare."

"Peccato i muli, così lenti..."

"Mi avete pensato, in questi giorni?"

"Pensato... e desiderato."

"Già, anch'io, desiderato e pensato." replicò il ragazzo sentendo un fremito di piacere a quelle parole. Pensò che le notti si stavano facendo fresche e che dormire accanto al corpo caldo e gagliardo del suo uomo sarebbe stato un piacere speciale.

Sì, era bello, il suo uomo, bello e caldo e forte e appassionato. Come il Mongibello, come la montagna su cui si stavano inerpicando. Anche quando pare addormentata, nelle sue profondità cova il fuoco che rende fluida la più dura pietra, pronto ad eruttare. Sì, loro due erano veramente figli della montagna. Sotto la scorza rude c'era un calore mai sopito. Enzo guardò la cima del monte con la stessa riverenza con cui dovevano averla guardata gli avi, e gli avi degli avi. Ma se gli altri la guardavano con rispettoso timore, Enzo la carezzava con gli occhi con tenero affetto.

Finalmente giunsero in vista della villa. Questo sembrò dare nuova lena ai due. Ruggiero spronò i muli: anche lui, notò con piacere il ragazzo, non vedeva l'ora di arrivare fra quelle mura. Salire al primo piano, lasciar fluire libero, finalmente, il reciproco desiderio.

Lasciarono le bestie al figlio del guardiano, entrarono nella villa, corsero quasi fin nella grande camera da letto padronale e si rifugiarono l'uno nelle braccia dell'altro. Le loro lingue giocarono, ora lievi, ora appassionate, mentre le loro mani impazienti spogliavano il corpo dell'amato. Nudi, felici, ansanti, si arrampicarono sul grande letto antico. Ruggiero coprì col suo corpo quello dell'amato. Lo cinse fra le sue braccia e le sue gambe, lo strinse, le loro erezioni si cercarono, si premettero e i due si baciarono profondamente e si unirono appassionatamente.

Quando riemersero con dolce stupore da quel loro focoso e tenero amplesso, si guardarono con occhi luminosi. Enzo tracciava lentamente ghirigori con i polpastrelli sui pettorali del suo uomo, il capo poggiato lieve su un braccio di questi, gli occhi socchiusi. Ruggiero, languidamente abbandonato, grattava lieve la nuca del suo giovane amante come si fa con un micetto ronfante e pensava che non avrebbe mai creduto di poter conoscere un giorno tanta felicità. Tutte le numerose avventure che aveva avuto nella sua vita stavano scolorendo nei suoi ricordi.

Enzo gli chiese: "A che pensate?"

"Che mai conobbi qualcuno splendido come te."

"Davvero lo stavate pensando?" chiese il ragazzo gongolante.

"Davvero, certo. Lo sai che prima di conoscere te ebbi tante avventure, no? E prima di conoscere te, alcune di quelle le ricordavo con piacere, se non con nostalgia. Ma proprio poco fa mi stavo rendendo conto che quei ricordi stanno sbiadendo, come una tela mal tinta al sole. Non sanno più di nulla."

Il ragazzo era contento per quelle parole, ma gli chiese, con una certa civetteria: "Se per voi non hanno più importanza, ora... perché non me ne raccontate qualcuna?"

"Sono banali..."

"Che importa."

"Ma perché vuoi saperle?" chiese lievemente imbarazzato il giovanotto.

Ad Enzo piacque quel tenue pudore, gli si accoccolò contro e lo carezzò: "Perché vorrei conoscervi meglio. Sapere sempre più di voi..."

Ruggiero lo carezzò lieve: "Allora, se vuoi che io ti racconti tutto, tu devi fare qualcosa in cambio..."

"Qualsiasi cosa, Avete solo da chiedere, lo sapete."

"Devi darmi del tu."

"Quando siamo soli?"

"No, sempre. Sei il mio vice, ora. E sei il mio amante. Sentirmi dare del voi da te mi fa sembrare che siamo troppo distanti..."

"Distanti? Più vicini di così..." lo celiò il ragazzo carezzandogli i genitali morbidi, poi aggiunse: "Come vuoi tu, Ruggiero..." e mentre pronunciava quel suo primo "tu" Enzo sentì che era bello, perché era pieno di significato. Il giovanotto si chinò su di lui e lo baciò.

"Allora, ora mi racconti delle tue avventure più interessanti?" insisté il ragazzo guardandolo con occhi sereni.

"Da dove vuoi che cominci? Sai già della mia prima volta, no?"

"Con l'ufficialetto in spiaggia, sì. Il bel napoletano. Vi vedeste spesso?"

"No, ancora un paio di volte. Ma m'aveva messo il gusto addosso. Volevo provarci con altri. Avevo un compagno, in collegio, un certo Domenico, Mimmo, con cui qualche volta ci si sfogava contemporaneamente, facendo a gara a chi veniva prima... Così raccontai a Mimmo di me e del napoletano. E gli dissi che volevo provarci con lui. Mimmo dapprima disse di no, ridendo imbarazzato. Ma voleva sapere per filo e per segno tutto quello che avevo fatto con l'ufficiale e si eccitava. Noi, allora, si dormiva in camere di quattro. Una notte, gli altri due non c'erano perché uno era malato e l'altro era andato al matrimonio del fratello, m'infilai nel suo letto. Mimmo seguitava a dire di no, ma io ero eccitato e deciso e alla fine... mi lasciò fare tutto quello che desideravo."

"E che cosa?" gli chiese Enzo con aria birichina.

"Beh... come fra me e te..."

"Cioè?" insisté il ragazzo.

"Quando lo feci girare e gli andai sopra, lui continuava a dire di no, ma non mi si tolse di sotto, non si oppose quando gli insalivai il buco... e allora..." disse il giovanotto e raccontò nei dettagli il seguito.

Enzo era eccitato da quel racconto, e da quelli che seguirono. Era eccitato dalla vicinanza del suo uomo. Era eccitato nel pensare che quelle erano storie del passato, che ora Ruggiero era tutto e solo suo. E nello stesso tempo era lietamente stupito che, di tanti con cui aveva fatto l'amore, non si fosse innamorato di nessuno, che fosse stato lui il primo.

Chi è innamorato, spesso, prova un senso di meraviglia nel sapere di essere l'oggetto dell'amore dell'essere che ama, che ammira, che gli sembra unico, eccezionale. Spesso si chiede con segreta meraviglia: "Perché proprio io fra tanti?" Questo era quanto Enzo stava provando nell'ascoltare quei racconti che Ruggiero gli stava facendo con voce pacata, sommessa. "Rinunciò a tutto questo per me!" si ripeteva con grato stupore. E l'amore per il suo uomo sembrava alimentato da quella dolce constatazione.

"Ma poi, conoscesti me..." disse alla fine Enzo con voce emozionata.

"Sì. Quel primo giorno, quando con mio padre andai sulla piazza a scegliere i braccianti, e ti vidi appoggiato all'albero che ti rizzavi sperando di essere scelto, anch'io sperai che mio padre ti indicasse. Mi piacesti subito, subito ti desiderai. Ma non sapevo ancora che avresti conquistato il mio cuore. Lì per lì eri solo un ragazzo molto desiderabile: mi piaceva il colore dei tuoi capelli, dei tuoi occhi, della tua pelle. Mi piaceva la tua aria languida eppure pronta, la tua grazia felina, il tuo sguardo intenso, luminoso. E poi il tuo sorriso, il tuo modo di muoverti, di lavorare, svelto, preciso, serio. Poi la tua voce... a poco a poco sentii che il mio desiderio si stava facendo più profondo, più serio, più grande. Non era più un desiderio solamente fisico, non sognavo più solamente di averti, ma volevo conoscerti, scoprirti. Capire perché ero così affascinato da te. E giorno dopo giorno, scoprii che mi stavo innamorando di te. E sentii che anche in te stava avvenendo la stessa cosa. E... ero così emozionato quando ti dissi che volevo essere tuo amico, intimo. E tu mi toccasti intimamente dicendomi che eri pronto, anche se non avevi mai avuto un uomo prima di me..." Ruggiero smise di parlare e baciò dolcemente il ragazzo tirandolo a sé.

Era tempo di lasciar parlare di nuovo i loro corpi, di dirsi quello che la prosa più elegante, la poesia più alata non avrebbero mai saputo esprimere. E nuovamente si donarono l'uno all'altro con dolce passione.

Quel sontuoso, antico letto a baldacchino che avevano trasformato nel loro nido d'amore, non aveva mai conosciuto una tale bellezza. Aveva assistito a notti di passione, a ore di godimento, ad orgasmi d'ogni tipo, ma a nulla di paragonabile alla completa fusione di due corpi e di due anime come stava avvenendo fra Enzo e Ruggiero. Ad una sì completa e gioiosa donazione reciproca.

I lavori in villa fervevano. Ora donne smontavano, pulivano, uomini riparavano e la villa a poco a poco stava riprendendo il suo antico splendore. Ruggiero aveva dato ordine di riattare la torretta nel più breve tempo possibile. Durante la giornata i due seguivano i lavori, ora nella villa ora nel parco e nel giardino. Ruggiero ammirava l'alacre operosità di Enzo, infaticabile, attento, preciso. Ed ammirava anche come sapesse dirigere uomini più anziani di lui, con grazia ma con polso, e pensò che il ragazzo era un capo nato. Sapeva farsi ben volere da tutti, mostrando una mano di ferro in un guanto di velluto. Sapeva dare ordini con un sorriso, ma i suoi occhi erano vigili e severi, sì che istintivamente gli uomini capivano che non conveniva prendere alla leggera la giovane età del vice intendente, come ormai lo chiamavano.

Ruggiero pensò più volte che il ragazzo fosse non solo un delizioso amante, ma anche un valido, insostituibile braccio destro. E quando don Calogero e don Raffaele salirono a vedere lo stato dei lavori, Ruggiero tessé le lodi del ragazzo.

"Sì, mi fece un'ottima impressione." disse don Raffaele, "Nonostante sia così giovane, quel ragazzo ha polso. Mi pare intelligente e capace."

Ruggiero annuì e disse: "Senza di lui, i lavori qui andrebbero più lenti. Sorveglia tutto e tutti, e mi ricorda le cose al momento opportuno. Non gli sfugge nulla."

"E non mise su arie, ancora." osservò don Calogero annuendo, "Mi piace il ragazzo. È figlio di Matteo Rota, mi pare. Era un brav'uomo, il padre, un lavoratore onesto, serio, forte, meglio di un mulo, prima che s'ammalasse."

Poco lontano, ignaro che si stesse parlando di lui, Enzo stava discutendo con due donne: "I lampadari che avete smontato, li laverete alla fine, quando la stanza sarà a posto. A farlo adesso, si riempirebbero subito di polvere durante i lavori e fareste una fatica sprecata. Avvolgeteli in un panno e lasciateli ciascuno nella sua stanza, ben riparati."

"Ma, don Vincenzo, e frattanto le stanze non avranno lume." obiettò una delle donne.

"Non ci abita ancora nessuno, di notte. E per girare, in caso di bisogno, basta un lume a mano o una candela. Piuttosto ora pulite ben bene le porte interne, in modo che il decoratore possa ridargli la tinta e poi il doratore rifare i filetti. Ho dato ordine a Nando e Saro di smontare i battenti proprio per questo."

"Ma..." iniziò di nuovo la donna.

Enzo la interruppe: "Questo è quanto decisi. Se non vi sta bene, andate dal padrone a lagnarvi, visto che ora è qui."

"No, no, e chi si lagna? Faremo come dite voi, don Vincenzo." ribattè pronta la donna.

Ruggiero che aveva assistito non visto al breve confronto sorrise compiaciuto: il suo dolce Enzo, quando voleva, sapeva tirar fuori le unghie! Anche don Raffaele aveva ascoltato e annuì con aria di approvazione: "Curatemi bene quel ragazzo, che magari... chi sa?" disse a Ruggiero mentre si allontanavano.

A sera, dopo aver cenato discutendo sui programmi per l'indomani e chiuso le porte della villa, i due amanti si ritirarono nella grande camera padronale. Spogliatisi e saliti sul letto, si abbracciarono.

"Stanco?" chiese Ruggiero carezzandolo.

"Mi fai passare ogni stanchezza, tu..." gli rispose con dolcezza il ragazzo baciandogli e suggendogli un capezzolo.

"I padroni sono contenti di te, lo sai?"

"A me importa solo che sia contento tu."

"Mi hanno detto di curarti, di farti diventare un uomo in gamba."

"Queste cure sono le migliori... tutto il resto non importa, è un di più..."

"Enzo, seriamente: devi pensare al tuo futuro, no?"

"Al nostro." lo corresse amabilmente il ragazzo scendendo a baciare il ventre teso del giovanotto.

Questi fremette e lo sospinse dolcemente verso il proprio inguine: "Ti piace, vero?"

"Eccome. E dappertutto." mormorò Enzo sfregando la guancia sull'asta già ritta e dura.

Ruggiero gli stuzzicò con un dito il forellino: "E a me piace tanto questo, lo sai?"

"Sì... eccome se lo so. E adesso te lo preparo ben bene, che possa entrare a casa sua..." mormorò il ragazzo dedicandosi pieno di passione al bel membro dell'amante. Quando lo sentì fremere intensamente, gli si offrì ed implorò con un fremito di emozionato desiderio: "Prendimi, Ruggiero, fammi tutto tuo!"

Il giovanotto annuì eccitato, pronto ad unirsi a quel ragazzo dal cui splendore era completamente soggiogato. Il ragazzo gemette di piacere stringendosi di più a lui: non aveva desiderato altro per tutto il giorno e finalmente il miracolo della loro unione si ripeté, ed Enzo pensò che gli dei greci potevano anche morire d'invidia.

"Oh, Ruggiero, così, così per sempre!" pensò estasiato sentendolo iniziare a muoversi in lui e con lui.


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