I lavori procedevano bene. Gli operai stavano finendo di riattare le tre stanze della torretta: quella al quarto piano per Ruggiero, al terzo una specie di salottino e al secondo quella per Enzo. Al primo c'era l'ingresso e il bagno, sì che era come un minuscolo appartamento. Finché non fossero finiti i lavori avrebbero potuto sicuramente usare quelle stanze. Ruggiero fece portare al quarto piano un letto matrimoniale ed un lettino al secondo, che tanto avrebbero sempre e solo usato quello del quarto. Il nuovo letto non era ampio e soffice come quello della camera padronale, ma andava bene. Le stanze furono arredate e finalmente furono pronte. Quando a sera vi si ritirarono per inaugurarle, a modo loro, Ruggiero trovò fiori in tutte le stanze: li aveva raccolti di nascosto Enzo. Il caminetto della stanza era acceso ed emanava un dolce tepore ed un chiarore suggestivo, completato dalle lampade a olio disposte sul davanzale, sul tavolinetto e sopra al camino.
"Non è bello come di sotto, ma..." iniziò Ruggiero prendendo una mano del ragazzo ed attirandolo a sé.
"Ma è il nostro nido, almeno per ora, vero? Tutto nostro."
"Sì, passerotto. Vieni..."
"Guarda che cielo limpido, quante stelle stanotte..." disse con aria sognante il ragazzo accoccolandosi nell'abbraccio virile del suo amante.
"Sì... vieni..." ripeté con voce piena di desiderio il giovanotto."
"Ti piacciono i fiori?" chiese Enzo fremendo e carezzandolo intimamente.
"Il più bel fiore qui dentro sei tu... vieni..." insisté Ruggiero portandolo finalmente fino accanto al letto che profumava di nuovo e di pulito.
Un colpo secco contro i vetri della finestra li fece sussultare: "È solo una nottola... qui siamo tranquilli." lo rassicurò il giovanotto prendendogli il viso fra le mani e scendendo a baciarlo con passionale dolcezza.
Enzo rispose al bacio ed iniziò a togliere gli abiti al suo gagliardo amante. Gli piaceva sentirne l'eccitazione prorompente e sapere di esserne la causa. Ma, giocoso, per aumentarne il desiderio, quella notte gli si sottrasse ogni volta che Ruggiero tentava di prenderlo, per poi accostarglisi di nuovo e farlo eccitare ancora più di prima. Quel gioco durò diversi minuti, finché il giovanotto lo strinse sotto di sé e lo obbligò a cedere al suo desiderio. Cosa che Enzo fece più che volentieri: Ruggiero lo prese con una certa veemenza, quasi temendo che il ragazzo sul più bello tentasse di sfuggirgli di nuovo. Enzo emise un lieve gemito di piacere che il giovanotto interpretò come dolore.
Si bloccò immediatamente: "Ti feci male... perdonami..."
"No, no dai! Dai, amato mio. Mi piace!"
Ruggiero lo guardò indeciso, ma vedendo il sorriso soave dell'altro, si sentì esaltato, felice e gli finì d'affondare dentro con rinnovato vigore. I due erano persi in una dimensione nuova, gustandosi l'un l'altro.
Si amarono a lungo, mai sazi l'uno dell'altro, finché l'onda dorata dell'orgasmo li sommerse, si rifranse sui loro corpi intrecciati, li inondò forte e dolce, si ritrasse pian piano lambendo le loro pelli fresche, lucide e tese. Tutti e due ansimavano lievemente, i loro sguardi luminosi di gioia, mentre si abbandonavano a poco a poco alla soave gioia del dopo coito. Quando si sentirono distesi, Ruggiero prese Enzo e lo fece scendere dal letto.
Spense tutte le lampade, lo tirò fra le sue gambe sedendo sul tappeto di pelliccia di pecora davanti al caminetto, lo fece poggiare sul suo petto solido ed ampio e lo cinse con le braccia: "Ti amo, passerotto."
"Ti amo anch'io. Sto bene, così..."
"Sì. Anche io sto d'incanto."
"Sei contento che sono tuo?"
"Felice."
"Se qualcosa non dovesse piacerti, di me... me lo dirai?"
"Ma cosa? Non è possibile."
"Ma se desideri qualcosa, che so..."
"Desidero che tu sia felice."
"Lo sono. Ma... altro?"
"Mi piacerebbe che tu imparassi almeno a leggere, scrivere e far di conto."
"Potrei provarci, ma... non ho testa io."
"Bugia: sei intelligente. Solo che, se sapessi farlo, potresti sollevarmi da alcune mie incombenze."
"Allora imparerò... se tu mi insegni."
"Promesso?"
"Lo sai che puoi chiedermi qualsiasi cosa, no? Enzo è roba tua."
"Roba?"
"Roba, sì."
"Se tu fossi roba, saresti più prezioso del più prezioso dei tesori."
"Mi basta essere tuo."
"E io tuo?"
"Finché vuoi, ne sono felice."
Tacquero e Enzo sentiva il battito forte e deciso del cuore del giovanotto nel petto, contro la sua guancia. Era un suono rassicurante, bello: batte anche per me! si disse sentendosi grato. Con un dito giocò lieve con un capezzolo di Ruggiero, girandogli attorno lieve, passandogli sopra con l'unghia pian piano, finché lo fece inturgidire. Allora vi portò le labbra e prese a suggerlo ed a baciarlo. Sentì il giovanotto fremere e ne gioì: voleva ricominciare a farci l'amore e ne spiava il risvegliarsi del desiderio con dolce anticipazione. Ruggiero allungò una mano, prese alcuni fiori, ne raccolse i petali e, con quelli fra le mani, carezzò il corpo del suo ragazzo: un profumo intenso invase la stanza, inebriante.
"Tu sei il mio fiore..." mormorò il giovane uomo coprendo col suo corpo quello dell'amato. Enzo lo accolse in sé con un dolce sospiro di grata gioia...
L'indomani mattina erano tutti e due un po' stanchi per la lunga notte passata quasi senza dormire, ma al tempo stesso erano pieni di energia per la carica di amore che si erano scambiati. Lavorarono di buona lena. A volte non si vedevano per ore, ognuno assorbito dalla sua parte di lavoro. Ma, dopo pranzo e dopo cena, Ruggiero iniziò ad insegnare al ragazzo i primi rudimenti di calcolo e di scrittura.
I lavori procedevano al ritmo previsto, con soddisfazione e dei due e dei padroni. In special modo don Raffaele era pienamente soddisfatto: non che il padre non lo fosse, ma a differenza del figlio non era prodigo di lodi: quando le cose andavano bene, era ciò che si aspettava; quando andavano male, lo faceva notare senza mezzi termini. Ma per i lavori della villa non ebbe proprio a lamentarsi.
Il figlio minore di mastro Leo, il custode della villa, un ragazzo sedicenne di nome Petruzzo, a poco a poco divenne un po' il loro aiutante: conosceva tutti in paese e sapeva sempre dove scovare la persona giusta quando sorgeva qualche problema. Petruzzo aveva una specie di ammirazione per i due, specialmente per Enzo che sapeva di umili origini come lui e che vedeva che stava facendo "carriera". Ad Enzo quel ragazzo di poco più giovane di lui faceva piacere: gli ricordava un po' gli amici che aveva lasciato al paese. Non è che gli mancassero, ma comunque era sempre lieto di vedersi attorno Petruzzo.
Questi era un ragazzo moro moro, ricciutello, dall'aria vagamente araba che aveva preso dalla madre. Aveva occhi scuri e profondi ed un sorriso ampio in cui mostrava una chiostra di denti bianchissimi che davano una luce speciale al suo sorriso. Non era molto alto, ma di corporatura proporzionata e forte, un ragazzo abituato, come Enzo, alla fatica. Era lui che spaccava di solito la legna per i caminetti. Era lui che la sera andava ad accenderli nella torretta. Due volte a settimana accendeva anche il caminetto della stanza da bagno al primo piano e vi metteva su il grosso caldaio per l'acqua per il bagno. Non sapeva che i due amanti lo facevano assieme, pensava che ogni volta a turno uno di loro ve lo facesse. Non sapeva neppure che i due fossero amanti, logicamente.
Petruzzo a poco a poco si accorse di essere sempre più affascinato dal suo maggiore, da Enzo. Il ragazzo non era di primo pelo: con alcuni compagni a volte, durante l'estate, andava a gironzolare per i boschi e proprio lì, alcuni anni prima, i più vecchi avevano insegnato ai più piccoli a masturbarsi. Il gioco s'era fatto man mano più spinto: dalla masturbazione reciproca erano passati a sfregarsi i corpi l'uno contro l'altro, e di lì, spontaneamente, ad uno dei grandi era venuto il desiderio di fare qualcosa di più. Dapprima provarono il rapporto interfemorale per simulare il coito con una donna: non era male, ma... E finalmente un giorno un grande provò a tentare il buchetto di un piccolo... e il godimento che provò quando il piccolo lo accolse in sé fu tale e tanto, e tutti gli amici poterono vederlo, che presto divenne una delle attività preferite del gruppetto di amici. Per un tacito accordo, il più grande poteva prendere il più piccolo, e Petruzzo, di età media, era perciò sia penetrato dai grandi, sia penetrava i piccoli.
Ma mentre agli altri piaceva molto penetrare e poco essere penetrati e lo facevano solo perché quelle erano le regole del gioco, a Petruzzo piacevano entrambe le cose moltissimo. Era, nel gruppo, l'unico veramente gay. La cosa non aveva posto problemi a nessuno: infatti quello era solo un gioco a cui tutta la combriccola bene o male sottostava. Per loro, a differenza degli amici di Enzo, "prenderlo in culo" non era una cosa tanto strana, non suscitava dileggio: a parte il più grande, Saro di diciotto anni, e il più piccolo, Peppino di tredici, tutti gli altri sia lo prendevano che lo mettevano allegramente. E quando lo facevano, spesso era alla presenza dei loro amici, con estrema naturalezza, pur facendolo sempre a due a due.
Per Petruzzo però, essendo diverso dagli altri, quello non era solo un gioco, qualcosa che sarebbe cessato non appena si fossero sposati, un sostituto dell'impossibilità di toccare una donna prima del matrimonio. Per lui era l'unica cosa che gli piacesse ed anzi attendeva con timore l'età in cui avrebbe dovuto fidanzarsi, sposarsi.
Perciò, sentirsi attratto da Enzo, fu per Petruzzo qualcosa di estremamente naturale e spontaneo.
E altrettanto naturalmente e spontaneamente, una pomeriggio che erano soli, Petruzzo chiese ad Enzo: "Ma voi, al vostro paese, giocavate coi vostri compagni?"
"Sì, certo." rispose ignaro il ragazzo.
"E voi... eravate il più grande o ce n'erano di più grandi di voi?"
"Mah, ce n'erano di più grandi."
"E... non vi mancano ora i vostri compagni, quei giochi?"
"Bah, un po', ma mica poi tanto. Il lavoro mi porta via quasi tutto il tempo, qui."
"E... non vi piacerebbe giocare un po' con me?" chiese Petruzzo con un ampio sorriso.
Enzo sorrise, pensando che il ragazzo, nonostante fosse di un solo anno più giovane di lui, era ancora attaccato ai giochi come un bambino. "Non è che abbia tanto tempo, Petruzzo."
"Beh, mica ci vuole tanto tempo, no? Ma mi piacerebbe giocare con voi..."
"E a che gioco vorresti giocare?" chiese Enzo incuriosito per l'insistenza del ragazzo, posando il martello e guardandolo.
"Venite con me..."
"E dove?"
"Di là."
Enzo lo seguì pensando che volesse mostrargli qualche cosa. Quando furono nel magazzino, dietro ad alcuni vecchi mobili accatastati, Petruzzo si calò lesto le brache e si girò protendendo il culetto ed offrendoglisi senza parole.
Enzo restò a guardarlo a bocca aperta, poi disse: "Ma che fai! Copriti, no? Sei matto?"
"Non volete giocare con me? Non ne avete voglia?"
"Ma no... Tirati su quelle brache. Ma sono questi i giochi che fai coi tuoi compagni?" chiese stupito.
Il ragazzo lo guardò un po' deluso: "D'estate soprattutto. Ora fa un po' freddo, è più difficile, non sempre si trova un posto. Perché non volete giocare con me?"
"Scusami, Petruzzo... non avevo capito... Noi, fra amici, mica si faceva mai di questi giochi. Anzi, da noi chi gli piace fare queste cose, lo prendevano in giro..."
"Allora... adesso mi prenderete in giro anche voi." disse Petruzzo riassettandosi le braghe, la testa bassa.
"No, che c'entra... Ma davvero lo fate tutti?"
"Sì, certo."
"E... a te piace?"
"Sì, certo."
"Anche agli altri?"
"Bah, si fa, almeno finché non si sposano. Davvero adesso non mi prenderete in giro?"
"Certo che no..." gli disse Enzo quasi con dolcezza.
"Perché voi mi piacete molto e... speravo che..."
"No, Petruzzo, io non posso."
"Che vuol dire che non potete?" chiese visibilmente sorpreso il ragazzo.
"Lo sai tenere un segreto?"
"Certo, lo giuro sulla mia testa."
"Non posso perché io ho un amante, capisci? Non posso tradirlo."
"Un'amante? Volete dire... al paese avete la fidanzata?"
"No, non ho la fidanzata. È un uomo."
"Al paese avete un uomo? Un uomo grande volete dire?"
Enzo gli lasciò credere che il suo uomo fosse al paese ed annuì. "È un uomo sposato?"
"No, è ancora giovane."
"E dite che... dite che è il vostro amante, che cioè... non è solo un gioco."
"Certo che no, ci amiamo."
"Ecco, lo dicevo io che era possibile. E voi, perdonatemi don Vincenzo, voi davvero mi piacete molto."
"Anche tu mi piaci, Petruzzo, solo che..."
"Sì, lo capii, gli siete fedele. Ma come farete quando vi dovrete sposare?"
"Credo che non ci sposeremo, né io né lui."
"Minchia! Mica sarà facile, però: si sposano tutti. Anche io vorrei non sposarmi, ma... a meno di farmi prete, ma non è che mi piace poi tanto l'idea, bisogna studiare troppo."
Tornarono a lavorare. Enzo, dopo un po' gli chiese: "Ma non c'è fra i tuoi amici qualcuno come te, che magari non vorrebbe sposarsi? Che gli piace di più l'idea di farlo con un maschio che con una femmina?"
"Pare proprio di no. Pare proprio che tutti, quando si sposano, smettono di farlo. Mi sa che dovrò farlo anche io."
"A meno che trovi qualcuno come te... che vi piacete..."
"Sì, allora anche se ci si deve sposare, dopo si può continuare. Ma dove lo trovo? Come lo trovo?"
"La vita riserva tante sorprese. Non si sa mai, Petruzzo. Certo, se tu potessi andare a lavorare a Siracusa: ho sentito dire che laggiù sono tanti i ragazzi che preferiscono gli uomini alle donne..."
"Davvero? Ma io a Siracusa non conosco nessuno e poi è lontano. Peccato però che voi non vogliate farlo con me..."
Enzo, la sera, parlò con Ruggiero del colloquio avuto con Petruzzo.
Ruggiero sorrise: "Enzo, i ragazzi che conoscevo io a Siracusa lo facevano soprattutto per soldi. Qualcuno, probabilmente, davvero da grande si sarebbe sposato ed avrebbe smesso."
"Ma qualcuno no, vero? Qualcuno lo faceva anche solo perché gli piaceva, no?"
"Beh, sì. Certo, in una città grande è più facile che in una paesino. Palermo, poi... lì davvero ce n'erano parecchi."
"Allora Petruzzo potrebbe andare a Palermo, no? Non potresti dargli l'indirizzo di qualche tuo amico, per esempio?"
"Potrei... e c'è anche un mio buon amico a cui un tipo come Petruzzo piacerebbe senz'altro: gli farebbe ponti d'oro. Dici che..."
"Provo a chiederglielo domani. Se dice di sì..."
"Ma il padre lo lascerà andare?"
"Se non lo lascia andare, ci va da solo lo stesso. Non è più un bambino."
Così Petruzzo, tenendo gelosamente in tasca la lettera che Ruggiero aveva scritto al suo amico, una mattina, raccattati alcuni viveri in un fagottello, passò a salutare Enzo.
"Addio, allora, Petruzzo, e buona fortuna."
"Grazie. E ringraziate da parte mia don Ruggiero. È lui il vostro amante, non è vero?"
"Perché?"
"Se anche lui ha amici che come noi... Oh, voi direte che sono cose in cui non ho da mettere il naso, e avete pure ragione. Fate conto che non vi chiesi niente..."
"Non importa Petruzzo. A te posso dirlo: sì, è lui."
"Siete fortunato: è un gran bell'uomo. Magari il suo amico a Palermo fosse bello così. Beh, grazie per avermi aiutato."
"Tuo padre non fece troppe storie?"
"No. Dice che, tanto, siamo anche troppi in casa e che se vado a cercare fortuna a Palermo, chissà che non la trovo."
Così Petruzzo partì.
Venne l'inverno ed i lavori ora si svolgevano solo all'interno della casa: gli artigiani restauravano le stanze ad una ad una e le donne pulivano, tagliavano, cucivano. I due amici sorvegliavano come al solito tutti i lavori, ma avevano meno da fare di prima, perciò potevano dedicare più tempo alle lezioni di Enzo, che stava lentamente progredendo. Qualche volta scendevano al paese, o anche a Catania per fare acquisti. Ora usavano anche un calessino con dietro un pianale per mettere la roba. Faceva un po' freddo, perciò i due, a cassetta, si coprivano con due coperte: una sulle loro gambe ed una sulle loro spalle. Spesso Enzo ne profittava per carezzare, sotto la coperta, fra le gambe del suo uomo fino a farlo eccitare. Questi lo lasciava fare contento ed a volte anche lui scendeva a carezzare l'amico, ma poteva farlo meno di frequente perché doveva tenere le redini del cavallo.
Il padre stava bene, lo trovò sereno e in discreta salute. Ora che non poteva più lavorare nel suo orticello, s'era trovata un'altra occupazione: intrecciava cesti che poi vendeva. Enzo gli raccontò dei lavori in villa.
"Ti facesti amici, lassù?" gli chiese il padre.
"No, non ne ho quasi il tempo."
"Ma non esci la sera? La domenica?"
"La sera sono troppo stanco e con don Ruggiero dobbiamo vedere il programma per il giorno dopo. La domenica andiamo a Messa, poi di solito o si va a fare una cavalcata, o ci si riposa in Villa. Don Ruggiero mi sta insegnando a leggere, scrivere e far di conto, perché vuole che lo aiuti anche con i registri."
"Stai bene con don Ruggiero?"
"Sto bene, sì." disse Enzo cercando di pronunciare quelle parole con tono normale, senza far trasparire troppo entusiasmo.
Il padre annuì, continuando ad intrecciare il cesto a cui stava lavorando, e, senza alzare la testa, disse: "Chi vi lava i panni? Chi vi fa da mangiare?"
"I panni ce li lava la moglie del guardiano. Da mangiare lo faccio io per tutti e due."
"Già, te la sei sempre cavata bene in cucina, tu. Sarà contento di te, don Ruggiero..."
"Anche don Calogero e don Raffaele pare che siano contenti di me, papà."
"Bene. E... c'è qualche ragazza che gli fai gli occhi dolci?"
"No, papà. Come vi dissi non ne avrei nemmanco il tempo..."
"D'altronde, sei ancora giovane, anche se vai per i diciotto. E poi, mica starai sempre lassù."
"Non lo so, papà... potrebbe darsi che mi propongano di restare lassù a lavorare in Villa..."
"Con don Ruggiero." disse il padre.
Enzo lo guardò ma l'uomo continuava ad intrecciare il suo cesto. Però poco dopo aggiunse: "Sei molto attaccato, tu a don Ruggiero, vero?"
"È un buon capo..."
"Più di un capo, mi pare. Si prende tanto cura di te... prima ti fece assumere come lavorante fisso, poi ti portò su e ti fa vestire come un signore... E t'insegna, e andate a cavallo assieme la domenica..." Enzo non sapeva che dire. Il padre continuò: "È stata la tua fortuna, incontrare don Ruggiero. Ma forse anche la sua... sei un bravo ragazzo, tu. Non lo deludere."
"Spero proprio di no." disse d'impulso il ragazzo. Il padre non disse altro ed Enzo tirò un sospiro di sollievo.
Al paese Enzo ritrovò anche gli amici e trovò il tempo di scambiarsi confidenze con Cesare. Seppe che ora Ranuccio era l'amante del capitano di piazza: un uomo di trentacinque anni, sposato con tre figli. E seppe anche che Cesare s'era fidanzato.
Stupito gli chiese: "E con chi? Hai intenzione davvero di sposarti?"
"Con Agata. Sì, credo proprio che ci sposeremo. Sai, Agata, la sorella di Salvatore e di Gaetano..."
"Gaetano si sposò l'anno scorso, no?"
"Esatto, con la cugina di Ranuccio, Mariella. E... Gaetano lo fece con Ranuccio, perché anche a Gaetano gli piace. E ora, da un po' di tempo, lo facciamo insieme, capisci?"
"Tu e Gaetano?" chiese stupito Enzo.
"Quando Ranuccio mi disse che a Gaetano piace fare come facevamo noi due, sia prendere che dare, allora mi sono detto che potevo provarci, perché Gaetano mi piace troppo... E lui accettò subito, e fu bello e allora... decidemmo che dovevamo diventare parenti, così dissi a mio padre di proporre al padre di Agata il matrimonio, e Gaetano spinse e insomma... Andremo ad abitare vicino a casa sua, ci trovò lui la casa. E Gaetano disse che mi piglia a bottega con lui, così non farò più il bracciante."
"Ma... vi siete innamorati?"
"No... ci piace farlo insieme. Va bene così. Io, all'amore, ci rinunciai da un pezzo. Mica tutti nascono con la camicia come te, Enzo mio!"
Sì, pensò il ragazzo, sono davvero fortunato.
Poi raccontò a Cesare di Petruzzo.
L'amico lo guardò stupito: "Ma come, ti si calò le braghe davanti e tu non ci facesti niente?"
"Certo che no. Io sono fedele a Ruggiero, lo sai no?"
"Bah, ogni lasciata è persa. Tanto, bastava che tu gli dicessi di non dire niente..."
"Ma io non ho segreti con lui."
"E lui con te?"
"Certo che no."
"Ma non ti piaceva, quel ragazzo?"
"Sì che mi piaceva: mi stavo eccitando."
"Sei troppo serio, tu."
"Sono innamorato."
"È geloso, don Ruggiero?"
"Non ne ha mica motivo."
"Ma un uomo innamorato deve essere geloso, no?"
"Dici?" chiese Enzo per nulla convinto.
Anche Alduzzo s'era fidanzato. Filava con la terza figlia del sagrestano, Carmela. Al belvedere c'erano rimasti pochi dei suoi vecchi amici: la maggioranza andava in piazza, ormai. Lui era tentato di andare in piazza, ma non se la sentiva: tutti gli avrebbero chiesto con chi filava... Così decise di non andare più neppure al belvedere. Ormai cominciava a sentirsi un estraneo anche al suo paese, nonostante se ne fosse allontanato da poco.
Casa sua era dov'era il suo Ruggiero.