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una storia originale di Andrej Koymasky


pin IL CAPORALE CAPITOLO 12
SICILIA INQUIETA

In marzo la villa era completamente restaurata ed iniziarono i lavori di arredamento stanza per stanza. Ormai il matrimonio di don Raffaele s'avvicinava. Enzo sperava che il vecchio discorso di far restare lassù sia Ruggiero che lui non fosse cambiato nel frattempo: se fossero dovuti tornare al paese, infatti, sarebbe di nuovo diventato difficile per loro due continuare ad avere l'intimità di cui avevano goduto fino ad allora. Ruggiero si mostrava fiducioso.

Ma nel frattempo la Sicilia era inquieta. Lì da loro arrivavano solo lontane eco, ma pareva che, specialmente nella parte occidentale fosse in atto un'insurrezione contro il re ed la nobiltà, fomentata soprattutto da ricchi possidenti e sostenuta anche dai braccianti che vi sfogavano il malcontento per la loro precaria situazione. Lì alle pendici del Mongibello non c'era ancora aria di fronda, sia perché vi era meno miseria che ad ovest sia perché nobili e possidenti si stavano mescolando con accorti matrimoni ed i braccianti raramente restavano senza giornata.

Ruggiero aveva ricevuto queste notizie dal suo amico, che per prima cosa l'aveva ringraziato per avergli mandato Petruzzo.

"Caro Ruggiero,

ricevetti con molto piacere la tua missiva ed il suo latore. Mi mandasti veramente latte e miele, delizioso. Una pietra grezza, che già quando fu liberata dalla polvere del lungo e difficile viaggio inziò a brillare di luce pura, calda. Una pietra pronta ad essere lavorata per trarne una gemma preziosa. Vi sto lavorando con entusiasmo, ripagato dalla luce che sta riscaldando la mia vita. Non so dirti la gioia, il calore, il piacere che mi procurasti inviandomi questa dolce sorpresa. Il mio cesello finì da poco di lavorarla e la pietra è ora qui accanto a me, seducente nella sua nuda bellezza, che mi richiama a lavorarla ancora, cosa che credo farò ancora con estremo piacere non appena chiusa questa missiva. Pare incredibile che una pietruzza così, dall'apparenza insignificante, possa rivelarsi cosa tanto pregiata. Basta sfiorarla per vederla brillare, sentirne il calore, desiderarla con tutta l'anima, bramarla con intensità... Tu mi capisci, nevvero?

Qui la vita procede, anche se da un poco in modo turbolento. Nel contado, ma pure in città, si sono formati gruppi di malcontenti che vorrebbero cambiare l'antico ordine invocandone uno nuovo. Invano le truppe del re tentano di controllare la situazione. Spesso la loro azione, dura ed indiscriminata, non fa che far aumentare le bande di picciotti, spesso in realtà uomini maturi, che imperversano sempre più spesso, trovando appoggi anche là dove meno te l'aspetteresti. Non so dirti che ne verrà fuori, la situazione è fluida, gli uni non sono abbastanza forti, gli altri non abbastanza organizzati. A colpo segue contraccolpo e la bilancia non pende né da una parte né dall'altra.

Io sto a guardare, anche se le mie simpatie immagini da che parte possono stare. Severo non si vide più in città fin dall'inizio dei disordini: si dedicò ai picciotti con il suo solito zelo ed è rispettato e chiamato maestro. Sai quanto lui sia sempre stato devoto alle classi più umili. Si dice che non gli manchi mai compagnia e che sia più felice di un gallo in un pollaio pieno di belle gallinelle, o meglio galletti.

Quanto a me, come ti dissi, fra un'udienza del tribunale e l'altra, mi godo quel che tu mi facesti avere con l'invio della tua missiva. Ciò che mi conquistò di primo acchito fu il suo sguardo da cane buono. Quando gli feci fare il bagno, pensando alle tue spiegazioni andai ad assistere e quello che vidi mi attrasse immediatamente. Specialmente il suo sguardo pieno di dolci promesse. Volli asciugarlo io, e quando, tentato e tentatore, volli suggere il nettare di quel fiore, mi s'abbandonò tutto con tale grazia e calore e passione che m'infiammò. Anch'egli volle assaggiare il frutto proibito che gustò a lungo, prima di schiudersi e... beh, non finirò mai d'essertene grato.

Mi chiesi con un certo stupore come mai tu avessi rinunciato a tanto splendore, ma seppi poi che il tuo stoppino già brucia d'altra fiamma, per così dire. Spero ci si possa incontrare un dì e riallacciare l'antico sodalizio. Spero anche che questa mia ti raggiunga senza perdersi per via.

Un affettuoso saluto. Stammi bene come pure sto io.

Tuo affezionato amico ed ex compagno di studi e di bagordi

Guglielmo Macaluso."

Ruggiero fu più divertito per la vicenda di Petruzzo e Guglielmo che non realmente interessato ai suoi cenni sui disordini che travagliavano la parte occidentale dell'isola. Rivolte, in passato, ce n'erano state parecchie e tutto, dopo, era tornato esattamente come prima. Un po' come l'eruzione del vulcano: mentre sputa fiamme e fuoco e le sue lingue rosseggianti formano fiumi verso valle, pare quasi che la fine del mondo sia vicina. Ma poi i fiumi rossi diventano neri, e tutto riprende al ritmo di prima, con cambiamenti così lievi che quasi nessuno pare accorgersene. Sì, Catania era percorsa dalla nera cicatrice della sciara di poche generazioni prima, ma già questa iniziava ad essere intaccata qui e là da nuove costruzioni e presto della nera e scura cicatrice sarebbe rimasto solo un ricordo sempre più sbiadito. Così sarebbe stato anche per queste rivolte di cui gli accennava Guglielmo.

Ma in aprile si seppe che anche a Siracusa ed a Messina gruppi di picciotti stavano armandosi e causando preoccupazione. Le autorità parlavano di recrudescenza del banditismo, ma altri sussurravano di un moto insurrezionale paragonabile a quello che aveva cacciato gli angioini ai Vespri. Solo che, se allora l'esercito, il re, la nobiltà erano stranieri, ora era difficile riconoscere l'amico dal nemico: i ceci non sarebbero più bastati. Lo stesso re, un Borbone d'origine spagnola, ormai parlava il napoletano anche in famiglia, come un qualsiasi popolano. Si diceva che l'antica carboneria non fosse morta, che si stesse riorganizzando in segreto. Qualcuno invece diceva che chi spingeva i picciotti alla rivolta fosse la mafia, che voleva scalzare i nobili per prenderne il posto, non solo erodendone a poco a poco il potere terriero, ma anche nella vita sociale e politica.

Altri dicevano che invece a finanziare tutto erano gli inglesi, per il loro antico odio verso gli spagnoli. Infine c'era anche una voce che diceva che il re di Piemonte e Sardegna intendesse diventare re di un'Italia unita dalle Alpi alla Sicilia. Riguardo ai piemontesi, parevano così lontani... su in continente, al nord, e con lo Stato della Chiesa in mezzo, un cuscino invalicabile: chi si sarebbe azzardato a toccare il Capo della cristianità? Non certo un reuccio nordico...

Le menti illuminate vedevano di buon occhio l'unione dell'Italia in un unico regno: avrebbe allora potuto competere a fronte alta con le potenze straniere: Spagna, Francia, Austria, Inghilterra. Qualcuno obiettava che il re Vittorio Emanuele del nord era tanto straniero quanto il re Francesco di Napoli. Ma quel re dei piemontesi, si diceva, almeno parlava italiano... E non era alleato degli austriaci come re Franceschiello, anzi li combatteva e li aveva anche battuti...

A Ruggiero e tanto più ad Enzo tutti questi discorsi non interessavano. Avevano la villa da completare ed il loro segreto amore da vivere, da coltivare.

Arrivò don Raffaele a controllare lo stato di avanzamento dei lavori in villa. Era contento. E in quell'occasione comunicò a Ruggiero che, se era d'accordo, il padre era disposto a privarsi di lui e del giovane Enzo perché restassero con lui. Ruggiero esultò, ma, da buona volpe qual era, rispose che se la cosa stava bene al padrone e a don Raffaele, lui, per l'antica fedeltà della sua famiglia, avrebbe accettato e lasciato il suo paese per vivere in un paese straniero... e non mostrò né entusiasmo né scontrosità. E don Raffaele si sentì in dovere non solo di ringraziarlo, ma di aumentare la paga sia a Ruggiero che ad Enzo. Che ebbe così ufficialmente il titolo di vice intendente.

Si celebrò il fastoso matrimonio di don Raffaele e della contessina Eulalia, a Catania. Celebrò il rito il vescovo, poi vi fu il rinfresco nel palazzo del conte. Anche Ruggiero ed Enzo erano fra i numerosissimi invitati e Ruggiero per l'occasione volle che Enzo avesse un vestito nuovo, fatto fare su misura. Enzo era un po' intimorito e se ne stava in disparte a guardare quella gente d'alto rango, confuso nel gruppo serrato di quelli che, come lui, erano dipendenti sia pure di rango dell'una o dell'altra famiglia, invitati più per far numero che per reale interesse.

Quando don Raffaele volle presentare il suo nuovo intendente alla moglie, Ruggiero cercò con gli occhi Enzo e gli fece un impercettibile segno di avvicinarsi. Il ragazzo non avrebbe voluto, ma obbedì tremante, imbarazzato. Quando si accostò, fu don Raffaele che, scorgendolo, gli fece cenno e lo presentò alla contessina: "E questo è il vice intendente, don Vincenzino Rota, giovane ma promettente aiuto del nostro don Ruggiero."

Enzo salutò rispettosamente come aveva visto fare dagli altri ed incontrò lo sguardo limpido della giovane sposa, di poco più grande di lui.

Questa gli disse con una voce dolce che nascondeva però una forza quasi virile: "Sono lieta di conoscervi, don Vincenzo." poi si girò, al fianco del marito, a salutare altri ospiti.

Ruggiero prese per un braccio l'imbarazzatissimo Enzo e lo guidò fuori, verso il terrazzo che dava sul giardino interno. "Ti piace la nostra nuova padrona?"

"È... bella."

"Non è veramente bella... ma è una donna forte, sotto un'apparenza fragile. Sarà una padrona da temere, oltre che da rispettare. Te lo dico io, più che don Raffaele, almeno in casa, sarà lei la vera padrona."

"Credi che sarà una padrona difficile? I nobili, si dice..."

"I nobili sono come tutti gli altri. Non credo che sarà una padrona cattiva, ha occhi troppo limpidi. Basterà ricordarsi che è la padrona, non solo la moglie del padrone. Anche i beni che porta in dote, sono troppi per dimenticarsene." Il giovanotto cambiò discorso: "Ci sono parecchie ragazze che ti fanno gli occhi dolci, Enzo..."

"A me?" chiese stupito il ragazzo.

"A te, certo: sei troppo bello."

"Sarà per via di questi vestiti: sono davvero bellissimi..."

"No, è per te, i tuoi occhi, i tuoi capelli, la tua aria da puledro smarrito. Hai fatto colpo."

"Via, non prendermi in giro..."

"E non solo alle ragazze da marito..." disse malizioso Ruggiero.

"Che vuoi dire?"

"Anche a qualche donna sposata... e ad almeno un uomo."

"Un uomo? E chi?" chiese il ragazzo sempre più confuso.

"Non te ne sei accorto? Ti spoglia con gli occhi da quando siamo qui a palazzo..."

"No, non me ne accorsi."

"Peccato: ti sta desiderando con forza, aspetta solo un tuo cenno per portarti dove sa lui..."

"Allora può aspettare fino al giorno del giudizio!" rispose Enzo con un sorrisetto di sufficienza.

Ruggiero lo guardò con occhi ridenti: "Davvero non sai di chi parlo?"

"No, e non m'interessa, dovresti saperlo." rispose il ragazzo.

"Io invece credo che se ti dico chi è, lo seguiresti di corsa, senza fiatare, e faresti tutto quello che ti chiede..."

Enzo lo guardò accigliato, addolorato: "Mi conosci così poco? Come puoi dire una cosa del genere? Neanche se fosse don Raffaele in persona!"

"E io dico che invece ti conosco troppo bene: scommetti che se quell'uomo ti dice di seguirlo per fare l'amore, tu ci vai subito?"

"E smettila, mi stai facendo male con questi discorsi..."

Ruggiero lo guardò negli occhi e disse: "Piccolo sciocco, sono io quell'uomo. Non verresti subito a fare l'amore con me? Sto bruciando dal desiderio..."

Enzo lo guardò sorpreso, poi si illuminò in un ampio sorriso e a voce bassa, calda, disse: "Tu... certo che ti seguo dove vuoi. Dove vuoi portarmi?"

"Vieni, allora. Ti voglio..."

Ruggiero lo guidò giù dalla scala che dall'ampia terrazza conduceva al giardino, ma poi s'infilò sotto la scala, per una porta che conduceva ad un corridoio, traversarono assieme la rumorosa cucina che ferveva di attività per preparare le caffettiere d'argento ricolme di fragrante caffè, entrarono nella dispensa e scesero nella cantina dei vini.

"Dove mi porti?" chiese Enzo agitato, eccitato, un po' intimorito per la sicurezza con cui Ruggiero si muoveva in quel palazzo sconosciuto.

"Prima ho aiutato a portar su le bottiglie del vino. E a quest'ora non servono più vini, perciò... vieni."

"Ma se ci trovano? A casa del conte due estranei che s'aggirano così..."

"Sono tutti troppo occupati."

"Ma se notano la nostra assenza..."

"Non siamo abbastanza importanti e il palazzo è grande, ci sono ospiti un po' dappertutto."

"Ma non nelle cantine..."

"Ti voglio." tagliò corto Ruggiero prendendolo per un braccio.

Enzo sentì il desiderio in quella stretta e fremette per il piacere. Sì, anche lui lo voleva.

Ruggiero lo guidò attraverso tre celle con la volta ed i pilastri di cotto, fino ad un'ultima stanza con cinque grandi botti, fragrante di vino vecchio. Indicò verso il portone da cui entravano i carri dopo ogni vendemmia portando i vini migliori per riempire le botti: a fianco vi era una scala a pioli che portava ad una specie di celletta da cui si comandavano le corde dei paranchi e delle carrucole per caricare e scaricare i barilotti sui carri. "Lassù." disse semplicemente.

Enzo s'inerpicò lesto per la scala, seguito da Ruggiero che lo carezzò da dietro con senso di possesso. Il ragazzo fremette. Giunti nella celletta, Ruggiero lo abbracciò da dietro premendoglisi contro, facendogli sentire la propria imperiosa erezione. Enzo spinse indietro la testa posandola sulla spalla del suo uomo e questi lo baciò, mentre con una mano gli carezzava il petto e con l'altra lo palpava intimamente fra le gambe: "Anche tu hai voglia." sussurrò compiaciuto.

"Come potrei non averla?" sospirò il ragazzo mentre le mani dell'amante iniziavano ad aprirgli gli abiti.

Mentre due piani più su continuava la festa, in quell'angusta celletta di legno i due amanti stavano celebrando la loro festa, con passione rinnovata, muovendosi con dolce vigore all'unisono. Sopra erano iniziate le danze. Anche in quella minuscola stanza dall'aria provvisoria, le cui parete sembrarono allargarsi, ricoprirsi di preziosi arazzi pieni di festosi colori. I loro lievi gemiti di piacere si mescolavano, s'interpuntavano in un'erotica sinfonia, tradendo l'aumentare delle loro eccitazioni. Le mani di Ruggiero spaziavano sul corpo dell'amante con avido piacere. Enzo gli si spingeva contro, sostenendosi al pilastro di mattoni dell'arcata per bilanciare l'irruenza delle spinte del suo uomo. Era felice, profondamente felice nel sentirsi tanto fortemente desiderato, tanto intensamente voluto, tanto virilmente amato. Era tutto del suo uomo, eppure, al tempo stesso, anche Ruggiero era tutto suo in una gara d'amore.

E finalmente nel tripudio dei sensi, il piacere li avvolse come un mantello, li strinse, li fece esplodere in un orgasmo straordinario, che li lasciò a lungo a tremare senza fiato.

Enzo si girò, Ruggiero lo strinse fra le sue braccia e si baciarono con passionale struggimento. "Oh, passerotto!"

"Sì..."

"Io ho bisogno di te, cosa sarei senza di te?"

"E io allora? Tu sei il mio re, il mio dio, la mia vita."

"Mi ami?"

"Ti amo."

"Sarai sempre mio?"

"Sempre, lo sai."

"Ti adoro..." mormoravano fra un bacio e l'altro e non aveva importanza chi dicesse che: era solo il piacere di ascoltare la voce dell'altro, di perdersi nella luce dei suoi occhi, di sciogliersi al fulgore del suo sorriso.

Quando tornarono a mescolarsi agli altri invitati, Enzo fu di nuovo stupito che non si accorgessero tutti dello stato di grazia in cui si trovava. La felicità per quella imprevista parentesi d'amore era così intensa che avrebbero dovuto accorgersene tutti. Enzo la sentiva, tangibile. Non si sentiva più un estraneo in quel ricevimento: era lui il re della festa, anche se gli altri non parevano rendersene conto. Di tanto in tanto i suoi occhi catturavano lo sguardo di Ruggiero, di lontano, e rifulgevano.

Poco prima che finisse la festa Ruggiero e Enzo tornarono a Nicolosi con il calessino a preparare per l'accoglienza di don Raffaele e della contessina Eulalia. La servitù aspettava, tirata a lucido: il guardiano con la moglie ed i due figli, la cuoca con l'aiuto, i due giardinieri, lo stalliere col garzone ed il cocchiere, le due cameriere della contessina e due camerieri per don Raffaele. Le due cameriere, la cuoca e il suo aiuto, suo figlio, erano già servi della contessina. Gli altri invece venivano dalla casa di don Calogero. Ruggiero ed Enzo si assicurarono che tutto fosse pronto e perfettamente a posto, Enzo dette ordine di decorare con fiori freschi le stanze che sarebbero state usate dalla coppia, Ruggiero preparò nello studio tutti i libri per i rendiconti: era sicuro che don Raffaele avrebbe avuto altro per la testa, arrivando, ma ad ogni buon conto, preferiva essere pronto.

Molto probabilmente la coppia, dopo l'abbondante pasto ed i rinfreschi, non avrebbe avuto voglia di mangiare o di bere, ma Enzo fece tener pronto un pasto leggero e rinfrescante.

Enzo studiava la servitù: a parte mastro Leo, la moglie Santa ed i figli Alfio e Salvatore che già conosceva, il giardiniere mastro Francesco, vedovo, e suo figlio Lorenzo che già avevano lavorato lì per riattare il giardino, erano tutte facce nuove o quasi. Conosceva di vista lo stalliere Gerolamo con la moglie Nunzia che avrebbe tenuto il guardaroba ed il figlio Rocco, garzone di stalla, il cocchiere Tano, che prima lavoravano per don Calogero. I due camerieri trovati da don Raffaele, erano facce nuove: Luciano e Giacomo, due cugini provenienti da Massa Annunziata. Poi le due cameriere della contessina, Lucia e Gaetana, la cuoca Menica con il figlio ed aiuto Marzio.

Quanto ci avrebbe messo ad imparare tutti quei nomi? Decise di scriverseli, annotando accanto ad ognuno le notizie che veniva man mano a sapere su di loro. Pensò che fra tanti, il fatto che nessuno avesse il nome uguale a quello di un altro era una buona combinazione. Salvatore e Rocco avevano la sua età, Luciano, Marzio, Lorenzo e Alfio erano di poco superiori a lui. In media erano tutti piuttosto giovani, la villa si sarebbe animata. La sera attorno al focolare si sarebbe chiacchierato... forse.

Giacomo e Gaetana erano sposati ma ancora non avevano figli. Gerolamo e Nunzia avevano lasciato i loro figli più piccoli al paese, affidandoli alla sorella zitella della madre. Menica era stata abbandonata dal marito poco dopo che era nato Marzio. Enzo si stava scrivendo lentamente questi appunti in un quadernetto che s'era costruito con alcuni fogli sciolti. Non sapeva ancora scrivere velocemente ed in modo elegante come Ruggiero. Ma se la cavava.

A sera arrivò il calesse del conte che accompagnava la coppia a prendere possesso della sua residenza. Alfio che era di guardia lungo la strada, arrivò in villa al galoppo sì che quando la carrozza entrò nel giardino e si fermò davanti all'ingresso della villa, tutta la servitù era schierata ad accogliere i padroni, con Ruggiero davanti ed Enzo al suo fianco. Don Raffaele fece un cenno di saluto a tutti e donò ad ognuno alcune monete. Quindi, seguita dai loro camerieri, la coppia salì dichiarando che aveva solo voglia di riposarsi dopo la lunga giornata di cerimonie e di feste. Ruggiero dette gli ordini per l'indomani, quindi giudicò che ognuno potesse salire alle proprie stanze. Mastro Leo con la sua famiglia rientrò nella casetta che fungeva anche da guardiola, Gerolamo con la famiglia e Tano salirono nelle stanzette sopra le stalle e la rimessa, gli altri nell'ala dei servi sul retro della villa e finalmente Ruggiero ed Enzo poterono ritirarsi nella torretta.

Come avevano concordato, Enzo si fermò nella sua stanza a spogliarsi, disfece il letto e ne scompigliò lenzuola e coperte e, infilato il camicione di cotone, salì nella camera del suo amante. Ruggiero era già nel letto. Scostò le coperte in un gesto d'invito. Enzo si sfilò il camicione e corse a stendersi accanto al suo uomo.

Ruggiero lo abbracciò e cominciò a carezzarlo: "Stanco?"

"Nooo!" rispose con occhi malandrini Enzo stringendoglisi contro e facendogli sentire la propria erezione.

Ruggiero sorrise: "No, è vero, piuttosto in forma, direi..."

"E tu?" chiese Enzo tuffandosi sotto le coperte e cercando con le labbra il membro dell'amante.

Quando tornò su per baciarlo in bocca, Ruggiero gli disse con un sorriso malizioso: "Don Raffaele starà facendo assaggiare il salame alla contessina..."

"E tu non lo fai assaggiare a me?"

"Non t'è bastato, oggi pomeriggio?" disse scherzoso l'amante.

"Quello era solo l'antipasto..." disse ridacchiando Enzo mentre Ruggiero gli saliva sopra.

"Allora preparati per il primo, il secondo e la frutta."

"E il dolce?" sospirò il ragazzo aprendosi ad accogliere il suo uomo in sé.

"E il dolce, certo." disse il giovanotto immergendosi nel suo amato ragazzo.

Ruggiero era inesauribile, pensò con compiacimento il ragazzo mentre il giovanotto lo prendeva con immutato entusiasmo.

La mattina seguente non furono solo don Raffaele e sua moglie ad alzarsi tardi.


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