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una storia originale di Andrej Koymasky


pin IL CAPORALE CAPITOLO 13
GELOSIA

Enzo s'affacciò alla finestra aspirando il buon odore del giardino. Si sentiva sereno. Il suo sguardo scorse fra gli alberi e le aiuole. Vide Ruggiero e si illuminò. Era bello! Il sole di giugno faceva brillare i suoi capelli scuri. Vide che si girava e seguì la direzione dello sguardo del suo uomo. Lucia, la cameriera giovane della contessina, stava andando verso di lui con alcuni fiori fra le mani. La ragazza si fermò davanti a Ruggiero che la salutò con cortesia. Enzo non sentiva il suono delle loro voci, ma notò subito l'atteggiamento galante di Ruggiero e la posa civettuola della ragazza. "Se quella spera di accalappiarlo, sta fresca..." pensò Enzo con un sorriso. I due parlavano. Ruggiero prese lievemente per un braccio la ragazza e la sospinse verso il parco. La risata argentina di Lucia giunse fino alla finestra della biblioteca, mentre lo seguiva.

Enzo restò un po' perplesso, poi si chiese perché il suo Ruggiero si stesse comportando in modo tanto galante nei confronti della ragazza. Doveva ammettere che lei era carina, ma... il suo Ruggiero gli aveva detto di non essere mai stato attratto dalle ragazze. Appunto. Perciò non aveva niente da temere, si disse Enzo e quando i due scomparvero alla sua vista, si rimise a riordinare la biblioteca senza più pensarci. No, non correva nessun pericolo da quella parte. Avesse fatto gli occhi dolci a Marzio, l'aiuto cuoco, allora sì che si sarebbe dovuto preoccupare. Marzio era il più bello dei servi, anche se era un ragazzo impacciato e sempliciotto.

Quando quella notte Ruggiero lo prese fra le sue braccia e fece con lui l'amore col solito maschio entusiasmo e virile dolcezza, Enzo si dette mentalmente dello sciocco e il suo vago timore di quel pomeriggio si sciolse come neve al sole: Ruggiero era il suo splendido uomo, il suo amante di sempre.

Era tornato il sereno nel cuore del ragazzo. I giorni seguenti era quasi più felice di prima. Obbediva con sollecitudine ai mille ordini della contessina: da un po' di tempo a quella parte, infatti, don Raffaele si indirizzava quasi sempre a Ruggiero e la moglie ad Enzo. La contessina dirigeva la casa con forte polso e, pur lasciando ad Enzo una certa autonomia, era chiaro che ci teneva ad essere sempre al corrente di tutto. Ruggiero, durante la giornata, era sempre più spesso fuori casa per gli incarichi datigli dal padrone.

Quando venne la domenica ed andarono tutti a messa, Enzo si accorse, all'uscita dalla chiesa, che Ruggiero s'attardava accanto ai padroni che come al solito salutavano la gente che li ossequiava, ma notò che Ruggiero aveva un atteggiamento galante con le giovani che accompagnavano i genitori a salutare i suoi padroni. Un po' troppo galante. Che bisogno c'era? Non aveva mai fatto così, fino ad allora. Che gli aveva preso?

Enzo ne fu turbato, anzi, lievemente seccato. Questo cambiamento in Ruggiero gli risultava inesplicabile, strano, non ne capiva il senso, il perché. Ed Enzo provò, per la prima volta in vita sua, l'amaro gusto della gelosia.

Un momento in cui Ruggiero guardò verso di lui, Enzo gli disse: "Torniamo in villa."

"Vai tu, io arrivo tra poco con i padroni." rispose il giovanotto con un'alzatina di spalle e si girò a salutare un'altra famiglia, sorridendo apertamente alla figlia diciassettenne che abbassò gli occhi, ma dopo averlo guardato con un sorriso che Enzo giudicò provocante. Il ragazzo si allontanò a grandi passi, senza girarsi indietro, impensierito, confuso, arrabbiato.

Arrivato in villa, si assicurò che tutto fosse pronto per il pranzo, poi si ritirò nella sua stanzetta. Si gettò sul letto vestito, a pancia sotto, cercando inutilmente di calmarsi, di non pensare all'atteggiamento del suo uomo che preferiva fare il galletto con le ragazze che tornare indietro con lui.

Stava lì da un po', imbronciato, scuro, agitato, quando sentì la porta aprirsi e la voce di Ruggiero dire allegra: "Ah, sei qui? Ti aspettano a tavola, che fai?"

"Non ho fame, non vengo." rispose teso Enzo senza girarsi a guardarlo.

"Che hai? Stai male?"

"Non ho voglia."

"Ma dai... Sei stanco?" insisté Ruggiero sedendo sul bordo del lettino e cercando di forzarlo a girarsi.

Enzo resistette: "Lasciami stare, non mi sento."

"Bah. Dirò che non ti senti bene, o troveranno strano che non vieni..." disse Ruggiero alzandosi. Gli diede una leggera pacca sul sedere ed uscì.

Enzo ci rimase male: s'era immaginato che avrebbe insistito, che l'avrebbe abbracciato, che avrebbe capito che era triste e che avrebbe voluto saperne il perché... e invece... una pacca sul culo e ciao! Già, d'altronde di me non gli interessa che il culo, per sfogarsi finché non trova di meglio. Sono solo un buco da fottere, si diceva cercando di ricacciare indietro le lagrime che premevano dietro i suoi occhi.

Cercava di dirsi che si sbagliava, ma il sorriso affascinante che Ruggiero aveva riservato a quelle ragazze, e il suo appartarsi in giardino con la cameriera giovane della contessina, gli si presentavano alla memoria convincendolo che aveva ragione lui. Gli aveva detto tante volte che lo amava che lui aveva finito per crederci... ma allora, perché lo trattava così? Perché anche adesso l'aveva lasciato solo invece di cercare di capire?

Decise di reagire. Stasera avrebbe chiarito tutto con lui. L'avrebbe obbligato a chiarire. Ora doveva riprendersi. C'erano diverse cose da fare... Si alzò ed andò in biblioteca a finire di riordinare i libri che erano stati usati. Quando sentì che in sala da pranzo stavano finendo, uscì in giardino ed andò fino alla stalla. Chiese a Rocco se fosse pronto il cavallo di don Raffaele ed a Tano il calessino della padrona, poi, non avendo voglia di incontrare Ruggiero, si inoltrò nel parco camminando qua e là a caso.

Totò, il cane di Mastro Leo, gli andò incontro scodinzolando. Enzo s'accoccolò a terra e gli grattò la nuca. Il cane gli si strinse contro, quasi sentisse la tristezza del ragazzo, poi gli sedette accanto. Anche Enzo sedette sull'erba ed il cane gli appoggiò la testa su una gamba. Il ragazzo lo carezzò a lungo. Poi un lungo fischio modulato risuonò: era Salvatore che chiamava il cane. La bestia drizzò le orecchie, guardò Enzo. Questi gli disse: "Vai, vai pure..." Il cane, quasi avesse capito, si alzò, guardò ancora una volta verso Enzo, poi corse in direzione del fischio che si ripeteva.

Enzo lo guardò allontanarsi. Poi si alzò e si avviò lentamente verso la torretta. Ad un tratto sentì una risata e la riconobbe subito: era Ruggiero. Quasi in risposta una risatina femminile la seguì. Enzo corse alla torretta, salì di corsa le scale e si gettò di nuovo sul letto. Aveva di nuovo voglia di piangere.

Era lì steso da parecchio tempo, gli occhi chiusi ma senza dormire, quando la porta si aprì. "Enzo!" disse la voce di Ruggiero. Lo sentì avvicinarsi, sedere di nuovo accanto a lui sul bordo del letto. "Che fai qui? Che hai?"

"Niente." mormorò il ragazzo.

"Come niente? Non venisti a pranzo e stai ancora qui a letto. Che ti succede?"

"Niente." insisté il ragazzo.

Ruggiero gli carezzò il petto, ma a differenza dalle altre volte Enzo provò un lieve senso di fastidio.

"Non continuare a dire niente. Cosa hai?"

Il ragazzo non rispose. Avrebbe voluto dirgli: tu non vai, ma tacque. Ruggiero gli carezzò una guancia, ma Enzo girò il volto sottraendosi a quella carezza.

"Enzo! Ma... mica ce l'hai con me?" chiese il giovanotto sorpreso per quel gesto. Al silenzio dell'amante, insisté: "Che hai? Ti decidi a parlare? Che ti prende?"

"A te, che ti prende, piuttosto!" disse con voce dura il ragazzo senza aprire gli occhi.

"A me? A me niente. Mica sono io a essermi messo a letto e a non voler andare a mangiare! Cosa vuoi dire?"

"Certo, tu avevi da fare lo scemo con Lucia!" gli disse con amarezza, a mezza voce Enzo.

Ruggiero si mise a ridere, ma la sua risata, invece di smontare Enzo, lo fece irritare anche di più. "Ma mica sarai geloso, no? Perché sono gentile con lei, mica vuol dire niente, dovresti saperlo, tu."

"E stamattina dopo messa che facevi gli occhi dolci a tutte le ragazze del paese?"

"Ma Enzo! Possibile che non capisci?"

"No, non riesco proprio a capire."

"Don Raffaele... sai, può trovare strano che io non solo non sono ancora sposato, ma non faccio la ronda alle ragazze. E allora, pensai... tutta scena per lui, non capisci? Per lui e per gli altri."

Questa spiegazione avrebbe dovuto calmare Enzo, tranquillizzarlo, ma non ebbe questo effetto: gli suonò come una scusa debole, che cercasse di nascondere a lui la verità.

"Facevi il cascamorto, altro che scena. Bastava guardarti negli occhi."

"Beh, vuol dire che sono un bravo attore."

"Con chi? Con me?" chiese con durezza Enzo.

Ruggiero lo guardò stupito, poi, offeso, ribatté: "Non essere assurdo. Come puoi dire una cosa così?"

"Assurdo? Ma dai, chi credi di prendere in giro? Guarda che non sono stupido, io."

"E invece sì, se arrivi a pensare cose del genere. Sei proprio stupido." ribatté vivacemente Ruggiero.

"E allora, se sono tanto stupido, perché non vai da quell'intelligentona di Lucia, invece di stare a perdere tempo qui?"

"Forse hai ragione tu." ribatté seccato il giovanotto ed uscì dalla stanza alterato.

Enzo sentì il colpo della porta come se avesse colpito lui, come un colpo dentro a proprio cuore.

Ecco, era proprio uno stupido: in questo modo, invece di attrarlo a sé, non aveva fatto che allontanarlo ancora di più. Perché non l'aveva abbracciato? Perché non aveva cercato di capire che cosa Ruggiero stesse veramente provando, invece di accusarlo, di provocarlo?

Si stava maledicendo per la sua stupidaggine, quando la porta si aprì di nuovo. Trattenne il respiro. Dopo poco sentì le mani di Ruggiero su di sé, che stava iniziando a spogliarlo. "No, che fai?" disse il ragazzo irrigidendosi.

"Ti voglio."

"Ma io non voglio."

"Sei mio, no?" insisté il giovanotto continuando a spogliarlo con mani febbrili.

"Ruggiero... no..." lo implorò il ragazzo, ma l'altro si chinò su di lui e lo fece tacere baciandolo, mentre continuava a spogliarlo.

Enzo sentì il desiderio dell'altro, si eccitò, si arrese, ma non era veramente contento: non voleva semplicemente metterci una pietra sopra, risolvendo tutto con una scopata... Ma non ebbe la forza di respingerlo, di rifiutarsi. Ruggiero, dopo averlo denudato, si spogliò e gli andò sopra, continuando a baciarlo, a carezzarlo per tutto il corpo, a sfregarglisi sopra pieno di libidine e lo prese.

"Tu sei mio, sei mio, Enzo! Lo senti quanto mi piaci? Lo senti quanto ti voglio? Ti tolgo io certe idee dalla testa!"

Enzo chiuse gli occhi: gli piaceva fisicamente, e molto, ma non era quella la risposta, non era quello ciò di cui aveva bisogno in quel momento per far tornare il sereno in sé.

Il giovanotto fremette con forza e si scaricò in lui, quindi si rilassò ansimante sul ragazzo. Quando ebbe ritrovato il ritmo normale del cuore e del respiro, si sollevò sui gomiti e, sorridendo soddisfatto gli disse: "Allora? Sei convinto adesso che è tutto come prima?" Enzo non rispose ma chiuse gli occhi. "Allora?" insisté Ruggiero. Enzo non voleva rispondere: possible che non capisse? L'altro incalzò: "Allora?"

"Allora, cosa?" chiese con voce stanca il ragazzo aprendo gli occhi e guardandolo.

Ruggiero lesse in quegli occhi una profonda tristezza e lo guardò stupito: "Ma che hai, Enzo? Perché mi guardi così? Che devo fare per convincerti che ti amo, ti amo sempre, che non cambiò niente?"

"Ecco. Adesso, per la prima volta di oggi, dicesti che mi ami. Non dovevi forse cominciare di lì?"

"Ma lo sai che ti amo, no?"

"No! No che non lo so. Pare che a te interessi solo fottere il mio culo. Anche adesso, tutto quello che mi dimostrasti è che ti piace fottermi, non che mi ami. Non lo capisci?"

"No... non lo capisco... Tutto quello che ci fu fino ad ora fra me e te... ti andava bene, no? Cosa cambiò? Perché facevo il galante con quelle... smorfiose? Non lo capisci che è per poter tranquillamente continuare con te? Lo sai che a me le donne non mi fecero mai fatto rizzare, no? Come puoi essere geloso di... di una donna?"

"Non è solo quello, Ruggiero."

"E cosa altro, allora?"

"Ho l'impressione che... ti stai abituando a me... che ti stai stancando di me."

"Ma non dire minchiate! Stancando di te! Enzo, non è vero. Io ho bisogno di te, io sono felice con te. Davvero, non cambiò proprio niente, per me. Perché per te invece cambiò?"

"Non lo so... ti sento diverso."

"Ma da quando?"

"Dall'altro giorno, quando andasti a passeggiare nel parco con Lucia... e lei ti faceva gli occhi dolci e tu facevi il galante..."

"Enzo! Ma non... Vuoi che smetta di far finta di interessarmi alle ragazze? Se è questo che vuoi, hai solo da dirmelo, no?"

"E lo faresti?"

"Pur di vederti tranquillo, certo che lo farei. Tu sei la cosa più importante al mondo, per me, davvero. Non devi dubitarne nemmeno per un attimo. E se prima... se ti diedi l'impressione che a me interessa solo fotterti... mi dispiace. Certo, mi piace troppo fare l'amore con te, ma non è vero che l'unica cosa che mi interessa è il tuo culetto. Io vorrei che tu fossi felice, con me. Io ti amo, Enzo, ti amo per davvero!"

Il ragazzo abbozzò un sorriso: "Ecco, avresti proprio dovuto cominciare da qui, da queste parole." ripeté a bassa voce.

"E te le sto dicendo. Perché le credo. Sono sincero. Non riesci a credermi?"

"Sì, ci riesco, adesso..." disse con dolcezza Enzo cominciando a distendersi.

E frattanto si diceva che era stato stupido a creare una tensione così per nulla, per paure puerili. Era pentito. Ma al tempo stesso, si diceva anche che se non avesse fatto così, forse Ruggiero non si sarebbe reso conto che gli stava facendo del male.

Ruggiero lo carezzò lieve, poi si stese di fianco al ragazzo. Stavano stretti, fianco a fianco sullo stretto lettino. Il giovanotto emise un lieve sospiro trattenuto. Poi con una mano cercò la mano di Enzo. Questi la strinse e vi intrecciò le dita.

Ruggiero la strinse, la portò alle labbra e la baciò: "Ti amo, Enzo. Credimi..."

"Sì, ti credo."

"Perdonami se ti diedi un'impressione diversa."

"Non devi chiedermi perdono. Forse sono io che immaginavo tutto. E ci stavo male. Forse sei tu che devi perdonare me."

"No, se ci stavi male... Io credevo di far bene, ma... Dovevo parlartene prima, chiederti se eri d'accordo. Sbagliai."

"L'importante è che mi ami. E che me lo fai sentire. Ne ho bisogno, Ruggiero..."

"Allora mi perdoni?"

"Abbracciami..." rispose il ragazzo. Ruggiero si girò su un fianco, fece girare verso di lui Enzo e lo strinse fra le braccia e le gambe. Il ragazzo gli spinse il viso sotto la testa, gli si addossò sospirando lieve. Il giovanotto lo carezzò sulla schiena e sulla nuca. "Non mi chiamasti neanche una volta passerotto, oggi..." si lamentò sottovoce Enzo.

Ruggiero lo strinse più forte a sé: "Ma tu sei il mio passerotto. Il mio dolce passerotto." gli disse con trasporto.

Enzo sentì un senso di calore addosso: mi comporto ancora come un bambino, devo decidermi a crescere. Come ho potuto essere geloso del mio uomo? Se continuo a fare sciocchezze così rischio davvero di farlo stancare di me... Pensò pentito per il proprio comportamento.

Sì, sentiva il calore di Ruggiero, il calore del suo amore. Anche prima, quando l'aveva preso, non l'aveva solamente fottuto, come aveva stupidamente pensato. Che cosa gli aveva preso? Perché s'era sentito così insicuro di quell'amore forte? Quanto si sentiva stupido, quanto si vergognava, ora. Il suo uomo, il suo amante, il suo amato era lì che lo avvolgeva, che lo stringeva, che lo proteggeva. Come sempre. Nonostante la sua pochezza. Come non essergli grato?

Ma anche Ruggiero, continuando a carezzarlo dolcemente, era immerso in riflessioni. Il suo passerotto aveva bisogno di lui, e lui l'aveva davvero un po' trascurato. Aveva dato un po' troppo per scontato che tutto andasse bene fra di loro, e perciò non aveva fatto abbastanza attenzione a lui. Il dolce Enzo s'era affidato completamente a lui, doveva fare più attenzione. Non poteva permettersi di perderlo. Nessuno gli aveva mai dato tanto amore, tanta dedizione, tanto calore quanto quel meraviglioso ragazzo. Non doveva ferirlo. Era stato superficiale, doveva ammetterlo. E poi, era vero che lui per quelle ragazze non provava nulla, che non avrebbe fatto mai nulla, ma nello stesso tempo era anche vero che gli aveva fatto piacere, l'aveva divertito fingere di corteggiarle, sentirsi desiderato. L'aveva fatto davvero per "sembrare come gli altri" ma anche perché gli dava un sottile piacere quel gioco di sguardi. E non aveva pensato così di poter ferire l'unico che amava.

Stavano così, stretti, ognuno chiedendo silenziosamente perdono all'altro, ognuno cercando di far sentire all'altro quanto lo amasse, ognuno conscio di quanto avesse bisogno dell'altro. E spontaneo sorse in loro nuovamente il desiderio, tenero e forte, ed a poco a poco le loro carezze si fecero più intime e ricominciarono a fare l'amore con rinnovata passione: l'arcobaleno tornò a splendere nei loro cuori.

A cena, la contessina Eulalia vide un Enzo sereno, sorridente. "State meglio, don Vincenzino?" gli chiese.

"Sì, contessa, grazie. Ora sto bene."

"Che cosa avevate? Eravamo preoccupati."

"Nulla, forse solo un momento di stanchezza... mi sentii un po' debole, ma passò tutto."

"Riguardatevi, voi e don Ruggiero siete i pilastri di questa casa." disse con un sorriso amabile la padrona.

Don Raffaele annuì ed aggiunse: "Specialmente ora che ho intenzione di mandare don Ruggiero a Messina per alcuni affari, la casa sarà tutta sulle vostre spalle, don Enzo. Non mancateci proprio ora."

Enzo guardò Ruggiero sorpreso e lesse negli occhi del giovanotto la stessa sorpresa. Fu uno sguardo breve, impercettibile.

Ruggiero chiese incerto: "A Messina? Io? Quando?"

"Ancora non decisi quando, ma presto. Pensavo che dovremmo aprire un deposito là, per commerciare col continente. I nostri vini, pensai, troverebbero un migliore mercato verso il continente che non qui in loco. Scrissi ad un amico di Messina, ci si metterebbe in società. Lui è comproprietario dell'agenzia marittima che ci lega al continente e mi farebbe prezzi di favore. È ancora tutto da decidere e voi, don Ruggiero, siete certamente la persona più adatta a mandare in porto l'affare."

"Dovrei trattenermi a lungo?" chiese incerto il giovanotto.

"No, il tempo di studiare l'affare ed eventualmente di avviarlo. Ma ne parleremo domani. Ora godiamoci in santa pace la cena..." rispose don Raffaele. Una lieve aria d'imbarazzo scese sulla tavolata, ma i padroni sembrarono non farci caso.

Terminata la cena, appena i due amanti poterono appartarsi, Ruggiero disse ad Enzo: "Non ne sapevo niente. Ma non andrò a Messina senza te."

"Non ci manderanno assieme: vogliono che io resti qui a dirigere la casa."

"Allora semplicemente non andrò a Messina."

"E come puoi, amore? Rifiutare di andare a Messina, e con quale scusa? Rischi di far arrabbiare il padrone, e sarebbe peggio. Se ti licenzia, saremmo comunque separati. Se pure me ne andassi anche io, dove andremmo? Che faremmo?"

"Ma io non voglio separarmi da te, passerotto."

"Solo per poco... poi tornerai. Supereremo anche questo periodo."

"Oh, Enzo! Riusciremo mai a stare tranquilli assieme?"

"Ringraziamo il cielo di quello che abbiamo..."

Ruggiero era ancora incerto ma Enzo lo convinse ad accettare. L'indomani don Raffaele espose al giovanotto la sua idea ed i due iniziarono a preparare il viaggio a Messina. Il padrone contava su Ruggiero sia perché ne apprezzava le capacità organizzative, sia perché, essendo questi avvocato, contava che avrebbe steso eventualmente contratti vantaggiosi. Così Ruggiero dovette prepararsi per il viaggio. Don Raffaele gli fece prendere il phaéton e mandò con lui Alfio, il figlio di Mastro Leo, come aiuto.

"Ti penserò sempre..." lo salutò Enzo.

"Mi mancherai." rispose Ruggiero.

"Cerca di concludere presto e bene, almeno potrai tornare. Mica don Raffaele avrà intenzione di tenerti là per sempre no?"

"No, certo. Per questo mi affidò Alfio. Una volta avviata la cosa, sarà lui a restare a Messina per curare gli affari del padrone. Abbiti cura, Enzo, passerotto mio."

"Anche tu, Ruggiero."

"Devo andare, ora. A presto..."

"A presto..."

Enzo vide il suo uomo salire a cassetta, togliere il freno ed il phaéton uscì dal cancello scendendo verso Nicolosi. Avrebbe preso la strada che passa per Pedara scendendo fino a Giarre, poi avrebbe seguito la litoranea a nord, fino a Messina. Enzo pensò che, per la prima volta, avrebbe usato davvero la sua cameretta, il suo lettino. Gli sarebbe certamente mancato molto il suo uomo!


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