Ruggiero era partito da alcuni giorni quando giunse notizia in Villa che a Siracusa ed a Catania gruppi di rivoltosi avevano attaccato gli uffici del governo regio. L'esercito era intervenuto duramente e c'era stati alcuni morti. Tutto sembrava sedato, ma così non era. Sparsasi la notizia, erano affluiti uomini e giovani dai paesi circostanti ad ingrossare le file degli scontenti. Se le prime dimostrazioni erano state condotte a colpi di sassi e di bastone, ora erano cominciate a comparire armi, e i gruppi si stavano organizzando e coordinando.
Enzo sentì queste notizie a tavola, riferite da don Raffaele. La contessina Eulalia disse che era orribile, che la gente sembrava improvvisamente impazzita, che la colpa era dei miscredenti: se la gente fosse andata di più in chiesa... Ma don Raffaele le fece notare ridendo che fra i capi dei rivoltosi pareva ci fossero anche non pochi sacerdoti. La contessina portò una mano alla bocca sbarrando gli occhi incredula. Enzo ebbe l'impressione che don Raffaele, pur senza dirlo chiaramente, propendesse almeno un po' dalla parte dei rivoltosi.
"Suvvia, Eulalia, pensateci bene: chi sono questi rivoltosi? Ve ne sono di diverse categorie: quella della gente che non ha nulla da perdere e molto da guadagnare, come i braccianti, specialmente quelli che raramente tiran su giornata, quella dei piccoli commercianti stanchi di pagare tasse su tasse, munti come vacche da latte, senza averne dal governo nulla in cambio, e infine quella dei grossi possidenti, stanchi dei privilegi che le leggi del re accordano alla nobiltà e delle pastoie che mettono a loro."
"Ma voi, da che parte state? Dalla parte dell'ordine, spero!" disse secca la giovane sposa.
"Certamente, ma quale ordine? Tutta la nostra storia non è che un alternarsi di ordini nuovi: all'ordine greco, subentrò quello romano, e a quello romano quello bizantino, a quello bizantino quello arabo, poi quello normanno, poi quello angioino, svevo, quello spagnolo e quello borbonico. Mi chiedo solo quale sarà il prossimo. State tranquilla, comunque, anche se tutto cambierà, tutto resterà come prima. Ogni volta per noi siciliani cambiò l'abito, ma sotto siamo sempre noi, sempre trionfa la nostra cultura, lo sapete bene. Perciò... ordine, d'accordo, ma non necessariamente l'ordine di ora."
"Se non fossi vostra moglie, penserei che siete anche voi un rivoltoso. Non vi rendete conto che se le vostre parole uscissero da questa sala, potreste essere accusato di tradimento?"
Don Raffaele rise: "Non preoccupatevi, di qui non usciranno." disse guardando Enzo.
Questi rispose con un sorriso al padrone ed annuì solamente con un lieve cenno degli occhi.
Per alcuni giorni non si parlò più dei moti popolari. Ruggiero tornò in Villa per conferire con don Raffaele. Si trattenne solo quattro giorni prima di tornare a Messina e per i due amanti furono quattro giorni di festa. Ruggiero stava per ripartire per Messina quando arrivarono due lettere da Palermo, una per don Raffaele, l'altra per lui.
La lettera per Ruggiero, oltre a dare notizie di Petruzzo (che una volta "sgrossato" pareva si fosse dato alla pazza gioia e, conteso da molti, passava allegramente da un letto all'altro) raccontava degli ultimi straordinari eventi.
"Un certo generale Garibaldi Giuseppe, proveniente dal Regno di Piemonte e Sardegna con mille fanti ben equipaggiati con armamenti leggeri e tutti con indosso una camicia rossa e han bandiere di tre colori, verde, bianco e rosso..." era sbarcato a Marsala. Le forze del Re non erano riuscite ad opporsi, perché quando avevano cercato di opporsi all'attracco della nave dei piemontesi bombardandola, si erano interposte le navi inglesi e la gente di Marsala era insorta contro le truppe del Re di stanza nel porto.
Ma la cosa più straordinaria era che quel manipolo di uomini aveva facilmente avuto ragione delle truppe borboniche, sia per l'estrema mobilità, sia perché aveva trovato pronto sostegno nelle bande di picciotti che s'erano messe subito e tutte agli ordini del generale piemontese. Così, in poco tempo quel Garibaldi aveva conquistato senza fatica non solo Marsala e Trapani, ma il 27 maggio era entrato trionfalmente in Palermo, quasi senza colpo ferire. Lo stesso viceré era scappato alla volta di Napoli.
La lettera per don Raffaele conteneva le stesse notizie, provenienti da altra fonte. Nella sua lettera era anche scritto che il generale piemontese, man mano che marciava per "liberare la Sicilia", lasciava come suoi governatori nelle principali città suoi uomini o gente fidata del posto: aveva promesso che, quando tutta l'isola fosse stata "liberata" vi sarebbe stato un referendum per decidere se la Sicilia avrebbe preferito diventare uno stato indipendente o entrare a far parte del nuovo e grande Regno d'Italia che si sarebbe esteso dalle Alpi al Mar Jonio con Re Vittorio Emanuele di Savoja come re.
In assenza della moglie, don Raffaele fu più esplicito: disse a Ruggiero che lui simpatizzava decisamente per i picciotti, specialmente se c'era finalmente chi li coordinava, chi dava loro la possibilità di avere successo.
Ruggiero gli chiese: "Ma secondo voi, un re piemontese sarebbe meglio del un re spagnolo?"
"Mah, bisognerebbe conoscerlo, non lo so. Però il fatto che non ci conquisti e basta, che dica di voler fare una votazione, mi pare che sia meglio del nostro re, no? Anche se sicuramente farà in modo che il referendum risulti in suo favore, mi immagino."
Continuarono a parlare ed Enzo li ascoltava cercando di farsi un'idea: lui non s'era mai posto problemi di quel genere, non aveva mai pensato alle cose dello stato, della politica. Ma ora ne era, almeno in parte, affascinato. Ascoltandoli ebbe l'impressione che don Raffaele badasse piuttosto a che cosa conveniva fare, mentre gli pareva che Ruggiero si chiedesse più che cosa fosse giusto che non che cosa fosse conveniente.
Quanto a lui, avere un re o un altro, non è che gli sembrasse tanto diverso. Riguardo a un'Italia più grande, al Piemonte... non aveva la più pallida idea di che cosa parlassero, dove fossero. Se avesse chiesto a Ruggiero, forse lui gli avrebbe potuto far vedere su uno di quei libri con le mappe di tutti i paesi che c'erano in biblioteca... Comunque tutti e due parevano pensare che sarebbe stata una cosa buona, conveniente, perciò lui già dentro di sé pensava che forse quel Garibaldi potesse essere uomo dabbene. Si diceva che fosse biondo... come lui. Anche questo glielo rendeva simpatico.
Ruggiero tornò a Messina. Enzo pensò che l'attendeva un nuovo periodo di separazione e questo lo mise un po' di cattivo umore, ma sperava che tornasse presto. Ruggiero gli aveva detto che avrebbe fatto il possibile...
Frattanto arrivarono notizie di altri disordini, di altri scontri fra i rivoltosi e le truppe borboniche. La notizia che Garibaldi stava avanzando verso est aveva dato più forza e temerarietà ai gruppi dei picciotti. Si diceva che Giarre fosse in mano ai picciotti, ma a Catania pareva fossero più forti i soldati del Re.
Anche a Nicolosi cominciavano a vedersi gruppi di picciotti, gente per lo più dei paesi vicini. Enzo era andato a fare alcune commissioni in paese, quando incrociò uno dei gruppi. Dette un'occhiata quasi distratta poi proseguì per la sua strada, quando si sentì chiamare. Si girò e vide Alduzzo staccarsi dal gruppo ed andare verso di lui con un gran sorriso stampato in faccia.
"Enzo! Stavo proprio chiedendo dov'era Villa Torretta per venirti a trovare! Come stai?"
"Bene. E tu? Che è, ti sei fatto picciotto?"
"Certo. Stiamo lottando per il generale Garibaldi, per l'Italia unita." rispose il ragazzo con fierezza.
"Ma tu lo conosci Garibaldi?"
"No, ma lo conosce il nostro capo, Federico Cangemi. Lo vide, lui. Era a Palermo quando vi entrò."
"Ah, e com'è?"
"Bellissimo, un eroe, un angelo, un vero capo, dicono. E tutti i garibaldini, lo sapevi? sono tutti volontari, venuti per aiutarci a liberarci dal re borbone."
"Hanno la camicia rossa." disse Enzo per far vedere all'amico che anche lui sapeva qualcosa, poi aggiunse con un tono d'orgoglio: "E lui è biondo come me."
"Sì. E anche noi diventeremo garibaldini. Perché non vieni anche tu?"
"Ma... e tua moglie?"
"Mia moglie? Sta al paese. Lei mica può combattere, è una donna."
"No, voglio dire, se tu vai a fare il garibaldino, che fai, lasci tua moglie?"
"Mah, io voglio andare in continente con Garibaldi. Sai, dicono che andrà fino a Napoli e poi su a nord, conquistando tutto per darlo al suo re su un piatto d'argento. Io voglio andare a nord."
"E tua moglie?" ripeté stupito Enzo.
"Eh, rimane qui, si capisce. Io... non sono fatto per la vita matrimoniale, e questa è l'occasione buona."
"E lei lo sa?"
"Ci mancherebbe. Quando lo saprà, sarò già lontano." disse Alduzzo ridendo, poi chiese di nuovo: "Perché non vieni anche tu con noi? Tu non hai manco il problema di lasciare una moglie, no?"
"No, io sto bene qui. E poi, io, proprio non mi tira l'idea di fare il soldato. Ma che ci fate qui a Nicolosi?"
"Ci stiamo preparando per andare a liberare Catania. Ci sono altri gruppi di picciotti a Aci, a Paternò, a Gerbini, a Lentini. Aspettiamo l'ordine poi scenderemo tutti contemporaneamente su Catania e ciao borboni! Non vedo l'ora di menare le mani."
"Da quando in qua sei diventato un guerriero, Alduzzo?"
"Beh, ne vale la pena, e poi, questa sì che è vita: liberi come l'aria."
"C'è qualcun altro del paese?"
"Nel mio gruppo no. Ma ho sentito che Rosario e suo fratello Tano si sono uniti al gruppo di Aci."
Enzo annuì: di Tano e del fratello si stupiva meno che non per Alduzzo. Chiacchierarono ancora un po', poi Enzo salutò l'amico, fece le commissioni e tornò in villa. Aveva notato che parecchia gente portava ai picciotti ceste di cibo e anche qualche fucile da caccia, con cartucce, polvere e pallini. Pareva che stavolta facessero sul serio. Ma i soldati dovevano essere un osso duro, pensò.
Passarono altri giorni. I picciotti avevano lasciato Nicolosi avvicinandosi a Catania. Enzo per qualche giorno non sentì più parlare di loro. Ma anche da Ruggiero non arrivavano notizie: diceva don Raffaele che probabilmente le strade erano interrotte o da blocchi di picciotti o delle truppe del re. Bisognava aspettare che o gli uni o gli altri avessero la meglio per tutto il tratto fra Catania e Messina prima che potessero ristabilirsi le comunicazioni.
Enzo stava in pensiero, aveva una gran voglia di cercare di raggiungere Messina, ma per farlo avrebbe dovuto abbandonare la Villa contro la volontà del padrone. Era tentato di farlo, ma ancora non si decideva. In casa, fra la contessina e don Raffaele c'era una certa tensione, poiché sempre più chiaramente i due erano orientati verso le opposte sponde. Anche da Catania non giungevano notizie.
Poi, circa dieci giorni dopo l'incontro di Enzo con Alduzzo, una sera tardi, un gruppo di picciotti si presentò al cancello della villa. Erano laceri, alcuni feriti. Dissero di essere inseguiti dai borboni e chiedevano aiuto: cibo ed armi, prima di salire sul Mongibello per mettersi in salvo. Don Raffaele dette ordine alla servitù di curare i feriti e di dar loro cibo, anche se era incerto riguardo alle armi.
Enzo ritrovò Alduzzo. Non era ferito, era solo terribilmente stanco. Ma più che mai deciso a combattere. Stavano parlando, quando arrivò trafelato Salvatore dicendo che i borboni erano in Nicolosi e che stavano salendo verso la villa, armati di tutto punto, compresi due muli che trainavano cannoncini da campagna.
Federico Cangemi disse che i sani potevano anche riuscire a scappare sul monte, ma era preoccupato per i feriti. Che fare? Non voleva lasciarli cadere in mano ai borboni ma non poteva portarseli dietro. A questo punto la contessina disse che dovevano arrendersi ma don Raffaele disse che dovevano cercare di nascondersi sulla montagna. Ci fu una dura discussione fra moglie e marito. La contessina fece preparare il calessino e disse che lei voleva tornare dalla sua famiglia finché non si fossero chiarite le cose: non accettava di rischiare di essere creduta complice di quei "banditi".
Don Raffaele non si oppose alla sua partenza: una carrozza con tre donne ed il cocchiere non avrebbe corso rischi. Partita la contessina, don Raffaele aiutò i picciotti ad organizzarsi per scappare. Ma a quel punto mastro Leo arrivò ad annunciare che il capitano delle truppe reali era al cancello che chiedeva di essere ricevuto da don Raffaele. Ci fu un momento di panico. I sani potevano fuggire attraverso il parco, ma i feriti?
Allora Enzo prese in disparte il padrone e gli disse: "Scusate, don Raffaele, conoscete le stanze segrete nei sotterranei?"
L'uomo lo guardò chiaramente senza capire, allora Enzo disse: "C'è una grande stanza segreta, potremmo nascondere lì i feriti, con provviste e qualcuno che li curi, mentre gli altri scappano."
"Tu sai dov'è come ci si può accedere?"
"Certo."
"Allora provvedi tu. Io cercherò di far perdere tempo ai soldati."
Federico Cangemi, mentre quelli in grado di correre scappavano attraverso il parco, ordinò a tre suoi uomini sani di restare con i feriti. Uno era Alduzzo. Enzo, caricandosi uno dei feriti, aiutato dagli altri e seguito dai feriti in grado di camminare, carichi anche delle provviste, li guidò nelle cantine. Scesero fino alla stanza con gli scaffali, ora pieni di centinaia di bottiglie di ottimi vini. Enzo fece scorrere il sistema di paletti e, facendo luce con le lanterne, fece entrare i feriti con i tre picciotti sani, nella grande stanza. Spiegò ad Alduzzo che, o tramite il pozzo o dalla parete a scaffale, avrebbe dato loro segnali che concordarono, richiuse accuratamente gli scaffali e risalì.
Era appena tornato su a pianterreno, quando sentì che don Raffaele stava entrando in villa seguito da un gruppo di soldati, mentre gli altri circondavano completamente la villa. Enzo fece un cenno al padrone per fargli capire che tutto era a posto.
"Potete perquisire tutta la villa a vostro piacimento, se non credete alla mia parola." disse sostenuto don Raffaele al comandante.
"Non è che non voglia credervi, don Raffaele. Se voi dite che andarono verso la montagna, così sarà. Ma noi dobbiamo compiere il nostro dovere, essere sicuri. Senza offesa, don Raffaele..."
"E fate il vostro benedetto dovere. Spero che non mi creiate troppi problemi."
"La signora contessa vostra consorte dice che vennero in villa a chiedere cibo ed armi..."
"Che io non diedi. Le mie armi, se volete controllare, sono tutte al loro posto. Se ne andarono, non potevano far altro. Comunque... perquisite la villa. Spero che finiate presto, mi sento un po' stanco, vorrei poter andare a dormire."
Enzo ammirò il sangue freddo e la sicurezza che mostrava il padrone. La servitù, schierata dietro al padrone, aveva assistito in silenzio al colloquio fra il padrone e il comandante: nessuno di loro avrebbe parlato: non ho visto niente, non ho sentito niente, non so niente, era la parola d'ordine su cui tutti erano d'accordo.
I soldati dentro la villa cominciarono a perquisire accuratamente tutte le stanze, cercando anche eventuali nascondigli. Ormai il cielo si stava oscurando, e la perquisizione dovette continuare alla luce dei lumi. Don Raffaele si mostrava tranquillo, aveva solo un'aria vagamente annoiata. Enzo gli stava a fianco. Anche lui si sentiva tranquillo: era praticamente impossibile che i soldati trovassero il nascondiglio. Ma se lo avessero trovato... Mah, era meglio non pensarci.
I soldati stavano finendo di perquisire la villa, quando dall'esterno si sentirono spari, grida, e un soldato entrò correndo nella villa chiamando il comandante: la villa era circondata, fuori dal muro di cinta, da un numero imprecisato ma sicuramente grande di picciotti che erano venuti con il favore delle tenebre. Il comandante dette ordine ai suoi soldati che circondavano la villa nel giardino di entrare e di appostarsi alle finestre.
Don Raffaele protestò veementemente: "Non potete trasformare la mia casa in un fortino. Non potete..."
"Ritiratevi o dovrò farvi mettere agli arresti! Posso e come, caro don Raffaele! Tanto più che siete sospettato di avere aiutato i ribelli."
"Aiutato! Se li avessi aiutati non sarebbero qui a trasformare casa mia in un campo di battaglia!" disse con sarcasmo l'uomo. La discussione non continuò, perché dalle finestre e dall'esterno iniziò una scarica di fucileria.
Don Raffaele disse alla servitù che s'era stretta attorno a lui: "Svelti, tutti nelle cantine."
Scesero di corsa. Enzo si chiedeva se doveva dire al padrone dove fosse la stanza segreta, ma non gli pareva quello il momento. Fu confermato nella sua idea quando don Raffaele, presolo in disparte, gli disse: "Acqua in bocca. In meno sappiamo dove sono, più stanno al sicuro."
"Ma la villa..."
"Chiunque alla fine vinca... quella parte dovrà in qualche modo risarcirmi... Se non con denari, almeno con onori. Non è detto che sia un male che si stiano affrontando proprio qui..."
La battaglia durò tutta la notte. Nella villa erano asserragliati una quarantina di soldati, non sapevano quanti potessero essere i picciotti che la assediavano. Enzo si chiedeva perché Ruggiero non aveva detto al padrone della stanza segreta. Comunque ora era tornata utile, in qualche modo. Il fatto che là dentro ci fosse nascosto anche il suo amico Alduzzo, e l'arroganza del comandante dei soldati di Franceschiello, ora facevano propendere Enzo decisamente dalla parte dei picciotti. Così spesso è la politica per la gente semplice: i motivi di una scelta, più che da profonde motivazioni ideologiche sono spesso dettati da fatti contingenti, personali.
Ad un tratto sentirono il rombo dei cannoni da campo e fu evidente che non erano solo i due dei borbonici a cantare: la villa tremò colpita. Enzo guardò preoccupato il padrone, ma questi, a differenza dei servi, pareva tranquillo. Loro, lì sotto, correvano pochi rischi. Se anche la villa sopra di loro fosse crollata bloccando l'uscita, c'era sempre, se pure difficile, la via del pozzo per tornare in superficie, pensò Enzo. Ma questo il padrone non lo sapeva. Come mai era così tranquillo? Non temeva che potessero restare intrappolati là sotto?
I colpi dei cannoni rimbombavano nel sotterraneo di tanto in tanto. La fucileria crepitava, ma pareva più lontana. Non si sentivano grida, voci, di laggiù. Enzo si chiese che cosa potessero provare i picciotti nascosti nella stanza segreta. Che cosa stesse pensando in quel momento il suo amico Alduzzo.
Era difficile dire quanto fosse durata la battaglia. Ma dopo un tempo piuttosto lungo, le armi finalmente tacquero. Erano tutti tesi ad ascoltare il profondo silenzio, e tutti evidentemente si chiedevano a favore di chi fosse terminato quel violento confronto. Don Raffaele decise di provare ad andare a vedere. Enzo volle accompagnarlo: dovette insistere un po, poi la spuntò e il padrone accettò che lo seguisse. La scala non era ostruita, la porta si aprì senza problemi. Dopo averla aperta, don Raffaele attese alcuni secondi, quindi si affacciò prudentemente. Ad Enzo il cuore batteva forte forte.
"Andiamo." disse l'uomo uscendo ed Enzo lo seguì.
La stanza era piena di fumo e polvere. Accanto alla finestra c'erano soldati morti. Andarono, muovendosi rasente al muro, alla porta che dava nel locale d'ingresso. La porta non esisteva più, calcinacci, polvere, la scala a forbice con una rampa crollata e la statua riversa e a pezzi. Dalla porta della cucina veniva una spessa cortina di fumo. Anche qui soldati morti. Enzo si fece il segno della croce. Stavano salendo sulla rampa ancora agibile quando si sentì un sinistro scricchiolio ed una parte della parete verso lo studio si inclinò. Sembrò fermarsi ed i due corsero, Enzo scendendo e don Raffaele salendo, poi un tratto della parete s'abbatté sulla scala. Enzo sentì il grido dell'uomo poi una nube di polvere e calcinacci gli impedì di vedere.
Enzo chiamò gridando il padrone, ma non ottenne risposta. Chiamò di nuovo, quando alle sue spalle sentì grida, voci. Si girò appena in tempo per trovarsi di fronte un gruppo di picciotti con i fucili spianati verso di lui. "Non tirate, non tirate!" gridò Enzo.
Alle loro spalle comparve Federico Cangemi: "Non sparate!" ordinò ed entrò andando verso Enzo.
Il ragazzo lo riconobbe: "Don Raffaele... aiutatemi, gli crollò sopra il muro. Svelti!" gridò.
Federico dette alcuni ordini, poi, mentre i suoi uomini si avventuravano sulla rampa coperta dalla parete rovinata, chiese al ragazzo: "I miei uomini?"
"Sono in salvo, don Raffaele li nascose. Salvatelo ora, vi prego."
"Se ne stanno occupando i picciotti. Portatemi dai miei uomini."
"Venite." disse Enzo e lo guidò nei sotterranei.
Disse ai servi di salire tranquilli e di andare ad aiutare a soccorrere il padrone. Quando tutti furono risaliti, portò Cangemi alla stanza degli scaffali del vino e fece il segnale a quelli chiusi dentro, quindi fece scorrere i travetti e fece pivottare lo scaffale. Sull'apertura comparvero i tre uomini sani, fra cui Alduzzo, con le armi pronte. Riconobbero il loro capo che entrò.
Alduzzo uscì: "I borboni?" chiese.
"Morti tutti."
"Ma come avete fatto?"
"Sono arrivati i picciotti degli altri paesi e noi siamo tornati. Ci è andata bene." rispose Cangemi.
Alduzzo abbracciò con trasporto Enzo stringendolo a sé e battendogli pacche sulle spalle. Frattanto gli uomini stavano uscendo dal nascondiglio. Mentre Alduzzo tornava indietro ad aiutare i feriti a risalire, Enzo corse di nuovo all'ingresso. Arrivò giusto in tempo per vedere che i servi stavano portando giù dalla scala il corpo esanime del padrone.
"È... vivo?" chiese preoccupato.
"Sì, è solo svenuto, ma è piuttosto malconcio." rispose Francesco.
"Gerolamo, Rocco, andate a vedere alla rimessa se c'è un calesse usabile, attaccatelo: dobbiamo portare subito don Raffaele da un medico. Frattanto voi girate tutta la villa e spegnete il fuoco dove c'è. Mettete in salvo più cose che potete ed accumulatele nelle stanze che si possono ancora usare. Tu, Luciano, resta sempre accanto a don Raffaele..."
Enzo continuò a dare ordini e, nonostante fosse il più giovane, tutti obbedivano prontamente. La rimessa era fortunatamente intatta, come la stalla, così presto fu possibile allestire la berlina a due cavalli. Vi fu trasportato il padrone e, con Francesco alla guida e Luciano e Menica all'interno che assistevano don Raffaele, la berlina si avviò verso Nicolosi in cerca del medico. Enzo, aiutato da Giacomo, Marzio, Lorenzo, Gerolamo, Nunzia, Rocco, mastro Leo, Santa e Salvatore, si occupò della villa.
Era molto mal ridotta. Spensero i tre o quattro focolari di incendio ed iniziarono a raccogliere tutto il salvabile dalle stanze inagibili. Frattanto anche i picciotti stavano raccogliendo i feriti, sia quelli che erano nascosti nei sotterranei, sia quelli feriti durante la precedente battaglia. Santa e Nunzia andarono a preparare qualcosa da bere e da mangiare per gli uomini.
Enzo sedette un attimo per tirare il fiato ed Alduzzo gli sedette accanto: "Che pensi di fare, ora?"
"Non lo so. Se solo don Raffaele si rimettesse presto. O se ci fosse Ruggiero..."
"L'intendente?"
"Sì..."
"Noi porteremo i feriti giù in paese, poi tutti gli uomini validi andremo a Messina: pare che ci sia arrivato il generale Garibaldi."
"A Messina? Mi piacerebbe venirci."
"E vieni, no?"
"Ma qui, la villa..."
"Devi per forza occupartene tu? Mica è roba tua, no?"
"No, ma..." disse Enzo pensieroso. Aveva un gran desiderio di andare a Messina, di rivedere il suo uomo.
Mangiato qualcosa, si rimise a lavorare. Guardava mastro Leo: in fondo era lui che prima s'era preso cura della villa quand'era disabitata... non avrebbe potuto occuparsene di nuovo lui in sua assenza? Poi lui sarebbe tornato con Ruggiero, che avrebbe preso tutto in mano finché non si fosse ristabilito il padrone. Scese di nuovo nelle cantine a chiudere la stanza segreta, anche se ormai almeno alcuni dei picciotti ne conoscevano l'esistenza, poi risalì. Si sentiva stanco, terribilmente.
Chiamò mastro Leo: "Sentite, io ho bisogno di un po' di riposo. Potreste occuparvi voi di tutto finché mi stendo un po'?"
L'uomo annuì. Era il più anziano dei servi, sia per età che per servizio, perciò era la persona più adatta per prendere in mano le cose. Enzo andò alla torretta: era intatta. Invece di andare nella propria stanza come al solito quando non c'era Ruggiero, salì nella camera del quarto piano. Chiuse gli scuri in modo di lasciare la stanza in penombra. Si tolse scarpe, giacca, panciotto, calzoni e camicia e, in mutande e maglietta, si stese sul grande letto.
Era spossato. Scivolò quasi subito in un sonno profondo. E sognò. Sognò che Ruggiero tornava, si avvicinava al letto sorridendogli e si metteva a carezzarlo. Dapprima lievemente, poi in modo sempre più intimo. Sognò che lui era eccitato, che il suo uomo gli infilava una mano sotto le mutande e che gli carezzava il membro dritto e duro, sempre guardandolo negli occhi e sorridendogli invitante. Sognò che fremeva, che era tutto in fiamme... E si svegliò.
Alduzzo era seduto sul bordo del letto, una mano infilata nelle sue mutande e lo stava masturbando lieve. Enzo fece per alzarsi di scatto, ma l'amico lo sospinse sul petto sorridendogli maliziosetto: "Lasciami fare... Entrai per chiamarti ma poi vidi che ce l'avevi così duro! Non ti piace?"
"Sì, ma..."
"Siamo amici, no? Non fare quella faccia... Mica ci vede nessuno..."
"Ma..." tentò di protestare ancora Enzo, confuso.
"Vedrai che ti faccio godere... Meglio di una donna. Già lo facesti con una femmina, tu?"
"No... ma lascia perdere..."
"E... con un uomo?" chiese l'amico continuando a masturbarlo.
"E tu?" chiese Enzo trattenendo il respiro: quella mano era più che piacevole.
"Sì. Parecchie volte. E mi piace. Più che con mia moglie. E tu mi piaci..." disse con voce sensuale titillandogli i capezzoli attraverso la magliettina. Enzo fremette ed emise un gemito di piacere. "Mi piaci troppo, Enzo... è tanto che avevo voglia di... questo. Ti piace, no?"
"Sì..."
"E lo facesti mai con un maschio?" chiese di nuovo forzandogli le mutande fino a metà coscia.
"Sì..." sussurrò quasi il ragazzo.
"Hai una gran bella minchia, Enzo... Fammi posto, dai!"
Enzo si disse che non doveva, ma si scostò: era troppo eccitato per opporsi. L'amico gli sorrise e lui rispose, un po' vergognoso. "Toccami anche tu, dai." lo incitò l'amico guidandogli la mano fra le sue gambe.
Enzo sentì che era pienamente eccitato, attraverso i panni lo strinse a piena mano ed emise un lieve sospiro. Dopo poco erano entrambi nudi che si sfregavano l'uno contro l'altro. Era ben fatto, Alduzzo. E caldo. E pieno di desiderio.
Enzo non pensò più a niente, si lasciò andare a quelle sensazioni che non provava da troppo tempo. L'eccitazione di entrambi era al massimo ed Enzo stava pensando di offrirsi all'amico, quando invece questi si offrì a lui: "Inculami, dai! Fammi sentire questa tua bella minchia dura. Infilamela tutta dentro, fottimi, Enzo, dai!"
Il ragazzo restò per un attimo sorpreso, ma l'amico lo guidò in sé ed Enzo, per la prima volta in vita sua, penetrò un maschio.