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una storia originale di Andrej Koymasky


pin IL CAPORALE CAPITOLO 15
IL TRADIMENTO

Ruggiero era tornato a Messina da soli due giorni quando il generale Garibaldi con i suoi uomini dalle camicie rosse e migliaia di picciotti investirono la città. Le truppe del Regno delle due Sicilie tentarono una opposizione, ma la città insorse ed i soldati, già provati dalle ribellioni dei giorni precedenti, prese fra due fuochi, si arresero in breve. La città accolse con manifestazioni di gioia il biondo eroe venuto dal nord ed i suoi uomini.

Ruggiero era nella folla che faceva ala al generale a cavallo che entrava in città. Dunque erano quelli i piemontesi! Li guardava sfilare, e notò che la maggioranza erano giovani. Si vedeva che erano nordici. Parecchi erano anche gran bei ragazzi, pensò il giovanotto con un certo piacere. Erano radiosi, salutavano con grandi gesti. I picciotti che seguivano i garibaldini erano un coacervo di gente eterogenea, alcuni vestiti poveramente, altri con una certa eleganza. Anche fra i picciotti la maggioranza erano ragazzi giovani.

Il lungo corteo si diresse verso il centro della città. Qui il loro generale, quel Garibaldi dalla lunga chioma bionda e dalla corta barba, fece un discorso. La parlata era nordica, ma si capiva chiaramente quello che diceva. Diceva che era venuto a liberare la Sicilia dalla dominazione straniera, diceva che loro erano tutti italiani, che l'Italia doveva divenire un'unica grande nazione, ma che i siciliani avrebbero scelto liberamente il loro futuro. Poi chiese ospitalità per sé e per i suoi uomini.

La folla salutò le sue parole con grida di evviva. E in parecchi si affollarono facendo a gara per offrire ospitalità agli eroi venuti dal nord. Già le prime famiglie sfollavano con il loro ospite, dopo che uno degli uomini del generale aveva annotato il nome e dove sarebbe stato ospitato. Ruggiero stava guardando un po' divertito, un po' frastornato, un po' incuriosito tutta quella confusione, quando si trovò accanto ad un giovane garibaldino: doveva avere sui venti anni. I loro occhi si incontrarono, il garibaldino gli sorrise e lui rispose al sorriso. Il ragazzo aveva un gran ciuffo di capelli castano chiari, il volto ben rasato, le maniche della camicia arrotolate che mostravano braccia muscolose.

Il garibaldino gli si accostò: "Io mi chiamo Manfredo Donvito." gli disse semplicemente.

"Piacere. Io sono Ruggiero Vizzini."

Si strinsero la mano ed a Ruggiero la stretta salda, franca dell'altro dette un vago senso di piacere.

Il garibaldino gli chiese: "Sposato?"

"No."

"Vivi con la famiglia?"

"No, da solo."

"E... non avresti posto per ospitarmi?"

"Ho una casa piccola, in affitto, una sola camera da letto..."

"Mi accontento di poco."

"Puoi trovare di meglio."

"Non mi va di trovarmi in una famiglia con uno stuolo di figlie affamate di maschietti esotici. E poi almeno tu non parli in siciliano, ci possiamo capire senza problemi." disse ridacchiando Manfredo.

"Non ti piacciono le nostre donne?" gli chiese il giovanotto studiandolo.

"Non è questione delle vostre donne: siete bella gente, voi siciliani. È che non mi va di trovarmi compromesso con una donna. Uno dei motivi per cui ho seguito Garibaldi è proprio per liberarmi da una fidanzata che i miei m'avevano imposto. Non ho nessuna voglia di sposarmi, io."

"Ah no? E come mai?" chiese il giovanotto interessato.

"Sto meglio con un buon amico... Capisci? D'altronde, anche tu ancora non ti sei sposato, no? Hai la fidanzata?"

"No no. Beh, se ti accontenti... puoi venire a stare da me."

"Ottimo. Andiamo a registrarci, allora." rispose prontamente il ragazzo.

Mentre Ruggiero lo conduceva a casa sua, parlarono: Manfredo aveva venti anni, era d'origine toscana ma suo nonno s'era stabilito a Torino e sia lui che il padre erano nati lì, quindi si consideravano torinesi. A Ruggiero il ragazzo era simpatico: era vivace, aveva uno sguardo intelligente, luminoso, simpatico. Parlava in modo elegante, si sentiva che era colto. Prima di andare volontario stava studiando all'università: il padre voleva farne un notaio, ma a lui la cosa non l'interessava molto.

"Che cosa avresti voluto fare?"

"Avrei voluto studiare arte all'Accademia, ma..."

"E che farai, dopo?"

"Non lo so ancora. Ma non ho intenzione di tornare in famiglia, questo è certo."

Arrivati nel piccolo appartamento di Ruggiero, composto solo di una camera e una cucinotta ricavate in un'ala di un vecchio palazzo, al terzo piano, Ruggiero gli disse: "Possiamo mettere qualcosa qui, accanto al mio letto, se credi. Posso cercare un materasso in prestito."

"Il tuo letto è abbastanza grande per due, no?" replicò tranquillo il ragazzo passando una mano sul letto da una piazza e mezza.

Ruggiero lo guardò un po' perplesso: quel ragazzo gli piaceva molto ed averlo accanto a letto, temeva, gli avrebbe acceso il desiderio. Non gli sembrava il caso.

L'altro, al suo silenzio, disse: "Non russo, e non scalcio di notte. Non ti darò fastidio."

"No, è che... non vorrei essere io a dare fastidio a te." disse incerto Ruggiero.

"Ma no che non mi darai fastidio. Ma forse è che avresti preferito avere una bella ragazza a letto con te?" chiese con un sorriso malizioso il ragazzo.

Ruggiero rispose al sorriso: "No, non è quello. Non mi dispiace avere te nel mio letto."

"Neanche a me. Quindi..."

"D'accordo, dormiremo assieme. Hai fame?"

"Un po'..."

"Allora facciamoci qualcosa da mangiare."

"Poi mi porti a vedere la città? Prima che faccia buio?"

"Certo, volentieri."

"Posso appoggiare qui la mia sacca?"

"Dove vuoi: fai come se fossi a casa tua."

"Grazie."

"Andiamo a mangiare, ora."

Chiacchierarono, Ruggiero era affascinato dalla vivacità del ragazzo, dal suo modo di raccontare le cose, dal suo sorriso. Per certi aspetti gli ricordava il suo Enzo, ma era più disinvolto, più brillante. E altrettanto bello. Per un attimo Ruggiero pensò a quando sarebbero stati a letto assieme e si eccitò. Ma lui amava Enzo, non doveva farsi venire certe idee in testa. E poi non era detto che il ragazzo, perché aveva detto di non volersi sposare, dovesse preferire i maschi. Ruggiero cercò di non lasciarsi andare a quei pensieri.

Uscirono. La città aveva un'aria festaiola. Qua e là gruppi di messinesi passeggiavano con al centro un garibaldino. Pareva che tutti fossero in strada. Il tempo era bello. Manfredo di tanto in tanto faceva un cenno di saluto ad uno dei suoi compagni dalla camicia rossa che incrociavano. Visitate alcune chiese, andati a vedere alcuni palazzi antichi, passeggiarono un po' lungo il porto. Poi, a sera, andarono a mangiare in un'osteria: era piena di garibaldini e dei loro ospiti siciliani. Cantarono canzoni del loro paese ed anche Manfredo s'unì ai cori. Alcune erano nei dialetti del nord, difficili da capire. Anche i siciliani cantarono alcune loro canzoni.

Ruggiero notò che il ragazzo aveva labbra dolci, e pensò che doveva essere piacevole baciarle. A fatica cacciò dalla sua mente quel pensiero che lo stava facendo eccitare. Manfredo notò il suo sguardo e gli sorrise lieve. Ruggiero sentì come un calore pervaderlo. Il ragazzo nordico era decisamente affascinante: quando sorrideva gli occhi gli diventavano due fessure in cui brillavano due pietre preziose piene di una luce misteriosa. Lievemente turbato, il giovanotto distolse lo sguardo ed osservò le mani che stringevano il boccale di vino: erano mani lunghe, dalle dita affusolate, forti eppure eleganti. Mani da nobile, non da popolano.

"Sono nobili, i tuoi?" gli chiese ad un tratto Ruggiero.

Il ragazzo rise: "No. Borghesi noiosi."

"Potresti sembrare un nobile." disse il giovanotto.

I loro occhi si incontrarono di nuovo. Lo sguardo profondo del ragazzo fece fremere Ruggiero. Pensò che doveva smettere di guardarlo così, ma fu incapace di distogliere gli occhi.

"Ti dispiace se rientriamo?" chiese il ragazzo.

"Sei stanco? hai bisogno di riposare?"

"Un po', ma non ho voglia di dormire subito. Voglio stendermi un po, chiacchierare ancora con te... se ti va."

"D'accordo. Andiamo?"

"Sì, andiamo."

Tornarono in casa. Il ragazzo si accostò al letto ed iniziò subito a sbottonarsi l'uniforme. Ruggiero lo imitò e si preparò per andare a letto: dalla finestra si vedeva il cielo che si stava scurendo rapidamente. Il ragazzo restò con indosso solo un paio di mutande di tela. Aveva un petto glabro, ampio, ben cesellato.

"Da che parte mi metto?" gli chiese.

"Dove vuoi tu."

"A sinistra, allora." disse il ragazzo scoprendo il letto e stendendosi senza ricoprirsi.

Ruggiero restò con le mutande e la maglietta. "Spengo il lume?" chiese.

"Sì."

Soffiò sul lume e si stese a destra del ragazzo. Le loro braccia si sfioravano.

"Quanti anni hai, Ruggiero?"

"Ventotto compiuti."

"Te ne davo di meno. Otto più di me."

"Sono tanti."

"No. L'età giusta."

"Giusta?" chiese il giovanotto.

"Giusta." ripeté il ragazzo senza aggiungere nessuna spiegazione. Poi si girò su un fianco ed il loro lieve contatto cessò. "Hai un bel profilo: devi avere sangue greco nelle vene." disse il ragazzo.

"Greco, arabo, romano, e chissà? Siamo un popolo misto, noi siciliani."

"Bella gente, comunque. Mi piace il tuo profilo."

Parlarono ancora, finché il sonno si affacciò nelle loro voci. Si dettero la buona notte. Si girarono su un fianco voltandosi le spalle. I loro sederi si sfioravano appena. Ruggiero era nuovamente eccitato. Per fortuna, girati così, l'altro non poteva rendersene conto.

Non doveva lasciarsi andare a quei pensieri, continuava a ripetersi Ruggiero mentre scivolava lentamente nel sonno, ma non era facile, con un così bel ragazzo seminudo accanto a lui, nello stesso letto. Sentiva il respiro lieve del ragazzo. Provò un forte desiderio di girarsi, di prenderlo fra le braccia, di carezzarlo, di fargli sentire la propria erezione, il proprio desiderio... Ma restò immobile e finalmente si addormentò.

La mattina seguente il sole lo svegliò. E sentì il corpo di Manfredo contro il suo, accucciato. Era una sensazione piacevole... Aprì gli occhi. Ed incontrò gli occhi aperti dell'altro, a pochi centimetri dai suoi. Sorridenti. Per un po' nessuno dei due parlò, continuavano a guardarsi. Poi Ruggiero sentì, chiara, evidente, l'erezione del ragazzo palpitargli contro e si sentì infiammare: anche la sua erezione si svegliò immediatamente e fremette contro il corpo del suo ospite. Manfredo accentuò il suo sorriso. Ruggiero, senza più pensare a nulla, gli cinse il torso nudo con un braccio e lo tirò a sé. Le loro labbra si incontrarono e le loro lingue iniziarono a giocare lievi e calde, mentre il ragazzo gli si premeva contro e con una mano carezzava la nuca ed un fianco del giovanotto.

Ruggiero gli si addossò facendolo stendere sulla schiena e gli andò sopra con il corpo. Le mani del ragazzo s'infilarono sotto la maglietta del giovanotto e carezzarono la sua forte schiena, poi scesero a liberarsi e a liberarlo delle mutande. Ruggiero lo baciò a fondo e Manfredo, gemendo per il piacere, gli circondò la vita con le gambe e lo strinse a sé incollandosi a lui pieno di voglia, dimenandosi sensualmente sotto il grato peso del giovanotto. Il membro turgido del bel siciliano scivolò fra le cosce del piemontese ed andò a sfregarsi con vigore fra le piccole natiche snelle e ben modellate.

Manfredo fremette con forza, si contorse in modo di premere contro quel forte palo che gli frugava nella piega dei glutei. Ruggiero sentì il sangue pulsargli forte nelle vene, il cuore battere vigoroso, la gola farsi secca per il desiderio. La brama gli vibrava dentro languida e forte, lo possedeva, lo incalzava. Si sentì affamato di quel corpo giovane ed asciutto, maschio eppure pronto a darglisi.

"Lo vuoi?" chiese con voce roca per il desiderio.

"Sì, chiavami!" rispose con occhi ardenti il ragazzotto.

Ruggiero non conosceva quel termine, ma l'immagine di una chiave infilata nella toppa era più che chiara. Sì, l'avrebbe schiuso lui quel forziere del tesoro! Entrambi si mossero per giungere alla congiunzione carnale che tutti e due desideravano con intensità. Evidentemente Manfredo non era di primo pelo: Ruggiero gli scivolò dentro liscio liscio, mentre il ragazzo faceva palpitare ad arte il retto caldo come una fornace.

Gli si spinse dentro mentre Manfredo inarcava la schiena ed emetteva un lungo e basso "Aaaah..." di piacere. In nessuno dei due c'era più ritegno, imbarazzo: Ruggiero lo prese a lungo, godendosi quell'intimità inattesa, straripando in lui come un fiume in piena e lo riprese senza titubanze, senza dargli neppure il tempo di riprendersi, e poi lo prese ancora, con vigore ed entusiasmo, finché finalmente entrambi furono completamente e felicemente sazi.

Mentre ansanti si rilassavano, Manfredo gli disse, sorridendogli radioso: "Avevo visto giusto, quando t'ho chiesto d'ospitarmi. Era proprio questa l'ospitalità in cui speravo. Ma non m'aspettavo tanto: sei più caldo e forte del vostro vulcano!"

"Sapevi che avrei fatto l'amore con te?" chiese lievemente sorpreso ma divertito Ruggiero.

"Lo speravo. Non mi sono sbagliato."

"E come facesti a capire che valeva la pena di provarci con me?"

"Intuizione. Anche perché voi maschi siciliani, purché non si sappia, siete quasi sempre disponibili a fare una bella chiavata."

"Mica tutti sono come me... A me piace solo il maschio."

"Beh, di questo non potevo essere sicuro. Ma anche chi preferisce le femmine spesso non si tira indietro di fronte a un maschietto disponibile."

"E tu sei molto disponibile, vero?" chiese con lieve ironia Ruggiero.

"Con uno come te, certo. Chiavi meglio di un dio greco! Sei fenomenale."

"Anche tu, ci sai fare davvero. Devi avere non poca esperienza."

"Sei il mio diciannovesimo maschio, da quando ho scoperto che mi piacciono quelli del mio sesso."

"Ah, e cioè?"

"Ho avuto il mio primo uomo quando avevo quattordici anni."

"E tieni il conto?" chiese con un mezzo sorriso il giovanotto.

"Me li scrivo tutti in un mio quadernetto, dal primo che mi ha sverginato sei anni fa."

"E se qualcuno lo legge?"

"Lo scrivo con un codice mio, nessuno lo può leggere."

"E mi ci metterai pure a me?"

"Certo."

"E chi è stato il tuo primo uomo?"

"Si chiamava Ludovico Viola. Era un uomo di trentasei anni, il padre di un mio compagno di scuola. M'aveva sorpreso che spiavo dal buco della serratura il mio compagno che stava facendo il bagno. Non sapevo che c'era anche lui a casa. Io ero chinato davanti alla porta, i calzoni aperti, che guardavo dal buco della serratura e me lo menavo. Lui è arrivato: portava le pantofole da casa, non l'avevo sentito arrivare in corridoio. Mi ha preso da dietro e mi ha detto che ero un gran porcello. Io ero gelato per la vergogna e la paura. Mi ha trascinato, ancora coi calzoni aperti, quasi di peso fino in camera sua, mi ha fatto chinare sul suo letto, m'ha abbassato del tutto i calzoni e pensavo che mi avrebbe preso a cinghiate sul culo di santa ragione e invece... mi è venuto addosso e mi ha chiavato."

"E tu lo lasciasti fare?"

"Prima ero troppo spaventato per protestare... e dopo troppo goduto! Lui se n'è accorto e mi ha chiesto se m'era piaciuto farmi chiavare. Gli ho detto di sì e così, dopo quella prima volta abbiamo continuato per tutto l'anno scolastico. Sapeva chiavare, Ludovico!"

"Meglio di me?"

"No, tu sei fenomenale, davvero. Tu sai come far godere un maschio. Sono contento di stare con te."

"Io, veramente, non avrei dovuto..." disse Ruggiero ripensando improvvisamente ad Enzo.

"E perché?"

"Perché io ho già un ragazzo."

"Qui?"

"No, sta al paese. Ma siamo innamorati."

"Beh, occhio non vede, cuore non duole. Almeno finché restiamo a Messina, possiamo fare di nuovo l'amore, no?"

"Non ti bastò?" chiese divertito Ruggiero.

"Per adesso... ma fra poco ne avrò di nuovo voglia, penso. E tu no?"

Ruggiero era combattuto: il ragazzo gli piaceva molto, ma ora che pensava ad Enzo si sentiva un po' vergognoso per quel che aveva fatto. Pensò che in fondo poi Manfredo se ne sarebbe andato, che lui non stava togliendo nulla ad Enzo: lui amava Enzo, Manfredo era solo un diversivo, anche se magnifico, una compagnia finché doveva stare lontano dal suo ragazzo. In fondo, aveva ragione Manfredo, bastava non farlo sapere ad Enzo e il ragazzo non ne avrebbe sofferto. Lui non voleva far soffrire il suo ragazzo. Con Manfredo era solo desiderio fisico, come quando uno ha fame e può mangiare un ottimo pasto. Era solo appagare un bisogno del corpo...

Così continuò a fare l'amore con il giovane garibaldino pieno di gradevole lussuria. E Manfredo era anche simpatico, di buona compagnia. E decisamente bello. Aveva una pelle liscia e chiara, fianchi stretti, gambe lunghe, affusolate ed era coperto da una lieve pelurie chiara che si vedeva solo quand'era colpita da un raggio di sole e che rendeva la pelle del colore dell'oro antico. Gli piaceva anche l'impudicizia del ragazzo, che quando erano soli in casa girava anche completamente nudo, senza il minimo senso d'imbarazzo, lo guardava con gli occhi semichiusi ed un sorriso lievemente provocante sulle labbra, facendolo accendere di desiderio; e allora era subito pronto a darglisi con genuino entusiasmo.

Quel ragazzo avrebbe fatto perdere la testa ad un santo, fatto perdere i voti ad un eremita, e Ruggiero non era certo né l'uno né l'altro. Il giovanotto aveva una natura sensuale e calda, e per Manfredo era facile far infiammare quello splendido stallone e goderselo.

"Sai, sono quasi tentato di restare in Sicilia." gli disse un giorno.

"Perché?"

"Per non lasciarti."

"Ma non può continuare la nostra storia, lo sai. Io sono legato al mio ragazzo."

"È così eccezionale?" gli chiese Manfredo.

"Per me lo è, senz'altro. Io e lui ci amiamo."

"E allora, io per te che cosa sono?"

"Spero che non te la prendi, ma... sei solo un piacevole intermezzo. Molto piacevole, comunque." disse Ruggiero carezzandogli il piccolo sedere sodo.

Il ragazzo sorrise: "Dimostramelo."

"Cosa?"

"Quanto sono piacevole..." rispose il ragazzo carezzandolo fra le gambe ed iniziando a sbottonargli gli abiti.

Ruggiero sorrise e sospinse l'altro verso il letto, eccitato.

"Cosa vuoi farmi?" chiese il ragazzo facendo un'espressione falsamente stupita.

"Chiavarti!" gli rispose il giovanotto usando con un senso di piacere quel nuovo termine.

"Non capisco..." disse il ragazzo proseguendo nel suo gioco.

"Infilare tutta questa minchia nel tuo bel culetto, spingertela dentro fino in fondo, e poi sbatterti finché godi, finché godo..."

"Sì... mi sembra un ottimo programma. Dai, mio bel maschione, cosa aspetti?"

Ruggiero lo sollevò di peso facendolo stendere sul letto e il ragazzo l'accolse in sé con un lungo mugolio di piacere. Lo incitava, lo spronava, ma il giovanotto non ne aveva certamente bisogno: era pieno di voglia di godersi quel giovane maschio in calore così entusiasticamente disponibile.

Quando finalmente entrambi furono appagati, Manfredo, con aria da bambino viziato, disse a Ruggiero: "È vero che mi dai qualcosa di dolce da mangiare, adesso?"

"Te lo darei volentieri, ma non ho niente un casa."

"Ma io ho voglia... perché non esci a comprarmelo?"

"Se usciamo assieme, ti offro quello che vuoi."

"No... io non ho voglia di vestirmi. Ti aspetto qui a letto, dai! Esci un attimo, mi compri qualcosa e me lo porti... E dopo... ti dò io qualcosa di dolce, lo sai."

Ruggiero sorrise con indulgenza. Scese dal letto e si rivestì. "Ma poi devi ricompensarmi, intesi?"

"Certo. Lo so bene che a te non basta mai una volta sola."

"E ti dispiace?"

"Al contrario."

"Aspettami, allora."

"E chi si muove?"

"Non so se troverò subito qualcosa di buono. Forse dovrò andare fino alla piazza della cattedrale."

"Ti aspetto. Non deludermi e io non deluderò te." disse il ragazzo sorridendogli maliziosetto.

Ruggiero gli tirò un bacio con le dita ed uscì, allegro e divertito, a cercare i dolcetti per il ragazzo.


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