La strada fino a Messina, percorsa a piedi, è un lungo cammino. Enzo era la prima volta che si spingeva tanto lontano dai luoghi in cui aveva vissuto fino ad allora. Quando traversavano i vari paesi erano sempre accolti con manifestazioni di simpatia. Arrivati al mare a Giarre, i picciotti lo costeggiarono e si fermarono per la notte a Mazzarò. Enzo, dopo quella prima volta in cui aveva fatto l'amore con Alduzzo, gli aveva detto di sé e di Ruggiero, e perciò, gli aveva spiegato, non potevano più farlo. Alduzzo aveva insistito un po', ma alla fine, di fronte alla determinazione dell'amico, aveva accettato la sua decisione. Enzo era deciso a confessare al suo amante quel cedimento, e sperava che questi lo perdonasse, che non la prendesse troppo male, che non ne soffrisse.
Si chiedeva perché avesse potuto cedere così facilmente, si giudicava con severità. Quella notte si stesero a dormire vicini. Alduzzo lo vedeva pensieroso.
"Che hai, Enzo?" gli chiese in un sussurro.
"Mi chiedo come la prenderà Ruggiero..."
"E tu non glielo dire."
"Non posso. Non sarebbe onesto. Semplicemente non avrei dovuto farlo."
"Se ti vuole bene per davvero, ti perdonerà, no? E poi, puoi sempre dire che è colpa mia: in fondo è vero, no?"
"No, è colpa tua almeno quanto mia... Non posso nascondermi dietro a scuse. L'ho fatto e non dovevo."
"Ma è stato bello, no?"
"Che c'entra?" rispose il ragazzo.
Sì, gli era piaciuto, era vero, anche se aveva preferito quando era stato Alduzzo a prendere lui. Anche se preferiva quando era Ruggiero a prenderlo. Ma non era questione di essere piacevole o meno. Era questione che lui apparteneva a Ruggiero e il giovanotto a lui, e che lui aveva incrinato la loro relazione lasciandosi andare in quel modo. Lui e Ruggiero era come se fossero sposati, no? E un uomo può perdonare la moglie che lo tradisce, o viceversa? Forse sì, ma non era certo una cosa bella. Non avrebbe dovuto capitare.
E si vergognava tanto più perché ricordò di come lui fosse stato geloso delle galanterie che il suo Ruggiero aveva avuto nei confronti delle ragazze. Mah, in parte era anche colpa della loro separazione, in parte della tensione della battaglia, degli eventi, in parte l'amicizia antica con Alduzzo... avevano confluito molte cose a rendere possibile il suo tradimento, ma restava che la causa principale era stata la sua debolezza. Nonostante avesse ormai compiuto i diciotto anni, era ancora immaturo, si disse con amarezza Enzo.
"Ma tu, a parte Ruggiero, non l'avevi mai fatto con nessun altro?" gli chiese Alduzzo interrompendo il flusso dei suoi pensieri.
"No, mai con nessuno. Lui è il mio primo e unico uomo."
"Ah. Capisco. Per me è diverso. Sai chi fu il mio primo?"
"No... Cesare?"
"Beh, anche con lui... Ma il mio primo uomo fu sei anni fa, anche tu lo conosci, ma scommetto che non immagini chi sia."
"Un uomo? Non uno di noi ragazzi?"
"Esatto."
"E chi? Lo conosco? Uno del paese?"
"Esatto."
"Sposato?"
"Esatto."
"E chi?"
Alduzzo ridacchiò: "Non riusciresti mai ad immaginarlo."
"Lo conosco? Bene?"
"Beh, sai chi è..."
"E chi è?"
"Zio Giovanni."
"Il fratello di tua madre?" chiese stupito Enzo.
"Proprio lui. Stavamo lavorando al castagneto di don Bastiano. Eravamo andati a fare acqua e lui s'accorse che gli guardavo la minchia e mi chiese se mi piaceva. Beh, ce l'ha bella e era quasi dura. Io dissi di sì e lui mi disse che potevo toccargliela e quando gliela presi in mano diventò ancora più dura. Allora lui mi portò fra i cespugli, mi calò le braghe e me la infilò tutta dentro. Ce l'ha abbastanza grossa e mi fece male e dovette chiudermi la bocca per non farmi gridare. Ma mi piacque parecchio. E lui mi diceva che io gli piacevo troppo, che ero il migliore ragazzo che avesse mai fottuto, che ero anche meglio di sua moglie. E mi fece giurare che l'avrei fatto ancora con lui."
"Tuo zio Giovanni..." disse pensieroso Enzo.
"Stupito, vero?"
"Sì. Passa per essere uno sciupafemmine."
"Vero. E invece è uno sciupamaschi, te lo garantisco io. Prima di me s'era fatto anche Tano..."
"Il fratello di Rosario?"
"Lui. E dopo di me si fece anche Pino. E altri. A lui piacciono i ragazzi sui quattordici, sedici anni. E si fece anche tutti i suoi figli."
"I figli? Dio, io morirei se fosse mio padre a dirmi di fare certe cose. Come è possibile, un padre col figlio?"
"Perché, che c'è di male? Una figlia, rischi di ingravidarla, e allora sì che sarebbe un problema, ma con un figlio non rischi niente."
"Ma padre e figlio!"
"Quando tira, tira a tutti, no? Anche padre e figlio sono due maschi. Anche due fratelli sono due maschi. Anche fra fratelli capita abbastanza spesso, anzi, visto che spesso dormono sullo stesso saccone, è facile che capita. Tano lo fece con Rosario, per esempio. E anche Federico con Martino."
"E tu, come lo sai?"
"Lo feci con Tano e anche con Federico: me lo dissero loro."
"E proprio Rosario e Martino pigliavano in giro Cesare e Ranuccio! Che fetenti." disse scuotendo la testa Enzo.
"Mah, sai com'è, queste sono cose che si fanno ma non si dicono. Anche perché a me, a te, a qualcun altro piace, ma per gli altri è solo uno sfogo finché non hanno una donna. Ma avere una donna, finché non ci si sposa, non è facile, lo sai. Così... Anche fra i picciotti, che stanno lontani dalle loro donne, spesso i più giovani sostituiscono le femmine. Basta che gli altri non lo sappiano, e va tutto bene, no?"
"Ma se lo fanno, gli altri lo sanno, no?"
"Ma fanno finta di non sapere."
"Ma perché a qualcuno, come a me o a te, piace di più il maschio che la femmina?"
"E chi lo sa?"
"E perché se lo fai con una femmina te ne puoi vantare con gli amici ma se lo fai con un maschio devi far finta che una cosa così non esiste, non va bene?"
"Specialmente chi la prende in culo. Mah, chissà? Non è questa l'unica cosa che si fa ma non si dice. È così, da sempre."
"Ma non è giusto." concluse Enzo.
Il giorno dopo ripresero la strada verso il nord, verso Messina. Enzo si sentiva eccitato alla prospettiva di incontrare di nuovo Ruggiero, dopo tanti giorni. Sarebbero tornati assieme in Villa, Ruggiero si sarebbe occupato di tutto e lui sarebbe stato di nuovo al suo fianco. L'avrebbe pregato di non lasciarlo mai più. Lui aveva bisogno di Ruggiero e Ruggiero di lui, se l'erano detti tante volte. Ruggiero l'avrebbe perdonato, avrebbe capito...
Aveva in tasca l'indirizzo del suo uomo: si sarebbe fatto spiegare dalla gente del posto dov'era quell'indirizzo, avrebbe bussato alla sua porta, Ruggiero sarebbe stato stupito di vederlo, sarebbe stato contento. Avrebbero finalmente fatto di nuovo l'amore. Quando doveva dirglielo? Subito? Mentre facevano l'amore? Dopo? Forse era meglio dopo, nel languore che segue la gioia dell'unione, quando si è talmente pieni di dolcezza che anche un boccone amaro diventa accettabile... Come avrebbe reagito il suo uomo? Mah, non restava che aspettare e vedere, e sperare per il meglio.
Entrarono in Messina e furono subito contagiati dall'aria di festa che ancora regnava nella città. Federico Cangemi con i suoi uomini volevano incontrare il generale Garibaldi per mettersi al suo servizio.
Alduzzo era eccitato all'idea: "Io gli chiederò di darmi una camicia rossa e lo seguirò fino in capo al mondo." disse con occhi luminosi.
Enzo sorrise: "Io non vengo con voi. Io vado a cercare il mio Ruggiero. Buona fortuna, Alduzzo. Forse non ci vedremo più..."
"Perché non vieni con noi, invece?"
"No, lo sai che io sono legato a Ruggiero, no?"
"Amore, amore!" lo motteggiò, ma con simpatia, l'amico.
Si salutarono ed Enzo cominciò a chiedere alla gente del posto dove fosse l'indirizzo che aveva.
Non gli fu difficile individuarlo: era una casa grande, che mostrava ancora un'antica bellezza, anche se rovinata dall'inclemenza del passare del tempo.
Sul portone chiese ad una donna: "Scusate, qui dovrebbe vivere don Ruggiero Vizzini. Sapete dirmi dove?"
"Ah, don Vizzini? Il forestiero di vicino a Catania. Sì, sta al terzo piano, quella scala, ma uscì che è poco, non è in casa, ora."
"Ah, e quando torna?"
"Io mica m'impiccio degli affari degli altri. Che posso saperne."
"Posso aspettarlo qui."
"Certo che potete, non date fastidio a nessuno." rispose la donna spiccia.
Enzo sorrise. La parlata dei messinesi era un po' diversa da quella del suo paese, ma si potevano capire. Il modo di fare era più spiccio, aveva notato. All'inizio gli erano sembrati quasi scortesi, scostanti, ma poi s'era reso conto che era solo un modo diverso di fare.
Si chiese se aspettarlo lì sul portone o se salire la scala che gli aveva indicato la donna ed aspettare al terzo piano. Di lì, guardando ai due estremi della via, l'avrebbe visto arrivare. Ma di sopra la sorpresa sarebbe stata forse maggiore, perché Ruggiero l'avrebbe visto all'ultimo minuto... L'avrebbe anche potuto abbracciare, forse, su per le scale, non certo lì sulla via. Forse era meglio salire, si disse.
Arrivato al terzo piano, c'erano tre porte, e su una era incollato un cartoncino su cui era scritto in bella grafia "Vizzini". Enzo si sentì il cuore battere in petto. Se solo avesse potuto entrare, si sarebbe spogliato e si sarebbe fatto trovare nudo sul letto, pronto per il suo uomo... Ma la porta era chiusa. Sedette su un gradino della rampa che saliva ai piani superiori ed attese. Tutto era silenzio. Ad Enzo batteva il cuore. Quanto avrebbe dovuto attendere? Magari era in giro per affari e sarebbe tornato solo a sera, pensò. Beh, poco male, l'avrebbe aspettato: prima o poi sarebbe tornato a casa. Aveva nel fagottello un pezzo di pane e di cacio. Li sbocconcellò nell'attesa.
Non era passato molto tempo quando sentì rumore di passi su per le scale. Forse era proprio il suo Ruggiero, si disse sentendosi emozionato. Mise via pane e cacio e si alzò in piedi guardando verso la rampa che veniva dal piano inferiore, trattenendo il respiro. Il rumore di passi saliva, veloce. Attese, e finalmente lo vide: era proprio lui, aveva un pacchettino in una mano e con l'altra stava tirando fuori una chiave dalla tasca. Si avviò alla porta ed infilò la chiave nella toppa iniziando a schiavarla.
Allora Enzo disse, con voce bassa e dolce: "Ruggiero!"
Il giovanotto si girò e lo guardò: sorpresa, gioia, perplessità si alternarono rapidamente nei suoi occhi. "Enzo... come mai sei qui?" chiese infine.
Il ragazzo rimase un po' perplesso per la reazione del suo uomo: s'era aspettato un'esplosione di gioia, si era aspettato di essere abbracciato, stretto... Forse era perché erano per le scale.
Si avvicinò alla porta socchiusa e spinse il battente: "Andiamo in casa, ho mille cose da raccontarti." disse guardandolo negli occhi, cercandovi una luce di piacere, di desiderio.
Ma vi lesse invece un'espressione preoccupata e Ruggiero, prendendolo per un braccio, lo tirò lievemente indietro, dicendogli: "Vieni, scendiamo..."
"Scendiamo? Perché? Non mi porti dentro?"
In quel momento una voce chiara, maschile, venne dall'interno: "Ruggiero, m'hai portato i dolci?"
Enzo sentì il cuore fermarglisi in petto e guardò negli occhi il giovanotto: il lieve rossore e l'aria imbarazzata che si dipinsero sul volto del suo amante gli fecero capire che quello che aveva intuito era giusto: Ruggiero aveva un altro, che lo stava aspettando.
"Enzo... io... lascia che ti spieghi..." iniziò imbarazzato, a bassa voce il giovanotto.
"Ruggiero, non vieni?" disse la voce dall'interno.
"Chi è?" chiese Enzo sentendo come una mano stringergli le viscere.
"Io..." iniziò il giovanotto.
Dalla porta socchiusa Enzo vide la porta di fronte aprirsi ed apparirvi un ragazzo di poco più grande di lui, completamente nudo.
I loro occhi si incontrarono e lo sconosciuto gli sorrise: "Salve." disse senza scomporsi, del tutto incurante della sua completa nudità.
"Chi è?" chiese di nuovo Enzo guardando Ruggiero ed entrando deciso nella piccola cucina.
Il giovanotto entrò e chiuse la porta alle loro spalle. "Enzo..." iniziò.
"Ah, sei tu Enzo? Sei il suo ragazzo, allora. Ruggiero m'ha parlato diverse volte di te." disse tranquillo il ragazzo nudo.
"Ma a me non disse niente di voi..." rispose con voce rauca Enzo continuando a guardare negli occhi il giovanotto.
Questi posò il pacchettino sul tavolo e disse: "Vatti a vestire, Manfredo. Io devo parlare con Enzo."
"No, restate pure qui. A quanto pare siete di casa, l'estraneo sono io."
"Io sono suo ospite solo da otto giorni... forse è meglio che vada a vestirmi."
"Non importa." insisté con perverso piacere Enzo che sentiva crescersi dentro una rabbia sorda.
Costringere quel ragazzo a restare lì nudo era una specie di rivincita: capiva che metteva terribilmente in imbarazzo Ruggiero. Non il ragazzo che invece pareva completamente a proprio agio.
"Enzo... lui... lui è solo un mio ospite... è un garibaldino, fra due giorni partirà con gli altri, andranno in continente..."
"Ospitalità completa, vedo. D'altronde noi siciliani siamo famosi per l'ospitalità, non è vero?" chiese Enzo con amara ironia.
Lui aveva ceduto alle carezze di Alduzzo, era vero, ma poi aveva troncato tutto, subito. Quello straniero invece era di casa lì, tanto da girare nudo per casa. E inoltre la storia durava da più di una settimana.
"Scusa, Enzo, ma il tuo Ruggiero è tuo: fra noi è solo una storia senza importanza. Lui me l'ha detto che è innamorato di te, credimi. Io volevo che venisse via con me, ma lui ha detto che non poteva, per te. Non giudicarlo, non pensare male di lui." intervenne Manfredo.
"Innamorato di me? Scommetto che tutte le notti... e magari anche di giorno. Ruggiero non è il tipo di accontentarsi di una volta al giorno, no?"
"Il tuo uomo ha il fuoco nelle vene, è vero. Te lo invidio." disse con un sorriso il piemontese.
"Il mio uomo? Non è il mio uomo. Te lo lascio." rispose con accento crudo, rancoroso il ragazzo.
"Enzo, ti prego... cerca di capire... io non avrei voluto che tu venissi a saperlo così.. io ti amo, davvero. Solo che... sono stato debole, lo ammetto..."
"Debole. Chi non è debole? Anche io, Ruggiero, anche io ti tradii. Ma una volta sola e me ne pentii subito. E troncai subito. E venivo da te pieno di paura, di vergogna, di pentimento, pronto a chiederti perdono. E invece... ti trovo con lui installato nel tuo letto, a casa tua. È un bel ragazzo, sì, capisco che tu lo preferisca a me..."
"No, Enzo, davvero, non lo preferisco a te..."
"E poi lui è straniero, interessante. Parla come un signore. Come posso competere, io? Ti capisco, Ruggiero. Tu vuoi essere libero, non vuoi legarti. Ti è costato anche troppo rinunciare alle tue avventure per me. Ti lascio libero, Ruggiero. Divertiti."
"Enzo... davvero io..." iniziò il giovanotto abbacchiato.
"Enzo, non devi prendertela così. Se vuoi io me ne vado subito. Ruggiero è tuo, non mio." disse Manfredo cercando di risolvere quello spiacevole confronto.
"Mio? No, Ruggiero non è di nessuno. Ruggiero al paese aveva me, adesso ha te. Poi, avrà qualcun altro: forse non è colpa sua, lui deve seguire il suo istinto. Se ha un ragazzo disponibile a portata di minchia, se lo prende, semplicemente."
"Ma io..." iniziò il giovanotto.
"Divertitevi. Tolgo il disturbo." disse Enzo alzandosi e facendo per uscire dalla stanza.
Ruggiero lo prese per un braccio e lo tirò a sé: "Aspetta, non può finire così. Non voglio."
"Non vuoi? Ma voglio io."
"Ma noi ci apparteniamo, ci amiamo."
"Io ci avevo creduto, Ruggiero, ci credetti ma mi ero sbagliato. No, lasciami!" disse con una certa durezza. Durezza che gli veniva da un dolore che quasi gli impediva di respirare, che lo faceva sentire male.
"Enzo, io non volevo che tu lo sapessi, che tu lo scoprissi così..."
"Lasciami. Lasciami!" gridò quasi il ragazzo, congestionato, e si svincolò. Raggiunse la porta, l'aprì e corse giù per le scale, cercando di ricacciare indietro le lagrime che gli impedivano di vedere chiaramente la strada.
Corse, per parecchi isolati, finché si fermò ansante. Sentiva come un pugnale girargli dentro il cuore, aguzzo, freddo, implacabile. Si appoggiò ad un muro cercando di riprendere il controllo del proprio respiro. Che fare, che fare, che fare? si chiedeva in una cantilena incessante. E lui che s'era sentito sporco per aver ceduto una volta, che si era sentito in colpa, mentre Ruggiero si divertiva tranquillamente con quello straniero. Che lo aspettava tutto nudo, senza nemmeno provare vergogna, pronto a fottere.
L'aveva visto il sorrisetto con cui Ruggiero stava aprendo la porta: doveva già essere eccitato all'idea dell'altro che lo aspettava in casa, pronto. Come avrebbe voluto farsi trovare lui. Come solo due amanti possono fare, due che abbiano già sperimentato una lunga intimità. E diceva che lo amava! Sperava che lui non lo scoprisse: tanto, era lontano! E allora, con quanti altri era andato? Con quanti altri sarebbe andato, purché lui non ne venisse a conoscenza?
Riprese a camminare, meccanicamente, immerso in queste riflessioni amare. Non che lui fosse stato perfetto, era vero, ma almeno lui non ci si era adagiato... e lui non l'avrebbe mai nascosto al suo amante, rischiando forse di farsi lasciare. Ma se fra due amanti iniziano ad esserci segreti, vuol dire che non c'è fiducia, non c'è amore. Sbagliare... e chi non sbaglia. Ma così... non era sbagliare. Ruggiero aveva fatto la sua scelta, aveva avuto tutto il tempo per pensarci. Stava con quel ragazzo da otto giorni. Era chiaro. E ci stava tranquillamente, era altrettanto chiaro.
Il sorrisetto di anticipazione con cui apriva la porta di casa... Quello ora lo feriva più di tutto. E aveva cercato di non farlo entrare in casa, logicamente. Voleva farlo scendere di nuovo, per raccontargli qualche storia... Per prenderlo in giro. No, io non andrò mai con una donna, gli aveva detto... ma mica aveva mai promesso che non sarebbe andato mai con un altro uomo. Sapeva giocare con le parole, Ruggiero: aveva studiato. Mica come lui, un ragazzo semplice, di campagna. Come aveva potuto illudersi di avere Ruggiero tutto per sé? Era stato davvero stupido...
Vagò per la città per ore, a caso. Era il primo pomeriggio quando si sentì chiamare. Era Alduzzo: indossava una camicia rossa, fiero.
"Enzo, guarda! Sono anche io un garibaldino. Incontrai Giuseppe Garibaldi, sai? Ma che faccia hai... non trovasti Ruggiero?"
"Sì, lo trovai."
"E allora? Che successe?" gli chiese l'amico preoccupato. "Gli dicesti di noi e... e ha rotto?"
"No, peggio..." disse Enzo e raccontò, con voce rotta, quello che era accaduto.
"Ah! Siamo tutti uguali, noi uomini: ci interessa solo godere, dove e come possiamo. Come i cani: quando sono in calore cercano di fottere pure i pali. Non dovevi illuderti, Enzo. L'amore è una bella storia, ma esiste solo nelle canzoni. E fra due maschi, poi, è ancora più difficile che fra un maschio e una femmina. L'amore è come cercare la lampada d'Aladino: sfreghi, sfreghi e invece d'uscire il genio, l'hai solo lucidata." Enzo fece un sorriso tirato alle parole dell'amico. Questi gli chiese: "E ora, che pensi di fare?"
"E che ne so. Al paese non ci torno."
"Allora, perché non vieni con noi? Se vuoi ti porto dall'ufficiale arruolatore, sono sicuro che se ti presento io, o Federico, ti daranno la camicia rossa. Dopodomani partiamo per il continente."
"Ci sarà pure quello..."
"E che te ne importa. Dai, vieni..."
"Io non tenni mai un fucile in mano."
"Imparerai, come imparai io. Dai, Enzo. Andiamo in Continente: non ci pensi?"
Il ragazzo si lasciò convincere: non voleva tornare al paese e voleva mettere più distanza possibile fra sé e Ruggiero ma, anche se non in modo cosciente, uno dei motivi che lo spinse ad accettare era la speranza di morire in battaglia.
Fu arruolato, gli fu chiesto di giurare, e fu affidato alla squadra del caporale Cangemi, con Alduzzo ed altri ex picciotti. Gli assegnarono un fucile e gli insegnarono a tenerlo in ordine, a caricarlo, a sparare. La disciplina era semplice, si basava su poche regole efficaci. L'atmosfera era allegra, eccitata. Enzo sentì che gli stava facendo bene, anche se dentro c'era ancora un misto di tristezza e delusione. La sera prima di partire, quando tutti andarono in osteria a festeggiare, Enzo disse che non se la sentiva e restò nella stanza che divideva con Alduzzo a casa di un medico messinese.
Alduzzo tornò tardi. Si spogliò per andare a letto, si infilò sotto le lenzuola e s'addossò all'amico, svegliandolo.
"Enzo?"
"Ciao, Alduzzo..."
"Domattina c'imbarchiamo."
"Già."
"La prima volta che andremo in nave."
"Sì."
"E in Continente."
"Sì."
"Non sei eccitato?"
"Un po'." rispose ancora semiaddormentato il ragazzo.
Alduzzo gli passò una mano sul petto, poi scese sul ventre dell'amico: "Adesso non hai più motivo di dirmi di no... ho voglia..." gli sussurrò il ragazzo giungendo a carezzargli i genitali attraverso la tela delle brache.
Enzo non rispose, ma lo lasciò fare e anzi dopo poco scese a frugare nelle brache dell'amico e, sentendone l'erezione imperiosa, si eccitò. "Inculami, Alduzzo!" sospirò.
"Ma dopo tu fotti me?"
"Come vuoi, ma adesso mettimela dentro. Ne ho bisogno." sussurrò il ragazzo mentre liberava delle brache il compagno.
Quando furono completamente nudi, Enzo aderì al compagno offrendoglisi, guidandolo in sé con avida brama.
Mentre l'amico lo penetrava, eccitato, con trasporto, Enzo pensava che l'avrebbe fatto con tutti. Anche con quel piemontese, se l'avesse incontrato. Come si chiamava? Manfredi? No, Manfredo. Era un gran bel ragazzo... ci si era divertito Ruggiero: ci si sarebbe divertito pure lui! Magari potevano farlo anche in tre, lui Alduzzo e il piemontese. E magari c'erano altri con cui avrebbe potuto divertirsi. Aveva ragione Cesare: ogni lasciata è persa.
Alduzzo gli si agitava sopra con una specie di festoso ardore: non era bello come con Ruggiero, ma gli piaceva. Gli strizzò lieve i capezzoli, contento di sentirlo fremere. Alduzzo non era veramente bello, ma era ben fatto, e simpatico. Gli occhi gli brillavano riflettendo la fiammella della candela che si consumava lenta sul comodino. Sorrideva ad Enzo mentre gli batteva dentro tenendolo per la vita. "Mi piaci troppo, Enzo!" mormorò il ragazzo aumentando il vigore ed il ritmo delle spinte.
Enzo chiuse gli occhi godendosi quella monta decisa. Non c'era languore, non c'era tenerezza: erano solo due corpi giovani legati dal desiderio di godere l'uno dell'altro, di spendere in quel modo piacevole l'esuberanza delle loro energie. Due maschi in calore, che godevano nell'unirsi ad un compagno giovane, forte, vigoroso. Due amici che si appagavano l'uno dell'altro.
Enzo sentì Alduzzo tendersi, spingere con forza, scaricarsi in lui con un sommesso e lungo gemito di piacere, stringendolo con più forza per la vita. Poi gli si tolse di dosso, lo fece scostare e si stese, pronto a farsi prendere a sua volta dall'altro. Enzo, ancora pienamente eccitato, si apprestò a soddisfare la muta richiesta dell'amico. Gli si insinuò fra le gambe, gliele spinse sul petto, affacciò il membro ritto ai glutei offerti.
Alduzzo, con occhi brillanti d'anticipazione, gli prese i genitali con le mani e lo guidò in sé. "Oh, Enzo, fottimi... fottimi!" invocò eccitato spingendosi contro di lui mentre l'amico gli affondava dentro.
A Enzo piaceva di più essere penetrato, sì, ma non dispiaceva affatto compiacere l'amico.
Cominciò a pompargli dentro di buona lena. Erano amici fin da ragazzini, pensò, e non avevano mai sospettato l'uno dell'altro: che peccato! Quel maschiotto un po' scapestrato, avvenente anche se non bello, smanioso di godere fino in fondo, in tutti i modi, lo eccitava. E soprattutto gli permetteva di non pensare a Ruggiero.