Ruggiero si sentiva a terra. Più passavano le ore dopo quel penoso confronto, più si sarebbe preso a pugni per aver fatto in modo di perdere il suo Enzo. Aveva fatto rivestire Manfredo e gli aveva detto di cercarsi un altro posto da qualche parte. Il ragazzo non s'era offeso, aveva capito: anche se non era certo colpa sua quanto era accaduto, gli dispiaceva. Ruggiero era sceso a cercare Enzo: non sapeva dove, non sapeva come. Forse Enzo era tornato indietro, forse era già lontano. Che fare?
Aveva lasciato un biglietto alla porta: "Enzo, ti sto cercando. Aspettami." ci aveva scritto sopra augurandosi che il ragazzo ci ripensasse, tornasse da lui. Non voleva perdere Enzo, non poteva permetterselo. Aveva preso troppo alla leggera le cose, ora doveva rimediare in qualche modo, se fosse stato ancora in tempo.
Perché era stato così superficiale? Aveva fatto del male alla persona che più amava al mondo. Ma se lo amava, come aveva potuto tradirlo così? Quando se l'era trovato davanti, avrebbe dovuto... che cosa? A quel punto qualsiasi cosa sarebbe stato troppo tardi. Avrebbe dovuto pensarci prima. Era inutile pensare di chiudere la stalla quando i buoi erano fuggiti.
Girò per Messina, dicendosi che perdeva solo tempo: non sapeva dove cercarlo e forse era andato via, era tornato al paese... eppure non si risolveva a non cercarlo. Lui aveva bisogno di Enzo, proprio di Enzo, non solo di un ragazzo. Quel ragazzo gli era entrato nel sangue, perché l'aveva tradito? Solo per provare il brivido di un corpo piacente, fresco, esotico? Che incosciente era stato.
Vagò per la città anche il giorno dopo, finché incontrò Manfredo. Questi lo salutò e gli andò accanto. Era sorridente come al solito.
"Ruggiero! Stai ancora cercando il tuo Enzo?"
"Sì, anche se temo che tornò al paese."
"Io credo di no... Stamattina s'è arruolato un certo Vincenzo di diciotto anni, non so se sia lui, mi pare che di cognome sia Rota..."
"Enzo! è Enzo! E dov'è adesso?"
"Non lo so, ma se vuoi posso cercare di scoprirlo. Vieni con me, dai."
"Non sei arrabbiato con me?" gli chiese un po' stupito un po' imbarazzato Ruggiero.
"No... tu me l'avevi detto fin dal principio che sei innamorato di lui. Mi dispiace per te. Se tu potessi rimetterti con lui... fargli capire che fra noi c'era solo sesso..."
"Non avrebbe dovuto esserci nemmeno quello, ho sbagliato."
"È un gran bel ragazzo, quel tuo Enzo. E deve essere proprio innamorato per essersela presa così tanto. Vedrai che gli sarà passata..."
"Ho paura di no, ma devo vederlo... tentare di farmi perdonare."
"Mah, ti auguro di riuscirci. Hai poco tempo, dopodomani partiamo."
"Già. Spero di trovarlo subito..."
Ma l'ufficiale che aveva gli elenchi con i nomi delle gente che ospitava i garibaldini non si era preoccupato di mettere in elenco anche le nuove reclute, quindi non poté essere di nessun aiuto. Ruggiero era abbattuto.
"Senti, io cerco ancora di sapere qualcosa del tuo Enzo. Comunque, male che vada, puoi venire dopodomani all'imbarco: lì sarai sicuro di vederlo."
"Ma non avrò tempo di parlargli..."
"Allora spero di trovarlo prima che partiamo. Ci vediamo domani. Qui al porto? Qui davanti?"
"Sì, grazie."
Ruggiero tornò a casa. Passò la notte quasi senza dormire: era agitato, inquieto. Non voleva perdere il suo Enzo. Che fare? Poi, era ormai l'alba, gli venne un'idea. Si vestì in fretta ed andò a cercare il comando dei garibaldini dove era stato la sera prima con Manfredo. Chiese dell'ufficiale arruolatore. La sentinella gli disse che sarebbe arrivato più tardi. Sedette ed attese. Quello era il modo migliore, di sicuro. Era disposto ad abbandonare tutto, pur di non perdere il suo Enzo... Il suo Enzo. Avrebbe voluto ancora essere suo?
Manfredo, frattanto, quella stessa mattina, andò in cerca del sergente che comandava il gruppo dei siciliani. Da lui seppe il nome del caporale di Enzo Rota e lo cercò: stava al Campo di Marte che s'allenava al tiro con i suoi soldati. E riconobbe Enzo: era l'unico siciliano biondo. Pensò di andargli a parlare, poi ebbe un'idea migliore. Cercò il caporale e gli disse che aveva una convocazione al comando per la recluta Vincenzo Rota. Il caporale, fortunatamente, non pensò a chiedere l'ordine scritto: aveva un po' soggezione di quel garibaldino della prima ora, un piemontese dall'aria decisa e sicura. Andò a chiamare Enzo e lo mandò da Manfredo.
Quando il ragazzo, lasciato il fucile, si avvicinò a Manfredo, lo riconobbe subito e si fermò lievemente interdetto.
Manfredo gli si avvicinò. "Andiamo." gli disse semplicemente e si avviò.
Enzo esitò appena, poi lo seguì. "Perché mi vogliono al comando?" chiese accigliato.
"È una bugia, sono io che volevo parlarti."
"E di che? Non abbiamo niente da dirci."
"Beh, tu forse no, ma io sì. E io sono soldato scelto, ti sono superiore di grado." inventò il ragazzo.
"E dove andiamo?"
"Passeggiamo, e tu mi ascolti."
"Parla."
"Senti, io capisco che tu sia incazzato con me. E con Ruggiero. Ma fra me e Ruggiero c'è stato solo sesso, lui è innamorato di te, ti sta cercando."
"Innamorato! Non voglio vederlo." disse con sarcasmo il ragazzo.
"Te lo giuro, me l'ha detto fin dall'inizio. Aveva voglia di divertirsi un po', d'accordo, ma lo sai, è un uomo che ha il fuoco nelle vene. Ma lui m'aveva detto chiaro che fra noi due non poteva esserci niente più di un'avventuretta."
"Durata otto giorni?"
"Ero ospite a casa sua, si dormiva nello stesso letto e io avevo voglia quanto e più di lui. Ma lui ama te. Chiavava con me solo perché non aveva te da troppo tempo."
"Non ci credo."
"Comunque, secondo me, devi incontrarlo, parlargli."
"Non voglio. Mi feci garibaldino per andargli lontano. E poi, adesso mi misi con un mio vecchio amico."
"Vuoi dire che fate l'amore?"
"Esatto."
"È solo una reazione alla delusione, ne sono sicuro." disse Manfredo guardandolo dritto negli occhi.
"No, è che almeno lui non mi piglia in giro, non mi promette che sarà solo mio. Ci piace fottere e fottiamo."
"Ma anche io e il tuo Ruggiero, mica c'era altro. Possibile che non puoi capirlo?"
"Era il mio primo e unico uomo. M'ero fidato di lui. Ma lui, dovevo capirlo, prima aveva avuto un sacco e mezzo di avventure, non poteva accontentarsi di me. Non è colpa sua, è colpa mia che mi fidai di chi non potevo fidarmi."
"Mi pare che sei troppo duro. Ieri, dopo che te ne sei andato, mi ha chiesto di andare via. Io non gli interesso, tu sì. Non sto più da lui, adesso. Perché non ci vai tu?"
"Tornaci pure, sarà contento di rivederti. Io non ne voglio più sapere."
"Non ammetti che un uomo possa sbagliare?"
"Sì, ma... Anche io sbagliai, ma me ne accorsi subito, perché io ne ero innamorato. Non ci misi otto giorni. E non glielo avrei tenuto nascosto facendo finta di niente come aveva l'intenzione di fare lui che..."
"Lui... aveva paura di farti male, a dirtelo. Solo per questo..."
"... continuava a fottere con te: tanto io ero lontano, non l'avrei mai saputo. E poi, con quanti altri l'avrebbe fatto, finché io non l'avessi saputo? Per non farmi male, dici? O per divertirsi a modo suo? Io fedele a casa ad aspettarlo e lui che si diverte in giro con tutti quelli che gli capitano. No, grazie, io non faccio la moglie fedele che sopporta ed aspetta buona buona a casa."
Manfredo sorrise a quell'immagine. "Ma potreste ancora spiegarvi, chiarire le cose."
"E cosa? Anche se adesso mi promettesse mari e monti, io non mi fido più di lui. No, mi svegliai: era un sogno troppo bello. Posso tornare a tirare, adesso?"
"No. Io non mollo così facilmente."
"Come facesti con Ruggiero? Vuoi portarmi a letto, vuoi fottere anche con me? Io ci sto, sai? Andiamo da te o da me?"
Manfredo lo guardò divertito: "Davvero faresti l'amore con me?"
"Eccome no. Ogni lasciata è persa, e sei un bel ragazzo: lo so, ti vidi nudo."
"Beh... tu promettimi di andare a parlare con Ruggiero, poi possiamo andare da te: io dormo al comando, adesso che Ruggiero m'ha mandato via. Non possiamo andare a scopare lì."
"Ma io non ho nessuna voglia di incontrarlo."
"Lo vedrò a mezzogiorno, ci andiamo assieme." insisté Manfredo.
Enzo pensò: da una parte aveva davvero voglia di scopare con quel ragazzo, avrebbe scopato con tutta la città, adesso. "Andiamo, allora." disse deciso Enzo, cominciando a sentirsi lievemente eccitato alla prospettiva di aver sesso proprio col ragazzo con cui Ruggiero l'aveva tradito.
Salirono a casa del medico che ospitava Alduzzo e, quando la cameriera andò ad aprire le disse che doveva parlare "col piemontese" e portò Manfredo in camera.
Si spogliarono rapidamente e salirono sul letto. Erano entrambi eccitati. Si carezzarono lascivamente, senza tenerezza, con brama non trattenuta.
Il piemontese era scatenato: "Dio, che bel cazzo hai!" mormorò chinandosi a lavorarlo con le labbra, la lingua, la bocca.
Era bravo, ci sapeva fare. Enzo si girò per reciprocare quel piacevole trattamento ed i due formarono un anello perfetto, succhiandosi avidamente. Poi Manfredo si staccò da lui, si mise a quattro zampe e chiese all'altro di infilarlo. Enzo, pienamente eccitato, lo penetrò con pochi colpi ed iniziò a pompargli dentro con vigore. L'altro mugolava e Enzo gli mise una mano sulla bocca per timore che di là potessero capire. E gli dette dentro con più energia. Manfredo gli si agitava sotto ad arte, facendolo eccitare ancora di più: era evidente che il giovincello si stava gustando la vigorosa cavalcata di Enzo.
Questi pensò che di solito gli piaceva di più star sotto a lui, ma che ora si stava godendo questa scopata come mai prima gli era capitato. Forse anche perché stava pensando che quel ragazzo s'era fatto montare così proprio da Ruggiero. Forse perché il ragazzo gli si agitava sotto come una giumenta in calore. Forse perché per la prima volta sentiva quell'atto come un atto di dominio. Ma gli stava piacendo terribilmente. Ce la mise tutta, lo cavalcò con un vigore che non pensava di avere, gli batté dentro con veemenza, palpandolo per tutto il corpo, strizzandogli i capezzoli duri come due ceci, brancicandogli i genitali turgidi, forzandolo a girare il capo per fotterlo anche in bocca con la lingua dura: non era un bacio, quello, era un volerlo penetrare completamente, di più, ancora di più.
Manfredo si godeva quella forza scatenata della natura, pensando felice che i siciliani sanno veramente far godere un ragazzo! E si chiedeva confusamente se non gli conveniva restare in Sicilia... Ripensò al suo primo siciliano, a Marsala, che l'aveva montato con altrettanta irruenza per le scale della torre di una chiesa in cui l'aveva attirato con la scusa di fargli vedere il panorama; al palermitano da cui s'era fatto prendere di notte nel giardino degli aranci, in piedi, quasi sotto le finestre del palazzo dove s'era installato il generale e dove lui era di sentinella; poi a Ruggiero che pochi minuti dopo aver finito era pronto a ricominciare e che s'era goduto per una intera settimana; ed ora ad Enzo che pareva un cavaliere alla gara di galoppo: tutti veramente fantastici.
Quando Enzo infine raggiunse l'orgasmo, fremette con forza mentre si scaricava nel ragazzo, e lo strinse quasi con violenza. Ma Enzo non era ancora soddisfatto. Si sentiva sfrenato. Fece girare Manfredo e lo fece sedere, gli prese in bocca il membro ritto e duro e lo succhiò quasi volesse succhiargli fuori anche l'anima. Il piemontese era piacevolmente sconvolto da quella furia. Si agitava scompostamente mentre Enzo gli palpava i testicoli, gli titillava l'ano ancora umido per la penetrazione di poco prima, gli strizzava i capezzoli. Manfredo si scaricò a sua volta, cercando di trattenere i gemiti del piacere che lo stava squassando.
Ma Enzo era davvero scatenato. Si inginocchiò ritto davanti a Manfredo, cavalcioni sul suo grembo, e gli presentò alle labbra il membro nuovamente turgido. Il ragazzo sorrise e schiuse prontamente le labbra, Enzo glielo spinse tutto dentro e, afferratagli la testa ai lati, iniziò a fotterlo in bocca con decisione. Manfredo gli carezzava le natiche guizzanti ad ogni spinta e il gonfio sacco dei testicoli, dicendosi che i siciliani erano davvero unici! Quel ragazzo più giovane di lui di un paio d'anni era più virile di tanti uomini su al nord con cui aveva fatto l'amore.
Quando Enzo ebbe raggiunto di nuovo l'orgasmo, si abbandonò sul letto, ansante. Si sentiva svuotato, non solo e non tanto fisicamente, ma dentro. Con Alduzzo era stato diverso. Ora aveva tirato fuori tutta la rabbia, la frustrazione, la delusione che aveva in corpo. Non verso Manfredo: il ragazzo era stato comunque piacevole. E neanche verso Ruggiero, ma nei confronti di se stesso.
Si rivestirono in silenzio. Manfredo gli disse: "Ma adesso vieni con me ad incontrare Ruggiero."
"Non vedo a che serve, ma vengo."
"M'è piaciuto. Non so chi sia meglio fra te e Ruggiero. Dovevate fare scintille, voi due."
"Acqua passata. Adesso voglio solo divertirmi. Non voglio più saperne di lui."
"Secondo me sbagli."
"Meglio." rispose determinato Enzo.
Rivestitisi, uscirono. Sì, quella scopata selvaggia gli aveva fatto bene. La giornata gli sembrò più radiosa che mai. E al diavolo Ruggiero!
Andarono in silenzio al luogo dell'appuntamento fra Manfredo e il giovanotto ed attesero.
Frattanto questi stava al comando, nella sala d'attesa. Quando finalmente arrivò l'ufficiale arruolatore, lui era il primo di una discreta fila. L'ufficiale lo fece sedere davanti a sé ed iniziò ad interrogarlo. Sembrò interessato nel sapere che Ruggiero era un avvocato. Il colloquio durò una ventina di minuti, poi gli fece riempire alcuni moduli. Quando il giovanotto dovette scrivere nome e cognome, scrisse senza esitare "Ruggiero Rota". Non ci aveva pensato prima, gli era venuto spontaneo proprio mentre scriveva. Era quasi un modo per affermare che da quel momento lui avrebbe cambiato vita, che si sarebbe dedicato anima e corpo ad Enzo. Abbandonava tutto, d'altronde, per lui. L'ufficiale chiamò un soldato che portò Ruggiero alla fureria e gli fece assegnare la camicia rossa, il fazzoletto, le bandoliere. Poi fu portato da un altro ufficiale per il giuramento: era a tutti gli effetti un garibaldino anche lui! Come il suo Enzo. Gli fu detto di presentarsi dopo l'ora di pranzo che sarebbe stato assegnato al contingente dei siciliani.
Ruggiero, coi suoi abiti civili in un involto, lo zainetto vuoto in spalla, tornò a casa. Sistemò alcune cose, andò a cercare Alfio e gli dette le chiavi, incaricandolo di disdire l'appartamentino e di mandare le sue poche cose che restavano a casa. Quindi, con gli abiti civili nello zainetto e tutto il suo denaro in tasca, andò all'appuntamento con Manfredo. Ormai era quasi ora. Sperò che il ragazzo gli portasse buone notizie. Camminava a passo svelto: se anche Manfredo non l'avesse rintracciato, ora lui si sarebbe imbarcato con Enzo. Gli avrebbe potuto parlare, avrebbe potuto cercare di convincerlo di riprovarci, di perdonarlo. Sperava di non averlo perso per sempre.
Quando giunse al posto dell'incontro, riconobbe subito i due giovani biondi che aspettavano in piedi, parlando quietamente ed il suo cuore ebbe un sussulto in petto. Si accostò a passo svelto, quasi correndo, trattenendo il respiro. Manfredo lo vide per primo e fece una faccia stupita nel vedere la camicia rossa di Ruggiero. Enzo vide l'espressione meravigliata del compagno e si girò a guardare anche lui. Ruggiero era a pochi passi da lui, si stava avvicinando ed il ragazzo capì subito il motivo dell'espressione di Manfredo.
Enzo non poté impedirsi di sentirsi emozionato. Lui, nel profondo del proprio cuore, era ancora innamorato di quel giovanotto, anche se non voleva ammetterlo neppure a se stesso. Si sentì agitato, cercò di dominarsi, anche lui trattenne il respiro. Ruggiero gli si fermò davanti e per un po' si guardarono senza parlare.
Chi ruppe il silenzio fu Manfredo: "Anche tu ti sei arruolato?" chiese scuotendo la testa: immaginava che l'aveva fatto solo per essere sicuro di poter stare accanto al ragazzo che amava, che non voleva perdere.
"Sì, visto che si era arruolato anche Enzo." rispose a voce bassa il giovanotto confermando l'intuizione del piemontese.
"Spero che non ci mettano nello stesso manipolo." disse Enzo mostrando una freddezza ed una durezza che non provava.
"Non importa, ma almeno ti starò vicino..." replicò in tono dimesso Ruggiero.
"Vuoi lasciarmi in pace? Non credi d'avermi fatto già abbastanza male?"
"Volevo chiederti perdono."
"Perdono? Sì, ti perdono, ma lasciami in pace." rispose Enzo con tono insofferente, ma il cuore gli batteva all'impazzata.
"Sì, certo, ti lascerò in pace. Ma prima... prima voglio dirti che so di avere sbagliato, che so che non mi merito te, ma che io continuo ad avere bisogno di te, che io... io ti amo, Enzo."
"Sì, me l'hai dimostrato." rispose sarcastico il ragazzo.
Ruggiero abbassò lo sguardo: "Lo so Enzo, hai ragione a rimproverarmi. So che non seppi meritarmi il tuo amore. Ma dammi ancora una possibilità. Non ti chiedo di metterci una pietra sopra, di far finta di niente. Mettimi alla prova..."
"Alla prova? Quale prova? Ormai non mi fido più di te, non lo capisci?"
"Sì, certo che lo capisco, ma vorrei dimostrarti che d'ora in poi puoi fidarti. Dammi il modo di farlo, ti prego. Non pregai mai nessuno, io. Fui sempre piuttosto orgoglioso, ma ora ti prego..."
Enzo rise: "Si pregano i santi. Io non sono un santo. Ho deciso di prendere esempio da te: stanotte ho fottuto con Alduzzo e stamattina con Manfredo. E ho intenzione di continuare, con loro due o con altri, come mi gira. Perciò, fra te e me, è finita, davvero. Non voglio più legarmi a nessuno, non voglio più illudermi, almeno non sarò deluso."
"Capisco, ma... dammi ugualmente il modo di... di rimediare."
"Tu fai quello che ti pare. Non mi riguarda più. Basta che mi lasci in pace. Fatti la tua vita e lasciami fare la mia."
Manfredo ascoltava in silenzio ed osservava le loro espressioni. Leggeva l'emozione sia nell'espressione implorante di Ruggiero sia in quella apparentemente fredda e lontana di Enzo. Quei due, gli era chiaro, erano fatti l'uno per l'altro: determinati, forti, sensuali, capaci di emozioni profonde. Si sarebbero ritrovati, pensò. Ci sarebbe voluto solo un po' di tempo. Ruggiero aveva fatto bene ad arruolarsi, aveva fatto la cosa più giusta. Per Enzo era facile lasciare tutto, per Ruggiero era un atto di coraggio che Enzo non avrebbe potuto ignorare. Poi sorrise: si erano arruolati tutti e due per amore. Davvero le motivazioni degli arruolamenti erano le più varie. Sì, quei due si sarebbero incontrati ancora, si sarebbero ritrovati, scommise con se stesso. Ma pensò anche, per sicurezza, di parlarne col suo amico Enrico: lui forse avrebbe saputo contribuire a riavvicinare i due amanti.
Un messinese si avvicinò ai tre garibaldini: "Ehi, picciotti, posso offrirvi pranzo? Ho una trattoria qui vicino e sarei onorato se volete essere miei ospiti."
"Grazie, accettiamo volentieri, vero amici?" disse prontamente Manfredo.
"Io, veramente..." cominciò Enzo lievemente contrariato.
"Certo che vieni!" disse Manfredo prendendolo per un braccio.
"Posso non venire io..." disse con voce umile Ruggiero.
"Ma ci ha invitati tutti e tre, vero?" disse Manfredo all'oste.
"Certo, certo, venite." rispose l'uomo con premura.
"Ma io..." disse Ruggiero incerto guardando Enzo.
Manfredo sussurrò al ragazzo: "Comunque siamo tutti e tre nella stessa barca, ormai. Non fare lo stronzo, adesso."
"Per me!" rispose Enzo facendo spallucce.
I tre seguirono l'oste. Un isolato più in là c'era la trattoria. I clienti li accolsero con un applauso e parecchi offrirono loro da bere, ma l'oste disse con una certa fierezza: "Sono ospiti miei, ospiti d'onore. Filuccio, prepara un tavolo, col servizio buono!"
"Subito, padrone." rispose il ragazzo.
I tre sedettero al tavolo, Manfredo in centro, così Enzo e Ruggiero si trovarono di fronte. Ma non si guardavano, Ruggiero per vergogna, Enzo per tenere le distanze.
Mangiarono, un pasto davvero buono ed abbondante. L'atmosfera allegra del locale, il fatto di essere al centro dell'attenzione di tutti, sgelò un po' la situazione, anche se Enzo non guardò mai verso Ruggiero mentre questi di tanto in tanto gli lanciava un'occhiata di sottecchi. Rispondevano alle domande degli altri avventori, specialmente Manfredo che, come straniero, suscitava più degli altri la curiosità dei clienti. L'oste era gongolante. Aveva già in mente come far diventare famoso il suo locale: avrebbe fatto fare tre camicie rosse uguali a quelle dei garibaldini, una bandiera come quella che avevano quand'erano entrati in Messina ed avrebbe esposto tutto sul muro del locale, ed avrebbe sostituito l'insegna "Al gallo" con "Ai tre garibaldini". E tutti i clienti che erano lì quel giorno avrebbero sparso la voce che davvero lì erano stati ospiti i tre e che quelle erano le loro camicie. I tre pranzi offerti e il suo piccolo sotterfugio gli avrebbero reso almeno il centuplo.
Quando i tre poterono finalmente uscire, Enzo disse che lui doveva tornare agli allenamenti. Manfredo invece andò con Ruggiero ai comandi.
Per via gli disse: "Secondo me, prima o poi la spunterai tu."
"Era così freddo, lontano... mi cancellò dal suo cuore."
"No, non ci credo. Vedrai che lo riconquisterai."
"Ho paura di no... ma devo provarci, non potrei vivere senza di lui."
"Ti sei arruolato per lui, hai lasciato tutto, non può non toccarlo, questo."
"Non pareva. Comunque lo rifarei mille volte."
Arrivati al comando, Ruggiero si presentò all'ufficiale di collegamento che lo aspettava. Questi gli disse che poteva essergli utile, con la sua conoscenza della legislazione del Regno delle due Sicilie. E inoltre avevano bisogno di gente istruita e fidata.
Quindi gli propose di affiancarlo diventando il suo braccio destro: "Le saranno dati i gradi di tenente. Farà parte del mio gruppo."
"Collaborerò volentieri con voi, ma devo chiedervi un favore: potrei far parte del gruppo dei siciliani? Ci terrei veramente molto."
"L'accontenterei volentieri, ma è opportuno che lei stia con me, dovendo lavorare con me."
"Non voglio insistere, però... vorrei condividere la vita dei miei paesani. Dormire e mangiare con loro. Durante il giorno potrei venire a lavorare con voi."
"Se insiste... penso che sia possibile, anche se forse creerà qualche problema."
Così Ruggiero ebbe i gradi di tenente ed iniziò a lavorare con l'ufficiale di collegamento. Garibaldi nominò anche a Messina un governatore, incaricato di organizzare al momento giusto il referendum e di tenere i contatti con il piccolo esercito che continuava la sua vittoriosa marcia verso nord e Napoli. Quella sera a Ruggiero fu dato un lettino lì nel palazzo del comando. Rivide Manfredo e chiacchierò un po' con lui prima di ritirarsi a dormire.
Il giorno seguente si imbarcarono tutti. Quando, prima dell'imbarco i garibaldini si schierarono sul molo, Ruggiero andò fra i siciliani. Vide Enzo, ma questi non lo guardò. Quando fu fatto l'appello, al nome "Rota Ruggiero!" questi fece un passo avanti e non poté vedere lo sguardo sorpreso di Enzo.
Alduzzo, che era accanto ad Enzo, gli sussurrò: "Ma lui si chiama Vizzini!"
"Certo. Non capisco perché disse di chiamarsi Rota."
"Non lo capisci? Non pensi che sia il modo per dirti che ti appartiene?"
"Silenzio!" ordinò sottovoce il caporale.
I due ragazzi tacquero. Finì l'appello e finalmente s'imbarcarono.
Enzo, quando Ruggiero gli si avvicinò, gli disse freddamente: "Che credi di fare dicendo che ti chiami anche tu Rota? Non lo capisti ancora che fra me e te tutto finì? A che ti serve avere mentito?"
"Non lo so, mi venne spontaneo quando firmai. Forse perché io so di essere..." stava per dire "tuo" ma una specie di pudore glielo impedì; sapeva che Enzo non era ancora in grado di capire. Lo sarebbe stato mai? Enzo non gli chiese di terminare la frase. Ma il ragazzo aveva capito, Alduzzo glielo aveva detto ed Enzo sapeva che l'amico aveva ragione.
"Comunque..." iniziò a dire il ragazzo con un certo vigore, ma non terminò e si allontanò da Ruggiero: sentiva di esserne terribilmente attratto e temeva di cedere. Andò a cercare Alduzzo, gli sedette accanto e gli disse: "Speriamo di poter trovare un posto tranquillo, quando arriveremo. Ho voglia di fottere con te."
L'amico lo guardò lievemente sorpreso ma annuì. Capì che Enzo stava ancora semplicemente fuggendo da Ruggiero. O per meglio dire da se stesso. Quanto sarebbe durata quella fuga e come sarebbe finita?
Sbarcarono. La popolazione s'era sollevata appena era giunta notizia che il generale che aveva liberato la Sicilia con soli mille uomini stava arrivando. Era già una leggenda. Ancora si stava combattendo in città, ma il porto era ormai in mano ai rivoltosi che accolsero con acclamazioni l'attracco della nave. I garibaldini, il loro generale in testa, sbarcarono e rapidamente si misero in formazione. E ricominciò la gloriosa e rapida avanzata del piccolo esercito di volontari, appena rallentata da piccole scaramucce con l'esercito dei borboni allo sbando, anche perché indebolito dalle numerose defezioni.
Anche i siciliani combatterono con vigore, per meritarsi la stima e il rispetto dei piemontesi, e cominciarono ad affluire i primi volontari calabresi. Enzo e Ruggiero ebbero il loro battesimo di fuoco.