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una storia originale di Andrej Koymasky


pin IL CAPORALE CAPITOLO 18
PROVA D'AMORE

Risalirono la Calabria lungo la litoranea. Da parecchi dei paesi dell'interno arrivavano delegati a comunicare al generale vittorioso la volontà delle popolazioni di partecipare al referendum la cui voce s'era già sparsa come un fulmine e pregandolo di mandare un suo rappresentante. Garibaldi, anche se questo rallentava un po' la marcia, dava udienza a tutte le delegazioni e cercava di accontentare tutti, inviando in ogni paese importante un suo rappresentante e nei capoluoghi un governatore.

Enzo continuava ad evitare Ruggiero e questi si accontentava di guardarlo di lontano. Non voleva infastidirlo, non voleva alienarselo più di quanto già fosse. Una notte, erano alloggiati in dieci nella stessa stanza di una ex caserma dei borboni, Ruggiero si trovò a dover dormire accanto ad Enzo, che dall'altra parte aveva Alduzzo. Gli sarebbe bastato allungare un braccio per toccarlo, ma non si azzardò, non tanto per paura di essere visto dagli altri, quanto per il timore della reazione di Enzo. Ma lo guardava, e sentiva di desiderarlo intensamente. Enzo stava supino. Quando si girò su un fianco i loro occhi si incontrarono. Nonostante la quasi completa oscurità si intravedevano. Ruggiero socchiuse gli occhi, incapace di sostenere lo sguardo freddo del ragazzo. Non li chiuse del tutto, voleva guardarlo ancora, ma sperava che l'altro pensasse che li aveva chiusi.

Vide che Enzo si spingeva indietro e muoveva lievemente ma in modo inequivocabile il bacino. Dopo un po' lo vide aprirsi i calzoni e calarseli fino alle anche, vide un braccio di Alduzzo cingere il petto di Enzo e questi iniziare a spingere indietro a ritmo: si stava facendo penetrare dall'amico sotto gli occhi di Ruggiero, lo faceva apposta. Questi provò una stretta allo stomaco, chiuse gli occhi in preda ad un sordo dolore, ma poi si impose di riaprirli. Vide la mano di Alduzzo spostarsi a carezzare i genitali turgidi di Enzo ed il volto del ragazzo colorarsi di piacere. Guardò tutto, in un silenzio rotto solo dal lieve ronfare di altri compagni, dal fruscio dei corpi che si muovevano nel sonno, sentendo un dolore acuto nel cuore, la gola stretta e secca.

Enzo aveva chiuso gli occhi ed aveva un'espressione di godimento. Ruggiero assisteva con un senso di crescente dolore a quell'amplesso che, se non avesse sbagliato, avrebbe potuto vedere lui al posto dell'altro. Il suo ragazzo fra le braccia di un altro... lì davanti ai suoi occhi. Pensò che quella era la punizione più dura che Enzo potesse infliggergli. Capiva di meritarla, ma...

Il respiro più pesante del ragazzo, i suoi movimenti più scoordinati, la bocca che si apriva in un silenzioso gemito, a due o tre palmi da lui, gli fecero capire che Enzo stava raggiungendo l'orgasmo... e non era lui a procurarglielo. Il dolore nel suo corpo si fece acuto, due lagrime gli rigarono le gote, ma Ruggiero si impose di continuare a guardare il volto del ragazzo, preda del piacere, i suoi genitali che si scaricavano sul pagliericcio, il suo corpo che fremeva. E dentro di sé una voce urlò: ti amo, Enzo... perdonami... torna da me!

Vide il ragazzo rilassarsi lentamente, rimettersi a posto gli abiti, girarsi verso l'amico che aveva appena goduto in lui, di lui, abbracciarlo. Allora Ruggiero allungò una mano a sfiorare il pagliericcio umido, indugiò ad impregnarsi le dita del seme ancora tiepido, la portò al volto, ne aspirò il profumo che conosceva bene, ne assaggiò il sapore amato e le lagrime scesero silenziose ma copiose.

La mattina seguente, mentre si alzavano, i loro sguardi si incontrarono. Quello di Ruggiero pieno di un muto dolore, quello di Enzo falsamente indifferente: in realtà ora il ragazzo provava un lieve rimorso per aver costretto il suo ex amante ad assistere al suo amplesso. Sentiva, negli occhi del giovanotto l'intensità del dolore e questo non gli dava piacere. Enzo non era cattivo e nel profondo, anche se diceva a se stesso di no, amava ancora Ruggiero. Ma si sentiva ancora ferito dal tradimento di questi. Ruggiero lasciò il dormitorio salutando genericamente tutti e raggiunse l'ufficiale di collegamento per il suo lavoro.

Pochi giorni dopo questo fatto, mentre i garibaldini si avvicinavano a Catanzaro seppero che qui le truppe borboniche s'erano riorganizzate ed erano pronte ad opporre resistenza. I garibaldini, fermatisi mentre il generale ascoltava i rapporti delle avanscoperte e di gente del luogo venuta ad avvertirli, prepararono le armi per l'imminente scontro. Presto arrivarono gli ordini ed il piccolo ma compatto e deciso esercito, si mosse in formazione verso la città. Ruggiero era rientrato nei ranghi dei siciliani e marciava, il fucile imbracciato, a poca distanza da Enzo. I due erano separati solo da un altro siciliano, un giovanotto di Milazzo saldo come un torello, di nome Saro che avanzava con un sorriso lieto come se seguisse un corteo di nozze e dall'altra parte marciava Alduzzo.

Pur non essendo questo il battesimo di fuoco, Ruggiero avanzava teso: non per sé, ma per il suo Enzo. Da quel che aveva sentito, sapeva che questo scontro sarebbe stato più duro dei precedenti. Pareva che i soldati borbonici di tutta la Calabria ancora fedeli fossero affluiti a Catanzaro e si diceva che avessero anche alcuni cannoni. La speranza era che anche i cittadini di Catanzaro, al momento giusto, insorgessero in modo di far trovare i soldati fra due fuochi.

Garibaldi aveva diviso le sue forze in due gruppi. Mentre il meno numeroso avanzava ad andatura regolare, l'altro, di cui facevano parte tutti i più giovani fra cui i siciliani ed i calabresi, presero una strada a mezza costa in modo di aggirare le postazioni borboniche e calare sul loro fianco. Ora i garibaldini del secondo gruppo marciavano compatti, veloci e silenziosi fra gli alberi che fiancheggiavano la stretta carrareccia.

Superarono Aprigliano, un paesetto di case tutte serrate, nessuno per via: sarebbe sembrata quasi una città morta se non fosse stato per una fila di panni stesi ad asciugare, immoti, su una terrazza. Il gruppetto di catanzaresi che faceva strada, patrioti fidati, ad un tratto piegò sulla sinistra abbandonando la via. Di lì intravidero Catanzaro, poco più sotto, fra gli alberi ed i cespugli. Poi i primi videro i soldati nemici. Come un mormorio percorse la compatta fila, che avanzava rapida e leggera verso il basso, fino agli uomini della retroguardia che ancora non potevano vederli: i borboni, i borboni, i borboni...

I fucili erano già caricati, pronti, ma li strinsero con più determinazione. Ruggiero era riuscito a stare sempre all'altezza di Enzo, pur non affiancandoglisi mai. Ora li divideva Tonio di Cefalù, un pescatore scuro scuro di ventuno anni, con due occhi penetranti come lame di coltelli e un casco di riccetti neri che lo facevano parere un tunisino. Correvano giù in silenzio, ma il rumore delle centinaia di scarpe che battevano la terra dura sembrava dover arrivare lontano. Ruggiero si chiedeva se quel tambureggiare possente non avrebbe dato l'allarme alle truppe nemiche che parevano tutte protese verso la via del mare. Di lì videro avanzare il loro generale, a cavallo, rifulgente come un eroe, come un angelo vendicatore, circondato e seguito dallo stuolo di camicie rosse.

Era uno spettacolo quel rosseggiare di petti gagliardi: faceva pensare ad una colonna di fuoco pronta ad investire, purificare, incenerire. Ruggiero si sentì lievemente esaltato. Anche loro erano una fiumana di fuoco che scendeva inarrestabile. Poi, dalle spalle dello schieramento nemico, notò un nereggiare di gente che usciva dalla città. E fu battaglia. Dopo le prime salve di fucileria, che non procurarono apparenti danni, esplose forse troppo presto dall'una e dall'altra parte, iniziò un corpo a corpo accanito e feroce.

La sorpresa era riuscita, le truppe nemiche lottavano, più che per arrestare gli stranieri, per salvare la pelle. Gli ordini dei loro ufficiali sembravano gridati al vento, gridati quasi più per rispettare quel crudele gioco che chiamano guerra che non per un effettivo scopo: nessuno pareva farci caso. Gridavano tutti, era una confusione indescrivibile. Chi gridava per darsi coraggio, chi per impaurire il nemico, chi perché stava morendo, chi per darsi la forza di ammazzare, chi perché terrorizzato e chi per una specie di ferina esultanza. O forse solo per sapere di essere ancora vivo, forse solo perché tutti gridavano e sentivi che dovevi farlo.

Anche Ruggiero gridava. Nella mischia, cercava di non perdere mai d'occhio Enzo. Lo vide poco davanti a sé che infilzava con la baionetta un borbone che spalancava gli occhi stupito che un ragazzetto, che avrebbe potuto essere suo figlio, gli forasse le budella con tanta facilità. Poi Ruggiero vide un altro borbone mirare col fucile ad Enzo, alle spalle. Urlò il nome del suo ragazzo e si lanciò. Vide Enzo girarsi con occhi stupiti, lievemente sbarrati ma non impauriti, poi sentì come una violenta manata alla schiena che lo scagliò in avanti verso Enzo, un dolore lancinante ad una gamba come se un ferro incandescente vi affondasse, sentì il respiro che gli sfuggiva, che lo abbandonava, un gran calore addosso ma un gelo di morte alla fronte. Lottò per non chiudere gli occhi, si sentì pesante, terribilmente pesante, riuscì a mormorare ancora una volta il nome del ragazzo che amava, sollevò stancamente un braccio verso il cielo d'un turchino accecante, quasi in una muta, disperata invocazione e sprofondò nell'incoscienza.

Enzo lo vide cadere. Caricò con la baionetta, urlando, il soldato che aveva sparato a Ruggiero e lo trafisse come un tordo. Frattanto Alduzzo caricava il soldato che aveva sparato alle gambe di Ruggiero. Presto la battaglia volse alla fine. I borbonici, vistisi attaccati su tre fronti, soverchiati, o scapparono o s'arresero. I cannoni non avevano tuonato. Si seppe poi che qualcuno aveva inumidito le polveri, sì che le micce avevano arso e s'erano spente senza riuscire a dar fuoco alle cariche. Anche questo aveva contribuito a demoralizzare i soldati.

Ruggiero, con gli altri feriti delle due parti, fu caricato su improvvisate barelle ed il corteo di camicie rosse vittoriose, di feriti, di prigionieri, si catanzaresi insorti, rientrò trionfalmente in città mentre Catanzaro in festa li accoglieva. I fedeli dei borboni erano asserragliati in casa, le campane delle chiese suonavano a distesa, gente d'ogni condizione faceva ala al passaggio del corteo.

I feriti borbonici furono raccolti in una chiesa, in un'altra i garibaldini, mentre Enrico e gli infermieri, dalle retrovie, accorrevano per curarli. Enzo ed Alduzzo stavano accanto a Ruggiero. Questi era pallido come il cero di Pasqua. Aveva perso molto sangue da entrambe le ferite, prima che riuscissero a fasciarlo in modo di tamponare l'emorragia. Un medico catanzarese subito accorso lo visitò. La ferita al torso non era mortale, aveva leso un polmone ma la pallottola era uscita dall'altra parte. Quella alla gamba era ancora dentro, bisognava estrarla. Si preparò l'intervento. Enzo era pallido e tremava tutto. Alduzzo gli stava a fianco, pensando che forse ora chi aveva bisogno di lui era più Enzo che non Ruggiero.

Quando il medico ebbe finito l'intervento, disse che il colpo aveva incrinato il perone, fortunatamente senza spezzarlo. Disse che, a meno di una setticemia, Ruggiero non correva seri pericoli, ma che ci avrebbe messo alcuni mesi a ristabilirsi completamente.

Quando furono soli, Alduzzo disse semplicemente all'amico: "Dovevi esserci tu lì, al posto suo."

"Sì, lo so..." rispose meditabondo il ragazzo, sedendo a terra accanto alla coperta su cui avevano steso Ruggiero. Poi disse ad Alduzzo: "Io voglio restare qui. Puoi andare a cercargli un letto, una branda, un pagliericcio, qualcosa?"

"Li stanno cercando per tutti, ma vado." rispose l'amico.

Enzo guardò il volto esangue di Ruggiero. Quel giorno aveva ucciso i suoi primi uomini, ucciso coscientemente cioè, non semplicemente sparando nel mucchio. Quando spari nel mucchio puoi sempre crearti l'alibi: sono gli altri che l'hanno colpito... Ma non quando affondi una baionetta in un corpo e vedi l'altro guardarti come se ti chiedesse: perché? quello sguardo ti resta appiccicato addosso e non puoi più levartelo. Era stato diverso quando aveva ucciso l'uomo che aveva colpito Ruggiero. Con quello aveva un conto personale. Ma gli altri... E anche Ruggiero aveva rischiato di morire, anzi rischiava ancora. Setticemia, aveva detto il medico. Gli aveva spiegato che era come dire un'infezione. Ma un'infezione passa, Enzo lo sapeva. Quella parola invece lo spaventava.

Ruggiero stava rischiando di morire perché aveva voluto riparare lui. S'era gettato in mezzo, l'aveva avvertito chiamandolo con una voce così forte, così accorata che doveva essere giunta fino in cielo. Aveva visto i suoi occhi, intensi, luminosi, che gli gridavano... ti amo! Sì, Enzo era sicuro del significato di quello sguardo. Ti amo tanto da essere disposto a morire. E c'era anche, in quello sguardo, una preghiera tormentata: perdono!

Enzo sentì lacrime brucianti solcargli le gote. Uno, cento, mille tradimenti non valevano l'intensità e la verità di quello sguardo. E l'amore che il ragazzo aveva ostinatamente confinato in un cantuccio del suo cuore, ai confini della sua anima, riaffiorò di nuovo. Guardò quel corpo seminudo, con l'ampia fasciatura bianca sul petto e sulla gamba destra, e sentì di amarlo, di amarlo intensamente. E dal cuore gli sgorgò una preghiera appassionata: "Santi Cosma e Damiano, che siete testimoni del nostro amore, non fatemelo morire. Io sarò sempre suo, ve lo giuro, ma non fatemelo morire. Lui mi fece del male, io gli feci del male. Ora basta. Aiutatelo, vi scongiuro."

Mentre ripeteva e ripeteva questa silenziosa preghiera, Enzo si torceva le mani. Sì, avrebbe dovuto esserci lui lì steso, fasciato, esangue. Lui e il suo orgoglio. E ripensò a quando aveva fatto l'amore con Alduzzo sotto gli occhi di Ruggiero, per sfregiarlo, per punirlo, perché sapeva che gli avrebbe fatto male. E si vergognò terribilmente, si sentì meschino. Lui s'era dato ad un altro sotto i suoi occhi, e Ruggiero, per tutta risposta, s'era fatto sparare da due soldati al posto suo. Sì, Ruggiero s'era lasciato andare con Manfredo, ma amava lui: era sincero quando aveva detto queste parole ed ora l'aveva drammaticamente provato. Se lui gli avesse creduto subito, ora sarebbero stati insieme, al sicuro, in Sicilia. Felici.

Enzo sfiorò lieve una mano inerte di Ruggiero, sfiorò il suo anello con le foglioline a rilievo, e se non avesse temuto di fargli male, si sarebbe gettato su quel corpo e l'avrebbe abbracciato e gli avrebbe chiesto perdono. E gli avrebbe detto che lo amava. Davanti a tutti. Gli avrebbe detto che voleva essere solo suo, qualunque cosa capitasse. Che poteva avere tutte le avventure che desiderava, se solo l'avesse accettato al suo fianco. Che non sarebbe mai più stato geloso. E fra le lagrime, sussurrò disperato: "Vivi Ruggiero, ti prego, vivi."

Tornò Alduzzo con un cuscino ed un lenzuolo: "I letti, li stanno portando. Comincia a mettergli questi. Ti portai anche qualcosa da mangiare." Poi vide le lacrime di Enzo. Scosse la testa con dolce rimprovero: "Non serve a niente adesso piangere. Vedrai che gliela fa, il medico dice che non sono ferite mortali."

"Ma la setimicina?" chiese il ragazzo storpiando quella difficile, minacciosa parola.

"Basta medicarlo bene, disinfettarlo bene e dice il medico che non ci sarà. Medicine ce ne sono, pare. Certo che, penso, non potrà più combattere, almeno per un bel pezzo. Dovrà restare qui a Catanzaro."

"Ci resterò anch'io."

"Ma firmasti, giurasti..."

"Al massimo mi ammazzeranno, di più non possono fare." disse deciso Enzo.

Alduzzo gli scompigliò i capelli in un gesto affettuoso: "Prima non lo volevi vedere e adesso non lo vuoi lasciare?"

"Prima ero stronzo."

"Lo capisti, finalmente? Beh, non ci mettesti troppo, in fondo. Ci voleva che quasi te lo ammazzassero per capirlo, però."

"Perché, se tu lo capivi, non mi dicesti niente?"

"E tu m'avresti ascoltato?"

"No, è vero. Anche Manfredo me lo disse ma io non gli avevo creduto."

"E a lui avresti dovuto credere anche più che a me. Non t'eri accorto che Ruggiero non ti perdeva d'occhio un solo minuto, durante le battaglie? Che ti proteggeva sempre le spalle?"

"Lo capii un po' troppo tardi, vero?"

"Mah... lo capisci ora, però. Speriamo che ti lascino restare con lui..."

Nel pomeriggio l'ufficiale di collegamento arrivò ad informarsi sulle condizioni di Ruggiero. Enzo gli dette le ultime notizie che aveva avuto dal medico e gli disse che non aveva ancora preso conoscenza.

L'ufficiale gli chiese: "Sei un amico di Ruggiero Rota?"

"No, sono Vincenzo Rota... suo fratello." rispose d'impulso il ragazzo.

Alduzzo lo guardò per un attimo sorpreso, poi con un sorriso d'intesa.

L'ufficiale disse: "Ah... vi somigliate poco..."

"In realtà sono fratellastri, il padre di Ruggiero rimase vedovo e si risposò e nacque Enzo..." disse pronto Alduzzo.

"Ah sì, capisco. Beh, allora è in buone mani. Spero che si rimetta presto, era un validissimo aiuto. Tornerò a trovarlo." disse l'ufficiale e passò a vedere altri feriti che conosceva.

"Grazie, Alduzzo." mormorò Enzo.

"Visto che avevi detto una bugia, tanto valeva renderla credibile. Come ti venne in mente?"

"Mah, Ruggiero come sai usò il mio cognome, ma non ci avevo pensato, fino a poco fa, quando quello ha detto Rota, mi venne spontaneo... e poi così forse sarà più facile che mi lascino qui con lui."

"Già. Ma adesso sarebbe opportuno che tu pensi un po' a riposarti, no? Resterò io accanto a lui."

"No, voglio essere qui quando riaprirà gli occhi."

"Potrebbero passare giorni. Non puoi resistere. Dammi retta, vatti a stendere."

"No, resto qui."

"Testardo come un mulo!"

"Come un siculo, no?" ribatté sorridendo tristemente il ragazzo.

Quando Alduzzo uscì, incontrò Manfredo che, avendo saputo che Ruggiero e un altro suo amico erano stati feriti, stava andando a vederli.

"C'è Enzo che lo veglia." gli disse il ragazzo siciliano.

"Allora... pensi che sia meglio che non mi faccia vedere?"

"No, al contrario. Almeno vedremo fino a che punto Enzo superò la vostra storia."

"Dici che... davvero Enzo ha perdonato Ruggiero?"

"Sì, e adesso si sente in colpa lui. Credo che gli faccia bene incontrarti, forse gli serve per vedere un po' più chiaro anche dentro di sé."

Manfredo prima andò a vedere l'altro amico, ma Enrico gli disse che era spirato da poco. Manfredo ne fu scosso ed ammirò Enrico che, nonostante il suo amato fosse appena morto, si stava prodigando per gli altri. Poi cercò con gli occhi Enzo e Ruggiero. Li vide: il ragazzo teneva una mano del giovanotto fra le sue e lo guardava con una tenerezza struggente.

Manfredo si avvicinò e, giunto alle spalle di Enzo, chiese: "Posso fermarmi un po' qui con te?"

Enzo alzò il capo, poi annuì.

Manfredo si informò sulle condizioni del giovanotto. Poi disse: "Speriamo che almeno lui gliela faccia. Ma tu sembri spossato. Perché non ti riposi un po'?"

"Voglio essere qui quando apre gli occhi."

"Sì, hai ragione. Ti vado a cercare un po' di caffè?"

"Eh, magari, grazie."

Mentre Manfredo era fuori, arrivarono i primi letti, offerti dalla popolazione. In quattro sollevarono il corpo esanime di Ruggiero, poi lo deposero delicatamente su un letto. Enzo gli sistemò il cuscino e lo coprì col lenzuolo. Poi sedette a terra accanto alla testata, guardando il profilo del suo uomo. E pensò che era bellissimo, anche con le labbra esangui ed il volto tirato, affilato. Vedeva il lenzuolo sul petto sollevarsi ed abbassarsi lievemente al ritmo del respiro di Ruggiero. Provava un desiderio enorme di carezzarlo, di baciarlo. Come aveva potuto pensare di non volerlo più vedere?

Tornò Manfredo con una tazza colma di dolce caffè fumante e gliela porse. Poi, visto che avevano portato il letto, uscì di nuovo per andare a cercare una sedia. Quando arrivò, poco più tardi, oltre alla sedia aveva una coperta.

"Senti, Enzo, stendi la coperta sotto al letto e sdraiati, cerca di dormire un po'. Hai gli occhi pesti, cerchiati: se Ruggiero si sveglia adesso, si spaventa. Io resto qui seduto e ti prometto, se pare che riprenda conoscenza, che ti sveglio immediatamente. Ma se Ruggiero ti trova in forma è meglio, no?"

"Giuri che mi chiami?"

"Non ti fidi di me?"

"Forse non dovrei, ma... sì mi fido." disse un pensieroso Enzo. Ripiegò in tre per lungo la coperta e la stese sotto il letto, quindi vi si infilò sopra e si sdraiò. "Mi chiami, intesi?"

"Parola d'onore. Dormi tranquillo, Enzo."

Dopo due minuti Enzo era sprofondato nel sonno.


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