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una storia originale di Andrej Koymasky


pin IL CAPORALE CAPITOLO 19
NUOVAMENTE UNITI

Ruggiero riprese conoscenza tre giorni dopo il suo ferimento. Enzo gli era seduto accanto. Il giovanotto emise un flebile lamento ed Enzo subito si chinò su di lui chiamandolo sottovoce, come aveva fatto altre volte nella speranza che l'altro stesse tornando in sé. E questa volta, quando Enzo lo chiamò, le labbra di Ruggiero si mossero, ne uscì una specie di tremulo sospiro, poi, fievole, disse: "Enzo..." ed aprì gli occhi. I loro sguardi si incontrarono e il giovanotto, con un'espressione di preghiera negli occhi, mormorò: "Perdono..."

Enzo gli sfiorò una guancia e gli sussurrò, emozionato: "Ruggiero, amore mio..."

"Perdono..."

"Ssst, sei tu che devi perdonare me..."

"Io? di che?"

"Di averti girato le spalle. Di averti negato il mio amore. Ma ora non parlare, ti fa male."

"Io... ti amo."

"Lo so, lo so. Anche io Ruggiero. Non ti abbandonerò mai più. Ma ora devi stare tranquillo, guarire."

"Guarire?"

"Sei ferito gravemente, al petto, alla gamba... per me. Adesso devi guarire. Ti starò vicino, per sempre. Ti amo, Ruggiero, ti amo. Ma adesso devi guarire."

Ruggiero sollevò un braccio e carezzò un braccio del ragazzo: "Non mi dai un bacio?"

"Te lo darei eccome... ma qui, ci vedono tutti."

Ruggiero girò un po' il capo e vide gli altri letti, gente. Sorrise: "Si scandalizzerebbero, vero? Ma davvero mi perdonasti? Non sto sognando?"

"Certo, e ti amo. E ti desidero. Ma dovremo aspettare, purtroppo."

"Purtroppo..." mormorò Ruggiero, poi chiuse gli occhi. Li riaprì dopo poco: "Mi sento così stanco..."

"Riposa, allora. Non hai fame?"

"Fame? Sì, un po'."

"Sono tre giorni che non mangi. Ti vado a cercare qualcosa."

"No, resta qui..." implorò il giovanotto e chiuse di nuovo gli occhi.

Enzo gli carezzò lieve una mano. Dio, quanto avrebbe voluto abbracciarlo, baciarlo.

Ruggiero sembrò scivolare nel sonno. Enzo lo guardava emozionato e commosso: la prima cosa che aveva detto riprendendo i sensi era stato il suo nome... e gli aveva chiesto perdono. Aveva la barba lunga, i capelli spettinati, il volto pallido eppure gli pareva bello più che mai. Poi pensò che anche lui non s'era rasato in quei tre giorni e che doveva avere un aspetto orribile. Doveva mettersi in ordine, ma non voleva allontanarsi di lì.

Vide il medico garibaldino, Enrico, entrare ed iniziare a controllare le condizioni dei feriti. In quei tre giorni due erano morti, altri erano gravi. Manfredo gli aveva detto che era morto anche il ragazzo che Enrico amava, un giovane garibaldino di nome Maurizio. Eppure il medico era lì che svolgeva il suo dovere. Enzo attese: il fatto che Ruggiero non fosse dei primi ad essere visitato era un buon segno. Quando finalmente il medico arrivò accanto al letto di Ruggiero, Enzo gli disse che aveva ripreso i sensi e che ora dormiva. Il medico gli sentì il polso, poi, aiutato da due infermieri, cambiò le medicazioni del paziente, disinfettandogli le ferite. Gli auscultò i polmoni con lo stetoscopio.

Ruggiero aveva riaperto gli occhi: "Come vado, dottore?"

"Non male, giovanotto. Pare che non ci sia accumulo di sangue nel polmone ferito. Deve stare fermo, non fare sforzi."

"Quanto ci metterò a guarire?"

"Sarà un po' lunga. Se non farà sforzi, potrà rimettersi abbastanza in fretta."

"Quando potrò alzarmi?"

"È difficile dirlo ora. Forse fra un paio di settimane, se la ferita nel polmone si rimargina bene."

"E come faccio per... per andare al gabinetto?" chiese Ruggiero un po' imbarazzato.

"Per il liquido, la farà a letto in un contenitore che le faccio avere. Per il solido dovrà scendere da letto e farla nel cantaro. Muovendosi il meno possibile."

"Qui? davanti a tutti?"

"Come tutti. Mica deve vergognarsi, no? Il suo amico la riparerà con un telo, la dovrà pulire, almeno all'inizio. Si ricordi, meno si muove e prima si rimette."

Enzo disse: "Ci penserò io, dottore. Sono suo fratello."

Enrico lo guardò lievemente sorpreso ma poi sorrise lieve: "Bene, meglio così, di lei non si vergognerà, penso? Fra... fratelli ci sono meno problemi. E fra poco distribuiranno il cibo. Non gli faccia mangiare niente altro. Può bere invece quanto vuole, anche vino, senza esagerare. E gli dia un infuso di queste erbe circa tre volte al giorno."

"Va bene dottore. Posso lavarlo, fargli la barba?"

"Muovendolo meno possibile. Più che lavarlo, rinfrescargli il corpo con una pezzuola bagnata." rispose Enrico.

Enzo, mentre questi parlava con tono professionale, lo guardava negli occhi, e vi lesse il dolore. E lo ammirò.

Il medico proseguì nel suo giro.

Ruggiero guardò Enzo: "Gli dicesti di essere mio fratello..."

"Per loro. Visto che tu hai detto di chiamarti Rota. Tutto sarà più semplice, non credi?"

"Ma io non ti amo come un fratello... ti amo di più." disse Ruggiero sottovoce sorridendogli provocante.

"Lo spero proprio!" rispose con un sorriso compiaciuto il ragazzo carezzando lungamente con lo sguardo il suo uomo.

Quell'improvvisato ospedale si stava organizzando. Qualcuno fu dimesso e poté tornare con i compagni, così vi fu più posto per quelli che dovevano ancora restare lì. Qualcuno pensò di procurare un po' di intimità ai degenti: il problema di andare di corpo davanti agli altri non era solo di Ruggiero. Furono tirate corde e vi furono stese lenzuola, si trovò qualche cassa da affiancare ai letti a mo' di tavolino. Accanto ad ogni letto furono portati canteri e pentolini che un infermiere passava a cambiare due volte al giorno.

La prima volta che Ruggiero orinò, Enzo gli sfilò con cautela le brache, gli inserì il pentolino fra le cosce e con mano lieve gli guidò il membro: "Vai..." gli disse. Ruggiero si vuotò. Enzo glielo sgrullò delicatamente e sfilò il pentolino.

"No... non togliere la mano..." sussurrò il giovanotto mentre il suo membro dava un debole guizzo.

"Non possiamo fare niente, lo sai..."

"Carezzamelo, ti prego. Fammi sentire la tua mano... Solo un po'..."

"Non è peggio?" chiese soave il ragazzo, ma lo carezzò.

"No... solo un po'..." ripeté in un sospiro Ruggiero rilassandosi felice a quel tocco soave.

Enzo avrebbe voluto baciarglielo, leccarglielo, sentirselo fra le labbra ma capiva che la tensione che questo avrebbe provocato in quel corpo poteva essere pericolosa e si trattenne. Dopo poco il membro era turgido e ritto, fremente. "Adesso basta, però..." disse Enzo con dolcezza e, senza rimettergli le brache, lo coprì col lenzuolo. Sorrise nel vedere che il lenzuolo restava sollevato fra le gambe del suo uomo.

Questi gli disse: "Dammi un bacio, allora."

Enzo si chinò sul volto dell'altro e le loro lingue giocarono per alcuni istanti, ma si staccarono quando sentirono rumore di passi.

"Guarisci in fretta, Ruggiero... ho bisogno di te..."

"Promesso." sospirò il giovanotto facendogli un sorriso dolce e con una mano scese a carezzarlo fra le gambe: "Sei duro!" mormorò compiaciuto.

"Certo... Ma smetti di toccarmi, adesso."

"Perché?"

"Mi fai venire nei calzoni, così..."

"Vieni qui, tiratela fuori... te la voglio succhiare."

"No, non dobbiamo, finché non sei fuori pericolo."

"Ma mica mi fa male, no? Il medico ha detto che posso bere quello che voglio..." disse malizioso il giovanotto.

"No, Ruggiero. È meglio aspettare, poi, ti prometto che recupereremo tutti questi giorni."

"Con gli interessi?"

"Con gli interessi, certo. Ne ho voglia almeno quanto te... Ti voglio in me, tutto."

"Mi perdonasti?" gli chiese allora il giovanotto.

"Fui cattivo, vero?"

"Tu? Io, io ti delusi..."

"Quella volta che mi feci fottere sotto i tuoi occhi..."

"Capii che cosa provasti tu a trovare Manfredo nudo a casa mia."

"Ma ti feci soffrire."

"E io te. Ma forse questa sofferenza che ci infliggemmo ci fece maturare. Ti giuro che non toccherò mai più nessuno."

"Non ha più molta importanza, basta che mi ami. Non sarei più geloso."

"Ma io non voglio altri. Rischiai di perderti e ora so che non potevo permettermelo. Tu sei tutto, per me."

"E tu per me. Alduzzo, Manfredo, non sono niente per me. Nessuno è niente per me. Sono tuo, voglio essere solo tuo. Mi perdoni, Ruggiero?"

"Ti amo. Chi ama non ha niente da perdonare."

"È vero. Prima non lo capivo. Guarisci in fretta, Ruggiero: ho tanto bisogno di te..."

Il giovanotto si stava riprendendo piuttosto in fretta. L'ufficiale di collegamento andava ora tutti i giorni a trovarlo, per discutere con lui sui problemi organizzativi della provincia. I consigli di Ruggiero, e non solo quelli strettamente legali, erano molto apprezzati dall'ufficiale, che prendeva appunti ogni volta. Ruggiero aveva una notevole capacità organizzativa.

Una volta arrivò a fargli visita anche Garibaldi in persona: "Rota, si rimetta in fretta, mi dicono che lei è un elemento prezioso."

"Purtroppo dicono che non potrò combattere per parecchi mesi..."

"Non abbiamo bisogno solo di buoni combattenti. Ho altri progetti su di lei."

"Altri progetti?"

"Noi fra poco dovremo continuare verso il nord, verso Napoli. Anche qui dovrò lasciare un governatore provvisorio, un mio rappresentante che organizzi il referendum. E secondo i miei ufficiali lei è la persona adatta. Conto su di lei, perciò, Rota. Si rimetta in fretta. Ah, e... da oggi lei avrà il grado di capitano: se li è guadagnati sul campo, i galloni."

Allora Ruggiero, facendosi coraggio, rispose: "Sono onorato per le vostre parole. Ma se mi permettete avrei una supplica da farvi."

"Dica."

"Mi lascerete mio fratello Enzo per aiutarmi?"

"Anche suo fratello è uno dei nostri uomini?"

"Sì, è lui..." disse Ruggiero indicando il suo ragazzo.

"Certamente, va bene. Credo che avrà bisogno di un aiuto, almeno i primi tempi. E un fratello vale due uomini, non è vero?"

"Vi ringrazio, generale. Farò del mio meglio per meritare la vostra fiducia."

"Non ne dubito." rispose Garibaldi e, salutati i presenti, se ne andò.

Enzo era radioso, Ruggiero non di meno.

Quando questa notizia si sparse, Alduzzo e Manfredo andarono a congratularsi con Ruggiero. Loro stavano per partire per il nord. Si lasciarono promettendosi di mandarsi notizie, se avessero potuto. Poco prima della partenza Ruggiero, che cominciava a poter scendere da letto anche se non ancora a camminare, fu fatto trasferire con Enzo nell'appartamento dell'ex deputato regio che era scappato all'arrivo dei garibaldini e che questi avevano requisito. Sarebbe stata la sua residenza ufficiale. Un medico locale assicurò che avrebbe seguito il decorso della guarigione di Ruggiero.

L'appartamento era al primo piano di un bel palazzo, sopra gli uffici governativi che Ruggiero, appena ristabilito sufficientemente, avrebbe usato. Era vasto, lussuosamente arredato. Ruggiero decise che ne avrebbero usata solo una parte. Per la forma avevano preso due stanze separate, ma Enzo, dalla prima notte, dormì accanto al suo uomo. Entrambi ardevano dal desiderio di fare l'amore, ma avevano deciso di aspettare finché il polmone fosse interamente guarito. Per la gamba ci sarebbe voluto un po' di più, ma il vero pericolo, in caso di sforzi, era proprio la ferita nel polmone.

Stesi nel grande letto, nudi entrambi a parte le fasciature del giovanotto, si carezzarono a lungo, facendo fiorire le reciproche erezioni. "Però, puoi almeno baciarmi, no?" mormorò dopo poco Ruggiero con un tono d'invocazione.

"No amore, altrimenti... chi si ferma più, dopo? Già toccarci così senza andare oltre non è facile. Ma mi piace sentire le tue mani sul mio corpo..."

"Sì, anche a me le tue. E mi piace toccarti. Non mi pare vero: di nuovo assieme, così..."

"Questa casa è ancora più di lusso della Villa di don Raffaele."

"Già. Chissà se la fece rimettere a posto, ricostruire? L'abbandonammo tutti e due."

"A me non importa, interessa solo stare con te. Una catapecchia se ci sei tu sarà più bella di qualsiasi bella casa."

"Non potremo stare qui per sempre. Dopo il referendum, se vince il sì, dovranno eleggere i loro rappresentanti, e qui verrà ad abitare il nuovo governatore, quello vero."

"Per ora sei tu il governatore, comunque."

"Già, dovrei cominciare a farlo, in qualche modo. C'è il referendum da preparare: deve essere un successo. Voglio che Garibaldi non si penta di aver scelto me."

"C'è la coda di gente che ti vuole parlare. I funzionari, di sotto, hanno già un elenco che non finisce più."

"Forse posso cominciare a ricevere qualcuno, di là. Io sto in poltrona, facciamo venire su uno scrivano, un segretario, tu mi stai vicino... che ne dici? Io sono stanco di non far niente tutto il giorno."

"Ad un patto: poche ore e se io dico basta, smetti subito."

"D'accordo."

Così Ruggiero iniziò le udienze. Per prima cosa ricevette gli ex funzionari dell'amministrazione borbonica: li riconfermò tutti nei loro posti, almeno fino al dopo referendum ed al passaggio eventuale delle consegne, dopo averli fatti giurare fedeltà al generale Garibaldi, "dittatore delle due Sicilie". Disse che, per il momento, dovevano continuare a lavorare come prima, applicando le vecchie leggi esclusi i riferimenti a Napoli ed ai Borboni. Le tasse, per esempio, dovevano restare nella casse a Catanzaro. Le nomine o le sostituzioni, spettavano tutte a lui. La sua conoscenza delle leggi gli permise di parlare con competenza e di far rispettare le sue decisioni.

Poi arrivarono i "patrioti" chiedendo assicurazione che non si sarebbe tornati indietro. Ruggiero fece presente che il referendum era una cosa seria: tutto dipendeva dagli esiti. Se per caso avesse vinto la fazione favorevole ai Borboni, lui non avrebbe potuto farci niente. Si trattava di convincere quanti più votanti possibili a votare a favore dell'annessione al Regno di Piemonte e Sardegna, che si sarebbe chiamato Regno d'Italia. Bisognava iniziare la propaganda elettorale. Gli chiesero chi avrebbe potuto votare: secondo la legge attuale gli aventi diritto al voto erano solo i maschi maggiori di trent'anni, capaci di leggere e scrivere e con un censo piuttosto alto, certificato dal pagamento delle tasse.

Ruggiero suggerì di portare l'età di voto a venticinque anni e di abbassare di parecchio il censo minimo. I patrioti si dichiararono d'accordo: fra la gente più giovane e meno ricca erano parecchi quelli che volevano togliersi di dosso il governo di Napoli. Furono fatte preparare le liste dei nuovi aventi diritto al voto. E partì la propaganda referendaria.

Poi Ruggiero iniziò a ricevere gli esponenti della vecchia nobiltà fondiaria codina. Erano spaventati, vedevano minacciati i loro privilegi, i loro possedimenti. Chi lo blandiva, chi lo minacciava, chi lo implorava, chi lo tentava... Ruggiero disse loro che non poteva fare promesse in nome di un re che ancora non si sapeva se sarebbe stato o no il loro nuovo re. Ma fece notare che sicuramente il nuovo re, se il referendum lo avesse dato vincitore, avrebbe apprezzato chi si fosse messo dalla sua parte da prima della sua vittoria. Avrebbe molto probabilmente riconosciuto i loro titoli di antica nobiltà di cui si fregiavano a diritto, se avesse saputo che si erano schierati dalla sua parte. E lui, al momento opportuno, avrebbe potuto eventualmente testimoniare...

"Ma se tornassero i Borboni?" obiettò un vecchio principe, con uno sguardo tremebondo.

"Andremo tutti in galera, se non sulla forca. Perciò è importante che vincano i Savoja e che ci trovino dalla loro parte. E io credo che i Savoja avranno almeno l'ottanta per cento dei sì, con l'estensione del suffragio che ho ordinato..."

In parecchi palazzi nobili, dopo quel colloquio, dai balconi iniziarono a sventolare bandiere tricolori e scritte inneggianti all'Italia Unita. Ma Ruggiero non si illudeva che alle spalle, almeno di quelli convertiti dell'ultima ora, non si tramasse in modo di tenere i piedi in due staffe.

"Ma com'è possibile? Esponendo le bandiere rendono pubblica una presa di parte, no?" disse Enzo.

"Possono sempre mandare messaggi a Napoli dicendo che sono stati costretti a farlo per salvare la vita, ma giurare fedeltà ai Borboni: in questo modo, chiunque vinca, loro sarebbero in una botte di ferro."

"Ma per arrivare a Napoli i loro eventuali messaggeri devono superare i nostri garibaldini."

"Non sarebbe difficile per un borghese passare. Ci sono molte strade, non solo quella percorsa da Garibaldi. Un buon cavallo può fare un giro più lungo ed arrivare comunque prima di Garibaldi."

"Non puoi proibire di uscire dalla città?"

"E a che servirebbe? Mica abbiamo abbastanza uomini per farlo. L'unica speranza è che Garibaldi continui a vincere e che qui la maggioranza voti a favore dell'annessione. Non abbiamo altre carte da giocare."

"Davvero se vinceranno i Borboni noi finiremo in prigione?"

"No, finiremo impiccati, ne sono sicuro." disse con un sorriso Ruggiero, ma i suoi occhi non sorridevano affatto.

Ruggiero continuava a migliorare e finalmente il medico disse che, usando una stampella, poteva cominciare a muoversi un poco. Il polmone si era rimarginato. Ora bisognava solo dare tempo all'osso della gamba di risaldarsi completamente. Il giovane governatore iniziò a scendere negli uffici ed a ricevere lì. Enzo gli era sempre a fianco. Parecchi ammiravano la dedizione di quel giovane fratello per il suo fratello maggiore. I due indossavano sempre le divise di garibaldini: Ruggiero aveva rifiutato di indossare l'abito gallonato del vecchio duca che era stato governatore dei Borboni, un po' per segnare la rottura con il passato, un po' perché si sarebbe sentito ridicolo in quegli abiti preziosi che pendevano nel guardaroba dell'appartamento che occupava.

Solo una volta, per gioco, a quattr'occhi con Enzo, aveva indossato la giacca e la feluca e si era guardato allo specchio: era scoppiato a ridere.

Enzo gli aveva detto: "Però staresti bene..."

"Ma va là. Mi sentirei come il corvo travestito da pavone. E poi, non dicevi che mi preferisci quando sono nudo?" lo celiò il giovanotto.

"Quando sei con me, certo. La tua pelle è l'uniforme che ti si addice di più. E invece di questo pugnaletto da parata, quel bel pugnale di carne fra le tue gambe... mmmh... mi fa venire l'acquolina in bocca."

"Non credi che ora potremmo anche usarlo, qualche volta?" disse tentatore Ruggiero.

"Il medico dice che non puoi ancora fare grossi sforzi, ma... se tu stai fermo e... se lasciassi fare a me, forse..." rispose Enzo tentato, gli occhi che gli brillavano di desiderio, ed iniziò a spogliare l'amico di quei panni sontuosi.

Ruggiero a sua volta iniziò a togliere l'uniforme di dosso al ragazzo. "Vai a chiudere la porta, però. Se arrivasse il vecchio Gaetano, non vorrei fargli venire un colpo." sussurrò ad un certo punto il giovanotto.

Mentre Enzo, già a torso nudo andava a chiudere accuratamente le porte della stanza, Ruggiero con la stampella andò fino al letto dove sedette.

Enzo tornò accanto a lui. Questi lo tirò fra le sue gambe e abbracciandolo, gli iniziò a suggere un capezzolo. Enzo gli sollevò la maglietta sul petto e scese a frugargli fra le gambe, dentro le mutande. "Ehi, hai già un bell'alzabandiera, qui!" disse compiaciuto.

"È sull'attenti per te, amore... E anche il tuo..." gli disse calandogli calzoni e mutande sulle ginocchia ed iniziando a carezzarglielo con entrambe le mani.

Enzo lo sospinse a stendersi, gli fece tirar le gambe sul letto e, liberatosi degli ultimi vestiti, sfilategli le mutande di tela, gli si stese a fianco. Le loro bocche si cercarono, si unirono con passione.

"Finalmente, Enzo..." mormorò il giovanotto palpandolo con desiderio per tutto il corpo.

"Mi vuoi?" gli chiese dolce il ragazzo.

"Sì, ma... mi ha detto Manfredo che lo montasti come un torello in calore. Non vuoi farla provare anche a me questa emozione?"

"Ma tu sei il mio maggiore. Gli uomini prendono i ragazzini, e non il contrario."

"Ma tu ormai sei un uomo, no?"

"Ma non tu un ragazzino."

"E chi te lo dice? Ora che sei con me, mi sento un diciassettenne... "

"Davvero mi vuoi in te, amore?"

"Sì, voglio provarci."

"Ma tu non ci sei abituato..."

"Neanche tu, le prime volte, no? Non farmi essere geloso di Manfredo..."

"No, amore, no... Ma prima ti voglio io in me: sono troppe, troppe settimane che sogno questo momento. Resta steso, tu, non devi fare sforzi. Lascia fare tutto a me..." gli disse con dolcezza.

Si inginocchiò accanto al bacino del giovanotto e si chinò sul suo bel palo svettante, prendendolo fra le mani ed accostandovi le labbra pieno di desiderio. Allora Ruggiero lo afferrò per le anche e lo tirò sopra di sé, finché gli fu cavalcioni ai lati del capo e mentre il ragazzo si chinava a dare diletto al suo uomo, questi sollevò il capo e fece scendere il bacino dell'amante fino a che entrambi furono uniti. Il reciproco desiderio lungamente tenuto sotto controllo tentava di scatenarsi, di prendere loro la mano, ma Enzo faceva attenzione che Ruggiero non facesse sforzi, movimenti bruschi. Con avida dolcezza preparò a lungo il forte membro vibrante dell'amante, deliziato dalle labbra che serravano il suo, dalle carezze che Ruggiero gli dava per tutto il corpo. Quindi si alzò, si accoccolò cavalcioni sul bacino del giovanotto e si calò lentamente, spiandone le espressioni sul volto sorridente e guidandolo in sé.

"Aaaah... finalmente!" disse emozionato quando le sue piccole natiche sode sfregarono sul pelo del pube di Ruggiero, poi gli chiese: "Ti piace, amore?"

"Sì..."

"No, fermo, tu! Mi muovo io..." disse dolce, carezzandogli il petto su cui risaltava la fresca cicatrice. Iniziò a molleggiarsi su e giù, e quando vide che il suo uomo chiudeva gli occhi gustandosi quell'intimo massaggio, lo carezzò lieve per tutto il petto, facendolo fremere per il piacere. Si muoveva su e giù con vigore, con gioia: era finalmente di nuovo unito al suo amante! Gli stava dando piacere e ne stava ricavando. Continuando nel suo andirivieni, faceva ondeggiare lieve le anche per aumentargli il piacere, con studiata lascivia, gustandosi al contempo quel palo duro che lo riempiva così piacevolmente. Si sentì felice, incredibilmente felice.

Dalla finestra spalancata il sole estivo inondava la stanza, le tende di pizzo ondeggiavano all'aria che veniva dal giardino. Ebrezza crescente faceva fremere il ragazzo che si autoimpalava con sempre maggiore vigore ed entusiasmo. Ruggiero lo afferrò per la vita per regolarne il ritmo sostenuto.

Enzo si premette a fondo, fermandosi: "No, fermo tu, amore. Lascia fare a me, finché non sarai completamente in forma. Poi, te lo giuro, mi abbandonerò a te, potrai fare tutto quello che vorrai. Non ti piace, così?"

"Sì, amore, mi piace certo. E ti voglio in me... Voglio tutta in me questa tua bella minchia soda, completamente in me. Voglio essere il tuo ragazzo, come tu sei il mio ora. Dai, stallone, dai, che ti aspetto..." lo incitò il giovanotto rilassandosi di nuovo, ma pienamente eccitato.

Enzo riprese a muoversi con vigore. Dal capo del letto i ritratti del padre e della madre del vecchio duca lo guardavano accigliati, severi. Enzo lanciò una risata argentina, felice, squillante. Era di nuovo suo finalmente. Sentì il suo uomo fremere, tremare, gemere e quando lo sentì eruttare, si premette a fondo facendo palpitare con forza il retto, agitandoglisi sul pube teso. Si chinò sul corpo del suo amante e si baciarono con passione. Sentiva il cuore di Ruggiero battergli forte in petto, e il suo rispondeva rapido e veloce.

Quando lo sentì iniziare a rilassarsi, a ritirarsi, si sfilò lentamente, carezzandogli il corpo. "Ora prendimi tu!" disse con voce roca il giovanotto.

"Sì amore. Mettiti sul fianco... no, la gamba ferita sopra. Così amore..." gli sussurrò carezzandolo mentre gli si stendeva alle spalle. Gli insalivò abbondantemente il foro inviolato, lo massaggiò con le dita a lungo. "Dai, spingimelo dentro..."

"Aspetta, non voglio farti male."

"Che importa, prendimi, fammi tuo!"

"Sei sicuro che ci voi provare?"

"Sì... Voglio provare le tue stesse emozioni e che tu provi le mie. Voglio accoglierti tutto in me. Voglio sentirti tutto. Prendimi, amore..."

Enzo continuava ad insalivarlo ed a massaggiarlo. Poi, eccitato, gli si addossò, gli premette la punta infocata del membro sulla rosetta di carne calda e scivolosa ed iniziò a spingere, tenendolo per le anche. Ruggiero spingeva il bacino indietro, con forza. La porta inviolata pareva non cedere, nonostante il giovanotto cercasse di rilassarsi. Spingevano entrambi, l'uno verso l'altro, per unirsi.

"Dai, amore, dai!" lo incitò Ruggiero eccitato.

Quel duro manico di carne che gli forzava lo sfintere lo eccitava: sì, lo voleva gustare tutto dentro, non l'aveva mai desiderato, prima, mai. Ma ora era un piacere più spirituale che fisico, quello che s'aspettava da quella penetrazione: lui aveva colto la verginità del ragazzo ed ora gli offriva la propria. E ne era felice.

Finalmente, quasi d'improvviso, l'elastico sfintere cedette ed Enzo fu quasi sorpreso nel sentirsi affondare nel caldo e stretto canale, quasi risucchiato da una forza misteriosa. Provò un'emozione che né Alduzzo, il primo che avesse mai penetrato, né Manfredo gli avevano dato. No, quello era Ruggiero, il suo Ruggiero, il suo caporale amato, sognato, il suo virile amante, il suo dio in terra, il suo tutto che lo accoglieva in sé. Emise un basso mugolio di giubilo, all'unisono con il giovanotto. Gli scivolò dentro senza più ostacoli, senza fatica, quasi come una spada scivola nel suo fodero fatto su misura. Sentì che stavano diventando nuovamente una cosa sola.

Ruggiero provava un lieve fastidio fisico, ma una gioia tale da non fargliene quasi rendere conto. Era felice di essersi dato così al suo amante. Ora davvero la loro unione gli sembrava completa, perfetta. Lo sentì avanzare in sé sicuro, maestoso, potente, caldo, dolce, forte, tenero. 'No,' si disse, 'quello non era fottere: quello era dirsi, col corpo: t'amo!' Una gioia profonda, un'emozione intensa si impadronirono di lui e pianse colmo di lelicità mentre Enzo iniziava finalmente ad agitarglisi dentro con passionale gagliardia. 'Sono tutto suo, come lui è tutto mio! È troppo bello!' pensò grato. Ruggiero si gustava le forti spinte del suo amante, il suo forte membro che gli danzava dentro.

Anche per Enzo fu più bello di quando aveva penetrato i due compagni, incomparabilmente più bello. Come il suo corpo rinchiudeva il seme di Ruggiero, come un tesoro prezioso, tra poco il corpo di Ruggiero avrebbe accolto il suo seme, come un prezioso scrigno. Ognuno donava così all'altro una parte di sé: c'era qualcosa di sacro in questo scambio. Un rito che si ripete dalla notte dei tempi e che solo due maschi possono compiere alla pari. Il piacere e la gioia si accumularono nel corpo di Enzo fino a traboccare ed impregnare il corpo amato dell'amato.


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