Ruggiero aveva potuto lasciare anche la steccatura della gamba ed ora non camminava più con la stampella, ma si aiutava solo con un bastoncino da passeggio. Zoppicava leggermente, ma non sentiva dolore. Quando girava per la città era salutato da tutti con rispetto e deferenza: era lui la massima autorità. Tutto era pronto per il referendum: Garibaldi s'era insediato a Napoli, il re Borbone era in fuga via mare. Anche l'ultima fortezza, Gaeta, era caduta.
Da Napoli era arrivato in tutti i capoluoghi l'esemplare stampato della scheda per il referendum. Ruggiero aveva convocato il migliore tipografo della città ed aveva fatto stampare le schede. Per la città erano affissi i manifesti che annunciavano la data in cui si sarebbe deciso il futuro di quella provincia e di tutto l'ex Regno delle due Sicilie.
Ritratti di Garibaldi, più o meno somiglianti, ma inconfondibili per la camicia rossa, i lunghi capelli e la barba biondi, bandiere tricolore, scritte inneggianti all'Italia comparvero per tutta la città dandole un'aria di festa. Si allestirono le sedi di voto che Ruggiero fece presidiare dalla Polizia provvisoria, formata per metà da ex soldati borboni e per metà di patrioti. Cortei improvvisati di ragazzotti, che non avrebbero votato, percorrevano la città manifestando a favore del sì con slogan improvvisati, ora ingenui ora divertenti.
E venne il giorno del referendum. I votanti andavano ad esprimere il proprio parere fra due ali di folla festante, a stento trattenuta dal servizio d'ordine. Votò il 94,2 % degli aventi diritto al voto, e il 100 % dei giovani e di quelli che per la prima volta vedevano riconosciuto loro questo diritto. Tra gli assenti, soprattutto vecchi nobili che avevano addotto a scusa la loro veneranda età.
Terminate le votazioni, furono chiusi i seggi e si iniziò lo spoglio. Man mano che venivano lette le schede, uno dei presenti ne gridava il contenuto dalla finestra e la gente radunata sotto i seggi acclamava i sì e fischiava i pochissimi no. Terminati gli spogli, proclamati i risultati della sede, tutte le schede ed i verbali, sotto scorta, venivano portati al palazzo del governatore provvisorio. Qui Ruggiero aveva radunato una commissione composta di giudici e notai, che doveva verificare schede e verbali e autenticare i risultati. Dopo questi venivano sommati. Quando tutta la procedura, che continuò fino alla mattina seguente, fu completata, i sì risultarono il 97,6 %, i no lo 0,9 % e le schede nulle o bianche lo 1,5 %.
All'annuncio dei risultati la gente si riversò per le vie, cantando, ballando, in una festa spontanea. Finiti gli atti legali, Ruggiero ed Enzo risalirono nel loro appartamento, esausti.
"Però, che vittoria schiacciante dei sì!" disse Enzo allegro, "E tu che pensavi che corressimo il rischio di finire impiccati!"
"Mah, i responsabili dei seggi vollero far vincere i sì, evidentemente, e ci riuscirono."
"Ma se facesti ricontrollare schede e verbali!"
"Enzo, ci vuole poco a sostituire una cassetta di schede con un'altra identica piena di schede preparate. Prima di aprirle ed iniziare il conteggio."
"Dici che fecero questo?"
"Enzo, guarda i risultati, seggio per seggio. Direi che fu fatto nella maggioranza dei seggi. Vedi, in parecchi seggi c'è il cento per cento di sì: non ci credo. Penso che comunque avrebbero vinto i sì: nel seggio in cui i no sono più numerosi, dove credo che non truccarono i risultati, c'è poi solo un ventisei per cento di no. Comunque... Non sono io che feci questi giochi di prestigio, i miei sono solo sospetti senza prove. Giudici e notai autenticarono tutto. Il nostro compito qui quasi finito è. Dobbiamo comunicare i risultati a Napoli ed aspettare ordini."
"E che faremo, dopo?" chiese allora Enzo. Erano diversi giorni che se lo chiedeva, ma Ruggiero era molto indaffarato e non voleva distrarlo dai suoi compiti con altri pensieri.
"Dopo... Quello che vuoi tu, amore. Vuoi tornare al paese?"
"No... là non potremmo stare assieme come qui. Qui ci credono fratelli, tu ormai sei ufficialmente Rota come me, nessuno trova strano se viviamo assieme, se abbiamo affetto uno per l'altro."
"E allora, vuoi restare qui a Catanzaro?"
"Non lo so... dopo non so come sarà. E poi, dovremo trovarci un lavoro, un modo per mantenerci, qualcosa da fare. Ma io non so fare niente. Tu potresti fare l'avvocato, forse, guadagneresti bene, ma io? Beh, io potrei farti le pulizie di casa, farti da mangiare, tenere in ordine le tue cose, le tue carte, farti le commissioni. Non credo che saprei fare molto di più."
"Ma a te che cosa piacerebbe fare?"
"Non so fare niente."
"Non è vero... ma a parte, cosa ti piacerebbe, se potessi?"
"Forse... mah, qualsiasi cosa, vicino a te."
"No, dai: se tu avessi una bacchetta magica, cosa vorresti fare?"
Enzo lo guardò sorridendo. Prendendolo per un gioco, rispose: "Se avessi una bacchetta magica? Vorrei avere una fabbrica di liquori come aveva don Michele a Nicolosi."
"Ah sì? E come mai? Ti vorresti ubriacare?" chiese sorridendo Ruggiero.
Enzo rise all'idea: "No. Ma quando ci passavo vicino sentivo certi odorini... se i liquori non costassero tanto, mi sarebbe piaciuto ogni tanto assaggiarne un po'. E poi, una distilleria... mi pare qualcosa quasi di magico." rispose Enzo.
"E ti piacerebbe saper fare liquori? Magari inventarne di nuovi?"
"Eh, perché no? Dovrebbe essere divertente. Sapere che la gente apprezza qualcosa di speciale, una ricetta tua, segreta, che solo tu sai fare. Non ti pare?"
"Certo, potrebbe essere divertente e soprattutto potrebbe rendere bene."
"A sapere come si fa!" concluse Enzo.
Ruggiero cambiò discorso. Ma era contento di aver scoperto questo sogno segreto del suo ragazzo. Così, nei giorni seguenti, all'insaputa di Enzo cominciò a studiare se e come avrebbe potuto realizzare il suo sogno. Cercò libri che parlavano del modo di distillare l'alcool, di distillare le erbe, di fare infusi per i liquori. Studiò le leggi vigenti (ma sarebbero cambiate?) sulla produzione dei liquori. Riuscì anche a prendere contatto con un distillatore che aveva una piccola attività in Catanzaro. Far tutto questo di nascosto di Enzo fu tutt'altro che semplice, ma Ruggiero ci riuscì.
Per cominciare una simile attività sarebbe stato necessario un capitale iniziale, che non aveva, per prendere il locale adatto, comprare l'attrezzatura ed il materiale per iniziare, pagare qualcuno esperto per avviare l'attività. Le difficoltà erano tante. Ma Ruggiero non era certo il tipo di rinunciare senza aver prima provato.
Venne il giorno in cui si proclamò che tutto l'ex Regno delle due Sicilie entrava a far parte del nuovo Regno d'Italia, con re Vittorio Emanuele. A Ruggiero fu chiesto di restare ancora a disposizione, come consigliere, del nuovo governatore (anch'egli provvisorio) inviato da Torino: un asciutto torinese di trentadue anni, il conte Aimaro Provera di Santena. Assieme dovevano organizzare le elezioni per i rappresentanti da inviare al Parlamento del Regno, ed i quadri della nuova amministrazione statale.
Il conte, ospitato negli stessi appartamenti in cui avevano vissuto Ruggiero ed Enzo, apprezzò moltissimo l'opera che questi aveva svolto ed i consigli che gli dava, soprattutto riguardo alla sostituzione del vecchio sistema di leggi borboniche con le leggi piemontesi. Un punto molto delicato fu la cessazione dei privilegi, quasi feudali, di cui la vecchia nobiltà aveva goduto. Specialmente il fatto che anche i nobili dovessero pagare le tasse sulle loro proprietà fondiarie. Quasi tutti protestarono veementemente: alcuni non erano in grado di pagare le tasse su terreni che, dicevano, erano poco produttivi. Ma Ruggiero conosceva piuttosto bene il problema del reddito dei terreni, avendo lavorato a lungo come caporale in Sicilia. Così, alla presenza del conte Provera, ricevette ad uno ad uno i proprietari per discutere sulle loro proteste.
Il suo discorso era semplice: se non siete in grado di far rendere sufficientemente i vostri terreni, cercate di venderli oppure cedeteli, tutti o in parte, allo stato e non avrete tasse da pagare o ne avrete di meno. Se invece siete in grado di farli rendere, avete anche di che pagare le tasse. Il catasto ereditato dai borboni era piuttosto accurato sulla distinzione dei terreni in base alla possibile produttività, quindi si potevano applicare le aliquote di tassazione della legislazione piemontese. L'unico problema, con il nuovo sistema, non era tanto quello delle tasse dei possidenti, quanto il fatto che, mentre con la legge consuetudinaria i poveri potevano raccogliere gratuitamente legname nei latifondi, col nuovo sistema, se i padroni si fossero opposti, questo cessava. Il concetto di proprietà privata secondo le leggi piemontesi era più rigido.
Ma quei giorni videro una buona quota di terreni, case, rustici, boschi, magazzini, a volte interi paesi, messi in vendita. E, pur di disfarsene, a prezzi spesso molto bassi. Ruggiero propose che i terreni e le proprietà che non trovavano un acquirente, fossero acquisiti dal demanio dello stato in cambio di quote di tasse dovute o in anticipo di quote di tasse future. In questi terreni, in genere i meno produttivi, spesso coperti da selva incolta, i poveri avrebbero potuto andare a raccogliere legna. Il conte Provera accettò questa soluzione che non imponeva esborsi di denaro pubblico. Il passaggio dal vecchio sistema al nuovo stava avvenendo senza particolari difficoltà.
Fu in questo clima di cambiamenti che Ruggiero ebbe una buona notizia: il governo del Re, su richiesta del generale Garibaldi, aveva stabilito che tutti gli ex governatori e funzionari designati dal generale ricevessero uno stipendio, piuttosto alto, per tutto il periodo in cui avevano prestato servizio e l'avrebbero continuato a prestare, più un premio una tantum. Così Ruggiero ed Enzo si trovarono ad entrare in possesso di una piccola somma non enorme ma discreta.
Alle spalle di Cosenza, in un piccolo sobborgo a metà costa sulla Sila dove Ruggiero era andato per fare un sopralluogo, alle porte del piccolo borgo di Spezzano, accanto ad un rio di acqua fresca, era in vendita un vecchio magazzino con annessa la casetta del guardiano ed un tratto di terreno, il tutto per un prezzo molto basso. Ruggiero pensò di comprarli ed andò a vederli con Enzo.
"La casetta è graziosa, se la mettiamo a posto può diventare piacevole, mi piacerebbe abitare qui, ma che ce ne facciamo del magazzino?" chiese il ragazzo.
"Pensavo... dopo averli comprati ci restano ancora abbastanza soldi. Mi sono informato: potremmo comprare i distillatori e provare a produrre liquori..." gli rispose Ruggiero, svelandogli così il suo progetto.
Enzo sorrise: "Sei caro, ma chi fece mai liquori? Come faremmo?"
"Assumiamo un vecchio distillatore che conobbi, che ci aiuterebbe ad avviare l'attività. Possiamo cominciare in tre, credo, lavorando sodo. Poi, se le cose vanno bene, assumiamo altri lavoranti, un po' per volta e ci ingrandiamo..."
"Pensi davvero che potremmo fargliela?" chiese il ragazzo interessato.
"Possiamo provarci. Male che vada, comunque, ci resterà la casa... Non credi che valga la pena di farlo?"
"Ma se dovesse andare male, la casa, d'accordo, ci resta, ma di che viviamo? Una volta installate le nuove autorità, resteremo senza stipendio, io e te."
"Se non ci dovesse rendere la distilleria, io posso sempre lavorare come avvocato, o altro. Non è un grosso rischio."
"Ma a te andrebbe di fare il produttore di liquori invece che l'avvocato?"
"Certo, in fondo non lo facevo neanche prima, no? Allora?"
"Proviamoci..." disse Enzo.
Comprarono il fondo con le due costruzioni. Il fatto di avere il rio d'acqua fresca che passava nella proprietà era importante per la loro nuova attività. Comprarono anche due cavalli, risistemarono la casetta e vi si trasferirono. Con il consiglio del vecchio distillatore ordinarono le storte e tutto il necessario e dopo pochi mesi iniziarono la produzione su piccola scala. Enzo e Ruggiero imparavano il mestiere collaborando col vecchio mastro Pasquale. Ruggiero doveva ancora lavorare per il governo a Catanzaro quindi viaggiava avanti e dietro. Enzo era eccitato per il nuovo lavoro e vi si dedicava con entusiasmo. Ruggiero era felice nel vederlo così contento ed indaffarato.
"Allora, Enzo, sei contento della tua nuova vita?" gli chiese una sera dopo cena, mentre andavano a letto.
"Felice sono: ho te, un lavoro che mi piace, casa nostra... che posso desiderare di più? E tu?" gli disse abbracciandolo.
"Anche io. Ho un amante delizioso. Benedetto il giorno in cui ti vidi, là sulla piazza."
"Ero un ragazzino... e sto diventando un uomo. A te piacciono i ragazzi giovani. Non ti stancherai di me?"
"Sei ancora giovane, e poi io sono innamorato di te, non di un ragazzino qualsiasi. Mi piaci moltissimo, anche ora che ti stai facendo uomo."
"Guarda quanti peli stanno crescendo sulle mie gambe, sulle mie braccia..."
"Ti trovo terribilmente sensuale. Sei più bello che mai."
"Dici davvero?"
"Non vedi che effetto mi fai?" gli disse con dolcezza Ruggiero finendo di scoprirsi davanti a lui.
Enzo gli si inginocchiò davanti, carezzandogli la gloriosa erezione: "Oh, Ruggiero, il liquore che preferisco è quello che mi dai tu..." sospirò prendendo golosamente fra le labbra la soda asta di carne.
"Vieni sul letto..." gemette eccitato il giovanotto, pieno di desiderio.
La mattina seguente stavano dormendo teneramente allacciati, quando un forte bussare alla porta di casa li svegliò: "Enzo! Ruggiero!" chiamava una voce dall'esterno.
Scesi dal letto si rivestirono sommariamente ed Enzo si affacciò alla finestra per vedere chi fosse, così presto. Il sole era appena sorto. "Chi è?" chiese vedendo due uomini alla porta.
I due sollevarono il capo ed Enzo riconobbe uno dei due: "Manfredo! Aspetta, vengo ad aprirti!"
I due amanti scesero e fecero entrare gli inattesi visitatori. "Che piacere rivederti, Manfredo! Come stai? Come mai di nuovo qui?"
"Enzo, Ruggiero! Vi presento il mio amico, si chiama Orlando Assoro." Era un giovane di ventotto anni, scuro, virile, snello, con uno sguardo penetrante, affascinante.
"Il tuo... amico?" chiese Ruggiero.
Manfredo capì il senso della domanda: "Sì, il mio amante. L'ho conosciuto a Napoli, era in galera da tre anni per aver guidato una ribellione a Caltanissetta. L'abbiamo liberato e... sai, quando ho capito di piacergli... gli ho fatto recuperare i tre anni di continenza forzata."
Ruggiero ed Enzo sorrisero: "Scommetto che glieli hai fatti recuperare abbondantemente." disse lievemente malizioso Enzo.
Orlando arrossì. Manfredo sorrise: "È fantastico. Ha un aggeggio da cavallo, e gli piace da matti cavalcarmi!" disse.
Orlando arrossì di nuovo, questa volta violentemente. "Manfredo!" protestò a bassa voce.
"Dai, Orlando, sono amici. E poi sanno tutti e due quanto mi piace essere cavalcato."
"State tornando in Sicilia?" chiese Ruggiero.
"Non proprio. Non possiamo tornare al suo paese, ci sarebbe difficile vivere assieme là. Forse in una grande città, Reggio o Palermo, o forse Siracusa, chi sa?"
"E che farete?"
"Non lo sappiamo ancora. Lui, prima, faceva il vinificatore, lavorava a Marsala." disse Manfredo carezzando con lo sguardo il suo uomo.
"Ma allora... perché non vi fermate qui da noi? Stiamo producendo liquori, siamo solo all'inizio, ma la prima partita l'abbiamo piazzata bene e dovremo ingrandirci a poco a poco. Non vi andrebbe?" propose Ruggiero guardando Enzo che annuì.
I due sembravano interessati, così gli fecero visitare la piccola distilleria. Poi li invitarono a fermarsi da loro per qualche giorno, per pensarci e decidere. Manfredo raccontò loro che, quando Garibaldi era andato verso nord, il re Vittorio Emanuele era sceso col suo esercito ed aveva conquistato le Marche con la scusa di fermarlo e Garibaldi gli aveva consegnato tutti i territori conquistati. Alduzzo aveva deciso di entrare nell'esercito sardo, ora italiano, per restare con un soldato veneto per cui s'era preso una cotta. Ora tutti e due erano da qualche parte su a nord. Enrico, il medico, pareva filasse con un napoletano.
Manfredo invece, quando era stato sciolto il contingente garibaldino, aveva preferito tornare a sud col suo nuovo amante. Amava il sud caldo, luminoso, soleggiato e il suo uomo caldo, luminoso, solare. Orlando a poco a poco perse il suo imbarazzo iniziale. Era un giovanotto davvero piacevole, allegro, ed era evidente la reciproca attrazione che i due amanti provavano l'uno per l'altro. Li sistemarono provvisoriamente in una stanza al primo piano, accanto alla loro. Quando a notte li sentirono fare l'amore, con alti gemiti di piacere, Enzo e Ruggiero, nella loro stanza, si eccitarono e così si unirono anche loro, pieni di passione.
"Ti dispiace che gli chiesi di fermarsi?" domandò Ruggiero.
"No, al contrario."
"Non sei geloso di Manfredo?" gli chiese un po' timoroso il giovanotto.
"E tu? Anch'io ci feci l'amore, no?"
"Io non sono geloso."
"Neanche io. E poi, finché mi vuoi bene, non m'importa se anche tu dovessi riprovarci con Manfredo."
"No no, nessuna intenzione. Sbagliai una volta, non voglio sbagliare di nuovo. E comunque mi sa che Orlando sia un tipo terribilmente geloso. Se decideranno di fermarsi qui, cercheremo una casa per loro: io voglio stare solo con te qui in casa nostra."
"Sì, amore, anche io. Quando siamo soli possiamo fare l'amore più liberamente, non solo di notte in camera nostra..." rispose con un sorrisetto malizioso Enzo.
Ruggiero lo guardò con profondo amore: era completamente conquistato da quel ragazzo dolce, buono, bello. Era vero, lui in passato era sempre stato attratto dai ragazzi giovani. Enzo stava diventando sempre più uomo, virile, eppure proprio questa sua virilità lo stava affascinando. In passato non avrebbe mai concepito di essere penetrato, sia pure inconsciamente gli sarebbe sembrato un attentato alla sua virilità, e invece ora non avrebbe saputo dire se gli piaceva di più prendere Enzo o essere preso da lui e si sentiva pienamente virile anche quando sentiva Enzo in sé. Un'altra cosa aveva scoperto con Enzo, grazie al periodo della sua convalescenza: il piacere di carezzarsi, baciarsi, eccitarsi senza necessariamente arrivare all'unione, all'orgasmo. Questo permetteva loro di godersi l'un l'altro più spesso, più a lungo e quando invece si lasciavano andare e si univano completamente, li portava ad un piacere più intenso.
Amava Enzo e ne sentiva l'amore come qualcosa di concreto, di tangibile, come una seconda pelle che lo avvolgeva, che faceva parte di lui come l'aria che respirava, come il sangue che gli scorreva impetuoso nelle vene.