La fabbrichetta di liquori "Fratelli Rota" dovette essere ampliata: alla vecchia costruzione se ne addossò una nuova, grande altrettanto. I liquori che producevano avevano successo e già si vendevano da Pescara a Palermo. Orlando s'era rivelato un aiuto prezioso nella produzione e Manfredo nel campo delle vendite. Enzo dirigeva la fabbrica ed il personale, Ruggiero si occupava dell'amministrazione e dei problemi legali. Erano affiatati, un team formidabile.
Orlando e Manfredo in un primo momento avevano affittato una casetta in Spezzano, ma poi avevano costruito la loro casa nel terreno della fabbrica, dal lato opposto alla casa di Enzo e Ruggiero. I quattro avevano anche aperto un loro negozio a Cosenza, di fianco alla cattedrale e Manfredo, quando non viaggiava per allargare il mercato, dirigeva il negozio. Era buffo sentirlo parlare in un misto di calabrese e siciliano, col suo accento piemontese, con la gente del posto.
Enzo stava uscendo dal loro negozio e stava staccando il proprio cavallo per tornare alla fabbrica, quando si sentì chiamare: "Enzo! Ma tu non sei Enzo Rota?" Si girò e vide un giovanottello vestito alla moda, estremamente elegante.
Quando questi gli sorrise lo riconobbe: "Ranuccio! Che ci fai qui, vestito come un signorino?"
"E tu? Come stai?"
"Bene. Adesso faccio il fabbricante di liquori, ma tu?"
"Ah, io faccio il signore."
"Lo vedo. Ma che, trovasti un tesoro sepolto?"
"Beh, un tesoro sì, sepolto non ancora..." rispose il giovane ridacchiando e gli raccontò.
Aveva continuato a lavorare nell'albergo di Aci, la caduta dei Borboni non aveva cambiato granché le cose, tutto era praticamente come prima. Solo che ora c'erano parecchi inglesi che stavano girando l'isola per fare affari. Così un certo Johnatan Duncan, un ricco inglese di cinquantaquattro anni, era arrivato e si era fermato nel suo albergo. L'uomo aveva cominciato subito a fargli il filo, colmandolo di gentilezze e di regali, finché gli aveva chiesto chiaro e tondo se voleva fare l'amore con lui. Ranuccio all'inizio aveva nicchiato, perché l'uomo era troppo vecchio per lui, ma un po' per l'insistenza di questi, un po' perché si sentiva obbligato per i costosi regali che gli faceva, una notte finito il servizio era andato in camera del cliente, s'era lasciato spogliare da questi, avevano cominciato a fare sesso.
Nonostante l'uomo avesse trent'anni più di lui, aveva un corpo discreto, a letto ci sapeva fare, l'aveva fatto eccitare moltissimo e quando questi si era fatto penetrare da Ranuccio, il giovane non s'era tirato indietro e anzi gli era piaciuto parecchio. L'uomo aveva letteralmente perso la testa per lui: lo colmava di regali, e non passava notte che non lo invitasse in camera sua. Ranuccio pensava che sarebbe durata fino alla partenza dell'uomo, e, un po' per i regali, un po' perché comunque gli piaceva montarlo, non si tirò mai indietro. Inoltre l'uomo aveva un atteggiamento tenero e protettivo nei suoi confronti che non li dispiaceva per niente. Ranuccio pian piano si accorse che non ci andava solo per via dei regali o per il piacere fisico che ne ricavava, ma anche per sentirsi ricolmato di tenerezza e calore: nei suoi precedenti rapporti con altri uomini o coetanei, a parte forse Cesare, c'era stato solo sesso.
Quando Johnatan dovette riprendere il viaggio, propose a Ranuccio di diventare il suo amante, di andare a vivere con lui in Inghilterra. Ranuccio gli disse che era stato molto bene con lui in quei giorni, ma che non ne era innamorato. L'uomo gli rispose che non gli importava: non voleva perderlo. Gli disse che lui era molto ricco, non aveva parenti, famiglia, che l'avrebbe adottato e l'avrebbe lasciato erede universale: Ranuccio avrebbe potuto vivere di rendita, senza più lavorare. Il giovane gli disse che non gli dispiaceva affatto far sesso con lui, ma che aveva anche voglia di avere ragazzi o giovanotti con cui divertirsi e che non se la sentiva di rinunciare.
L'inglese gli rispose: "A me basta che la notte tu la passi con me nel mio letto, che mi prendi come sai fare tu. Durante il giorno puoi fare quello che vuoi con chi vuoi. Tutte le avventure che vuoi, basta che resti il mio ragazzo."
Alla fine Ranuccio aveva accettato. S'era licenziato. Johnatan gli aveva fatto un bel guardaroba e se l'era portato fino a Palermo dal console inglese, dove l'aveva adottato legalmente. Non gli faceva mai mancare soldi, lo viziava quasi. Ora stavano andando a nord, avrebbero percorso tutto il nuovo Regno d'Italia, poi la Francia e sarebbero andati in Inghilterra.
"E tu come farai con l'inglese?" gli chiese Enzo.
"Lui parla il siciliano e l'italiano e mi sta insegnando a parlare in inglese."
"Ma che fa lui? Vive di rendita?"
"Potrebbe, ma commercia in vini e liquori. A proposito, se vuoi te lo presento: se gli vanno a genio i tuoi liquori, potrebbe ordinartene una bella fornitura. Adesso è in albergo. Non ti va di venire a conoscerlo, a parlargli? Se gli porti un campionario..."
"Potrebbe essere un'idea..."
"Ma tu, sei qui con Ruggiero?"
"Sì, certo."
"Lo immaginavo, quando ho saputo che eravate scomparsi tutti due."
"In paese si parla di noi?"
"No, cioè, nessuno sa che siete assieme. Semplicemente si dice che tu andasti via con i picciotti e che Ruggiero partì con i garibaldini, come parecchi altri. Ma io sapendo di voi due..."
"Hai notizie di mio padre?"
"Sta benino, ma senza il tuo aiuto se la cava appena."
"Io vorrei rivederlo, aiutarlo... ma non so come fare per Ruggiero, non lo voglio lasciare, non posso."
"Facesti la tua scelta."
"Già, però... E la villa a Nicolosi? Ne sai niente?"
"Ho sentito dire che don Raffaele la fece demolire e che ne stanno costruendo una nuova."
Chiacchierarono ancora un po', mentre Enzo tornava in negozio a prendere una bottiglia per ogni tipo di liquore che producevano poi andarono in albergo. Enzo conobbe Johnatan: era un uomo asciutto, elegante, non bello ma interessante e con un sorriso gradevole. Ranuccio gli spiegò che Enzo era un suo amico d'infanzia e che ora viveva con il suo uomo e fabbricavano liquori. L'inglese sembrò interessato. Assaggiò i liquori e, specialmente un vino chinato ed un liquore al mandarino gli piacquero molto. Chiese se poteva visitare la fabbrica per rendersi conto dei loro metodi di fabbricazione ed Enzo li invitò ad andare da loro a pranzo il giorno dopo. Quindi tornò alla fabbrica.
Raccontò a Ruggiero ed agli amici del suo incontro e della prospettiva di vendere liquori in Inghilterra. Poi gli parlò dell'accordo fra Ranuccio e Johnatan: "Per quanto possa aver perso la testa per Ranuccio, mi pare strano che gli dica che può andare a letto con chi gli pare purché lo faccia anche con lui..." concluse pensieroso.
Orlando disse: "Io non potrei mai sopportare se sapessi che Manfredo va con altri!"
"Mah, ognuno di noi è diverso: probabilmente l'inglese ha capito che questo era l'unico modo per avere Ranuccio."
"Ma questo Ranuccio, se gli piacciono i giovani, come fa a pensare di vivere con un uomo che diventerà sempre più vecchio? Quando lui avrà quarant'anni, quell'altro ne avrà settanta!" disse Manfredo.
"Mah, ci avrà pensato anche lui, a questo: si vede che l'idea non lo preoccupa. Io credo che il vero problema non sarebbe la differenza d'età, se Ranuccio fosse innamorato. Il problema è come si fa a vivere con una persona per cui non provi amore." disse Enzo.
Il giorno dopo, quando i due arrivarono, gli fecero visitare la fabbrica e l'inglese ne fu favorevolmente impressionato. Mentre stavano a tavola, Enzo si rese conto che Ranuccio aveva un atteggiamento affettuoso nei confronti dell'inglese. Più tardi lo prese a parte e gli chiese quello che gli stava a cuore.
"Mah, si fa voler bene. È un uomo dal carattere forte ma dolce. Mi sento bene con lui. E il fatto che non sia per niente geloso, mi fa sentire libero. Quando ho un'avventura gliene posso parlare tranquillamente."
"Sei sicuro?"
"Sì. Ormai sono cinque mesi che stiamo assieme."
"Ma se tu un giorno dovessi innamorarti di un altro?"
"Starò attento che non capiti."
"Ma lo sai che all'amore non si comanda, no?"
"Beh, spero che non succeda. Io, in fondo, gli voglio bene, non voglio deluderlo."
"Lui... è innamorato di te?"
"Non lo so. Non me lo disse mai chiaramente. Lui dice di essere stato innamorato solo una volta, però dice che prima di conoscere me cercava sempre avventure, ma che ora gli basto io. Dice che s'è stancato di correre dietro ad ogni paio di pantaloni ben imbottiti che vede. E poi dice che gli piace come lo prendo io: dice che lo fa sentire ringiovanito di vent'anni."
"Basta che non ti senta tu invecchiato di vent'anni..." gli disse Enzo serio.
"No. Mi piace molto farlo con lui, anche se qualche volta mi piace farlo con un bel ragazzo. Mi piace davvero. Ha un sacco d'esperienza, lui: ha avuto ragazzi indiani, cinesi, africani, arabi... e bianchi, si capisce. Ha viaggiato molto, viaggia ancora molto. S'è portato a letto marinai, ragazzi d'albergo, servi e padroni, nobili e soldati... E si capisce: sa farmi godere come pochi, te lo garantisco. Vado più che volentieri a letto con lui, non preoccuparti. E poi è un uomo interessante, ha sempre mille cose da raccontare e le sa raccontare bene, non finiresti mai di starlo a sentire. Da ragazzo è stato l'amante di un lord della Compagnia delle Indie che l'ha lasciato erede della sua impresa commerciale, quello che lui vuole fare con me. No, sto troppo bene con lui..."
Johnatan fece una grossa ordinazione e la pagò anticipata in modo che potessero ampliare ulteriormente la produzione comprando altri distillatori e prendendo altro personale. Chiese solo che facessero stampare apposta le etichette per i liquori che gli avrebbero mandato e le disegnò lui stesso. Ranuccio e Johnatan si trattennero ancora pochi giorni, poi partirono per il nord, la loro tappa seguente sarebbe stata Salerno poi Caserta.
L'incontro con Ranuccio e le notizie del padre avevano riaperto nel cuore di Enzo il problema che aveva sempre avuto. Ne parlò con Ruggiero. Questi gli chiese se voleva andare per qualche giorno a rivedere il padre.
"Sono indeciso: da una parte vorrei aiutarlo, rivederlo, ma dall'altra... D'accordo che non può impedirmi di stare con te, ma mi dispiacerebbe litigare con lui."
"Ma tu mica devi dirgli che stai con me, no? Gli dici che stai qui, che hai un buon lavoro..."
"Ma se mi chiedesse di portarlo qui con me? Capisci che non posso... Credo che papà non potrebbe mai capire, accettare."
"Non credo, no. Ma se tu non sei tranquillo, secondo me devi andarci. Rimandare ancora il problema non fa che farti stare male..." gli disse Ruggiero carezzandolo con dolcezza. Enzo annuì.
Così, sistemate alcune cose, Enzo prese il loro calessino e partì per la Sicilia. Promise a Ruggiero che non sarebbe mancato più di una settimana. Portava al padre soldi, liquori, roba da mangiare. Durante tutto il percorso si sentì agitato e l'agitazione aumentava man mano che si avvicinava alla meta. Passò lo stretto imbarcando in nave il calessino. Quindi prese la via del sud. Nonostante non fosse la prima volta che faceva quella strada, gli pareva di non riconoscere nulla. Da una parte avrebbe voluto che Ruggiero fosse lì con lui, dall'altra capiva che non sarebbe stato possibile. A metà strada si fermò a dormire ma passò una nottata tutt'altro che tranquilla.
Quando, il giorno dopo, arrivò alle porte del paese e cominciò a riconoscere i panorami a lui familiari, aveva come un crampo allo stomaco. Provò la tentazione di girare il calesse e di scappare via, più volte. Aveva abbandonato il padre senza dirgli niente, ne provava rimorso. A dire il vero non avrebbe mai pensato, quando era andato a Messina a cercare Ruggiero, che non sarebbe tornato indietro. Ma restava il fatto che l'aveva fatto. Sperò anche di non incontrare don Matteo o don Calogero o peggio ancora don Raffaele. Che avrebbe potuto dire? Come avrebbe potuto giustificare la sua scomparsa? Dicevano che era andato con i picciotti, il che poi era vero. Quella sarebbe stata la versione ufficiale. Non era stato l'unico a farlo...
Entrò in paese, prese la via di casa. Il cuore gli batteva con violenza, si sentiva la gola secca. Arrivò davanti a casa sua: vide i vicini, incuriositi dal rumore del calessino e dei cavalli, occhieggiare dalle finestre. Nessuno si affacciò, uscì a salutarlo: o non l'avevano riconosciuto o non avrebbero saputo come accoglierlo, chissà? Mise il freno e scese.
La porta di casa era accostata, ma non chiusa. Doveva bussare? Entrare e chiamare il padre? Era in casa? O era nell'orto dietro casa? O magari in giro per il paese? Sospinse la porta che cigolò appena, ma gli sembrò un rumore fortissimo. Entrò nella cucina: tutto era esattamente come l'aveva lasciato. Povero. Provò una stretta al cuore pensando che lui, pur non vivendo nel lusso, ora stava bene.
"Papà?" chiamò a mezza voce. Non un rumore, niente. "Papà?" chiamò più forte andando verso la camera del padre. Anche quella porta era accostata ma non chiusa. La spinse ed entrò.
Il padre stava a letto, completamente vestito, e si stava alzando a sedere: "Enzino!" disse ed il giovane sentì la commozione nella voce dell'uomo.
Il padre scese dal letto ed allargò le braccia. Enzo vi si rifugiò e si strinsero. Poi si lasciarono, l'uomo fece un passo indietro, lo guardò con occhi lucidi da capo a piedi, poi disse: "Stai bene..."
"Papà... mi dispiace..." balbettò Enzo.
"No... no. Io sono contento, stai bene, sei vestito bene, sei venuto."
Enzo notò che non aveva detto "tornato".
"Vieni di là, sediamoci al tavolo... Ti fermi, almeno un po'?" chiese l'uomo prendendolo per un braccio e guidandolo in cucina.
Gli dette una sedia, prese dallo scaffale la bottiglia del vino e due bicchieri di coccio e ne versò per tutti e due. Sedette e spinse un bicchiere verso il figlio. "Ti puoi fermare un po'?" chiese di nuovo.
"Sì papà, tre, quattro giorni, pensavo..."
"Bene. In casa non c'è granché da mangiare. Hai fame?"
"Ma voi, papà, come state?"
"Bene, bene grazie a dio."
"Come ve la cavate?"
"Senza troppi problemi. No, non troppi."
"Vi ho portato qualcosa, è qui fuori, sul calessino. Vado a prenderla..."
"Dopo. Lasciati guardare, adesso..."
"Io... non pensavo di stare via tanto così, papà..." disse in tono di scusa il giovane sentendosi imbarazzato.
"Sei vestito bene: hai un buon lavoro?"
"Sì, fabbrico liquori. Ve ne ho portati."
"Dove stai, ora?"
"In continente."
"In continente? Così lontano?"
"Beh, sto in Calabria, vicino a Cosenza. Non è lontanissimo."
"Ma stai bene."
"Sto bene."
"Questo è l'importante: salute, un buon lavoro... che vuoi di più dalla vita?"
"Siete buono, papà..."
"Buono? Mah, per me l'importante è che tu stia bene. E... non ti senti solo?"
Enzo temeva quella domanda. Era chiara, per lui: suo padre voleva sapere se si fosse accasato. S'era preparato dieci discorsi, ma in quel momento non uscì nessuna delle parole che aveva pensato.
"Vivo con un amico, papà. Lo conoscete: è don Ruggiero..."
"Ah, don Ruggiero... Anche lui quindi è in continente. Lavorate assieme?"
"Sì, papà."
"E vivete assieme, nella stessa casa."
"Sì, papà."
"Sempre ti volle bene, don Ruggiero. Sono contento che si prende ancora cura di te. È un bravo giovanotto. E qui non avreste potuto vivere assieme..." disse l'uomo tranquillo.
Enzo lo guardò sorpreso. "Beh, in villa si viveva praticamente assieme..."
"Sì, ma... avreste dovuto prendervi moglie, prima o poi, qui è così. Forse là che non vi conosce nessuno... almeno penso."
"Anche là gli uomini prima o poi devono sposarsi, papà."
"E allora, voi due, come pensate di fare?" chiese l'uomo.
Enzo era agitato più che mai: il padre pareva aver capito tutto e pareva averla presa bene, ma il giovane non era sicuro di non essere lui ad interpretare le cose secondo i propri desideri.
"Noi... non vogliamo sposarci, papà." disse Enzo sentendosi tremare.
"Sì, questo lo capii. Ma se vivete assieme e se non vi sposate, prima o poi..."
"Ecco, papà, io e Ruggiero diciamo... tutti credono che... spero che non vi dispiaccia, ma..." non riusciva a trovare le parole, studiava di sottecchi il volto affilato del padre.
"Che cosa?" chiese l'uomo con voce quieta.
"Ecco, lui... tutti credono che sia mio fratello, Ruggiero Rota... Anche i documenti che abbiamo..."
"Ah, tuo fratello? Rota, hai detto. Mio figlio, perciò?" chiese l'uomo corrugando la fronte.
"Sì..."
"Così diversi?"
"Di... di due madri diverse, diciamo... Voi eravate vedovo e..."
"Tu saresti figlio di secondo letto... Capisco."
"Perdonateci, papà."
"Mah, forse è una soluzione. Anche se mi fa uno strano effetto avere per figlio don Ruggiero... dovrei averlo avuto quando avevo venti anni, no?"
"Non siete arrabbiato?"
"Arrabbiato? Enzino, no. Avete trovato la soluzione al vostro problema."
"Ma voi... lo sapevate?"
"Non ne ero sicuro, ma ci avevo pensato..."
"E..."
"Enzino, se tu sei così, sono contento che trovasti una persona degna come don Ruggiero. E che potete stare assieme tranquilli."
"Non vi disturba, la cosa?"
"Enzino, al mondo ci sono tante situazioni diverse quanti sono i cristiani: trovamene due uguali. Alcune sono comuni, altre rare... anche se meno di quanto si pensi."
"Che volete dire?"
"Che non siete gli unici a preferire questa soluzione. Quando ero io ad andare tutte le sere al belvedere, avevo due cari amici che eravamo come fratelli. Specialmente uno dei due. Da ragazzini si era anche giocato assieme... sì, voglio dire... beh, hai capito, no? quando si comincia a sentire certi stimoli... Solo che io mi sentivo attirato dalle ragazzine e per me era solo un gioco. Lui no. E si fidava di me, così me lo disse. Davanti agli altri parlava come tutti di zinne e di femmine, ma lui era diverso. E un giorno mi disse che s'era innamorato di un nostro compagno e non sapeva come fare. Io avevo allora diciassette anni, lui, Leoluca, sedici, l'altro, Pino, diciotto... Era un bel ragazzo Pino, un po' come il tuo don Ruggiero, ma più giovane."
"Ma chi sono? Non c'è nessun Leoluca in paese..."
"No, non ci sono più. Allora, ti dicevo... Il mio amico soffriva: se ti piace una ragazza, mi diceva, puoi farglielo sapere da un fratello, da un cugino, ma con un ragazzo, come fai? E una ragazza può farti sapere che non gli interessi o sì, ma un ragazzo, se poi lo dice agli altri... Allora io un giorno ho parlato con Pino e gli ho detto: lo sai che c'è una persona che conosco che ha perso la testa per te? Beh, a farla breve, ci hanno messo quasi un mese, ma alla fine erano assieme e lo sapevo solo io. Ma poi Pino si dovette sposare. E anche Leoluca. Anche dopo sposati continuavano a vedersi di nascosto: erano innamorati. Ma la moglie di Leoluca si insospettì, pensava che lui avesse un'altra donna. Così aveva deciso di sorprenderlo con i fratelli, per svergognarlo... e li trovarono assieme. Dovettero abbandonare subito il paese, coi vestiti che avevano addosso... Non li vidi mai più, non so che fine fecero. C'è chi dice che fanno i pastori a Leonforte, che abitano in montagna, una vita dura. Ma se almeno fossero insieme..."
"Quando successe, questo?"
"Prima che nascessi tu, circa venti anni fa. Perciò faceste bene ad andarvene."
"Avevo paura che vi sareste arrabbiato..."
"No... e sono contento che tu me l'abbia detto. E che tornasti per dirmi che stai bene. E spero che il Signore vi assista."
"Da quando lo sapete, papà?"
"Mah... non te lo so dire esattamente. Forse quando mi accorsi che nei tuoi occhi c'era la luce che aveva Leoluca quando mi confessò che s'era innamorato di Pino... e sapevo che non filavi nessuna delle ragazze del paese... E quando notai la stessa luce negli occhi di don Ruggiero quando all'osteria mi salutava e mi diceva che eri un ottimo bracciante... ed era tanto gentile con me..."
"Io ebbi più volte l'impressione che voi sapeste, ma non avevo il coraggio di dirvelo: il vostro amico Leoluca fu più coraggioso di me."
"Non era mio figlio. Al padre non l'avrebbe mai detto, piuttosto moriva."
"Perché proprio col padre si deve avere tanto timore?"
"Perché un padre non può mai essere un amico: c'è una generazione di differenza, c'è un diverso rapporto."
"Ma io vi voglio bene, e so che voi me ne volete."
"Non c'entra."
"Ma ora ne stiamo parlando..."
"Sei adulto, ora. Forse lo diventasti proprio nel momento in cui ti allontanasti da me. Forse i figli dovrebbero sempre allontanarsi dai padri, per diventare adulti. Chi si sposa e lo fa, è fortunato. Comunque, di' a don Ruggiero che mi va bene che sia... mio figlio. Ne sono contento."
"Grazie, papà, ne sarà contento anche lui."
Enzo dette al padre i regali, il denaro e gli promise che gli avrebbe mandato ogni mese qualcosa: "Prendetevi una casa più bella, papà."
"No, sono affezionato a questa."
"Allora fatela mettere a posto."
"La gente si chiederà dove prendo i soldi..."
"Dite che lavoro in continente."
"Sì, ma non dirò dove: non vorrei che qualcuno passasse di lì."
"E non dite che sto con Ruggiero: non vuole che la sua famiglia sappia dov'è."
"Lo capisco. Spero che siate felici."
"Lo sono, papà, Ruggiero è un uomo eccezionale, mi vuole molto bene."
"Sono contento."
"Desiderate venire anche voi in continente?"
"No: perché ormai ho le radici qui, tua madre è qui e un giorno mi metteranno vicino a lei, e poi perché è meglio che non abbiate... vostro padre fra i piedi. Grazie, comunque, mi fa piacere che tu me l'abbia chiesto."
Passati tre giorni, Enzo salutò il padre e riprese la via per Cosenza. Il percorso di ritorno fu molto diverso: si sentiva lieve, allegro, decisamente bene. Il fatto che il padre sapesse e che avesse accettato con tanta serenità era come un balsamo per lui. Non si era reso conto, prima, di quanto gli fosse pesato quel segreto. Tornato a casa raccontò a Ruggiero le lunghe conversazioni col padre. Questi ne fu lietamente sorpreso.
"Tuo padre è un uomo eccezionale, aperto, comprensivo. D'altronde, non per niente tu sei un ragazzo meraviglioso. E lo sento un po' davvero come padre anche mio, ora."
"Mi raccomandò di non darti mai dispiaceri, sai? Disse che tu non te li meriti."
"Non credo di correre questo pericolo. Tu che ne dici?"
Enzo tirò a sé il suo amante e lo abbracciò: "Ti ricordi la nostra prima volta?"
"Certo: mi chiedesti se davvero sarebbe stato bello anche per te..."
"E tu mi dicesti: sarà bello, vedrai. Fidati di me. E io mi fidai."
"Sì, ti fidasti. Ma lo volesti vedere, prima..."
"E te lo tirai fuori io"
"E dicesti: signore mio! Se è grosso! È così grosso, lungo, che mi fa un po' paura. Ti fa ancora paura?"
"No, al contrario..." sorrise Enzo iniziando a spogliarlo pieno di desiderio. Quando furono nudi, il ragazzo gli disse: "Come devo mettermi? Come quella prima volta?"
Ruggiero capì e lo guidò in un semiabbraccio, senza parlare, lo fece inginocchiare sul letto e gli si inginocchiò dietro, continuando a carezzarlo. Enzo fremeva, ma anche il giovanotto dietro di lui, conscio che stavano ricreando l'atmosfera di quella prima volta. "Chinati, ora..." gli sussurrò all'orecchio.
"Così?" disse emozionato Enzo.
"Ancora un po'." rispose Ruggiero carezzando con dolce piacere il bel corpo fresco che gli si offriva. Ricordava perfettamente il desiderio ed il timore del ragazzo vergine e questa miscela di sentimenti gli aveva dato un senso di tenerezza incredibile. Certo, lo aveva voluto, ma aveva voluto davvero dargli piacere, non solo prenderlo.
Enzo sentì il calore del corpo del giovanotto che gli aderiva, il contatto della pelle nuda sulla pelle nuda era qualcosa ogni volta nuovo, bellissimo. Sentì la dura asta sfregargli fra le piccole natiche e anche questa sensazione fu bellissima. E quando la punta dell'asta si soffermò sul buchetto, quell'intimo contatto lo fece fremere ed il fremito dell'altro gli parlò dell'intensità del desiderio che spingeva il giovanotto verso di lui.
"Oh, Enzo!" mormorò Ruggiero con voce roca di passione iniziando a spingere.
Il ragazzo provò un piacere dolce nel sentire quella carne calda, viva, forte, fremente farsi strada in lui. "Oooh, sì!" gemette quando la pressione dell'altro si fece più forte e iniziò a spingersi lievemente indietro, per fargli capire quanto lo desiderasse.
Il giovanotto riprese allora a spingere ed Enzo lo sentì riempirlo, scivolargli dentro pian piano ed era molto, molto piacevole. La sensazione della carne dilatata al limite rendeva più intenso il piacere. Enzo ne era compiaciuto: finalmente... pensò con gioia piena.
Sentì Ruggiero respirare pesantemente e pensò con piacere che era lui ad averlo eccitato a quel punto. Lo sentì continuare ad entrare in lui con calma, ma con determinazione e provò una sensazione di pienezza. Lo sentiva, grosso, pieno, maestoso affondare in lui, finché gli fu completamente dentro.
"Va bene?" chiese Ruggiero, la voce roca per l'emozione.
"Sì, bene."
Allora il giovanotto iniziò lentamente a muoverglisi dentro e fuori e Enzo iniziò a mugolare, Ruggiero iniziò a carezzargli il corpo ed i genitali turgidi.
"Oh, è bello." mormorò il ragazzo quando l'altro accelerò il ritmo.
Enzo si sentì esultare e la gioia spaziò per tutte le sue membra mandandolo in estasi. Il ragazzo tremò ed il tremito divenne convulso mentre raggiungeva un improvviso, forte orgasmo e allora Ruggiero si svuotò in lui e Enzo si sentì in paradiso. Pensò che quella unione appena consumata era il momento più lungo e più breve di tutta la sua vita. Il più bello, comunque. Ogni volta.