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una storia originale di Andrej Koymasky


pin TRILOGIA:

FRATELLI D'ITALIA

VOLUME 1: IL CAPORALE

VOLUME 2: TANO E MASO

VOLUME 3: ENRICO PICCIN


pin VOLUME 2
TANO E MASO
di Andrej Koymasky © 2008
scritto 2 settembre 1993
CAPITOLO 1
UN MODO PER FARSELA PASSARE

Gaetano si sollevò e col braccio si asciugò il sudore dalla fronte. Si guardò attorno e vide i fratelli, i cugini e gli altri continuare a mietere, giù giù per il campo formando una fila quasi regolare, e sembrava che non sentissero il calore del sole. Si chiese come facessero.

"Tano! Il riposo mica ha suonato, ancora!" sentì tuonare la voce del padre.

Il ragazzo si chinò di nuovo e riprese a mietere di buona lena, sentendo su di sé gli occhi severi di suo padre: afferra, taglia, afferra, taglia, afferra, taglia poi lega e ricomincia. Così, sempre così, per ore. E fosse stato almeno il loro grano! Fatichi, fatichi e alla fine una manciata per te e il resto per il padrone. "Boja mondo!", come diceva suo padre.

Gaetano pensò che lui sarebbe morto così, come suo nonno, come suo padre prima o poi: chino sulla terra irrigata dal suo sudore. Neanche in un letto come un cristiano!

"Ma che, è vita questa?" mormorò a denti stretti mentre legava un nuovo covone.

Riprese a mietere. Il manico del falcetto gli faceva male nella mano indolenzita, arrossata, che si stava riempiendo di calli. Quelle mani di cui era stato così fiero. Quelle mani che dicevano destinate a stringere l'archetto di un violino e che invece dovevano maneggiare un falcetto. "Boja mondo!" davvero.

Quando aveva undici anni il prevosto aveva detto alla sua famiglia che Gaetano possedeva un vero talento per la musica, così, sia pure dopo molte insistenze, aveva convinto i genitori del ragazzino a mandarlo in città a prendere lezioni di violino. Un certo Maestro Folli (ed era un po' folle per davvero) l'aveva preso come allievo. Poiché la sua famiglia non aveva il denaro necessario per pagare le lezioni, un po' per le insistenti preghiere del prevosto, un po' perché il ragazzo aveva davvero talento, il Maestro l'aveva preso in casa come famiglio. Così Gaetano si pagava le lezioni facendo da domestico-tutto-fare al Maestro. Dormiva su un pagliericcio di foglie nel sottoscala, mangiava gli avanzi dell'uomo, ma non stava peggio che a casa, anzi... Aveva studiato violino per quasi quattro anni e già cominciava ad essere bravino, sia per il suo talento che per l'impegno con cui seguiva le lezioni. Gli piaceva molto suonare il violino.

Ma quell'anno, proprio prima della mietitura, uno dei suoi fratelli, Renzo, maggiore di lui di due anni, era scomparso di casa. Chi diceva che si fosse arruolato, chi che avesse seguito gli zingari (una carovana era passata poco lontana proprio il giorno della sua sparizione), chi che fosse emigrato in cerca di fortuna... Sia come sia il padre, che diceva di non poter fare a meno di un valido paio di braccia, era andato a riprenderselo e l'aveva messo subito a faticare. Addio violino, addio città, addio sogni, addio folle Maestro Folli, per sempre. Per Gaetano era stata peggio di una doccia fredda. Non aveva pianto perché si vergognava a farsi veder piangere, ma dentro di lui una voce desolata seguitava a ripetere: non è giusto, non è giusto, non è giusto...

Finalmente suonò il riposo. Sciamarono tutti fino ad un angolo del campo e si radunarono sotto la grande quercia. Gli anziani all'ombra e via via gli altri sì che Gaetano assieme ai più giovani si ritrovarono in pieno sole. Le donne avevano portato un cestone pieno di tozzi di pane e di fette di cacio ed anche alcune anfore di vino. Mentre il ragazzo divorava il suo poco cibo, reso gustoso dalla fame, gli si avvicinò quatto quatto Silvio, suo cugino di terzo grado.

"Oh Tano!"

"Oh Silvio!"

"Davvero tuo fratello Renzo è andato via con una zingara?"

"E che ne so, io. È andato. E basta."

"Io... quasi quasi... me ne andrei via di qui io pure!"

Gaetano lo guardò sorpreso, poi gli disse: "Non ti far sentire, Silvio. O ti scorticano vivo."

"Ma a te lo posso dire. So che tu hai la bocca cucita."

"Già." replicò il ragazzo dando un morso rabbioso al suo tozzo di pane.

Non sapeva neanche lui perché, ma le parole del cugino lo avevano irritato. Perché? Il suo pensiero riandò a qualche settimana prima, quando lui era tornato da poco. Una sera tardi, poco prima di cena, lui era andato a sdraiarsi nel fienile, su in alto per stare un po' solo e tranquillo.

Poco dopo, però, era arrivato Silvio: "Che ci fai tu qui? Questo posto è mio."

"Macché tuo! Mica ci hai messo un segno, no?" rispose Gaetano masticando un filo di paglia, restando steso, le braccia sotto il capo, le gambe larghe, quasi a fargli capire che non aveva nessuna intenzione di lasciargli il posto.

"Io ci venivo quando tu non c'eri, perciò prima di te, perciò è mio!" disse testardo il cugino guardandolo accigliato ma non bellicoso.

"Questo lo dici tu. E poi," aggiunse in tono più conciliante, "quante storie: c'è posto anche per due, no?"

"Non per quello che sono venuto a fare, però." aveva risposto con un risolino il cugino.

"E che ci fai tu qui? Le capriole?" gli aveva chiesto lui allora con aria di prenderlo in giro.

Silvio lo guardò corrugando la fronte, come faceva tutte le volte che pensava intensamente. Gaetano ne guardava la figura snella che si stagliava contro il cielo, aspettando che il cugino dicesse qualcosa, deciso a non spostarsi. Silvio aveva sedici anni, uno più di lui. La camicia lisa e le brache strette alla vita da un pezzo di cordicella coprivano (a mala pena) un corpo già sodo.

Il cugino si inginocchiò accanto a Gaetano e, continuando a guardarlo con la fronte corrugata, gli chiese con un tono quasi da cospiratore: "Ma di' un po', Tano, tu... sei già maturo?"

"E che, mica sono un fico, io!" ribatté divertito Gaetano per quell'inattesa e strana domanda.

"No, voglio dire... Certe volte... Non ti prende una voglia..."

"E di che?" chiese l'altro guardandolo senza capire.

"Ma no, di che! Una voglia addosso. Una voglia e basta. Una voglia che... insomma... ti senti tutto strano e... e il pirillo... ti si sveglia."

Il ragazzo capì a che cosa si riferisse il cugino ed allora ammise: "Beh, sì, certo che mi capita..."

"E allora, che fai?"

"Che faccio. Aspetto che passi, no?"

"Io no." disse Silvio con un sorriso di superiorità sulle labbra. "Io me la faccio passare."

"E che, gli dici: a cuccia! e lui va giù?" chiese ridacchiando Gaetano.

"Nooo. Me l'ha insegnato il Riccio, come si fa."

"Ah, il Riccio. E come si fa?"

"Davvero non lo sai?"

"Ma no che no lo so." rispose spazientito Gaetano.

"Beh, se... se mi giuri che tieni la bocca cucita, io ti insegno..."

"Te lo giuro." rispose Gaetano appena appena incuriosito.

"Mica così. Fai il giuro solenne!" disse Silvio deciso.

Gaetano allora si alzò a sedere e, serio, incrociando i due indici tesi sulle labbra, protaniiò: "Croce di legno, croce di ferro se parlo di questo vado all'inferno; croce di ferro, croce di legno, se parlo di questo di morte son degno."

"Bene." disse allora Silvio rassicurato. "Adesso apriti le brache e calatele, Tano."

"Le brache? E perché?"

"Ti insegno come si fa a farsela passare, no?"

"Ma il mio mica sta su, adesso."

"Embeh? Poco male. Prima lo facciamo andar su, poi lo facciamo tornare giù, no? Vedrai che è bello."

Gaetano era poco convinto, ma fece quanto il cugino gli chiedeva. Così Silvio insegnò a Gaetano a masturbarsi. A Gaetano piacque, perciò dopo di allora lo fecero ancora, e anche l'uno all'altro e piuttosto spesso, con reciproco piacere. Gaetano non ne aveva parlato con nessuno. Silvio era sicuro quindi che Gaetano sapeva tenere la bocca cucita.

"Ne parliamo stasera, Silvio. Su al fienile."

"Sì, certo. Su al fienile. Dopo essercela fatta passare."

"Dopo essercela fatta passare." confermò il ragazzo con un sorriso condiscendente.

Così quella sera i due ragazzi si ritrovarono nel fienile. Come le altre volte si sciolsero le brache, se le calarono e si stesero sul fieno, paralleli. Ognuno afferrò il membro del cugino e si masturbarono lentamente, assaporando quel piacere segreto che si davano a vicenda. Dopo aver raggiunto il godimento ed essersi sfogati, si riassettarono i panni, e si misero a parlare dell'idea di Silvio di fuggire. A poco a poco anche Gaetano si convinse che forse sarebbe stato meglio scappare che fare quella vita.

Nei giorni seguenti i due cugini ne parlarono ancora ed a poco a poco iniziarono a formulare un piano, sempre più decisi a tagliare la corda. Rubacchiando nella dispensa riuscirono a mettere assieme un fagottello di cibo secco che nascosero al fienile. E finalmente una sera Gaetano disse ai suoi che andava a dormire da Silvio e questi che avrebbe dormito da Gaetano. A volte accadeva che andassero a dormire dai cugini, sicché nessuno lo trovò strano né ebbe nulla da ridire. I due ragazzi, invece, si ritrovarono al fienile, presero il loro fagottello e si misero in marcia cercando di mettere più distanza possibile fra loro e le loro case. Oltrepassarono furtivamente il paese che era notte inoltrata e per via non c'era anima viva. Solo qua e là qualche cane abbaiava al loro passaggio, ma nessuno uscì a vedere. A mattina erano già lungo il fiume, sulla strada che andava verso il mare. Seguirono il corso d'acqua scendendo verso valle.

A metà mattina videro alcuni uomini che caricavano una chiatta. Gaetano, fatto cenno al cugino di seguirlo, si avvicinò all'approdo: "Ehi voi, dove andate con quel carico?"

"A Contarina."

"Ah, giusto lì abbiamo da andare. Ci prendereste mica con voi sulla chiatta?"

"E mica è un trasporto, questo."

"È che il prevosto ci ha detto che nostra madre, che è a servizio a Contarina, sta morendo e ci vuole vedere..." disse con voce triste Gaetano.

L'uomo si grattò il capo, guardò i due ragazzi poi disse: "Beh... in un caso così... siamo tutti buoni cristiani e... la mamma è sempre la mamma. Beh, dateci una mano a caricare e poi a scaricare e io vi porto con me."

I due ragazzi si prestarono volentieri e così poterono scendere il fiume sulla grande chiatta, godendosi il panorama che sfilava lento ai bordi del grande corso d'acqua. Arrivati a destinazione, aiutati gli uomini a scaricare, si allontanarono.

"E ora che si fa? Dove si va?" chiese Silvio, sentendosi improvvisamente sperso così lontano da casa.

"Si va in qualche posto, un posto grande, a cercar fortuna."

"Sì, ma dove?"

"E che so io! Adesso cammina." rispose spiccio Gaetano avviandosi a passo svelto. Silvio lo seguì.

Si fermarono solo una volta per mangiare qualcosa e riprendere fiato, accanto ad un ruscello di cui bevvero l'acqua, quindi ripresero la via. Dopo poco incrociarono un viandante.

"Per dove va questa strada?" chiese Gaetano.

"E voi dove dovete andare?" ribatté l'uomo guardandoli.

"C'è una città grande, in questa direzione?" chiese Gaetano.

"In terra di Venezia o in terra del Papa?" fece l'uomo.

"Dov'è la città più grande e più vicina?" insisté Gaetano.

"La più grande o la più vicina?" chiese l'uomo tranquillo.

"Ditecele tutte e due." rispose un po' spazientito il ragazzo.

"Beh, allora, di qua c'è Mesola che è del Papa. Di là c'è Chioggia, che è di Venezia. Chioggia è più grande, ma è più lontana. Mesola invece..." disse l'uomo, ma Gaetano lo interruppe:

"E allora si va a Mesola." disse deciso e, senza salutarsi, ognuno riprese la propria strada.

"Perché andiamo nelle terre del Papa?" chiese Silvio quando furono lontani dall'uomo.

"Perché lì è più difficile che ci trovano, no?" rispose Gaetano pensando che davvero Silvio non capiva niente.

Proseguirono camminando svelti. Ma, arrivati al confine, le guardie del ponte li fermarono. Senza lasciapassare non si poteva andare oltre. Gaetano annuì e, senza insistere, fece dietrofront, seguito dal cugino.

"Si ritorna a casa?" chiese Silvio.

"Macché, manco per sogno. Fra poco fa notte. Si passa a nuoto o più su o più giù. Più giù è meglio, comunque."

"Ma io non so nuotare..."

"Io sì. Che vuoi fare, tu?"

"Mi sa... mi sa che io... che torno indietro..."

"Ma che, molli così? E poi, che dici? Ti chiederanno dove sei stato, dove sono io..."

"Dico che di te non so niente. Dico che io sono andato... sono andato... che volevo andare a vedere una ragazza..."

"E ti chiedono chi."

"E io dico che lei non vuole che dico chi è."

"Sei proprio deciso a tornare indietro?"

"Mi sa... Se tu vuoi andare a nuoto... e poi io, nelle terre del Papa magari parlano latino e chi li capisce..."

"Come ti pare. Ma... bocca cucita, eh?"

"S'intende."

Così, dopo aver diviso a metà il cibo che avevano, i due si salutarono e si separarono. A Gaetano un po' dispiaceva che Silvio non avesse avuto il coraggio di continuare, ma d'altra parte lui voleva passare il fiume a nuoto e perciò...

Aspettò notte camminando lungo la riva, finché si fermò in un punto che gli sembrò buono per traversare a nuoto: la corrente pareva debole. Quando fu abbastanza buio si lasciò scivolare in acqua e si mise a nuotare. Ma la corrente lo trascinava giù giù e dovette nuotare più a lungo di quello che avesse previsto e quando finalmente giunse all'altra riva, era stremato. Ad un certo punto aveva anche temuto di non riuscire né ad andare avanti né a tornare indietro ma invece ora era finalmente sulla terra del Papa.

"Mica tanto diversa dalla terra di là." pensò confusamente mentre si lasciava andare sull'erba e piombava quasi istantaneamente in un sonno profondo.

Lo svegliò il sole ormai alto ed i richiami dei corvi. I suoi panni di sopra erano asciutti ma di sotto, dove toccavano l'erba, ancora umidi. Il cibo, bagnato, aveva un sapore strano ma Gaetano mangiò ugualmente: aveva fame. Quindi, alzatosi in piedi, stiratosi ben bene, s'incamminò. Appena ebbe risalito la ripa vide, non molto lontano, alcune case. Si avviò in quella direzione tagliando per i campi.

Quando raggiunse l'agglomerato chiese al primo passante: "È Mesola questa, vero?"

"Macché, figlio mio, questa è Goro."

"Goro? Ma siamo nella terra del Papa, no?"

"E certo. Ma dove devi andare tu, a Mesola?"

"No no. Una città più grande, ma ne ho dimenticato il nome..."

Quello lo guardò con aria interrogativa, ma poi disse: "Di città ce n'è tante... Codigoro, Comacchio... c'è Ravenna..."

"La più grande?"

"Ravenna, certo."

"E dov'è?"

"Oltre Comacchio, molto più a sud. Ma a piedi, figlio mio, ti ci vorranno giorni e giorni. Saranno cinquanta leghe!"

"Chi non ha l'asino, usa i piedi." rispose Gaetano sorridendo e facendo spallucce.

"Ma se tu trovassi chi ci va per mare, faticheresti di meno..." suggerì l'uomo.

"Non conosco nessuno io qui. Che posso fare?"

"Ci sarebbe lo Spazza che una volta a settimana scende fino a Cervia a portar sacchi di farina. Io lo conosco e se non è già partito potresti parlare con lui. Forse, in cambio di qualche moneta, ti porta giù in barca con sé."

"Moneta? Io ci ho tante monete quante corna ci ha un angelo!" rispose sorridendo Gaetano.

"Ah, capisco..."

"Però... magari potrei aiutare quel vostro amico a caricare e scaricare... Se voi potete parlargli..." propose il ragazzo ripensando alla precedente esperienza fatta con la chiatta.

L'uomo gli disse di seguirlo. Parlò con lo Spazza che, dopo essersi mostrato a lungo incerto, accettò di trasportare il ragazzo in cambio di un aiuto a caricare e scaricare le merci. E così Gaetano fu sbarcato a Marina di Ravenna. Girovagò per il porto. Aveva fame e non aveva più cibo. Allora prese a girare per le locande chiedendo per carità un pezzo di pane, ma senza alcun successo. All'ennesima taverna stava per uscire con le pive nel sacco come al solito, quando un uomo gli fece cenno con la mano di avvicinarsi al suo tavolo.

"Dite a me, signore?"

"Sì, dico a te ragazzo. E io non sono un signore, il Signore è morto in croce. Sono un capitano."

"Capitano? Siete soldato?"

"No, capitano di nave. Hai fame, ragazzo?"

"Eh, la metà basterebbe!"

"Se hai fame, significa che non hai un lavoro né famiglia."

"Proprio così."

"Ascolta, allora. Io ho bisogno di un mozzo a bordo. Tu mi fai da mozzo e io ti do da mangiare, da dormire e da vestire. Ci stai?"

"Beh... sì... Ma io non so che deve fare un mozzo. Che è un mozzo. Se prima mi spiegate, capitano..."

"È il ragazzo che sulla nave fa i lavori pesanti, spazza il ponte, aiuta il cuoco, svuota le sentine e... fa tutto quello che i marinai gli chiedono, insomma. Mai stato su una nave, vero?"

"Mai. I miei eran gente di campagna."

"Erano?" chiese il capitano.

"Eh sì, sono restato solo..." disse Gaetano facendo un'espressione seria ed allargando le braccia con aria sconsolata.

"Già. Allora, ti va la mia offerta?"

"E... mangiare, quando?"

"Quello anche subito. Poi si va sulla nave. Tra poco c'è la marea e si salpa."

Gaetano mangiò di gusto quel che l'uomo aveva ordinato per lui e pensò che non aveva mai mangiato così bene e così tanto in vita sua: un'intera scodella di zuppa di fagioli e pane raffermo a tocchi inzuppato dentro e persino due pezzetti di ottima cotica!

Soddisfatto, seguì l'uomo fin sulla nave. Questi lo presentò all'equipaggio indaffarato nei preparativi per la partenza. Oltre al capitano c'era il secondo, due uomini di nome Corso e Fiore ed un giovanotto di nome Moro, con un orecchino ad anello al lobo dell'orecchia sinistra. Corso faceva pure da cuoco a bordo.

"Fai vedere al mozzo dove dorme e dagli degli stracci più adatti." disse il capitano affidando il ragazzo al Moro.

Il giovanotto guidò Gaetano sotto coperta: "Ecco, qui dorme Corso, qui io, qui dietro Fiore. Il posto per te è qui, vicino a Fiore. E adesso vieni qui, che ti cerco qualcosa di adatto."

In un angolo dell'ambiente c'era un baule. Moro lo aprì e vi frugò dentro, quindi ne estrasse alcuni panni che gli porse: "Questi dovrebbero andarti bene. Cambiati, ora."

Gaetano annuì. Senza provare vergogna (l'aveva fatto tante volte davanti ai fratelli o ai cugini) si tolse le brache e quel che restava del camiciotto restando completamente nudo. Quindi infilò le brache di ruvida e forte tela grigia poi la casacca della stessa stoffa. Moro lo aveva osservato in silenzio e Gaetano non aveva notato lo sguardo attento e la luce compiaciuta che era comparsa negli occhi del giovanotto quando questi aveva potuto osservarne le nudità.

"Vedrai che ti troverai bene qui con noi se saprai fare bene tutti i tuoi compiti di mozzo... Se obbedirai a tutti noi..." gli disse Moro piazzandogli una mano sul sedere e sospingendolo con un sorriso sornione verso la scala e l'uscita.

Gaetano fu subito messo al lavoro. La regola era semplice: a bordo c'era una gerarchia rigida: tutti dovevano obbedire al capitano e al secondo, poi veniva Fiore, poi Corso, poi Moro e, ultimo, il mozzo che doveva perciò obbedire "senza fiatare" a tutti. Questo gli spiegò Corso e il ragazzo annuì convinto. E non ebbe un solo momento da stare con le mani in mano, almeno fino alla partenza: "Mozzo, qua!" "Mozzo, ramazza le cabine!" "Mozzo, le patate da pelare!" "Mozzo..."

Ma finalmente venne la sera e, a parte chi reggeva il timone e chi era di vedetta, a turno, gli altri potevano andare a dormire. Gaetano, stanco ma contento, quando gli dissero che poteva farlo, scese sotto coperta e si stese dove gli aveva detto il Moro. Corso già russava sonoramente. Il ragazzo, nonostante la stanchezza, non riuscì ad addormentarsi subito: il rollio della nave, per lui inconsueto, gli scricchiolii del fasciame e delle strutture, la lampada ad olio che oscillava creando strane ombre in movimento perpetuo lo affascinavano e lo intimorivano ad un tempo. Ma la stanchezza e lo stesso rollio, dolce come il dondolare di una culla, infine gli chiusero gli occhi.

Era notte fonda quando finì il primo turno. Il secondo sostituì il timoniere ed il Corso fu di vedetta, così Fiore e il Moro scesero a dormire. E Gaetano si svegliò.

Non per il rumore degli uomini, che non ne facevano granché, ma perché provò una sensazione strana che lentamente penetrò nei suoi sogni e lo riportò alla realtà. Aprì gli occhi e vide che il Moro s'era steso accanto a lui, gli aveva messo un braccio attorno alla vita e lo stava tirando verso di sé.

"Che c'è? È ora di alzarsi?" chiese il ragazzo insonnolito.

"Sssst, stai zitto." gli sussurrò Moro continuando a tirarlo a sé.

"Ma... qui non doveva dormire Fiore?"

"Abbiamo scambiato il posto: ora ci dormo io, qui con te." gli rispose Moro con un sorriso lascivo, mettendogli una mano fra le gambe e palpandolo.

Gaetano ebbe uno scatto istintivo per sottrarsi, ma l'altro lo teneva saldamente e continuò a palparlo.

"Ma che fai?" chiese Gaetano ora del tutto sveglio, ma sempre sottovoce.

"Il mozzo è a bordo anche per questo..."

"Questo... cosa?" chiese il ragazzo lievemente turbato ed imbarazzato per quella mano che gli stava procurando un'erezione.

"Zitto, mozzo, e fa' tutto quello che ti dico, chiaro?" rispose Moro continuando a palparlo con una mano mentre con l'altra si slacciava le brache ai fianchi e ne faceva scendere la parte anteriore rivelando così il proprio membro già pienamente eretto.

Gaetano lo guardò fra le gambe, turbato ma affascinato. Poi pensò confusamente che forse era come con Silvio e che la cosa non gli sarebbe spiaciuta affatto, perciò si tranquillizzò. Allora allungò una mano e strinse quella verga, grossa, calda e dura e cominciò a manipolarla guardando il Moro negli occhi: vi vide come un cenno di approvazione, un sorriso, ed allora lo masturbò tranquillo, anzi con un diffuso senso di piacere nel maneggiare quel membro di rispettevoli dimensioni. Era la prima volta che vedeva e toccava il membro di un uomo adulto: era piacevole. Dopo poco Moro lo guidò fra le sue gambe allargate, ve lo fece accoccolare e, senza parlare, gli sospinse giù il capo guidandolo verso il proprio pube.

Gaetano alzò il capo e lo guardò senza capire che cosa l'altro si aspettasse da lui perciò chiese in un sussurro: "Cosa... cosa devo fare adesso?"

"Leccalo. Succhialo."

Il ragazzo guardò quell'arma di carne puntata verso di lui e pensò che era una richiesta strana. Una mano del giovanotto spinse di più sulla testa del ragazzo e il membro caldo gli sfregò su una guancia. Gaetano allora cominciò a fare quello che l'altro gli aveva richiesto. Dapprima gli sembrò una cosa buffa leccare quel paletto di carne dura e liscia, ma poi ci prese gusto e quando si accorse che quel che stava facendo dava piacere al marinaio, pensò divertito che Silvio non conosceva quest'altro modo.

"Non farmi sentire i denti, mozzo. Mettici le labbra." sussurrò il Moro e Gaetano obbedì.

Guidato dalle mani del giovanotto che gli tenevano il capo, trovò il giusto ritmo. Gli piaceva sentirsi scivolare fra le labbra quell'asta soda. Dopo un po' Moro lo staccò da sé, gli slacciò le brache e gliele sfilò; Gaetano lo lasciò fare e anzi gli facilitò il compito: gli piaceva molto sentirsi addosso le mani dell'altro, gli mandava brividi di piacere lungo tutta la spina dorsale.

Il giovanotto lo fece mettere in ginocchio e gli sospinse il petto contro il pagliericcio. Gli si inginocchiò dietro e si fece calare le brache sulle ginocchia. Si insalivò un dito ed iniziò a preparare il ragazzo. Gaetano non capiva che cosa ora volesse fare l'altro, ma attese in silenzio. Il marinaio continuava ad insalivargli il buco a più riprese e ogni volta sospingeva il dito un po' più a fondo. Non era spiacevole ma era strano, pensò Gaetano. Soprattutto non capiva che divertimento il Moro ci potesse provare a toccarlo lì in quel modo. Ma quando il marinaio sostituì il dito con qualcosa di più grosso ed iniziò a spingere con determinato vigore, Gaetano provò dolore ed emise un grido, subito soffocato da una forte mano che il giovanotto gli mise sulla bocca premendovela con forza.

Gaetano tentò di divincolarsi ma Moro era forte e deciso ed anzi i movimenti del ragazzo non fecero che assecondare, involontariamente, le poderose spinte del marinaio che, infine, gli fu saldamente e completamente piantato dentro. Allora il giovanotto iniziò a muovere il bacino in un lento va e vieni, sempre mantenendo fermo il ragazzo in modo che non gli potesse sfuggire e tenendogli la bocca chiusa.

Gaetano, visto vano ogni suo disperato tentativo di opporsi, infine rinunciò a lottare e si abbandonò, sconfitto, sotto quel forte corpo che gli pompava dentro inesorabile e si disse che era un po' come facevano i cani che a volte si montavano anche fra maschi. Non aveva mai pensato però che potessero farlo anche due uomini. Si arrese completamente. Moro se ne accorse. Allora una sua mano scese fra le gambe del ragazzo e, mentre continuava a fotterlo con immutato vigore, lo masturbò. Gaetano si accorse che ora iniziava a provare anche piacere, misto a dolore è vero, ma il piacere aumentava, aumentava, aumentava finché il ragazzo esplose in un forte orgasmo, vibrando per tutto il corpo. Il marinaio continuò a fotterlo per alcuni minuti finché anche lui venne tirando con forza a sé il corpo inerte del ragazzo. E tutto ebbe fine.

Senza parlare si riassettarono le brache, si stesero e finalmente dormirono.

Mentre si addormentava, Gaetano pensò che dopo tutto valeva la pena di sopportare il dolore che procurava quel modo di farsela passare, visto che in seguito procurava anche un piacere così intenso. E comunque il Moro era stato chiaro: il mozzo è a bordo anche per questo.



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