logoMatt & Andrej Koymasky Home
una storia originale di Andrej Koymasky


pin VOLUME 2
TANO E MASO
CAPITOLO 2
UN VERO AMICO

Il mattino seguente il Moro si comportava come se non fosse accaduto nulla. A Gaetano faceva ancora male il sedere, ma ricordava anche con un certo piacere l'orgasmo violento ed intenso che aveva provato. Con Silvio non aveva mai goduto così intensamente: evidentemente il cugino non conosceva neanche quel modo, altrimenti glielo avrebbe insegnato, pensò.

Gaetano lavorò di buona lena tutto il giorno e, giunta la notte, quando poté andare nella sua cuccetta, fu di nuovo preso dal Moro. Si accorse che se si rilassava subito gli faceva un po' meno male e che invece il piacere era sempre forte.

Poi fu il turno del Corso, poi di Fiore, un paio di notti a testa. Così, pensò Gaetano, sarebbe stato ora il turno del secondo, poi del capitano? E poi? Avrebbe ricominciato il Moro?

Il dolore ancora c'era, ma sempre meno forte. Quando arrivavano a stendersi accanto a lui, ora, si calava subito le brache: sapeva che tanto prima o poi avrebbe dovuto farlo. Chi è stato meglio dei tre uomini, finora? si chiese Gaetano mentre era impegnato a spazzare il ponte. Forse Fiore. Con tutti e tre tutto avveniva più o meno sempre allo stesso modo ma Fiore, quando gli era dentro, era quello che lo sapeva muovere nel modo che gli procurava più piacere, e gli carezzava tutto il corpo. Per secondo veniva Moro, senz'altro. E Moro aveva un corpo più bello, e un arnese davvero bello che gli piaceva molto sentirsi in bocca e succhiare...

Come aveva immaginato, dopo la cena il Moro gli disse: "Stanotte vai dal secondo, capito?" Gaetano lo guardò e capì, quindi annuì. Il ragazzo passò così anche nelle cuccette del secondo prima e del capitano poi. Il secondo era quello che gli piaceva meno di tutti: era rude, quasi violento e appena entrava nella sua cabina, lo faceva spogliare, gli andava sopra, lo fotteva, poi lo mandava via, senza una parola gentile, una carezza, un gesto tenero, che invece gli altri uomini avevano, specialmente Fiore e il Moro.

Il capitano, fu lui a spogliarlo. Non se lo fece succhiare e lo prese subito, ma con una sorta di delicatezza e con calma e gli rimase dentro a lungo e, poco prima di venire, lo masturbò in modo che vennero assieme.

Poi, quando si fu soddisfatto, l'uomo gli chiese: "Allora, mozzo, ti trovi bene qui a bordo?"

"Sì, capitano."

"Ottimo. Non è una grande nave, questa, ma siamo un po' come una famiglia. E gli uomini sembrano contenti di te." gli disse carezzandogli il culetto.

"Posso rivestirmi, ora?"

"No, resta così. Dormirai con me." gli disse il capitano spegnendo il lume.

Lo tirò a sé, lo abbracciò e si addormentarono così. E la mattina dopo, prima di riprendere il lavoro, lo prese di nuovo godendoselo a lungo.

Infine, dopo averla fatta passare anche al secondo e al capitano, come aveva immaginato toccò di nuovo al Moro.

Gaetano, dopo che il marinaio si fu soddisfatto, gli chiese: "Perché, se il capitano viene prima di tutti noi, da lui sono andato per ultimo?"

"È giusto. Perché così, quando sei andato da lui, eri già sgrossato, no? Con me, la prima volta, non sapevi nemmeno come va fatto."

"E... tutti i mozzi devono fare... così?"

"Certo."

"Anche tu, quand'eri mozzo?"

"Certo."

"E... ti piaceva?"

"Che c'entra che ti piace o no? Si fa e basta. Questa è la legge del mare. Gli uomini hanno il diritto di sfogarsi e per questo sulle navi ci sono i mozzi. I mozzi in mare e le femmine nei porti. È la legge del mare."

"Il mozzo prima di me... com'era?"

"Beh... tu sei meglio: tu non stai lì come un pezzo di legno."

Gaetano capì che era una specie di complimento, anche perché il Moro, dicendogli queste parole, gli carezzò il culetto con un sorriso compiaciuto negli occhi.

Arrivarono al porto di Civitanova. Il capitano pagò gli uomini e li lasciò liberi per tre giorni. Era la prima volta che Gaetano aveva soldi tutti suoi. Girò per il porto, una mano sulla scarsella a proteggere il suo piccolo tesoro. Girò tutto il giorno e solo a notte tornò sulla nave per dormire. C'era solo il Corso di guardia e, poiché non poteva lasciare il suo posto, quella notte per la prima volta Gaetano dormì da solo e non fece sesso: gli altri infatti non erano rientrati. Il mattino dopo scese di nuovo a terra e riprese a girare per la cittadina.

Nella piazza, davanti alla chiesa di San Marone, vide uno spettacolo di burattini e si fermò: rise di cuore alle scene della rappresentazione, assieme al resto del pubblico. Quando però a fine spettacolo gli ambulanti passarono per la questua, Gaetano sgattaiolò via veloce per non dover dare una moneta ed andò a sbattere contro un passante. Si scusò.

L'altro lo squadrò da capo a piedi: "Sei un marinaio, tu, vero?"

"Sì, signore, un mozzo."

"Di dove vieni?"

"Dalle terre di Venezia, signore."

"Quanti anni hai?"

"Credo quindici, o forse sedici."

"Ti piace fare il mozzo?"

"Beh... almeno mangio e lavoro."

"Anch'io sono stato marinaio, nella flotta del Papa."

"Ah... e siete stato anche... mozzo?" chiese Gaetano con interesse guardando più attentamente l'uomo.

"No, ero navigatore. Ora invece ho un magazzino di pellami. Ma... di' un po'... non ti piacerebbe venire a lavorare da me?"

"Da voi, signore? Io so fare solo il mozzo..."

"Sì. Ho giusto bisogno di un garzone. Quanto ti pagava il capitano?"

Gaetano rispose mostrandogli le monete e disse: "Però ci ho già mangiato due volte e perciò adesso sono di meno..."

L'uomo contò le monete poi disse: "Ti pago tre volte queste monete, ti do un posto per dormire e mangi con i miei lavoranti. Accetti?"

"Ma il capitano mi dava anche da vestire..."

"Bene, un vestito nuovo ad ogni cambio di stagione."

"Ma io so fare solo il mozzo..." ripeté il ragazzo pensando però che l'offerta era buona.

"A me va proprio bene così... accetti?" insisté l'uomo. Gaetano accettò. "Allora vai a prendere la tua roba, poi chiedi del magazzino dei Galamini e presentati a me."

"Quello che ho l'ho indosso. Posso venire anche subito, se voi volete."

"Bene, allora seguimi."

Salirono nella parte alta della città girando per un dedalo di viuzze. Gaetano non aveva mai visto una città così grande e si guardava attorno stupito ed interessato. Giunsero al magazzino.

Il suo nuovo padrone gli spiegò quel che facevano lì poi lo condusse in uno stanzino la cui porta dava dietro al bancone e gli mostrò un cassone con un pagliericcio: "Ecco, tu dormirai qui. Qui hai una coperta per quando farà freddo, qui la brocca per lavarti la mattina. Il cesso è dietro a quella porta: tienilo pulito, lo usiamo tutti. Quand'è ora di mangiare suonano la campanella: segui i lavoranti e mangia con loro. Qui dentro niente liti, niente vino e niente donne. Domenica si chiude e sei libero: il sabato fatti lasciare il mangiare per la domenica, chiaro?"

"Sì, signore."

"Qui mi chiamano padrone."

"Sì, padrone. Ma... qual è il mio lavoro?"

"Semplice: fare tutto quello che ti dicono. Tutto, chiaro?"

"Già, come quand'ero mozzo, cioè."

"Esatto, proprio come quand'eri mozzo, né più né meno."

"E... quanti uomini lavorano qui dentro, padrone?" chiese Gaetano incerto.

"Ventitré, oltre a me."

"Ventitré? Oddio!" gemette Gaetano sbiancando pensando al suo dovere di mozzo, la notte, sulla nave. Poi chiese: "E devo obbedire a... tutti e ventitré? Oltre che a voi?"

"Certo, perché?"

"No, niente... per me... per me va bene."

"Comunque il tuo compito più importante sarà di notte."

"Eh, lo so, padrone."

"Lo sai? Che sai? Di notte, dalla chiusura all'apertura, qui dentro ci sarete solo tu e Maso. Tu dormirai qui di dove si vede la porta principale del magazzino, Maso invece dorme vicino alla porta del retro. Se qualcuno tentasse di entrare di notte, di forzare una delle due porte, tu e Maso dovete suonare questa campana e noi, che dormiamo sopra, possiamo scendere con gli schioppi, chiaro?"

"Solo io e... Maso?" chiese stupito il ragazzo.

"Sì, certo, in due bastate."

"E... è un mozzo, cioè, un garzone pure il Maso?"

"Sì, anche se è mio nipote."

Gaetano era un po' confuso, i conti non gli tornavano. Ma, dopo essere andato ad avvertire alla nave che non si sarebbe più imbarcato, cominciò a lavorare lì nel magazzino. Tutto il giorno fu un po' come sulla nave: correre qua e là a spostare cose, a pulire, a mettere ordine. Maso, invece, più che altro andava in giro a fare commissioni. Maso era un ragazzo di diciassette anni, magro ed alto, con un folto ciuffo di capelli castani che gli ricadeva sulla fronte. Aveva due occhi intelligenti, furbi ed un eterno sorriso sbarazzino. Gaetano soppesava gli uomini e si chiese chi sarebbe andato per primo a farsela passare, quella notte. Visto che c'era un altro garzone, pensò, forse sarebbero andati in due... quindi dodici a testa.

Venne la sera e chiusero il magazzino, con i due ragazzi dentro. Gaetano si guardò intorno: era semibuio, lì dentro. Dopo poco comparve Maso con due lumi accesi in mano.

"Ecco, questo è il lume per te. Ti chiami Gaetano, vero?"

"Sì... signore. Ma mi chiamano tutti Tano."

Maso scoppiò in una risata argentina, Gaetano lo guardò accigliato, allora l'altro disse:

"Scusa sai, ma... È la prima volta che qualcuno mi chiama signore. Sono solo Maso, io, non un signore. Magari fossi un signore!"

"Ma siete il nipote del padrone..."

"Già, il nipote povero. E dammi del tu. Di dove vieni tu? Hai un accento strano che non ho mai sentito."

Gaetano gli raccontò la propria storia: di come avesse dovuto smettere di suonare il violino (e gli mostrò le mani callose), di come avesse lavorato i campi, fosse fuggito, si fosse imbarcato come mozzo su una nave... ed ora era lì.

Tommaso, che aveva appoggiato i due lumi sul bancone, lo aveva ascoltato annuendo più volte.

"Sì, ti capisco: qualche volta ho pensato anch'io di scappare e di imbarcarmi, sai?"

"Scappare? Non stai bene qui?"

"No. Non è che sto male, ma neanche bene. Tutti i giorni la stessa vita... sfacchinare, mangiare, sfacchinare, dormire."

"Ma sei il nipote del padrone..."

"Il nipote povero, non dimenticartelo." disse l'altro con una buffa smorfia e gli cominciò a raccontare la propria storia.

"Il padrone aveva due sorelle. La più grande si è sposata con un ebanista su a Civitanova Alta. La più piccola invece è stata messa incinta da un ufficiale del Papa che diceva che voleva sposarla ma che però era già sposato e così lei fu cacciata di casa. E sono nato io. Mamma, per tirare avanti, faceva la lavandaia. Beh, si era poveri, ma si stava bene, io e lei. Ma quando io avevo tredici anni la mamma si ammalò di un male strano che neanche i dottori capivano e così morì. E io restai solo. Allora lo zio, il padrone, mi ha preso a garzone. Per carità, dice. Ma i miei soldi me li straguadagno, io, altro che carità. E anche se mi chiamo Galamini come lui, lui sta lassù nel lusso e io quaggiù... Non mi tratta male, ma... per lui io sono come un estraneo. Sono solo il suo garzone."

"E... qui, la notte, ci siamo sempre e solo io e tu? Non viene mai nessuno?"

"E chi dovrebbe venire?"

"Ma... che so io... i lavoranti, o il padrone."

"E per far che?"

"Per... per stare con noi..."

"Stare con noi? E perché? No, ci siamo solo io e tu. Mica avrai paura tu, no?"

"Paura io? Macché!" disse Gaetano pronto, poi chiese: "E prima di me, ci stavi tu solo?"

"No. Fino a tre giorni fa c'era un altro garzone. Si chiamava Checco. Ma ora s'È arruolato, lui."

"Com'era questo Checco?"

"Com'era? Aveva diciotto anni. È stato garzone qui per sei anni, lui. Non parlava mai. Sei meglio tu. E poi... puzzava. Spero che tu ti lavi spesso. Di' un po', sai leggere e scrivere, tu?"

"Io? No, perché?"

"Niente, così... Neanche Checco. Io sì, invece." disse Tommaso, ma senza orgoglio. "Mia madre m'aveva insegnato e quando posso leggo tutto quello che trovo. Se vieni di là, da me, ti faccio vedere i miei libri."

"Hai dei libri, tu?"

"Sì, qualcuno. Vuoi vederli?"

"Sì... sì certo."

Tommaso lo guidò con uno dei due lumi fino alla stanzetta in cui dormiva, accanto alla porta del retro. Sollevò il pagliericcio e tirò fuori dal cassone una scatola e, da questa, i suoi "libri". In realtà era ben poca cosa: fascicoli squinternati di formati diversi, spesso senza copertina.

"Ecco, questa è la storia di un marinaio di nome Simbad, solo che non so come va a finire perché manca l'ultima parte del libro. Questo invece è un libro che parla di altri paesi, come il regno delle Due Sicilie, il granducato di Toscana, il regno del Piemonte... ma è un po' noioso..." e Tommaso continuò ad illustrare i suoi poveri tesori, mostrando al compagno soprattutto le poche figure..

"Di' un po', Maso, ma è bello leggere?"

"Certo: nei libri c'è di tutto."

"E... è difficile?"

"Beh, quando sai farlo, no. All'inizio forse un po'... A te non piacerebbe saper leggere?"

"A me? Non so se ne sarei capace..."

"Se sapevi imparare a suonare il violino e a riconoscere le note, puoi di sicuro anche imparare a leggere... almeno credo. Se vuoi, posso provare a insegnarti. Almeno le notti diventano meno lunghe..."

Così i due ragazzi, dopo la chiusura, si sedevano sul pagliericcio di Tommaso e questi gli insegnava a leggere ed a scrivere. Era un buon maestro.

"Vedi, questa è la effe. Hai capito? Si chiama effe ma si dice fff. Come fiore o foglia o soffio... Adesso vedi se trovi altre effe."

"Questa!"

"Bravo."

"E qui ce n'è due insieme."

"Giusto."

"E questa!"

"No, questa si chiama ti e devo ancora insegnartela. Vedi che non ha sopra il riccio? È diversa, no?"

"Già, è vero, è diversa: il riccio ce l'ha sotto."

"E adesso prova a scrivere la effe qui sulla polvere, col dito..." e così via.

In capo ad un paio di settimane Gaetano sapeva riconoscere senza sbagliare tutte le lettere dell'alfabeto, sia maiuscole che minuscole e sapeva anche scriverle. Poi, a poco a poco, iniziò a leggere ed a scrivere intere parole. Gli ci volle più tempo per imparare a non compitare ed a leggere con una certa sicurezza, ma in capo a due mesi già si vedeva qualche buon risultato ed in capo a quattro Gaetano se la cavava benino. Il ragazzo era entusiasta e Tommaso era fiero di lui, e di se stesso, si capisce.

Per l'estate tutti e due i ragazzi avevano ricevuto un vestito nuovo ed avevano da parte un misero gruzzolo che però a Gaetano sembrava grosso. Poi venne l'inverno, con un nuovo vestito più pesante. Gaetano ora leggeva benino, sotto la guida attenta di Tommaso, alla luce incerta del lume.

La domenica i due ragazzi, dopo essere andati a messa con la famiglia del padrone, essendo liberi girovagavano per i campi o andavano giù al porto o, più raramente, a piedi fino a Porto Potenza o a Porto Sant'Elpidio. Nella stagione calda a volte facevano il bagno o in mare o nel Chienti e, se nessuno li vedeva, lo facevano nudi come mamma li aveva fatti. E a notte spesso, ognuno nel proprio pagliericcio, l'uno all'insaputa dell'altro, si masturbavano. Più volte Gaetano aveva provato l'impulso di chiedere a Tommaso se anche lui lo faceva e di proporgli di farsela passare assieme: gli piaceva com'era fatto l'amico e pensava che avrebbe dovuto essere piacevole farlo con lui. Ma pensava anche che l'iniziativa spettasse al più vecchio e poiché l'altro non aveva mai detto o fatto niente, pensava che forse a Maso non interessasse farlo oppure che addirittura non ne sapesse niente.

Anche Tommaso a volte aveva provato la voglia di farlo con Gaetano, come spesso in passato l'aveva fatto con Checco, ma non sapendo come il compagno l'avrebbe presa e temendo che, oltre ad un rifiuto, avrebbe potuto dirlo allo zio, preferì non provarci.

Fra i due ragazzi comunque, col passare dei mesi, nacque un'amicizia forte e vera, profonda, piena di affetto, che aiutava tutti e due a sentirsi meno soli.

E giunse il Natale.

Tommaso fece a Gaetano un regalo di Natale: un quadernetto ed una matita.

L'amico ne fu commosso: "Ma io non t'ho fatto niente per regalo... e adesso mi vergogno..."

"Mica è un obbligo, no?" ribatté Tommaso allegro.

"Ma a me tu ci hai pensato, io a te no..."

"La mia mamma mi faceva sempre un regalino per Natale... Poi, più nessuno. A te, li facevano?"

"No, mai nessuno."

"Ecco, è per questo che non ti è venuto in mente di farlo a me, no?" gli disse Tommaso sorridendogli.

"Aspetta un momento..." disse Gaetano illuminandosi.

Corse al proprio pagliericcio, lo sollevò e frugò nel cassone. Qui prese la sua scarsella da marinaio e ne tirò fuori una conchiglia che gli aveva regalato il Moro sulla nave e la portò a Tommaso.

"Ecco il mio regalo di Natale!"

"Bella! Bella davvero, grazie."

"E se la metti all'orecchio puoi sentire il rumore del mare, sai?"

"Ma va là!... È vero, si sente! Oh, grazie, Tano, e il più bel regalo che abbia mai ricevuto... dopo quelli di mamma." disse e d'istinto abbracciò l'amico e gli dette un bacio sulla fronte.

"Buon Natale, amico." gli disse staccandosi da lui.

"Buon Natale, amico." rispose Gaetano contento.

"Alla messa di domani pregherò per te, Tano."

"E io per te... e per la tua mamma che è in cielo." rispose il ragazzo commosso.

Andarono a dormire, ognuno nel proprio pagliericcio. Tommaso si addormentò con la conchiglia all'orecchio, Gaetano con il quadernetto e la matita accanto al capo, sul pagliericcio.

Tommaso non aveva più parlato di fuggire, da quando aveva stretto amicizia con Gaetano. I due ragazzi stavano bene assieme e quando tutti se ne andavano e restavano soli, chiusi nel grande, oscuro ed ora quieto magazzino, si sentivano finalmente a loro agio. Stanchi fisicamente ma pieni di voglia di vivere, di comunicare. Parlavano di mille cose, si scambiavano i loro ricordi, le loro esperienze, i loro pensieri. La domenica, però, era il loro giorno migliore, perché erano liberi di girovagare assieme.

Con l'arrivo della brutta stagione i loro giri domenicali era diminuiti, specialmente quando pioveva. Non avevano un ricambio di abiti pesanti, non avevano una stufa o un focolare e rischiare di dover restare con gli abiti bagnati indosso era fastidioso, penoso, anche perché ci avrebbero messo un eternità ad asciugarsi.

Una volta Gaetano s'era fatto uno strappo sulle brache. L'amico allora aveva tirato fuori dal suo pagliericcio ago e filo ("erano della mamma" aveva spiegato con un misto di fierezza e di nostalgia) e glieli aveva rammendati mentre lui attendeva, il solo camiciotto indosso, seduto sul pagliericcio dell'amico.

"Sai fare un sacco di cose, tu..." aveva commentato ammirato Gaetano guardando il rammendo fatto dall'amico, prima di infilarsi di nuovo le brache. Poi aveva aggiunto: "E sai anche un sacco di cose."

"Anche tu, però." disse pronto l'altro. "E poi tu hai viaggiato. Era bello fare il marinaio?"

"Insomma... si faticava molto. Lì non stavi tranquillo neanche la notte. E si parlava poco, a bordo: non c'era tempo. Forse su una nave grossa è diverso, non lo so. E poi io ero l'unico mozzo e... a volte era pesante." concluse Gaetano. Non aveva mai avuto il coraggio di dire all'amico che cosa un mozzo deve fare la notte.

Nonostante i due ragazzi si fossero visti nudi più volte senza falsi pudori, la sessualità era sentita come qualcosa di diverso, di più personale, di privato... di cui non si parla. Specialmente nell'ambiente contadino da cui proveniva Gaetano, nessuno parlava mai di sessualità. Non che mancassero termini o che non si facessero accenni, ma si sorvolava. Anche per quanto riguardava gli animali, si parlava di "calore", di "monta" ma senza scendere in particolari, senza soffermarcisi. Eran cose che si sanno ma che non si dicono. Anche con Silvio non parlavano mai di quel che facevano assieme nel fienile. L'accenno più esplicito alle loro attività sessuali in comune era l'espressione: "vieni a fartela passare?"

Anche con i marinai a bordo era simile. Lì, l'espressione più esplicita era "stanotte tocca a me" o "stanotte vai dal secondo". E anche durante le attività sessuali, gli uomini guidavano Gaetano a soddisfare i loro desideri senza parole: l'unica eccezione erano state le due richieste del Moro la prima volta, quando lui non capiva che cosa dovesse fare: "leccalo, succhialo" e "non far sentire i denti". E in genere, quando a bordo si facevano riferimenti espliciti agli organi genitali o alle attività sessuali, era sempre con significati diversi, in frasi del tipo "ma che cazzo dici" o "gli ho fottuto tutto ai dadi."

Così i due ragazzi non avevano mai parlato fra di loro delle loro esperienze sessuali, delle loro attività notturne, dei loro desideri o pulsioni, nonostante si fossero confidati un sacco di cose anche molto intime. Era come un codice che avevano assorbito dagli adulti senza neppure rendersene conto, il semplice codice del: "si fa ma non si dice".


Pagina precedente
back
Copertina e indice
INDICE
2oScaffale
shelf 2
Pagina seguente
next


navigation map
recommend
corner
corner
If you can't use the map, use these links.
HALL Lounge Livingroom Memorial
Our Bedroom Guestroom Library Workshop
Links Awards Map
corner
corner


© Matt & Andrej Koymasky, 1997 - 2008