I due ragazzi crebbero assieme e crebbe il loro reciproco affetto ed affiatamento. Gaetano ormai lavorava nel magazzino da tre anni e si sentiva felice, grazie all'amore di Tommaso.
Nel giugno del 1850 il padrone ebbe un grosso ordinativo di pelli di marocchino rosso dalla Curia Romana. Era un colpo di fortuna grandissimo e l'uomo era eccitato ed agitato nel preparare la spedizione. Sistemato il prezioso carico su cinque muli, partì per Roma portando con sé sei uomini del laboratorio oltre ai due ragazzi. La carovana era formata, oltre ai cinque muli col carico, da due con le vettovaglie e da tre cavalli, quello del padrone, del suo uomo di fiducia e del suo figlio maggiore. I tre uomini a cavallo avevano anche schioppi e rivoltelle per difendersi dai briganti che infestavano l'Appennino che dovevano traversare. Tutti gli altri andavano a piedi e guidavano i muli.
Gaetano era contento per quel diversivo, anche perché il padrone, per l'occasione, aveva dato a lui ed a Tommaso un paio di scarpe. Era la prima volta che calzava scarpe e si sentiva quasi un signore. Camminarono per ore ed ore fermandosi solo in brevi soste per mangiare o bere o inoltrarsi fra le fratte per i loro bisogni. A sera arrivarono alle porte di San Severino. Fuori dalle antiche mura merlate, si fermarono ad una locanda. I tre uomini a cavallo presero una stanza, i sei lavoranti si sistemarono nel fienile ed i due ragazzi nella stalla a far la guardia ai muli ed ai cavalli.
I forti odori della stalla ricordarono a Gaetano la sua adolescenza e gli fecero piacere. Dopo aver cenato, Gaetano prese tre bracciate di fieno e preparò un giaciglio in un angolo riparato.
"Qui, Maso, staremo tranquilli e ci potremo abbracciare come si fa ogni notte."
"Meno male. Avevo paura che si sarebbe dovuto rinunciare per tutto il viaggio!" disse allegro l'amico cingendolo da dietro e tirandolo a sé, cominciando a carezzarlo intimamente ed a baciarlo sul collo.
Gaetano fremette per il piacere. "Non so se saremo sempre così fortunati, ma almeno per questa volta..." disse girandosi e cominciando a baciare e ad aprire gli abiti l'amico.
Nella stalla era buio, filtrava solo la poca luce della luna dalle strette ed alte finestrelle. Ma il lucore era sufficiente per intravedersi, per vedere gli occhi dell'altro brillare. Finalmente seminudi, si gettarono sul fieno, abbracciati, ridendo sottovoce contenti.
"Non mi lascerai mai, Maso, vero?"
"No, mai." rispose l'altro infilandogli una mano fra le cosce a carezzargli il membro già turgido.
Gaetano lo baciò e scese a sua volta con la mano a saggiare la fremente consistenza dell'amico. E cominciarono gioiosamente a fare l'amore, incuranti del fieno che pizzicava loro la pelle. Come sempre, quando si univano, non esisteva altro per i due ragazzi, protesi solo a dare all'altro il massimo del piacere.
E quando, finalmente raggiunta la vetta del godimento, si abbandonarono ansanti e felici senza sciogliere il loro intimo abbraccio, dopo un lungo silenzio Gaetano chiese sottovoce: "Maso?"
"Che c'è?"
"Gli uomini... le fanno anche con le donne, queste cose."
"Lo so."
"Tu... mi giuri che non lo farai mai con una donna? Che non mi lascerai mai per una donna?"
"Te lo giuro. Non ho bisogno di nessun altro, io."
"Mi giuri che non ti innamorerai mai di una donna?"
"Certo, perché..." disse d'impulso Tommaso, poi tacque.
"Perché?" lo incalzò allora Gaetano.
"Perché io, a te..." proseguì incerto Tommaso ma tacque di nuovo.
"A me?" chiese Gaetano trattenendo il respiro, immaginando che l'altro, se esitava così, non stava parlando a cuor leggero.
"Io a te... ti amo!" disse infine Tommaso.
"Anche io ti amo, sai?" replicò radioso l'altro.
Erano riusciti a capirlo ma, soprattutto, a dirselo.
"Il prete, in confessione, m'ha detto che è peccato mortale quello che facciamo..."
"Anche a me." disse Gaetano.
"Ma io non ci credo."
"Manco io."
"Così, quando mi chiede se mi tocco fra le gambe, io dico di no. E quando mi chiede se mi faccio toccare lì, dico di nuovo di no." disse Tommaso ridacchiando e lo baciò.
Gaetano gli disse: "Ma io, qui, voglio toccarti. Dappertutto, voglio toccarti."
"Io pure, che discorsi. Solo che..."
"Cosa?"
"Un maschio e una femmina possono sposarsi. Perché noi due no? Perché due maschi no?"
"E noi... sposiamoci."
"E come? E dove?"
"Qui, adesso: io ti sposo, Maso. Sono tuo per sempre."
"E io sposo te, mio Tano. Sono tuo per sempre."
Si baciarono commossi: sapevano che non erano parole dette per gioco, che quello che avevano fatto era reale, vero, autentico.
Poi Tommaso disse: "E appena possiamo, ci compriamo anche due anelli."
Felici, ripresero a fare l'amore con tutta la tenerezza e la dolcezza, il desiderio e la gioia che provavano l'uno per l'altro e l'uno con l'altro.
La notte seguente si fermarono a Gualdo Tadino. Dormirono di nuovo nella stalla ma quella volta ci dormivano pure un paio di garzoni di un'altra comitiva, così non poterono fare nulla. In silenzio e nel buio, però, poterono scambiarsi un bacio furtivo e si addormentarono stringendosi una mano. La terza notte si fermarono alle porte di Perugia. Il mattino non partirono subito perché il padrone doveva vedere un parente in città. Maso ne approfittò per fare un giro e tornò dopo un paio di ore, prima del padrone.
"Tano, vieni qui un attimo..." chiamò.
Il ragazzo si allontanò dagli uomini della carovana con cui stava parlando seduti ad un tavolo sotto la pergola ed andò dall'amico. Questi, presolo per una manica, lo guidò fin dietro l'angolo della locanda. Aprì il pugno e gli mostrò due esili anellini di ferro, semplici ma lucidi come metallo prezioso.
"Ecco, li ho trovati. Mettimene uno al dito, poi io lo metto a te..."
Compirono la cerimonia, emozionatissimi.
Poi Gaetano, la voce rotta dalla commozione, gli disse: "Non posso baciarti qui... ma è come se lo stessi facendo..."
"Anch'io. Ora, solo la morte ci può separare, vero?"
"Vero." assentì grave il ragazzo.
La notte seguente, vicino a Todi, poterono celebrare la loro unione facendo l'amore nella stalla deserta, sotto lo sguardo pacifico dei muli.
"Non ti stancherai mai di me?" gli chiese Tommaso, dopo.
"Mai! E tu di me?"
"Mai." rispose Tommaso sicuro.
Lasciarono Todi la mattina presto. Scendevano per la strada che costeggiava il Tevere, fra le montagne e le fitte selve. Gli uomini armati sembravano più attenti del solito. Gli uomini a piedi si guardavano attorno nervosi.
"Che c'è?" chiese Tommaso sentendo il nervosismo della carovana.
"Il locandiere ha detto che qui, a volte, arrivano i briganti."
Tommaso s'azzittì ed ora anche i due ragazzi si guardavano attorno innervositi. Camminarono per molte ore, in un inconsueto silenzio. Si fermarono per consumare il pranzo, poi proseguirono verso valle. Cominciava a vedersi, più sotto, il luccichio del lago di Corbara.
Accadde tutto all'improvviso: sbucarono fuori d'ogni dove, urlando, come una furia scatenata. Erano solo una dozzina d'uomini, ma dall'aspetto feroce ed armati fino ai denti. Spari. Gaetano vide un uomo della carovana cadere ed uno spruzzo di sangue uscire dal suo petto. Cercò con lo sguardo Tommaso e vide che l'amico, tenendosi al riparo di un mulo, arretrava, arretrava, gli occhi fissi sugli assalitori e si rese conto che il suo amico non s'era accorto che alle sue spalle c'era un precipizio che dava sul fiume: stava per caderci.
Allora Gaetano urlò, con quanto fiato aveva in gola: "No! Maso no!"
L'amico si girò di scatto verso di lui e, così facendo, mise un piede in fallo, perse l'equilibrio e precipitò giù... giù... giù...
Gaetano era raggelato dall'orrore: vedeva il suo amico cadere, quasi con lentezza ma inesorabilmente e lui non era capace di muoversi, di far nulla di nulla. Udì l'urlo del suo Tommaso e invece dalla sua gola non usciva più alcun suono. E Tommaso precipitava, precipitava e l'urlo proseguiva e tutto diventò buio. Gaetano perse i sensi e si afflosciò a terra come un abito vuoto.
Quando riaprì gli occhi era notte. Vedeva il chiarore di un fuoco e ne udiva il crepitio. Sentiva voci di uomini che ridevano. Si mosse e si accorse di essere legato. Legato alle caviglie, legati i polsi dietro la schiena ed aveva una corda attorno al collo che pendeva morbida da un alto ramo sopra di lui e che ondeggiò lievemente appena si mosse. Cercò di alzarsi a sedere e dopo due o tre tentativi, vi riuscì. Vide tre dei cinque muli del padrone legati a pochi passi da lui. Vide ora nettamente il fuoco fra gli alberi: aveva un paiolo sopra e alcuni uomini vi sedevano a cerchio attorno. Ad ogni guizzare delle fiamme le sagome nere sembravano ondeggiare minacciosamente. Gaetano sentì che il cuore gli batteva con violenza.
Poi si ricordò di Tommaso e tutto divenne sfocato dietro alle lacrime che presero a colargli copiose. Tommaso... il suo Tommaso... Oh, Maso! Ti ho perso per sempre! Oh dio, dio, dio!
Si gettò giù di nuovo e pianse a lungo, il corpo scosso dai singhiozzi, e pianse, pianse fino ad addormentarsi spossato per la desolazione.
Fu svegliato il mattino seguente da alcuni strattoni. Aprì gli occhi. Il sole fra gli alberi glieli fece chiudere di nuovo.
Una voce dal forte accento disse: "Ohi tu, sei vivo?"
Gaetano riaprì gli occhi e guardò in direzione della voce. Vide torreggiare sopra di sé un uomo che gli parve enorme, le gambe leggermente divaricate ad un passo dalla sua testa, fasciate da panni chiari legati da nastri di cuoio scuro incrociati. Un paio di brache nere corte fino al ginocchio, un camiciotto che un tempo aveva dovuto essere bianco e sopra a questo una specie di giacchetto senza maniche di pesante panno nero. Un cappellaccio a pan di zucchero dalla tesa larga, con penne di fagiano infilate nel nastro, uno schioppo col calcio poggiato a terra accanto ad un piede e tenuto ritto per la canna con una mano.
Quello, dunque, era un brigante.
Gaetano, intontito, confuso, tentò di alzarsi a sedere. L'uomo si chinò e con la mano libera l'aiutò a tirarsi su ed i loro volti, per un attimo, si trovarono vicini. L'uomo aveva una barba ispida, lunga di pochi giorni, due occhi che parevano tizzoni ardenti, un naso dritto, labbra sottili aperte in una specie di sorriso rivelavano denti perfetti e bianchissimi.
"Bentornato nel mondo dei vivi, fringuello." disse l'uomo rialzandosi.
Gaetano lo guardava e taceva intimorito. L'uomo non aveva un'espressione cattiva, ma...
"Oh che, hai perso la lingua, fringuello? Ce l'hai, tu, un nome?"
"Ta... Ta... Tatà..." farfugliò il ragazzo.
"Ti chiami Tatà? Strano nome! Beh, ognuno si ritrova il nome che gli da. Me, m'ha chiamato Felice." disse l'uomo che in realtà pronunciò il proprio nome "felisce".
"Do... dodo..."
"Ehi, calmati. Mica ti mangio, io. Mica sono un orco, no?! Sono un onesto brigante." disse e scoppiò a ridere per la propria spiritosaggine. Poi, tornato improvvisamente serio, chiese: "Che volevi dire, Tatà?"
"Do... dove sono gli altri?"
"Gli altri chi? I tuoi o i miei?"
Gaetano non rispose e cominciò a tremare violentemente per tutto il corpo. L'uomo allora, posato a terra lo schioppo con cautela, gli si accoccolò davanti e lo guardò in viso.
"Beh, i tuoi... o ammazzati o scappati. È riusciti a portarsi via due muli ed i cavalli. Ma tre ne abbiamo presi noi, quindi non è andata malaccio. I miei... Il Passatore assieme a quelli che non rischia a scendere in paese, s'è recati a Terni a vendere il bottino e a salutare la sua donna. Qui siamo rimasti in cinque. A conservare il covo e le armi. Io, Zucca, Gerso, Gabriello e Marino. A noi, se ci piglia, ci da il capestro e senza manco l'assoluzione. A dire il vero anche al Passatore, ma lui ci ha fegato da vendere e gli piace sfidare il pericolo. E qui siamo fuori zona, lontani da Ravenna dove lo conosce pure le pietre e perciò forse nessuno lo riconosce. E poi lui ci ha la donna, come gli altri. Noi cinque, invece, no."
Gaetano ascoltò quel lungo discorso, attonito. Poi, cercando di non far tremare la voce, chiese: "Quanti ne avete... dei nostri, quanti ne avete..."
"Accoppati? Solo tre."
"E fra quei tre... anche un ragazzo come me?"
"Quello? No. L'ho visto, io: quello è morto affogato in Tevere, non l'abbiamo mandato al creatore noi, quello."
Gaetano si sentì raggelare. Aveva sperato che in qualche modo si fosse potuto salvare e invece... E di nuovo pianse, sconsolato.
L'uomo lo guardò per un po' attonito, chiedendosi la causa di tanta accorata disperazione, poi chiese, in tono quasi gentile: "Era tuo fratello, forse?"
Gaetano, non sapendo come rispondere, chiuso nel suo dolore, annuì meccanicamente.
"Beh, fringuello... è la vita. Oggi si nasce e domani si muore e non si sa manco perché. Sì, piangi, fringuello, che ne hai diritto... e ti fa bene." disse l'uomo e lo lasciò solo.
Gaetano si abbandonò di nuovo sull'erba e dette libero sfogo al suo dolore, in silenzio. Il sole era alto quando Felice ricomparve.
"Ehi, Tatà!" lo chiamò.
Gaetano non rispose.
L'uomo gli si accoccolò a fianco: "T'ho portato qualcosa da mangiare. Dai, che t'aiuto a tirarti su."
"Non mangio." disse debolmente ma deciso il ragazzo.
Ma l'uomo lo tirò su a sedere e gli sciolse i polsi. Gaetano se li massaggiò, gli occhi fissi a terra.
Felice gli sollevò il mento con due dita e lo obbligò a guardarlo negli occhi: "Ascolta, Tatà..."
"Tano, mi chiamo, no Tatà..." disse il ragazzo a mezza voce, infastidito da quel nome ridicolo.
"Beh, avevo capito male. Tano, dunque. Capisco che hai dolore per tuo fratello e ti ci vorrà mica poco tempo per farlo passare e ti resterà la cicatrice. Specialmente se eravate buoni fratelli. Ma la vita è così e la vita continua e tu devi mangiare."
Gaetano scosse la testa.
"Ascolta, se muori di fame, mica che lui ritorna tra i vivi, no? A che serve? Mangia, dai!"
Gaetano scosse di nuovo la testa.
"Se eri morto tu là nel fiume e lui era qui al posto tuo, saresti contento che ora è lui che muore di fame?"
Il ragazzo lo guardò stupito e scosse di nuovo la testa.
"E allora! Credi che lui che ti guarda di lassù, se non è stato troppo cattivo, è contento che tu muori di fame? E se non mangi è come se tu t'ammazzi e così andresti all'inferno, ancora più lontano di adesso da tuo fratello, no?"
L'uomo continuò a fargli ragionamenti, paziente, finché lo convinse e Gaetano, se pure controvoglia, mangiò qualcosa sotto lo sguardo attento dell'altro.
Poi chiese: "Gli altri quattro di voi... dove sono?"
"Al covo. Te ti teniamo qui per prudenza. Per ora ti teniamo qui, poi... vedremo."
"Che volete fare di me? Mi ammazzate?"
"Eh? Macché, che ci guadagneremmo. Mica si accoppa i cristiani per divertimento, noi. Se i tuoi non sparava, noi si sparava solo in aria, si pigliava la roba e vi si lasciava in pace. Ma così... Noi ci abbiamo perso i due muli e i tre cavalli e voi tre uomini. Oltre a tuo fratello, ma quello mica l'abbiamo accoppato noi, comunque. È stata fatalità. Purtroppo."
"E allora? Perché se non mi volete ammazzare mi tenete qui legato? Nessuno pagherà mezzo baiocco, per me."
"Quello lo capirebbe pure un tonto, da come sei vestito. No, è che, come t'ho detto stamane, noi cinque siamo qui senza donne. E tu sei un bel ragazzo e così... ci puoi servire da compagnia..." concluse l'uomo carezzandogli il volto.
Gaetano capì al volo. Un po' come con i marinai. Allora chiese: "Devo stare con tutti e cinque?"
"Beh, dipende... Sono io che ho deciso di tenerti e che ti ho portato su a spalla, e tu pesi... Se a te ti va di fare compagnia a me senza troppe storie, se fai il carino con me, voglio dire... potresti anche farlo solo con me, se no..."
"Se no?"
"Se ti si deve tenere fermo e... beh, diventi per forza di tutti: chi ti ha tenuto, dopo, reclama il suo turno, capisci? Qui da noi è così. Ma a me piacerebbe che tu fossi gentile con me. A me, m'è sempre piaciuti i ragazzi giovani e gentili. A me non m'interessa le donne e i compagni miei lo sa e perciò lascia sempre a me la prima scelta, quando ci capita che si becca un ragazzo giovane. E a me mi piacerebbe se tu diventi il ragazzo mio. Ti tratterei bene e pure gli altri. Dovresti solo farci da mangiare e poi... nessuno ti tocca manco un capello se sei il ragazzo mio, se non vuole fare i conti con me."
"E dovrei ammazzare la gente?"
"Ma no, resteresti al campo, tu."
Gaetano guardò l'uomo e vide per un attimo una luce dolce nei suoi occhi. Allora gli disse: "Maso... non era mio fratello..."
"Quello... finito in Tevere?"
Gaetano annuì.
"Ma allora... perché lo piangi così?"
"Perché io e lui... perché lui era... era il mio..." iniziò il ragazzo e pianse di nuovo.
"Era... il... il tuo ragazzo, vuoi dire!" esclamò a voce bassa Felice intuendo finalmente la verità. Gaetano annuì. L'uomo allora lo tirò a sé, contro il proprio petto e gli disse: "Oh per Diana! E ci credo sì che lo piangi, allora! Vieni qui, fringuello, e piangi finché vuoi."
Gaetano lo abbracciò quasi con violenza, gli si aggrappò addosso e pianse forte, grato per quelle due braccia che lo cingevano e lo cullavano. Stettero così a lungo, finché pian piano Gaetano si calmò un poco.
Allora Felice gli disse: "Ascolta, fringuello, forse sono pazzo, ma... Tanto tu non sai dov'è il nostro covo e non sei nemmanco di queste parti, dall'accento. E io voglio fidarmi di te. Mi giuri che non cerchi di scappare se io ti slego?"
"Sì, lo giuro. Tanto, dove potrei andare, ormai?"
"E allora io ti slego. Poi vado a dire agli altri che tu ora sei il mio ragazzo, così ti lasciano in pace. Poi torno qui da te..."
Gaetano annuì. L'uomo gli sciolse le caviglie, gli tolse la corda dal collo.
Poi chiese al ragazzo che si massaggiava le caviglie: "Ti ritrovo qui? Mi aspetti, vero?"
Il ragazzo annuì di nuovo e l'uomo, alzatosi, si allontanò.
Gaetano non aveva intenzione di scappare. Davvero non sapeva più dove andare, ormai che il suo Tommaso non c'era più. Si toccò l'anellino al dito ed attese. Dopo un tempo che gli sembrò lunghissimo, l'uomo tornò e sedette accanto a lui, restando per un po' in silenzio.
Poi gli disse: "Sai, pensavo che magari non ti trovavo più. Gli altri m'ha detto che sono matto. Ma tanto, anche se tu eri andato, mica potevi tradirci a noi perché noi ci si sposta spesso, gli ho detto. Però sono contento che avevo ragione io. Sei un bravo ragazzo, oltre che mi piaci."
Gaetano ascoltava in silenzio.
"Vedi, io a te ti capisco. Oh sì che ti capisco, perché tu sei un po' come me. Io una volta, ero ragazzo, è una cosa di dodici anni fa, sai... Ero diventato l'amante del figlio del magistrato di Riolo, che è il mio paese. Ci si amava per davvero. Io avevo sedici anni, in quel tempo e lui diciotto. La tua età, credo. Lui era il mio primo, il mio unico uomo. Quando un giorno m'aveva detto che lui credeva di essere innamorato di me e che avrebbe voluto fare l'amore con me, io gli dissi subito di sì. Subito.
Allora lui mi denudò, mi portò sul suo letto e m'insegnò a fare l'amore. Si faceva l'amore su da lui, nella sua camera, quando suo padre era al bargello e sua madre di sotto con le serve a far di cucina o a ricamare. Io ero il figlio del cocchiere di sua Eccellenza. Credevamo d'essere felici, anzi, lo si era, io e lui. Si chiamava Riccardo, un gran bel nome. E era anche bello di corpo e anche di anima. Bellissimo.
Ma un giorno ci hanno trovati proprio mentre si faceva l'amore io e lui. Neanche il tempo di coprirci, capisci. Allora il padre mi ha fatto prendere e chiudere in galera, così, senza che neanche mio padre sapeva che fine avevo fatto, per non dare scandalo. E lì io sarei morto. Ma in quella stessa galera c'era il Passatore che mi prese a ben volere. E quando sei mesi dopo lui scappò, mi portò con sé. Ma io volevo ritrovare il mio Riccardo. Mi interessava solo Riccardo. Sapevo che lui mi aspettava...
Ma mi sbagliavo. Lui... non poteva più aspettarmi.
Il padre, seppi poi, gli aveva detto che io ero morto sparato cercando di fuggire, perché così credeva di levarmi dalla testa del figlio. E invece Riccardo, a quella notizia... lui ci credette, purtroppo... e... e allora si impiccò." disse Felice con voce bassa, e Gaetano si accorse che i suoi occhi erano velati di lacrime. "Allora," riprese l'uomo cercando di celare la propria emozione, "allora io ho seguito il Passatore. Ma avevo giurato vendetta, perché l'aveva ammazzato suo padre con la sua bugia e finalmente cinque anni fa... Cinque anni fa ci sono riuscito: ho ammazzato il padre di Riccardo. Così ora mi aspetta il capestro. L'ho ammazzato, ma mica con lo schioppo. No. Gli ho ficcato un pugnale nel cuore e, infilato nel pugnale ci ho messo un biglietto che m'ero fatto scrivere da uno scrivano tre anni prima. Ci avevo fatto scrivere solo due parole: il mio nome e il mio cognome, in bella scrittura. E così, se mi impiccano... spero solo di riuscire ad andare dove sta Riccardo... all'inferno, cioè."
"All'inferno?" chiese Gaetano perplesso.
"Sì, perché lui s'è levata la vita e io sono assassino. Ma almeno staremo di nuovo assieme. E per sempre, questa volta." concluse l'uomo.