Gaetano e Felice cenarono insieme in silenzio.
Poi, dopo aver mangiato, quando il cielo era ormai quasi buio, Felice gli disse: "Vado a prendere il mantello. Ci staremo comodi, in due..." Gaetano capì ed annuì.
E pensò a quella lontana sua prima notte con il Moro, là sulla nave. Avevano qualcosa in comune, Felice e il Moro: una sorta di rude dolcezza che non lascia spazio alle parole, ma che traspare dagli occhi. Il Moro era forse più bello di Felice. Ma il brigante aveva condiviso con lui il suo dolore, e questo, Gaetano, l'aveva sentito come qualcosa di raro, di importante, di prezioso. Sì, si sarebbe dato a Felice, volentieri. Tanto, ormai...
L'uomo tornò con un'ampia cappa a ruota di pesante panno e la stese a terra ripiegata a metà: "Vieni, stendiamoci sopra, poi ci copriamo con l'altra metà. La notte fa freddino quassù, ma noi staremo caldi." spiegò.
Si tolsero le scarpe e si sistemarono. Felice cinse con un braccio il ragazzo e lo tirò a sé.
Questi gli chiese: "Vuoi che mi levo le brache?"
"No, non stanotte. Stiamo così, vicini. A consolarci per i nostri dolori..."
Gaetano gli fu grato e, per farglielo capire, senza parlare, gli si rannicchiò contro. L'uomo lo carezzò a lungo. Felice non era bello ma questo a Gaetano non interessava affatto. Sentiva che era buono, nonostante fosse un brigante, un assassino. Si chiese come avrebbe potuto essere stata la vita di Felice se fosse potuto rimanere accanto al suo Riccardo. Forse felice, come il suo nome. Poi si chiese che ne sarebbe stato di lui. Sarebbe diventato anche lui un brigante? Ma lui non aveva niente e nessuno da vendicare. Lui era solamente un fuscello alla deriva. Ma anche Felice era un ramo alla deriva. Tutti e due avevano perso la gioia di vivere.
Il calore del corpo dell'uomo che quasi lo avvolgeva con le sue membra, le sue carezze lievi, gli infusero finalmente un senso di tranquillità che, se anche non leniva il suo dolore, per lo meno lo faceva sentire meno solo al mondo. Provò tenerezza per quell'uomo di cui aveva avuto tanta paura. Per quell'uomo che l'aveva preso suo prigioniero per potersi sfogare con lui ma che poi l'aveva lasciato libero e che ora non solo rispettava il suo dolore, ma lo condivideva. Per quell'uomo che, come lui, aveva amato un altro ragazzo. E pian piano scivolò nel sonno.
Quando si svegliò, Felice non c'era più. Lui era ancora avvolto nella cappa dell'uomo. Stropicciandosi gli occhi si alzò e si stirò. Si guardò attorno cercandolo con lo sguardo e lo vide poco più giù. Era a torso nudo e si lavava vigorosamente ad un ruscello. Allora, senza mettersi le scarpe, scese a raggiungerlo. Gli arrivò vicino e Felice lo vide.
"Ohilà, fringuello. Lavati anche tu, dai!"
Gaetano lo imitò. A torso nudo si lavò lui pure. Poi vide che l'uomo tirava fuori due affilati pugnali e per un attimo ebbe paura, ma questo, sedutosi su un sasso, usando la lama di uno come specchio, iniziò a radersi con l'altro. Il ragazzo lo guardava assorto. Aveva un bel petto, ampio, forte, ben fatto. Con la barba tagliata l'aspetto di Felice era meno spaventevole, anzi, quasi gradevole. Sembrava anche più giovane.
L'uomo poi cercò alcune foglie verdi lì attorno, con cura, ne raccolse una manciata e ne porse alcune al ragazzo: "Sfregale sui denti, una alla volta, così. Se li tieni puliti, ti dura fino a quando sarai vecchio."
Gaetano annuì e lo imitò. Le foglie erano ruvide ma flessibili e lasciavano in bocca un gusto amarognolo ma gradevole. I due si rimisero le camicie e risalirono fino al posto dove avevano dormito. Felice sbatté il mantello poi lo ripiegò e lo arrotolò accuratamente.
"Vieni, ti faccio conoscere agli altri. Poi ci prepari qualcosa da mangiare mentre noi si ripulisce le armi."
Gaetano lo seguì. Gli altri quattro avevano già acceso un fuoco.
"Ecco Tano." disse semplicemente Felice, "E questo è Gerso, questo Zucca, questo è Marino e lui là è Gabriello. Vai da lui che ti dice cosa ci devi cucinare."
Gli uomini guardarono il ragazzo senza dire nulla, senza né ostilità né curiosità. Gabriello spiegò a Gaetano che cosa dovesse fare ed il ragazzo si mise subito al lavoro. Frattanto osservava furtivamente gli uomini.
Zucca, nonostante il nome, era forse il più bello. Doveva avere sui trent'anni. Aveva tratti fini, quasi cesellati, resi solo un po' più duri da un'espressione accigliata. Aveva capelli quasi biondi, ricci ricci, voluminosi e due occhi grigio-acquamarina. Un corpo asciutto, più di quello di Felice, ma in cui si potevano intuire una forza ed un'agilità notevoli. Mani lunghe ed affusolate con cui stava affilando un pugnale con lenti movimenti della cota. Parevano mani da artista.
Martino doveva essere il più vecchio, lì. Doveva avere sui quarantacinque anni. Era alto, poderoso. Aveva due folte sopracciglia nere che quasi si univano e rendevano il suo sguardo truce. Capelli neri, un po' stempiato. Mascella forte, bocca dritta dalle labbra sottili. Mani grandi come pale. Uno sguardo profondo e con una luce fredda che faceva intuire che quell'uomo poteva diventare pericoloso.
Gerso invece era tarchiato, faceva pensare ad un toro. Aveva due occhi vispi e furbetti che contrastavano con un naso un po' a patata. I capelli erano stopposi, castano scuri ed erano molto radi in centro alla testa sì che pareva quasi avesse la chierica come un frate. Stava pulendo la canna del suo schioppo con cura quasi amorosa, ma i suoi occhi guizzavano continuamente sui compagni, quasi li studiasse ad uno ad uno. Di tanto in tanto negli occhi passava come un guizzo, quasi stesse per sorridere di tutto e di tutti.
Infine Gabriello. Doveva avere sui trentacinque anni. I tratti del volto leggermente irregolari, appena segnati da un'ispida barba castano scuro, lo rendevano interessante. Era il più alto di tutti. Specialmente le gambe parevano essere più lunghe del normale. Con un coltello stava intagliando qualcosa in un pezzo di legno, manovrando la lama con estrema abilità e precisione. Gabriello osservava quello che stava facendo Gaetano e di tanto in tanto interveniva con un conciso consiglio.
Quando fu pronto, mangiarono. Zucca grugnì un mezzo apprezzamento per l'opera del ragazzo. Finito di mangiare, Gabriello, Felice e Zucca andarono a caccia di selvaggina per il pranzo. Martino andò di guardia al covo e Gerso restò accanto al fuoco col ragazzo. Tirò fuori un flautino di canna e ne trasse alcune note tenui.
Poi, guardando con i suoi occhietti furbi Gaetano, gli disse: "Così, ora tu sei il ragazzo di Felice."
"Sì."
"T'ha fatto il culo? Che avete fatto stanotte?"
"Chiedilo a lui." rispose con semplicità il ragazzo.
L'altro scoppiò a ridere: "Ottima risposta. M'hai detto di pensare ai fatti miei, senza dirmelo. Mi sei simpatico, ragazzo. Di dove vieni, tu?"
"Da Civitanova."
"Ah, un marchigiano. Però non ne hai la parlata."
"No, vengo dal nord."
"Non ha un nome, il tuo posto?"
"Sì, è Costa."
"Costa? e dov'è?"
"Nel territorio di Venezia."
"Ah, sotto gli austriaci, allora."
"Sì."
Tacquero per un po', poi Gerso chiese: "Ti piace, Felice?"
"Sono il suo ragazzo." rispose Gaetano.
Gerso rise di nuovo annuendo in approvazione, poi gli disse: "Vai a raccogliere la legna per il pranzo: si deve preparare la brace, se i compagni sono fortunati."
Gaetano obbedì. Facendo giri sempre più larghi per raccogliere legna secca, ad un tratto si trovò di fronte Martino ed ebbe un soprassalto.
"Che ci fai, tu, qui?" chiese duro l'uomo.
"Cerco legna..."
"Vai in quella direzione e non tornare da queste parti, chiaro?"
Gaetano annuì: intuì che doveva essere arrivato in prossimità del covo.
Fece per allontanarsi ma l'altro lo richiamò: "Fermati. Vieni qui. Posa la legna."
Il ragazzo obbedì e guardò l'uomo chiedendosi che cosa volesse. Questi lo squadrò da capo a piedi, a lungo, in silenzio. Il ragazzo si chiese che scopo avesse quell'esame.
L'uomo gli disse: "Vieni più vicino."
Gaetano si avvicinò. L'uomo gli saggiò i bicipiti, poi il ventre, le gambe. Il ragazzo temette che volesse da lui "compagnia" e si chiese che fare.
Ma l'altro disse: "Sei forte, sei abituato alla fatica, tu. Sì, puoi anche farcela a venire con noi. Riprendi la tua legna e vattene, ora."
Gaetano in cuor suo tirò un sospiro di sollievo, si caricò di nuovo la legna e si allontanò.
La brace era quasi pronta quando gli uomini tornarono. Avevano preso due lepri ed un piccolo verro.
"Pranzo e cena!" annunciò Gabriello fiero, "E senza tirare un colpo: le mie trappole han funzionato."
Chiamò Gaetano e gli insegnò come scuoiare le bestie e poi come arrostirle. Poco dopo un profumo delizioso si levò per il campo dei briganti. Chiamarono Martino, che arrivò con un otre di vino.
Gaetano non aveva mai mangiato così bene in vita sua. E bevve anche, con gli uomini che si passavano l'otre. Terminato il pranzo, forse per effetto del vino, si sentiva leggero e lievemente allegro. Felice raccolse in un angolo l'involto della sua cappa e fece cenno a Gaetano, che lo seguì prontamente.
Si allontanarono dal campo risalendo la china, fino ad un piccolo spiazzo erboso limitato da un lato da alberi e da cespugli e dall'altro da un dirupo.
"Ecco, qui va bene." disse semplicemente Felice stendendo il mantello.
Il ragazzo capì e cominciò a sfilarsi il camiciotto, poi si tolse le scarpe e salì sulla cappa. L'uomo lo osservava in silenzio. Gaetano si slacciò le brache e le lasciò scivolare sulle caviglie, uscendone ed allontanandole con un piede e restò lì, ritto, nudo sotto il sole, guardando tranquillo Felice. L'uomo annuì con espressione soddisfatta per quel che vedeva e, in un gesto meccanico ed istintivo, si passò la lingua sulle labbra. Ed iniziò a sua volta a denudarsi.
Gaetano ne guardava il corpo che gli si rivelava a poco a poco e pensò che non era affatto male. Prima vide il petto, coperto da una fitta peluria chiara fra cui spiccavano nitidi i due piccoli capezzoli sodi, le braccia muscolose, forti, i fianchi snelli, il ventre piatto e teso. Poi le anche solide, e il membro già eretto, vigoroso, che si ergeva da un folto cespuglio di ricci peli castani, le gambe possenti e ben tornite. Ora anche il ragazzo iniziava ad eccitarsi e l'uomo, notandolo, sorrise compiaciuto e gli si avvicinò.
"Sei ben fatto, per avere diciotto anni. Sì, sei bello, mi piaci." disse e lo afferrò per i fianchi, lo tirò a sé quasi sollevandolo da terra e lo baciò in bocca facendogli rovesciare indietro il capo.
Gaetano dovette chiudere gli occhi per il sole a picco ed assaporò quel bacio profondo, dal sapore gradevole, ed il suo membro palpitò contro il ventre dell'uomo. Felice, sempre tenendolo stretto a sé in quel modo, si inginocchiò lentamente sul mantello fra le gambe del ragazzo e lo depose sul panno stendendoglisi sopra.
"Ti peso, fringuello?"
"No..."
Felice lo baciò di nuovo, carezzandogli i fianchi. Gaetano con una mano carezzò la nuca dell'uomo e con l'altra la sua possente ed ampia schiena.
"Sei pronto?" gli chiese Felice fremente.
"Sì..."
L'uomo si sollevò e si mise di nuovo in ginocchio fra le gambe divaricate del ragazzo.
"Mi giro..." disse questi.
"No."
"No?"
"No, ti prendo così, preferisco."
"Così?"
"Certo. Mai fatto da davanti?"
"No... mai..."
"A me piace di più, con chi mi piace. Così posso guardare negli occhi... e baciare. E tu mi piaci, fringuello."
"Non vuoi che te lo prendo in bocca, prima?"
"Non c'è bisogno, è già abbastanza duro. Un'altra volta, semmai. Se ti piace, lo faremo un'altra volta."
Felice prese le gambe del ragazzo e se le fece passare sopra le spalle, poi si insalivò un dito e cominciò a passarlo fra le natiche di Gaetano individuandone subito il foro. Il ragazzo fremette a quel tocco intimo e si rilassò. Felice indugiò a lungo col dito massaggiandogli il foro, dentro e fuori e torno torno. Gaetano ora era tutto un fremito.
"Sei davvero pronto, fringuello?"
"Sì..."
"Bene." disse l'uomo e lo fece suo.
Lo penetrò con una lunga pressione, senza colpi ed il ragazzo gli si schiuse sotto accogliendolo con grato piacere. Lo sentiva scivolare in sé, farlo suo e si sentì ripieno della fremente virilità dell'uomo e gli piaceva. Quindi Felice, quando gli fu completamente dentro, iniziò a muoversi avanti e dietro con movimenti calmi e calibrati, forti ma non violenti, esperti, provocandogli un intenso piacere.
I loro occhi non si abbandonarono per un solo attimo, e Gaetano sentì che aveva ragione Felice, che da davanti era più bello. Osservò come in un sogno passare negli occhi dell'uomo ondate su ondate di emozioni, ora intense ora dolci, ora forti ora tenere e, in qualche attimo, anche di una struggente tristezza. Ma il più delle volte vi lesse la gioia intensa con cui si manifesta la vita, la natura. Gaetano sfregò lieve i capezzoli dell'uomo e questi gemette e, continuando a prenderlo, scese su di lui a baciarlo. I loro occhi brillarono di luce propria, per la gioia di quell'unione profonda. E finalmente raggiunsero l'acme del piacere e si abbandonarono all'orgasmo vibrando entrambi di piacere.
Mentre giacevano, appagati per il momento, ancora ansimanti, ancora uniti in un semiabbraccio argine all'oblio, Felice si sollevò su un gomito e gli disse guardandolo dritto negli occhi: "È bello così, tutti nudi, sotto il sole, non è vero?"
Gaetano annuì e gli si inumidirono gli occhi e due lucciconi brillarono tremuli prima di solcargli le gote.
"Che c'è? Piangi, ora? Che succede?"
"Niente." disse sommesso il ragazzo.
"Come niente? E quelle lacrime?"
"Io... una volta che eravamo nudi a bagnarci al fiume, Maso mi aveva detto che voleva farlo con me sotto il sole..."
"E... l'avete fatto?"
"Sì. Ma non posso farlo più, con lui."
Felice lo abbracciò, lo strinse contro il proprio petto nudo e lo cullò a lungo, senza parlare. Quando sentì che il ragazzo stava un po' meglio, gli disse: "Rivestiamoci, ora. Se no, chi li sente i commenti e gli sfottò dei compagni."
Mentre si rimettevano gli abiti, Gaetano gli raccontò di Gerso e di Martino.
Felice sorrise: "Bravo, hai messo a posto Gerso. E non devi aver paura, Martino non ti avrebbe toccato. Nessuno ti toccherà. Sanno che sei il mio ragazzo, ora." Gaetano annuì, poi gli afferrò una mano e la strinse fra le sue, con affetto.
"Che c'è?" gli chiese l'uomo.
"Niente. Andiamo." rispose il ragazzo con un sorriso e scesero verso il campo, sereni nonostante la pena che non s'allontanava dal loro cuore.
Il giorno stavano con gli altri, ma la notte si appartavano per poter stare in intimità. Non facevano l'amore ogni notte, ma comunque spesso. E non di rado era Gaetano ad iniziare: gli piaceva essere preso da Felice. Comunque dormivano sempre abbracciati.
Tornò il Passatore ed anche gli altri. Il Passatore aveva saputo che il Papa aveva mandato i suoi soldati a cercarlo su per il corso del Tevere, perciò dovevano spostarsi in fretta. Disse a Felice che poteva portarsi dietro il suo ragazzo. Smontarono il campo, presero armi e munizioni dal covo e si misero in cammino.
Gaetano era ormai trattato come uno della banda. E nessuno tentò mai di mettergli le mani addosso né mai gli propose di far sesso: era chiaro che era il ragazzo di Felice.
Una sera uno dei briganti disse, a tutti e a nessuno: "Però non è giusto che Felice possa avere compagnia la notte e noi no."
Al che il Passatore rispose ridacchiando: "Nessuno ti impedisce di farti un ragazzo!"
"Sì, e chi la sentirebbe poi la mia Giuseppa? Quella me lo taglierebbe, se ci provassi soltanto!" Tutti risero.
Camminavano da parecchi giorni, evitando sempre le città ma mandando spesso qualche uomo in avanscoperta per raccogliere notizie. A Gaetano non dispiaceva quella vita tra i boschi e nelle selve, fra quegli uomini rudi e decisi, fra i quali vigeva una disciplina ferrea, autoimposta. Felice gli aveva procurato abiti più adatti a quella vita, compreso un mantello, ed ormai il ragazzo non si distingueva dal resto della banda se non per la sua giovane età. Il più giovane dopo Gaetano aveva infatti ventisei anni.
Ora che la banda era al completo, mentre le donne si muovevano per vie sicure di paese in paese, Gaetano aveva parecchio da fare come cuoco. Ma la notte era sempre al fianco di Felice. Quand'erano soli, stesi nei loro mantelli uniti, parlavano a lungo, sottovoce. Soprattutto Felice: gli piaceva raccontare di sé, della sua vita, sia da ragazzo che poi con il Passatore. Felice aveva un'ammirazione sconfinata per il loro capo.
"Sai perché lo chiamano il Passator Cortese?"
"No. Perché?"
"Perché non infierisce mai con nessuno, e specialmente con le donne è più cavaliere di un cavaliere. E con me, in galera, è stato un padre, un fratello, un amico."
"Sei stato il suo ragazzo, in galera?"
"Scherzi? A lui i ragazzi non interessano. E poi io pensavo che Riccardo fosse ancora vivo, che mi aspettasse."
"Ma sapeva di te, di Riccardo?"
"Certo. Gli avevo raccontato tutto. È lui che ha messo a tacere chi mi pigliava in giro quando mi sono unito alla banda. E che ha detto a tutti gli uomini che con me non doveva provarci. Perché ero uno di loro, capisci?"
La marcia durò parecchi giorni. Durante il cammino i briganti fecero due assalti, ricavandone un buon bottino. Al primo assalto, oltre al bottino, avevano preso anche prigioniero un ragazzo. Si chiamava Bruno, aveva vent'anni. Era il figlio di un mugnaio. Dovettero tenerlo fermo, mentre gli uomini senza donne, ma anche qualcuno degli altri, lo prendevano. All'inizio Gaetano lo sentì gridare e ne provò pietà.
"Perché lo obbligano?" chiese a Felice.
"Perché quegli uomini è senza donne da troppo e ha bisogno di sfogarsi. Siamo briganti, no? Ci prendiamo ciò di cui si ha bisogno. Anche io l'ho fatto, qualche volta."
"Anche con lui?"
"No, con lui no. Ho te, ora."
"Mi fa pena, però..."
"Ha solo da dir di sì, come fa tanti ragazzi. Anche il figlio del marchese Pallavicino, finché non è arrivato il riscatto, andava con tutti quelli che glielo chiedeva, senza troppe storie. Aveva capito che era meglio. E quando è arrivato il riscatto, Martino che lo accompagnava a valle, gli chiese di fermarsi e di farlo un'ultima volta e il ragazzo disse di sì anche se ormai poteva dire di no."
"Si vede che a lui piaceva. Ma a Bruno no."
"No. Non l'aveva mai fatto, e anche se aveva solo diciannove anni, era sposato. Prima aveva capito che gli conveniva. E che nessuno muore per una fottuta. O per cento fottute, se è per quello. E poi, con Martino... avrà pensato che una volta più una meno..."
"Non vorrei essere al posto di Bruno, comunque."
"E non ci sei." disse Felice carezzandolo su una guancia.
Quando lasciarono il prigioniero, dopo avergli rimesso le brache ed averlo legato di nuovo, Gaetano gli andò vicino e lo convinse a mangiare qualcosa.
"Ti conviene non fare storie, è meglio. Perché non ti scegli uno di loro e non dici che vuoi essere il suo ragazzo? Almeno... sarà uno solo a farlo, no?" gli disse sottovoce.
L'altro lo guardò torvo, poi disse con voce irata: "Io, nel culo, lo mettevo ai garzoni di mio padre. Mai nessuno l'ha messo a me... prima. Io sono maschio!"
"Ai garzoni? Li obbligavi?"
"No. Solo che o si lasciavano fottere da me o li facevo licenziare."
"Beh... allora, un po' per uno. Se prima tu lo mettevi ai garzoni, adesso tocca a te."
"Ma io ero il padrone! Avevo diritto di inchiappettare i garzoni, quando mi tirava."
"Sì, capisco. E adesso i padroni sono loro, mettila così. Adesso il diritto ce l'hanno loro."
"Gliela farò pagare."
"Non credo che ti sarà facile."
"Tu, da chi lo prendi in culo, eh?" chiese il ragazzotto con aria di scherno.
Gaetano sorrise. "Da qualcuno che vale dieci volte te." gli rispose lasciandolo e decise che non valeva la pena di preoccuparsi per quello.
Un secondo agguato fruttò alla banda altro pregiato bottino, anche se Gerso fu ammazzato.
Durante i due assalti Felice aveva dato ordine a Gaetano di rimanere al campo ed il ragazzo ne aveva atteso il ritorno con il cuore in gola. Vederlo tornare sano e salvo tutte e due le volte gli aveva dato un grande sollievo.