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una storia originale di Andrej Koymasky


pin VOLUME 2
TANO E MASO
CAPITOLO 6
LA SECONDA PERDITA

Lungo il cammino gli uomini decisero di lasciare libero Bruno: ormai s'erano sfogati e s'erano stancati di lui. Quegli uomini rudi, pur preferendo le donne ed accontentandosi di tanto in tanto di un ragazzo, inconsciamente s'aspettavano che, in qualche modo, o Bruno accettasse il suo ruolo o si opponesse come aveva fatto i primi tempi. Nel primo caso potevano illudersi per un attimo di avere una donna di cui godere, nel secondo c'era il gusto sottilmente perverso di sottoporre un maschio alle loro voglie. Ma Bruno, per istinto o per calcolo, dopo i primi due o tre giorni di violenta ribellione, alla fine li aveva lasciati fare stando inerte come un pezzo di legno ed aveva tolto così agli uomini il loro piacere.

A Gaetano, una dei primi giorni, dopo il suo colloquio col prigioniero, era capitato di assistere ad una scena.

Stava raccogliendo al suo solito legna. Era passato poco lontano dal punto in cui tenevano legato Bruno ma non l'aveva neppure guardato e s'era allontanato di pochi passi. Era chino a raccogliere alcuni rami morti quando lo sentì gridare. Si girò, c'erano quattro uomini, li riconobbe: Gabriello, Fiore, Zucca e Poldo. Stavano sciogliendo le corde con cui era legato Bruno e il ragazzo si divincolava con tutte le proprie forze e gridava bestemmie ed improperi. I quattro invece uomini tacevano ed avevano un sorriso placido sulle labbra mentre in tre lo tenevano fermo e Gabriello gli calava le brache. Lo costrinsero ad inginocchiarsi e, mentre i tre compari lo tenevano fermo in posizione, Gabriello si liberò il membro dai panni, senza neppure calarsi le brache: Gaetano vide che l'uomo aveva un arnese non molto lungo ma grosso, o per meglio dire largo, già ritto e duro.

Gabriello si sputò su una mano e si insalivò tutto il solido palo con un lieve massaggio, mentre Bruno continuava a divincolarsi nella forte stretta degli altri tre e li insultava con voce bassa e piena di odio, senza per altro scalfire minimamente la loro placida calma. Gabriello carezzò le chiappe di Bruno quasi con tenerezza: "Bel culetto..." disse con voce bassa e calda. Le divaricò con le due mani, vi puntò in mezzo la sua temibile arma e, con un secco colpo di reni, gli entrò dentro mentre Bruno gridava, in un misto di rabbia e dolore. Gabriello lo afferrò per le anche ed iniziò a montarlo con olimpica calma e con vigore.

Gaetano era eccitato: era la prima volta che vedeva due maschi unirsi e se anche pensava che nessuno dovrebbe essere forzato all'atto sessuale, pensava anche che in fondo Bruno stava ricevendo quello che si meritava. La martellante e sistematica penetrazione ad un certo punto aumentò in vigore e Gabriello chiuse gli occhi, rovesciò la testa indietro e si spinse tutto fino in fondo, fremendo ed emettendo un lieve mugolio, finché si fu completamente scaricato. Allora si estrasse, ancora semieretto, si ripulì sul camiciotto di Bruno e si rimise a posto. "Vai tu, ora, Zucca?" chiese soddisfatto e sostituì il compagno a tener fermo il prigioniero.

Zucca si portò alle spalle di Bruno e si liberò il membro: anche lui era già pienamente eccitato. Gaetano guardava, accucciato dov'era, trattenendo il fiato. Tutto si ripeté quasi come prima, anche se il modo in cui l'uomo prendeva il ragazzo era diverso: s'immergeva con un colpo secco e veloce e si sfilava lentamente e quando venne, dette una serie di secchi e profondi colpi emettendo, ad ogni gemito di Bruno, un basso mugolio di piacere. Poi fu il turno degli altri due. Bruno continuava a gridare, a bestemmiare, ad insultare ed a divincolarsi.

Quando tutti e quattro si furono sfogati, rimisero a posto le brache di Bruno, lo legarono di nuovo e se ne andarono, soddisfatti e tranquilli come erano arrivati. Gaetano tirò come un sospiro e si accorse di essere terribilmente eccitato. Avrebbe voluto andare a cercare il suo Felice, portarlo fra le fratte, unirsi a lui per scaricare la voglia che lo pervadeva, ma il suo uomo era a caccia, avrebbe dovuto aspettare il suo ritorno.

Riprese perciò a cercare legna, ma la forte erezione nelle sue brache ci mise parecchio tempo a calmarsi. Quando finalmente Felice tornò, Gaetano gli andò vicino: "Ehi, Felice..." gli sussurrò, gli occhi pieni di desiderio, sentendo la sua erezione risvegliarsi prontamente.

"Sì, fringuello?"

"Portami da qualche parte..." gli sussurrò il ragazzo.

Felice capì, ma gli disse: "Ora devi preparare la selvaggina... non abbiamo molto tempo." e gli sorrise, assaporando l'intensità del desiderio che leggeva nello sguardo del suo ragazzo. Se non fosse stato davanti agli altri lo avrebbe carezzato, baciato...

Gaetano sapeva che Felice aveva ragione ed annuì, un po' deluso.

L'uomo gli sussurrò: "Anch'io ho voglia di te. Stasera, stasera ti farò sentire quanta." promise.

E mantenne la promessa. Fecero l'amore a lungo, con passione, brucianti di desiderio ma senza bruciare il loro desiderio. Gaetano prima si dissetò del nettare del suo uomo, poi lo accolse in sé donandogli un nuovo intenso orgasmo. Poi giacquero abbracciati, a carezzarsi e baciarsi.

"Sono tuo, Felice." gli mormorò lieto il ragazzo.

"Sei mio, fringuello." gli rispose teneramente l'uomo, carezzandolo e stringendolo a sé.

"Hai avuto tanti ragazzi, in questi anni?" chiese dopo un po' Gaetano a Felice.

"Fottuti, non pochi. Ragazzi solo miei, tu sei il terzo."

"Come erano gli altri due?"

"Vuoi sapere degli altri due? Mah... Il primo si chiamava Renzino. A differenza degli altri, non l'avevamo preso prigioniero, lui. Era un pastorello di sedici anni, un ragazzetto senza famiglia che i pastori si portava in montagna da quando lui aveva tredici anni, con i greggi, per divertircisi la notte: meglio di una pecora, capisci... Lo vidi una mattina che si lavava ad un ruscello. Era nudo, seduto nell'acqua che si sfregava vigorosamente. Mi piaceva e, mentre mi lavavo poco lontano, lo guardavo e mi ero eccitato. Lui notò come lo guardavo e capì che lo desideravo e allora mi venne vicino, nudo com'era, e mi si offrì. Lo presi lì, nell'acqua. Mi piacque molto ed anche a lui piacque come lo prendevo e mi chiese se lo portavo via con me. Tu sei meglio dei pastori, mi disse. I pastori non voleva, ma a noi ci temeva, ci rispettava, perciò quando dissi loro che volevo il ragazzo, alla fine si rassegnò a perdere il loro trastullo. Così Renzino divenne il mio ragazzo.

Sapevo che, quando credeva che non me ne accorgevo, qualche volta si faceva montare anche da qualche mio compagno, ma in fondo non m'importava molto, perché la notte la passava comunque nel mio mantello. Si lasciava calare le brache, si lasciava infilare e solo allora pareva animarsi: gli piaceva parecchio essere fottuto. Restò con me per due anni. Poi, un giorno, scomparve. Forse s'era stancato della vita con noi, non so."

Felice guardò il ragazzo, gli sorrise, lo carezzò e lo strinse a sé.

"Sto bene con te, Felice, proprio bene..." mormoro Gaetano e carezzò l'uomo fra le gambe, poi disse: "E non solo per questo." Felice lo baciò con tenerezza. "E il secondo?" chiese poi il ragazzo.

"Il secondo si chiamava Marino, aveva diciassette anni. Lo presi prigioniero quando attaccammo la carovana del vescovo di Chieti. Era un seminarista, era bello come un angelo. Quando gli dissi, come avevo detto a te, che se diventava il mio ragazzo doveva farlo solo con me, Marino accettò subito. Non era di primo pelo: era già stato il ragazzo di un prete del seminario. Era caldo come un demonietto. Ma quello che non mi piaceva di Marino era che faceva la donna... Glielo dissi: a me piacciono i maschi, se volessi una donna non cercherei te."

"Come, faceva la donna?"

"Sì, quando gli prendevo il culetto lui diceva: sono la tua puttana, prendi la mia fighetta! Ingravida la tua Marina... e cose del genere. Con gli altri, parlando di me, non diceva mai come dici tu: Felice. Lui diceva: mio marito! Avesse almeno detto il mio uomo, capisci? In quel modo mi metteva in imbarazzo, gli altri cominciò a trattarlo da donna e i compagni mi faceva battute sceme: ti sei convertito alle femmine, Felice? Mi stancò con il suo atteggiamento, capisci. Così, dopo alcuni mesi, gli dissi: se ti piace fare la femmina forse sei più adatto ai miei compagni che a me. Loro vorrebbe avere una donna, non io. Io voglio un maschio, nel mio mantello. Così diventò il ragazzo di Freccia. Anzi, la ragazza di Freccia..." disse ridacchiando Felice.

"Si vestiva da donna?" chiese stupito Gaetano.

"No, il Passatore non lo avrebbe mai permesso. Ma era evidente a tutti che era come una donna. E Marino si divertiva a stuzzicare tutti gli uomini, a provocarli e a volte nasceva dissapori fra i miei compagni per colpa sua. Come la volta che Freccia lo trovò a quattro zampe che se lo prendeva davanti da Vitale e dietro da Zucca. Per poco non tirò fuori il coltello. Così alla fine il Passatore decise che Marino doveva andarsene."

"Ma Freccia non si oppose?"

"Primo, nessuno si oppone al Passatore. Secondo, non è che a Freccia interessasse più che tanto quella puttanella. Gli piaceva fotterlo, ma in fondo, anche se si atteggiava da donna, donna non era e a Freccia piace le donne, perciò..."

"Ma voi, fra voi, non lo fate mai?"

"No, per gli altri uomini fottere un ragazzo è una cosa fottersi fra uomini un'altra. Se i compagni sapesse che io ti succhio l'uccello a te, non lo capirebbe, perderebbe di rispetto per me. Loro mica è come noi due. Mica sa che è bello anche a farlo fra uomini, loro."

"E io... ti piaccio?"

"Ho avuto fortuna a trovare te, fringuello. A te ti piace epperò sei maschio, anche se sei giovane. Specialmente qui, sei maschio..." gli disse prendendogli fra le mani il membro che subito rispose con un guizzo. Poi gli chiese: "E io, a te, piaccio?"

"Sei il mio uomo!" gli rispose con affetto Gaetano stringendosi a lui e baciandolo.

Felice lo avvolse con le sue membra, gioiosamente. Dopo poco erano di nuovo allacciati in un appassionato rapporto.

Finalmente giunsero alle porte di Dovadola, meta del loro rapido e lungo spostamento, una zona che conoscevano perfettamente bene. Le donne dei briganti, giunte per altre vie, li attendevano in vari paesi dei dintorni da cui erano originarie, come al solito.

Fu la prima notte a Dovadola che Felice, quando furono stesi nei loro mantelli e si furono denudati, dopo un po' che si carezzavano e baciavano, disse a Gaetano in un sussurro: "T'ho da chiedere una cosa..."

"Qualsiasi cosa, lo sai."

"Voglio che tu stanotte prendi me, fringuello."

"Io? Io prendere te?"

"Sì. Non l'ho mai chiesto a nessuno dei miei ragazzi. L'unico che l'aveva fatto, finora, era stato Riccardo..."

"Ma... perché io?"

"Perché? Perché tu sei diverso. Gli altri stava con me solo perché... non so. Ma non partecipava. Per loro ero solo... quello che comanda, che ha il coltello per la parte del manico. Faceva qualsiasi cosa gli chiedevo, ma mai una volta che loro l'ha chiesto a me come fai tu. Tu sei diverso e allora... Tu sei un po' come me. Tu non sei Riccardo, è vero, come io non sono il tuo Maso. Siamo come due barche alla deriva, io e te, sballottati dalla vita. Ma possiamo aggrapparci l'uno all'altro finché ne abbiamo la forza e forse così resisteremo meglio alle onde. E per cui, voglio che tu prendi me, se ne hai voglia, come m'hai detto che ti piaceva fare col tuo ragazzo, come faceva con me Riccardo."

"Lo vuoi?"

"Sì, mi piacerebbe, con te."

Gaetano annuì e carezzò lieve il volto dell'uomo e fece quanto questi gli aveva chiesto, con amore. Sì, è vero, non era il suo Tommaso. Ma era il... il suo Felice. Ora non seguiva più l'uomo solo perché non sapeva dove andare, che fare. Ora lo seguiva perché era il suo uomo. Era un assassino, ma era molto migliore di tanti "uomini per bene". Un brigante, ma migliore di tante delle sue vittime. E, comunque, il suo uomo.

Non provava per lui l'amore che aveva provato per il suo Tommaso, sarebbe stato impossibile, ma quanto di più vicino poteva esistere. E comunque, era amore. E anche Felice gli stava dando amore, anche se nessuno dei due aveva mai pronunciato quella parola.

Felice, dopo, gli disse: "Grazie, fringuello. Davvero non mi lascerai mai?"

"Davvero. Sto bene con te." gli rispose Gaetano.

"Io pure." disse Felice stringendolo fra le sue braccia e le sue gambe, contro il suo corpo nudo.

Gaetano lo baciò, lo carezzò fino a risvegliarne nuovamente il desiderio, gli si offrì e ripresero a fare l'amore. Il giorno seguente Gaetano vide che negli occhi del suo Felice brillava una luce nuova, una nuova gioia che mai aveva visto prima. Era come un cielo sempre fosco che improvvisamente diventi limpido, sereno, luminoso. Gaetano ne fu profondamente contento.

Pochi giorni dopo il Passatore ebbe una notizia golosa: c'era un ricco ebreo di Faenza che si doveva trasferire a Ravenna con tutti i suoi averi. Avrebbe trasportato molto, molto oro, si diceva. E non c'erano soldati in tutta quella zona. Qualcuno degli uomini obiettò che era pianura, che era poco sicura, senza nascondigli, che sarebbe stato troppo pericoloso. Ma il Passatore rispose che aveva fatto bene i suoi piani e che era deciso. Quello poteva essere il colpo migliore di tutta la loro vita. Avrebbero spostato il campo vicino a Cotignola, poi sarebbero scesi verso Russi alla spicciolata e lì, sulla strada per Ravenna, avrebbero intercettato la carovana e fatto manbassa. Poi sarebbero scappati verso la montagna risalendo il corso del Ronco e si sarebbero dileguati senza lasciare tracce: erano abili, in questo.

A poco a poco tutti furono convinti. Si prepararono, quindi lasciarono Dovadola. Sistemato il nuovo campo, come le altre volte Gaetano fu lasciato lì di guardia assieme a due uomini. Quella volta restarono Freccia e Gigi; tutti gli altri uomini partirono. Giunse la notte. Gaetano, strettamente avvolto nel suo mantello, dormì male; ebbe un sonno agitato, pieno di strani incubi. Finalmente il mattino arrivò. Il ragazzo preparò il cibo per sé e per i due uomini.

Gigi ad un certo punto gli chiese: "Sei preoccupato per il tuo uomo?"

Gaetano lo guardò stupito: era la prima volta che qualcuno faceva un accenno esplicito alla loro relazione. Vide nello sguardo dell'uomo che non c'era dileggio, scherno, ironia, ma che aveva fatto la domanda con naturale simpatia. Allora annuì appena.

"Vedrai che tutto andrà bene." gli disse allora Gigi, "Ti dovrai abituare a queste attese..."

Venne il pomeriggio.

"Dovrebbero essere già qui da un pezzo..." osservò Freccia guardando pensieroso il sole.

Attesero in silenzio, le orecchie tese a captare il più piccolo rumore, inquieti. Le altre volte che Felice era andato a tendere imboscate erano state spedizioni compiute nell'arco della giornata, non era mai mancato la notte. Gaetano per la prima volta aveva passato la notte da solo e gli incubi che aveva avuto l'avevano reso ancor più inquieto. Ripensandoci, pensava che fossero come un infausto presagio ed inutilmente cercava di convincersi che non c'era di che essere preoccupati, che Felice sarebbe tornato da lui come tutte le altre volte, anzi, questa volta con una più ricca parte di bottino...

Era quasi il tramonto quando videro qualcuno salire. Guardarono tesi, Gigi e Freccia con le armi pronte. Era Felice. I due abbassarono le armi sollevati e Gaetano gli corse incontro festoso. L'uomo zoppicava vistosamente, appoggiandosi pesantemente al proprio schioppo.

"Felice! Felice! Che è successo? E gli altri?" chiese Gaetano arrivandogli accanto e rendendosi conto con tremore che il suo uomo era coperto di sangue.

"Tutti accoppati, tutti, pure il Passatore. Era un tranello, un'imboscata. Avevo paura di non fargliela... a tornare. Scappate, mettetevi in salvo, non c'è altro da fare, ormai." disse ai due compagni accorsi alle grida del ragazzo.

I due non risposero ma tornarono rapidi al campo, dove presero tutto ciò che poteva essere loro utile e fuggirono verso i monti.

"Vai anche tu, Tano. Io sto andando dal mio Riccardo."

"No, non ti lascio, io. Guarirai e..."

"No no, è una gran brutta ferita..."

"Fammi vedere."

"No. Ho perso molto sangue... me ne sto andando, fringuello."

Gaetano si mise a piangere, l'uomo si lasciò scivolare a terra.

"No, non piangere. Io sono contento di andare finalmente dal mio Riccardo, all'inferno!" ridacchiò Felice, poi ebbe un colpo di tosse e dal labbro gli colò un rivolo di sangue. "Ascolta, ho poco tempo... Al campo, sotto al mio mantello. La pietra che ci faceva da cuscino, sai. Alzala. C'è tutto il mio oro. È tuo. Fanne buon uso. Cerca..."

"No, non ti lascio!" protestò Gaetano accorato.

Ma la sua frase, più che un'asserzione, era un'implorazione e significava: non lasciarmi anche tu, ti prego.

"È tardi, mi sento stanco. Prendi il mio oro, non ho altro da lasciarti. Addio, fringuello..."

Gaetano ne cullava il capo che teneva in grembo.

Scendeva la notte. Felice aveva perso conoscenza, il suo respiro era ormai un rantolo. Il ragazzo carezzava dolcemente una guancia ispida del suo uomo e dentro di sé l'invocava silenziosamente di non morire.

All'improvviso l'uomo aprì gli occhi, mormorò sottovoce: "Riccar..." e si irrigidì.

Gaetano pianse, restando immobile, la testa di Felice sempre sul suo grembo. Gli chiuse le palpebre poi si alzò lentamente appoggiando delicatamente il capo dell'uomo sul suolo nudo, duro e freddo. Salì al campo, cercò il mantello e la pietra, la sollevò e sotto vi trovò la fascia con dentro cucito tutto l'oro che Felice aveva accumulato in quegli anni; la cinse a vita sotto gli abiti. Prese uno dei pugnali dell'uomo e lo infilò sotto la fascia. Quindi scese con la cappa verso il corpo esanime dell'amico e lo coprì. Scese a baciarlo sulla fronte gelida e color della cera, poi coprì anche quel volto. E come in trance scese, incespicando, cadendo e rialzandosi, andando sempre più giù verso valle.

Oltrepassò Meldola, buia e silenziosa come un cimitero ed arrivò a valle, all'ampia pianura. Guardò il cielo, le stelle che brillavano e disse: "No, non potete essere all'inferno, Felice e Riccardo, non sarebbe giusto. Voi siete lassù, fra le stelle, vicino al buon dio e al mio Maso." e si inginocchiò in una specie di muta preghiera, poi scivolò lentamente sull'erba del ciglio della strada e piombò in un sonno buio e vuoto.


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