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una storia originale di Andrej Koymasky


pin VOLUME 2
TANO E MASO
CAPITOLO 7
IL PEPE DI CAJENNA

Si era stabilito a Ravenna. L'oro di Felice era molto. Gaetano l'aveva usato per mettersi in commercio. In Ravenna aveva aperto una botteguccia di spezie e gli affari andavano bene. Aveva ormai ventuno anni. Aveva due lavoranti con sé. Lui viveva nel retro della sua bottega, dove c'era il laboratorio, la sua camera da letto ed una cucinetta. Aveva buoni abiti, belle scarpe ed aveva incominciato ad indossare, sotto ai calzoni, le braghette di tela bianca come i borghesi.

Spesso le sue dita scendevano a far girare l'anellino avuto da Maso, che non s'era mai tolto. Un'altra cosa che teneva come un cimelio era la fascia di Felice che aveva celato l'oro ed il suo pugnale.

Dopo Felice, Gaetano non aveva mai più avuto nessun amante. Solo, alcune volte, qualche sfogo con i mozzi delle navi in libera uscita, che per poche monete si prestavano volentieri a passare la notte nel suo letto e a dargli sollievo. Alcuni ci sapevano anche fare, e magari li faceva tornare per due o tre notti. Specialmente un mozzo austriaco, un biondino diciassettenne di nome Marcus, che pareva un angioletto, candido e timido.

La prima volta che l'aveva visto, era una sera e Gaetano era uscito sperando di trovare un mozzo compiacente, Marcus stava seduto sul muretto accanto alla chiesa di San Vitale, dondolando le gambe penzoloni, lo sguardo assorto. Gaetano era stato colpito dall'avvenenza del ragazzotto. Gli era passato davanti e per un attimo i loro sguardi s'erano incrociati: il mozzo aveva occhi chiari e limpidi, uno sguardo timido come quello di un cerbiatto. Marcus distolse subito lo sguardo e lo abbassò come se si vergognasse. Gaetano s'era fermato poco lontano a guardarlo.

Dopo poco il mozzo di nuovo sollevò rapidamente lo sguardo verso di lui, poi lo abbassò rapido.

Gaetano, sentendo che il desiderio si risvegliava in lui prepotente, gli si accostò e gli si fermò davanti: "Sei un mozzo, tu, vero?"

"Sì... mozzo." rispose il ragazzo con un accento straniero e guardò dritto negli occhi Gaetano, questa volta senza distogliere lo sguardo eppure, a differenza di altri mozzi, non lo guardava sfrontatamente. Né si carezzava provocativo fra le gambe, né gli si proponeva come facevano di solito gli altri mozzi.

"Anch'io, un tempo, sono stato mozzo..." disse Gaetano.

"Anche foi, sig-nore?" chiese il ragazzo e Gaetano lesse una luce interessata nei suoi occhi.

"Ti andrebbe di... passare un po' di tempo con me?"

"Con foi?"

"Mi sento un po' solo, a volte. Se tu volessi farmi compagnia ne sarei deliziato."

"Teliziato..." gli fece eco il ragazzo senza muoversi, e di nuovo abbassò lo sguardo quasi vergognoso.

"Sei molto bello, ragazzo..."

"Foi, molto bello... Folere me, foi?" chiese a voce bassa senza guardarlo.

"Sì. Verresti a casa mia, adesso?" gli chiese Gaetano con voce bassa e vibrante di desiderio.

Il ragazzo scivolò giù dal muretto e, arrossendo lievemente, rispose: "Nostra nafe ferma per pochi ciorni, Marcus libero, fiene."

Gaetano, contento, lo condusse a casa. Lo portò accanto al letto e lo attirò a sé, carezzandolo. Il ragazzo lo lasciò fare. Gaetano lo carezzò più intimamente, il mozzo fremette e quando l'altro iniziò a spogliarlo, timidamente carezzò fra le gambe di Gaetano e, sentendone la forte erezione, arrossì ma la palpò con più audacia. Dopo poco erano entrambi nudi, sul letto, uniti in un intimo bacio.

E a letto Marcus si rivelò libidinoso, caldo e scatenato come un demonietto. A differenza di altri mozzi, si dava da fare con evidente desiderio e piacere per dare a Gaetano il massimo del godimento. Ora i suoi occhi brillavano ed aveva un sorriso compiaciuto che fece fremere Gaetano. Marcus, quando sentì che il giovanotto ormai bruciava di desiderio per lui, con occhi luminosi lo guidò in sé e lo accolse con un lungo e tremulo sospiro di piacere. E lo incitava con sommessi "Yaaa!" carezzandogli il corpo con aria sognante.

Dopo, mentre giacevano appagati, e Gaetano carezzava il corpo giovane e forte del ragazzo e il suo membro ora a riposo, degno di un uomo adulto, il mozzo disse: "Danke... Tu contento di Marcus?"

"Sì, mi piaci molto."

"Anche tu piaci, perché tu piace maschi, vero? Tu maschio io maschio. Bello, no?"

"Molto bello."

"Su nave, diverso. Su nave maschi manca femmina e prende Marcus. Ma in porto cerca femmina e dimentica Marcus. Marcus piace maschi che vuole maschio. Tu perfetto." disse il ragazzo baciando il petto del giovanotto.

Marcus dopo la prima volta, quando la sua nave attraccava al porto di Ravenna, lo andava a cercare e gli donava nottate di fuoco e di passione. E ogni volta il ragazzo, dopo l'orgasmo, gli sussurrava "danke" e gli si addormentava accucciato contro con aria soddisfatta. Pronto a ricominciare appena riapriva gli occhi.

A Gaetano piaceva moltissimo Marcus, ma capiva che col ragazzo poteva avere solo piacevoli incontri, nulla di più serio. Il ragazzo non intendeva lasciare il mare. Quindi, pur contento di rivedere di tanto in tanto il bel mozzo, Gaetano cercava anche altre avventure.

Un pomeriggio entrò nella sua bottega un uomo. Alto, distinto, elegante, dall'abito si capiva che apparteneva alla buona società. Parlava con accento veneziano.

"Avete del buon pepe di Cajenna?" aveva chiesto.

"Certo, signore, e della migliore qualità. Quanto ne volete?" chiese affabile Gaetano: sapeva come trattare i clienti.

"A quanto lo vendete?"

"Due bajocchi e mezzo l'oncia, il migliore."

"Bene, datemene... tre once del migliore, allora, per cortesia."

Gaetano pesò la polvere, facendo buon peso, prese un cornetto di bella carta bianca, ve lo versò accuratamente e lo chiuse ripiegandolo ad arte, quindi lo porse al cliente. Questi frugò nella scarsella, pagò ed uscì.

Gaetano aveva osservato, con occhio discreto ma attento, quell'inconsueto cliente. Di solito andavano servi o fantesche, quasi mai le padrone e mai i padroni. L'uomo doveva avere sui venticinque, trenta anni, ma più vicino ai venticinque, pensava. Indossava una sobria redingote color verde marcio, evidentemente tagliata su misura, che ne sottolineava la figura snella. Il capo scoperto, con bei capelli biondo scuro, mossi; gli occhi di un gradevole color verde-azzurro. Scarpe di vernice bianca.

Gaetano pensò che potesse essere un nobile... Il volto fine, accuratamente rasato, incorniciato da lunghe basette alla moda. Le mani affusolate e candide... Ne era rimasto colpito, anzi, attratto.

Non pensava più a quell'uomo quando questi, una settimana dopo, si ripresentò a bottega.

"Buongiorno, signore," lo salutò Gaetano, "bentornato. Era di vostra soddisfazione il pepe di Cajenna?" chiese per fargli capire che si ricordava di lui. Ai clienti fa sempre piacere essere ricordati.

"Il vostro Cajenna era ottimo. Me ne vendete cinque once, questa volta?"

"Certo. E per voi faccio due bajocchi e un quarto." rispose Gaetano cortese.

Questa volta l'uomo aveva una marsina viola tenue su calzoni di seta grigio perla e scarpe nere. Gaetano lo servì senza affrettarsi, per godere di quella vista. Notò che al dito aveva un bell'anello d'oro, cesellato finemente, ma senza pietre.

Mentre incartava il pepe, Gaetano azzardò: "Scusate il mio ardire, signore, venite da Venezia?"

"Vicenza." rispose l'altro con un cenno di sorriso.

"E ora... vivete qui?"

"Nei pressi. L'aria non è più buona per me, nell'Impero Austro-Ungarico da un po' di tempo a questa parte. Ma... anche voi non siete di Ravenna, se non erro."

"No, vengo da Costa, non lontano da Rovigo."

"Oh, allora... quasi conterranei." disse l'uomo con evidente interesse. "Mancate molto da Costa? Perché voi non avete l'accento di quelle parti..."

"Quasi sei anni, ormai."

"Ed ora avete messo su famiglia qui, in Ravenna?"

"No, vivo da solo, qui nel retro." rispose e porse il pepe all'uomo che pagò, salutò ed uscì.

Gaetano si sentiva sempre più affascinato, o per meglio dire fortemente attratto, da quello sconosciuto. Pensò che raramente si vede in un uomo una bellezza tanto sensuale, e si chiese come dovesse essere nudo... a letto... I mozzi... andavano bene, ma erano ragazzetti. Lui aveva bisogno di un uomo, qualcuno alla pari con lui. Ed Enrico sarebbe stato perfetto, se solo fosse stato come lui.

Il giorno seguente, con grande sorpresa di Gaetano, l'uomo rientrò nella bottega.

"Scusate, ma ieri sera il mio servo ha rovesciato tutto il pepe in terra e... devo comprarne dell'altro..." disse l'uomo dopo averlo salutato.

"Altre cinque once?" chiese Gaetano.

"Sì, grazie."

Gaetano, questa volta, si accorse che anche l'altro, in modo molto discreto, lo stava osservando.

"Oggi fa solo dieci bajocchi, visto che l'altro è andato perduto." disse Gaetano porgendogli il cartoccetto di pepe con un sorriso.

"Mi confondete, siete troppo gentile... comunque... vi ringrazio." disse, ma questa volta non pagò subito. "Da molto vendete spezie?" chiese invece con aria casuale.

"Più di due anni, ormai."

"E la bottega... è vostra?"

"Già."

"Perciò, quello sull'insegna è il vostro nome, penso."

"Sì, certo."

"Gaetano Lugato. Un bel nome."

"Grazie..."

"Beh, non è giusto che io conosca il nome vostro e... il mio è Enrico Piccin. Sono medico."

"Piacere. Ora fate il medico, qui in Ravenna?"

"Esatto. Ero il collaboratore di Carlo Poma... voi non ne avete sentito parlare, forse. È stato ucciso a Belfiore dagli austriaci. Perciò sono venuto via... Sono un esule."

Gaetano non sapeva che dire e si limitò ad annuire.

"Ma io vi porto via il vostro tempo con le mie ciance. Eccovi i vostri dieci bajocchi e ancora grazie mille per la vostra affabilità." disse l'uomo pagando.

"No no," si affrettò a dire Gaetano che non voleva che l'altro uscisse ancora. "Non ho nulla da fare in questo momento. Non ci sono clienti e... ho due lavoranti nel retro, comunque, che mi potrebbero sostituire nel caso..."

"Beh, allora... potrei offrirvi un caffè alla bottega qui all'angolo? Ne sarei molto lieto." propose l'uomo.

"Con vero piacere, grazie..."

Così iniziò la loro frequentazione. Enrico gli spiegò la situazione politica del Veneto e degli altri stati d'Italia, di cui Gaetano era completamente all'oscuro, gli spiegò dei moti mazziniani e di tutto il resto. Gaetano invece, per ricambiare in qualche modo le confidenze dell'altro, gli raccontò della sua vita: le lezioni di violino, l'improvviso e forzoso ritorno alla vita di campagna, la fuga, il periodo passato sulla nave a fare il mozzo, il lavoro nel magazzino di pellami, la vita con i briganti fino al modo in cui aveva potuto comperare quella bottega. Tacque solo dei suoi rapporti con Tommaso e con Felice, di cui parlò solo come di cari amici.

"Avete avuto una vita assai avventurosa, vedo, nonostante siate più giovane di me." disse l'uomo alla fine.

"Più di quello che avrei voluto, forse." ammise Gaetano.

"E siete contento, ora, della vostra bottega?"

"Non mi lamento, anche se non è l'ideale."

"Già, ma vi da di che vivere, signor... Posso... posso chiamarvi Gaetano?"

"Certo! Anzi, Tano, come son sempre stato chiamato."

"Allora voi chiamatemi Enrico!" disse l'altro tendendogli la mano. Fu una stretta vigorosa, forse un po' più lunga dello stretto necessario. Gaetano provò un piacevole brivido lungo tutta la schiena.

Continuarono a frequentarsi per quasi un anno ed a poco a poco divennero amici. Passarono a darsi del tu. Ora Enrico andava a trovare Gaetano dopo la chiusura della bottega, ora questi saliva in casa di Enrico e si vedevano quasi ogni giorno. Gaetano si sentiva sempre più attratto dall'altro ma questi, pur essendo sempre affabile, cortese, amichevole, non gli aveva mai dato adito a speranze. Cosicché Gaetano pensava che avrebbe dovuto accontentarsi di sognarlo nelle proprie fantasie erotiche e di goderne solo l'amicizia e la piacevole vicinanza.

Dopo un anno circa da che si conoscevano, accadde che un giorno Gaetano accusasse un dolore lancinante al basso ventre. Essendo Enrico medico, gli chiese di visitarlo. L'uomo lo fece stendere sul lettino dello studio, che era nel suo appartamento, e gli chiese di aprirsi i calzoni e di calarseli sulle anche. Quindi prese a palparlo, chiedendogli dove gli facesse male.

E Gaetano si eccitò.

Rosso di vergogna, rendendosi conto che l'altro non poteva non essersi accorto del suo stato, si scusò.

"E di che?" chiese sorridendo il medico, "Sei giovane, il sangue è caldo nelle vene alla nostra età e, se non erro... non hai una donna, tu."

"No, non l'ho, è esatto."

"Perciò è normale, credimi, non hai proprio nulla di cui vergognarti, di cui scusarti. E men che meno con me, che ti sono sia medico sia amico, non credi?"

"Sì..." ammise Gaetano, poi, spinto da un improvviso impulso, aggiunse: "Non ho mai avuto una donna, io."

"Beh, sei ancora giovane... E poi, neppure io, te lo confesso."

Il cuore di Gaetano iniziò a battere più forte a quelle parole. Restava lì, steso sul lettino, la sua erezione che non accennava a diminuire, l'uomo che desiderava lì accanto a lui, sorridente, in maniche di camicia... Sentiva il calore della mano ancora posata sul suo inguine, che quasi sfiorava la sua pulsante virilità.

"A me..." disse allora Gaetano con il cuore in gola, "A me le donne... non interessano, però."

La mano di Enrico si spostò appena e col lato sfiorò il gonfiore che tendeva la leggera braca di fine batista. Gaetano fremette e trattenne il respiro.

"Eppure," disse Enrico con voce bassa e calda, "eppure sembra che tu sia più che normale, qui. Che tutto funzioni a dovere." e la sua mano si spostò ancora, di poco ma sì da sfiorare in modo più esplicito l'erezione dell'amico.

Gaetano chiuse gli occhi e deglutì. Poi, tenendo sempre gli occhi chiusi disse, quasi in un mormorio: "Vuoi... vuoi visitarmi meglio per vedere se... se tutto funziona davvero a modo?"

La mano di Enrico ora era sulla tela tesa e carezzava lieve ma sicura il turgore fremente. Per un po' restarono in silenzio, poi Gaetano aprì lentamente gli occhi e vide quelli dell'amico, che ora parevano di un colore verde-dorato, guardarlo con un sorriso dolce.

"Che senti ora?" gli chiese il medico.

"Fremiti..." sussurrò Gaetano.

"Ed ora?" chiese Enrico premendo di più la mano e muovendo le dita a circondare quella carne bollente attraverso la tela sottile che ancora la ricopriva.

"Piacere..."

"Bene. Anche io, sai, provo molto piacere nel poterti toccare... qui..." disse Enrico e si chinò sul lettino lentamente, avvicinando il proprio volto a quello di Gaetano, gli occhi negli occhi, e Gaetano schiuse le labbra in attesa e finalmente assaporò il bacio che da tanto sognava ricevere, senza neanche osare sperarlo.

La pendola al muro scandiva il suo tic-tac con un rumore forte, quasi a sottolineare, accompagnare il battito del cuore di Gaetano. Era un tic-tac color rosso e oro, pensò Gaetano confusamente, e sentì che la luce delle lampade ad olio che rischiaravano la stanza sussurrava dolci suggerimenti alle sue orecchie.

Tutto il mondo sembrava roteare, danzare mentre i suoi occhi erano persi negli occhi di Enrico, profondi come chiari laghi alpini, freschi come sorgenti pure, caldi come note di violino. E la mano dell'amico, ora più ardita, si faceva strada sotto la tela lieve fino a raggiungere la meta. Gaetano emise un sospiro mentre Enrico si alzava di nuovo, staccandosi da lui.

"Sai..." disse dolce l'uomo, "dal primo momento che ti ho visto mi son sentito fortemente attratto da te. Per quello venivo a comprare tutto quel pepe. Dicono che il pepe sia un afrodisiaco, ma io non ne avevo bisogno, mi bastava guardare te..."

Gaetano ansimava. "Se... se non togli quella mano io... io non riesco più a trattenermi ancora a lungo e... e invece vorrei... vorrei che avvenisse assieme a te."

"Giusto." disse Enrico con un sorriso e tolse la mano. Gaetano sentì come un senso di vuoto. "Io..." continuò l'uomo, "io ho sognato tanto questo momento. Poterti toccare, baciare... Vuoi accompagnarmi di là, dove potremo stare più comodi?"

Gaetano si riassettò gli abiti e scese dal lettino e provò un lieve capogiro: non per debolezza ma per l'ebrezza. Seguì l'amico nella sua camera da letto. Era la prima volta che la vedeva. Era semplice ma bella. Enrico accese tutti i lumi. Il letto candido, ampio, sembrava attendere solo loro due.

"Voglio che sia tu a spogliarmi, ed io spoglierò te." disse l'uomo.

Gaetano, ancora tremante per l'emozione, iniziò. I lievi tocchi inevitabili nell'armeggiare sui vestiti dell'altro inviavano scariche di piacere nei due corpi giovani e tesi. Gli abiti caddero a terra ad uno ad uno, alla rinfusa, mescolati in disordine. Quando i due freschi corpi furono svelati, completamente nudi l'uno di fronte all'altro, le loro mani presero ad esplorarsi a vicenda finché per entrambi la tensione dovuta al piacere divenne insopportabile.

"Vieni sul mio letto, Tano." sussurrò Enrico con voce resa roca dal desiderio intenso.

Si stesero, si abbracciarono, le loro membra si intrecciarono e la danza d'amore ebbe inizio. Si cercavano, si volevano e se lo stavano dicendo con tutto il corpo. Si sfregavano l'uno contro l'altro, si baciavano, si carezzavano. Giungevano vicinissimi all'apice del piacere ma allora, come per tacita intesa, rallentavano in modo di prolungare le bellissime sensazioni che stavano provando. Lontana la pendola suonò le nove di sera.

I due, sul soffice ed accogliente letto, continuavano a scambiarsi effusioni ora dolci ora vigorose in un'altalena di istinti opposti: quello di donarsi e quello di prendere, quello di cullare e quello di stringere, quello di trattenersi ancora e quello di lasciarsi finalmente andare. Era sete d'amore, di vera e profonda comunicazione, di fusione completa. La stessa sete, per tutti e due. E questa consonanza di emozioni era lo spartito su cui si svolgeva e si sviluppava quel primo, inatteso ma tanto desiderato, incontro. E finalmente superarono il punto senza ritorno ed i loro desideri esplosero incontenibili, eruttarono ondate su ondate di incandescente lava fra i loro ventri premuti, senza che si fossero ancora veramente uniti.

Giacquero, spossati ma per il momento appagati, carezzandosi a vicenda dolcemente.

Gaetano si sollevò su un gomito e si chinò a baciare Enrico. Non più con la passione di pochi istanti prima, ma con estrema dolcezza. Enrico gli sorrise ed emise un lungo, tremulo sospiro.

Poi disse all'amico, con voce appena percettibile: "Un anno, ti ho atteso."

"Ma ora sono qui."

"Sarebbe bello se tu... ti piacerebbe venire ad abitare qui con me?"

"Sarebbe bellissimo ma... la gente, che direbbe? Sai come sono puritani qui, nelle terre del Papa."

"Come nelle nostre terre, di più, forse..."

"Potremmo vederci ogni volta che vorremo, comunque."

"Non è la stessa cosa. Ma forse hai ragione tu. Non bisogna pretendere troppo dalla vita."

"E ancora meno dalla Santa Inquisizione: anche se non ci bruciano più vivi, c'è la galera, lo sai. Questa prima volta è stata molto bella, ma... potrebbe essere anche meglio, non credi?"

"Sì, eravamo tutti e due troppo carichi, forse. Mi piacerebbe che la nostra unione fosse più... completa."

"Io in te e tu in me, vuoi dire?" chiese Gaetano scompigliandogli affettuosamente i capelli.

"Esatto."

"Abbiamo davanti tutto il tempo che vogliamo, Enrico." disse Gaetano ma, improvvisamente divenne serio.

L'altro notò il brusco cambiamento di espressione.

"Che cosa ti accade? Perché quest'espressione?" chiese allarmato l'uomo sfiorandogli il petto.

"Niente. Anni fa... la stessa frase."

"Una tua precedente relazione?"

"Proprio così."

"Me ne vuoi parlare?"

"Certo..." e Gaetano iniziò a narrargli la parte della sua vita che prima gli aveva tenuta nascosta. Rievocò Tommaso, poi Felice. Con parole semplici ma profondamente vere, e con un tono di voce in cui l'amico sentì tutta la passione e l'amore che le parole non sapevano, non potevano esprimere. Enrico ascoltava e frattanto carezzava dolcemente l'amico, quasi a fargli sentire tutta la propria partecipazione ai suoi drammi.

Quando Gaetano tacque, Enrico gli chiese: "Ti ha fatto male, ricordare?"

"No. Sì, un poco, ma sono contento di averlo fatto. Con te."

"Hai sofferto molto..."

"E restano le cicatrici."

"Già, quelle restano."

"Ma ora..." disse Gaetano cercando di riprendere un tono se non allegro almeno più spigliato, "ma ora tu mi racconterai di te. Di tutti i tuoi precedenti amanti."

"Certo, volentieri. Anche se la mia storia è molto più piana della tua. Meno interessante."

"Eri l'amante di... di quel medico?"

"Chi, Carlo Poma? No, eravamo solo colleghi, amici. Lui non era attratto dagli uomini come me..." e raccontò.

Il suo primo uomo era stato il suo tutore di greco, un giovane di Padova. Allora Enrico aveva sedici anni. Si sentiva già attratto dagli uomini ma non aveva ancora mai avuto il modo o l'occasione di fare l'amore. Quando perciò questi gli fece tradurre alcuni brani di greco che esaltavano l'amore degli uomini per gli efebi, intuì dove l'altro sperasse di arrivare e gli si offerse senza mezzi termini. ("Ora sarei meno sfacciato" commentò Enrico). Fecero l'amore per un anno, finché l'uomo dovette trasferirsi e si separarono. Aveva diciotto anni quando ebbe la sua seconda occasione. Viveva dagli zii che lo misero a dormire con un cugino suo coetaneo. Lui sentì di desiderarlo, così durante la notte lo toccò: l'altro reagì positivamente. Fecero l'amore per tre anni, finché l'altro decise di sposarsi e di troncare i rapporti fisici con lui. A ventuno anni conobbe il suo terzo uomo, un attore di teatro e per la prima volta in vita sua fu lui a penetrare un altro. Si frequentarono per due anni, finché cioè Enrico, che era innamorato dell'attore, si rese conto che quello si faceva montare da tutti quelli su cui poteva mettere le mani e allora, deluso, troncò.

Quando tornò a Vicenza ebbe il suo quarto ed ultimo uomo. Era un giovane palafreniere del padre, suo coetaneo. Lo conosceva da diversi anni, ma non aveva mai sospettato che potesse essere un amante del sesso proibito come lui. Se ne era sempre sentito attratto: nella sua livrea attillata era molto, molto erotico, ma il giovane frascheggiava spesso con le servette (capì poi che era solo una maschera) così Enrico non aveva mai pensato di potercisi un giorno mettere assieme. Se non che una sera, credendo di aver dimenticato un libro in un calessino, scese a cercarlo. E sorprese Tonio, il palafreniere, con il membro fuori dalle polpe e davanti a lui, inginocchiato, il garzone di stalla che si dava da fare a dargli piacere! Enrico restò a guardare affascinato la scena e quando il ragazzo ebbe soddisfatto il giovanotto ed andò via, Enrico entrò, gli disse che aveva visto tutto, e finalmente i due poterono dirsi che entrambi, da tempo, si desideravano. Così divennero amanti e lo restarono per tre anni, cioè fin quando Enrico decise di andar via esule e chiese a Tonio di seguirlo: il giovanotto non ne ebbe il coraggio e perciò si lasciarono.

"D'altronde," concluse Enrico, "eravamo sì amanti, ma senza vero amore. Si stava bene assieme, ecco tutto. Lui continuava a sentirmi come il suo padrone e invece di cercare di colmare la nostra differenza sociale, ne faceva un abisso. Così tutto finì. E poi più nulla di serio, finché non ho visto te...."

Gaetano gli sorrise e gli scompigliò di nuovo i capelli. Enrico lo tirò a sé e le loro bocche si unirono in un tenero, caldo bacio.


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