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una storia originale di Andrej Koymasky


pin VOLUME 2
TANO E MASO
CAPITOLO 8
LIBERTINO SEDUTTORE

"Rivestiamoci, ora, e torniamo di là: devo terminare la mia visita."

"Non puoi terminarla qui? Non ho ancora voglia di rivestirmi... o di vederti vestito."

Enrico annuì sorridendo. "Sarà la prima volta nella storia della nobile professione della medicina che un medico nudo visita un paziente nudo."

"Tu credi?" chiese maliziosamente Gaetano.

"Eh già, chissà?" rispose l'altro riprendendo la visita dove l'aveva interrotta. Alla fine disse: "Niente di cui preoccuparsi: probabilmente solo uno strappo muscolare, forse hai sollevato un peso nella posizione sbagliata. Devi solo non fare movimenti bruschi e vedrai che passerà."

"D'accordo. Ma fare l'amore, quello..."

"Nessun problema, come hai visto..." rispose Enrico sorridendo e carezzando il corpo dell'amico.

Gaetano ed Enrico divennero amanti. Enrico era molto romantico e questo piaceva all'amico. La loro relazione, passati i bollori dei primi mesi, proseguì come acque placide e tranquille, con reciproca soddisfazione. Si vedevano spesso e, anche se non facevano l'amore ogni volta, a tutti e due piaceva stare abbracciati, carezzarsi mentre parlavano.

Visitarono assieme le bellezze di Ravenna, poi dei dintorni e si spinsero fino a Bologna. Più volte, nella buona stagione, si bagnarono in mare in piena notte lungo la pineta, e poi facevano l'amore sul bagnasciuga, sotto le stelle.

Marcus tornò a cercare Gaetano, ma questi gli spiegò che ora aveva un amante e che non intendeva tradirlo. Il mozzo, col suo italiano approssimativo, gli disse che gli dispiaceva:

"Ich afere uno maschio in og-ni porto, e ora qvesto porto senza maschio. Ich defere cercare altro, non facile." disse il ragazzo con aria desolata quando vide che Gaetano era irremovibile.

Quando lo raccontò ad Enrico, questi sorrise: "Mi dispiace per il ragazzo... ma sono contento per me." disse.

"Perché, ne dubitavi?"

"No... non mi ero mai posto il problema. Sto così bene, con te."

"E io con te."

"Ma i mozzi... sono tutti amanti dei maschi?"

"No, semplicemente si prestano finché diventano marinai, perché questa è la... legge del mare. Dopo... chi è come noi poi continua e gli altri invece si fanno una donna. Una donna in ogni porto ed il mozzo in mare, cioè."

"Ma il tedeschino diceva di avere un maschio in ogni porto."

"Lui evidentemente è come noi, quindi anche da marinaio continuerà così."

"Era bravo... a letto?"

"Marcus? Sì, era molto bravo. Ma sta tranquillo, io preferisco te."

"E io... sono bravo a letto?"

"Enrico! Non è questione di bravura, lo sai bene. Quello che tu mi dai, non è solo godimento, è molto di più. Quando mi fai queste domande, mi pari un bambino."

"Ma in fondo non siamo sempre un po' tutti bambini?"

"Non qui, per fortuna..." gli rispose ridacchiando Gaetano e lo carezzò fra le gambe.

Enrico arrossì lievemente, ma non si sottrasse. A Gaetano piaceva quel lieve pudore che il suo amante conservava.

Rimasero assieme fino al 1859, cioè fino a quando Enrico, infiammato dalle notizie politiche che giungevano, decise di arruolarsi e di diventare un volontario garibaldino. Enrico avrebbe voluto che Gaetano lo seguisse.

Questi avrebbe voluto che Enrico restasse: "Non sono un guerriero, io. E... forse sarò egoista, forse penso troppo a me stesso, ma non sopporterei di perdere anche te."

"No, ti capisco, ma così... mi perdi ugualmente, perché io non mi sento di rinunciare... mi dispiace infinitamente, credimi..."

"Anche a me. Sì, ti perdo ugualmente ma almeno so che sei vivo. So quanto tu ci tieni a questa tua idea di un'Italia unica, unita. Conosco bene i tuoi ideali, li rispetto... e perciò..."

"Perciò?"

"Non resta che dirci addio."

"Già. Forse io non ti amo quanto meriti, Gaetano... Non so. Ma se non andassi non me lo perdonerei mai, per tutta la vita. Col risultato di renderti l'esistenza insopportabile. Questa è l'ora dell'Italia, capisci, che attendo da... sempre. Per cui è morto il mio maestro ed amico, Poma. Devo andare..."

"Certo. Lasciamoci, quindi. Da buoni amici."

"Sì."

"Parti presto?"

"Sei arrabbiato con me?"

"E tu con me?"

"No."

"Bene. Parti presto?" chiese di nuovo Gaetano.

"Fra tre giorni..."

Gaetano offrì ad Enrico soldi, ma questi, che aveva venduto tutto, gli mostrò di averne abbastanza. Si dettero l'addio con una lunga notte d'amore in cui entrambi ritrovarono, se non l'entusiasmo, la passione dei primi giorni.

Gaetano, nuovamente solo, cominciò a sentire pesante restare a Ravenna in cui ogni pietra, ogni angolo gli ricordavano Enrico. Così, dopo neanche due mesi da che si erano lasciati, anche lui decise di vendere tutto e di trasferirsi. Dapprima pensò a Bologna, ma poi optò per Roma. Aveva sempre desiderato vedere la città in cui viveva il Papa.

Era sfortunato, pensava durante il lungo viaggio in calesse: tre amanti, persi tutti e tre... Così! Valeva la pena innamorarsi? Ognuno dei tre periodi di felicità, di serenità, quante lacrime gli era costato? Beh, per Enrico non aveva pianto e sperava di non doverlo piangere mai, ma ne sentiva acuta la mancanza. E non solo e non tanto sul piano sessuale. Enrico era, prima di tutto, un amico. Felice era stato prima di tutto un amante. Tommaso... tutti e due: rimaneva l'amante perfetto.

Il primo amore non si scorda mai... dicevano. Sarà stato per quello? si chiese rigirando il suo anellino di ferro sul dito. No. Tommaso era stato davvero unico, eccezionale, perfetto. No, non lo stava idealizzando. Era verità pura e semplice. Maso, oh Maso! pensò e pianse. Per non farsi scorgere dagli altri viaggiatori del calesse, si coprì il volto col cappello come se volesse dormire e poté lasciar scorrere silenziosamente tutte le sue lacrime.

Giunto a Roma cercò per un mese il modo migliore per investire il proprio capitale, non enorme ma cospicuo e frattanto ne approfittava per visitare la Città Eterna. Ne ebbe un'impressione di splendore e di miseria così intrinsecamente mescolati, fusi che era a volte difficile capire dove l'una iniziasse e l'altro finisse. Ma una cosa lo colpì: anche i più poveri sembravano sereni. Roma era una città viva, affascinante. Forse anche proprio per le sue mille contraddizioni. Ed era una città cosmopolita.

Quanto al fatto che fosse una città Santa, Gaetano aveva i suoi dubbi, ma anche questo gli stava bene. Era piuttosto facile trovare un compagno con cui passare una notte.

Finalmente, un giorno, passò davanti ad una sartoria che, sul vetro della porta recava un vistoso cartello: "Vendesi".

Entrò per informarsi. Il padrone, ormai vecchio e benestante, aveva deciso di vendere tutto e di ritirarsi al suo paesello d'origine per godersi la vecchiaia. Vendeva tutto per un prezzo ragionevole, che Gaetano era in grado di affrontare. E con la bottega e le stoffe gli lasciava anche i lavoranti (anzi, una condizione era che non li licenziasse): un uomo di quarant'anni, uno di ventisette, cioè la stessa età di Gaetano ed un garzone di venti.

"Ma io..." disse Gaetano indeciso e tentato al tempo stesso, "non ho mai lavorato da sartore."

"Oh, signor mio, la bottega si regge da sola: i tre lavoranti è esperti e omini di mestiere e voi potreste occuparvi solo dei conti e dei clienti. E qui, sapete, qui da me, oltre a servirsi i signori, si serve pure gli ufficiali dell'esercito del Papa, che ha sempre bisogno di uniformi nuove... Il lavoro non manca di sicuro."

Gaetano pensò ai begli ufficialetti che aveva osservato pavoneggiarsi per le vie della Città Eterna, nelle loro uniformi variopinte, eleganti e sensuali e, a giudicare dalle tante occhiate scambiatesi, disponibili: e pensò che c'era di che leccarsi le dita. Discusse ancora un po' con il vecchio, verificò i conti e le scritture, le giacenze, contrattò sul prezzo ed infine comprò tutto.

Quando uscirono dallo studio del notaio che aveva redatto l'atto, il vecchio padrone gli consigliò di non cambiare l'insegna: "Sapete, i vecchi clienti è abitudinari..."

Gaetano, che aveva esperienza di commercio, decise di seguire il consiglio.

Dalla porta della bottega si vedeva di scorcio la bella Fontana di Trevi, luogo di passeggio elegante. Il posto era davvero buono. Inoltre aveva anche trovato casa a pochi passi dalla bottega, perciò era del tutto a suo agio.

Gaetano, già dai primi giorni, vedendo come Renzo, il "vecchio" di bottega, prendeva le misure, decise di imparare a prenderle lui e di farlo di persona: sarebbe stata infatti un'ottima occasione per palpare a suo agio i giovani ufficiali che gli fossero interessati, e non solo loro.

Inoltre Renzo chiedeva sempre: "Scusate tanto, signore (o signorino, o tenente e così via), ma da che parte tenete il cello, con licenza parlando?"

Bella domanda da fare, in certi casi.

Quando chiese all'uomo il perché di quella domanda così peculiare, l'uomo gli spiegò con naturalezza: "Vedete, con i calzoni che va di moda ora, così attillati, dalla parte del cello si deve dare più respiro, quindi quella parte va tagliata in modo diverso. E siccome c'è chi usa tenerlo a destra e chi a sinistra, è meglio chiederlo per non sbagliare."

Gaetano decise anche che le misure non si sarebbero più prese nel laboratorio, davanti a occhi indiscreti, ma fece allestire un camerino delle prove. Perciò fece vuotare uno stanzino la cui porta dava nel locale della bottega, usato fino ad allora come deposito delle pezze che fece portare nel retro. Lo stanzino era lievemente trapezioidale e misurava circa nove piedi per nove. Non aveva finestre. Lo fece ripulire e restaurare completamente. Vi fece mettere una bella porta che si potesse chiudere dall'interno. Vi fece istallare tre grandi specchi a tutt'altezza, il centrale fisso e i due laterali orientabili, una dormeuse per appoggiare gli abiti (almeno ufficialmente) parecchi lumi e tende drappeggiate alle pareti, in modo che divenne un localino elegante, riservato, appartato e comodo.

E cominciò a tessere la sua tela.

Con i clienti che non gli interessavano era riservato, cortese, affabile ma molto professionale. Con quelli che lo attraevano era invece caldo, servizievole, amichevole e, con aria casuale, faceva opportune toccatine osservando attentamente le reazioni del cliente.

"Qui è meglio che faccia stringere, qui invece un po' più abbondante perché, se vi capitasse un... incidente, vi si noterebbe tutto..." e così via.

E se il cliente mostrava di starci, proseguiva, se no faceva rapidamente marcia in dietro. Ugualmente con le toccatine e gli sfioramenti casuali: se il cliente lasciava fare, si faceva via via più ardito, se no, non spingeva oltre le sue manovre. La sua tecnica, usata con estrema discrezione ed abilità, cominciò a dare i suoi frutti.

Un giorno, ad un giovane ufficialetto di cavalleria, disse: "Scusate se mi permetto, ma... noto che avete una... attrezzatura notevole, qui sotto... Preferite che si... noti o che passi inosservata?"

"E voi, che ne dite?" rispose l'ufficialetto con un sorrisetto complice.

"Beh... in un bel giovanotto come voi, se si notasse... chissà che strage di... cuori fareste!"

"E allora che si noti, chiaramente."

"Scusate, ma quando vi capita... diciamo un... incidente, vi si accresce molto di volume?"

"Voi che ne dite?" chiese di nuovo quello con un sorriso ora chiaramente provocante.

"Mah, non saprei... Ad alcuni sì, ad altri meno. Sapete che non vi sono a questo mondo due uomini uguali. Ognuno di noi è fatto a suo modo... nella diversità sta il bello, non credete?"

E così, di battuta in battuta, di toccatina in toccatina, alla fine il bell'ufficialetto era steso nudo sulla dormeuse, pienamente eccitato e altrettanto pienamente disponibile a ricambiare le attenzioni sessuali di Gaetano.

Così gli capitò col figlio ventenne di un conte, che alla prima prova aveva avuto una forte erezione, alla seconda s'era lasciato toccare in modo chiaramente non casuale e già alla terza prova lo implorava di penetrarlo (e quando lo accontentò, Gaetano si accorse che non era certo la prima volta) e che poi tornò assai spesso a farsi fare altri vestiti, offrendosi al "signor sartore" ad ogni prova. E così Gaetano si divertiva e si arricchiva al tempo stesso.

Ma, pur divertendosi, Gaetano non voleva più legarsi con nessuno, quindi stava molto attento a non lasciarsi accalappiare.

Una volta che rischiò di farsi accalappiare fu con un tenentino della Guardia d'Onore dei Palazzi Apostolici. Un biondino esile, dolcissimo, che si era follemente innamorato di lui. Anche Gaetano, pur cercando di non caderci, si accorse che stava cominciando a provare qualcosa di più intenso di una semplice attrazione fisica per quel ragazzotto (o giovanottello?) ed ogni volta che facevano l'amore si sentiva sempre più incapace di considerarla una semplice avventura. Si chiamava Heinz, era della Baviera. Ogni volta, a letto, sapeva procurargli un piacere intensissimo, sia fisico sia spirituale. Lo salvò dalla necessità di scegliere se farne il proprio amante fisso (e perciò unico) o no il fatto che la compagnia di Heinz fu mandata a combattere nelle Marche che erano state invase dal Re di Sardegna. Heinz pianse nel dargli l'addio e Gaetano ne fu profondamente turbato. Non sapeva se sperare che tornasse per riprendere la loro frequentazione o no. Ma Heinz non tornò: era stato preso prigioniero, seppe poi.

Una seconda volta fu nel 1861. Aveva appena compiuto ventinove anni, era metà maggio. Il Re di Sardegna da poco s'era proclamato Re d'Italia ed al Papa restava il solo Lazio. Ma a Roma, nonostante l'agitazione politica, la vita pareva continuare spensierata e tranquilla come sempre.

Nella sua bottega entrò un giovanotto sui venticinque anni che subito calamitò la sua attenzione.

"Sono stato appena nominato sediario di Sua Santità. M'han detto che voi sapete fare le migliori livree rosse da sediari. È esatto?"

"Certo, signore. La nostra casa si onora di servire i sediari del Papa da ben prima della mia nascita... e della vostra, perciò."

Il giovane sorrise ed il sorriso era così aperto e bello che Gaetano di disse che non doveva assolutamente lasciarselo scappare. Così iniziò a circuirlo come ormai era diventato esperto a fare. Non ci mise molto. Alla quarta prova il giovane si eccitò ai suoi toccamenti esperti ed apparentemente casuali, ed arrossì più della livrea che stava provando.

Allora Gaetano gli disse con aria di complicità: "Dovremo aspettare che vi... passi, per poter continuare come si deve nelle prove..."

"Mi dispiace... non capisco..."

"Capita, credetemi, capita a molti durante le prove. Non c'è nulla di male, siete con la persona giusta. D'altronde, senza volerlo, anche io forse ho contribuito con lo sfiorarvi involontariamente durante la prova, non è così?"

"Sì, certo, ma..."

"Ma qui non ci vede nessuno, potete rilassarvi tranquillo. Siamo giovani, abbiamo il sangue caldo... e poi anche voi forse, come me, non avete ancora una donna vostra con cui calmare certi... certi bollori giovanili. Mi sbaglio forse?"

"No... no, avete ragione."

"E allora le energie si accumulano... ed anelano solo di potersi scaricare, non è così?"

"Sì, certo..." rispose il giovane sempre imbarazzato.

E la sua erezione non accennava a diminuire. Gaetano continuò a parlare, a far slittare il discorso a poco a poco, a renderlo via via più intimo, senza che l'altro si tirasse mai indietro.

Finché Gaetano tirò la stoccata finale: "Sentiamo se va meglio, ora." e, deciso, toccò l'altro fra le gambe e la sua mano indugiò più del necessario e l'altro non protestò, non si sottrasse neanche quando lui con le dita sottolineò la forma della lunga canna in tiro.

"Siete proprio ben fatto qui sotto..." gli disse Gaetano che ora lo palpava sfacciatamente; l'altro fremeva ma non diceva nulla, non si sottraeva.

"Forse è meglio che vi tolga di dosso queste polpe di raso prima che saltino tutte le imbastiture." disse allora Gaetano sottovoce inginocchiandosi davanti al giovanotto ed abbassandogli lentamente, deliberatamente, non solo le polpe di raso rosso ma anche la sottostante braghetta intima. E il membro fu libero, svettante, trionfalmente eretto.

Gaetano lo carezzò lieve e l'altro ebbe un fremito, emise come un singhiozzo trattenuto, chiuse gli occhi ma non si mosse. Quel membro, come il suo legittimo possessore, era bellissimo, anzi perfetto. Allora Gaetano vi posò le labbra e l'altro prese a tremare intensamente. Schiuse le labbra e, ponendo le mani a coppa sulle piccole natiche tese e nervose del giovanotto e, traendolo a sé, si fece scivolare tutta l'asta in bocca. Quello emise un basso e lungo gemito e le gambe gli tremarono. Gaetano lo sospinse lievemente contro la dormeuse e l'altro vi si lasciò cadere a sedere quasi di schianto, liberando così il membro dalla bocca di Gaetano.

Questi glielo carezzò e, passando deliberatamente al tu (tecnica collaudata anche questa) gli disse: "Ti piace, vero? Vuoi che continui..."

Il giovanotto deglutì, tentò di parlare, poi annuì solamente. Gaetano lo esaudì subito e riprese a succhiarlo, stuzzicandogli i capezzoli, ma dopo pochi istanti l'altro, tremando da capo a piedi come una foglia, emise un gemito strozzato e venne. Quando Gaetano si rese conto che il giovanotto gli aveva versato in gola tutto il proprio tiepido seme fino all'ultima goccia, si staccò da lui. Lo sospinse a stendersi sulla schiena e l'altro, docile, si stese.

Gaetano, sempre in ginocchio, gli si accostò al volto, gli carezzò la fronte madida di sudore e gli disse sorridente: "Calmati, ora, è fatta. Calmati, mio bel ragazzo, lasciati andare... riprendi fiato..."

L'altro chiuse di nuovo gli occhi. Gaetano prese a carezzarlo teneramente, lieve lieve, per tutto il corpo.

Quando sentì che l'altro si stava rilassando, gli chiese in tono dolce: "Come ti chiami?"

"Mi... Michele."

"Stai meglio, ora, Michele?"

"S... sì..."

"Ti è piaciuto, è vero?"

"S... sì."

"E... questa è la tua prima volta?"

"Co... così, sì..."

"Perché, prima come lo facevi?"

"Con... con la mano."

"Da solo?"

"Non... sempre..."

"Con chi, allora?"

"Col... col mio cameriere. Quando ero in famiglia. Da ragazzo."

Gaetano sapeva che queste domande andavano fatte mentre l'altro si rilassava ma prima che riprendesse il pieno controllo di sé, perciò incalzò in tono suadente: "E ti piaceva."

"Sì..."

"Ma così è molto meglio, no?"

"S... sì."

"Tu mi piaci molto, Michele, sai?" L'altro non rispose, Gaetano continuò: "E voglio insegnarti altri modi per raggiungere godimenti anche più intensi e belli di questo che ti ho dato. Va bene, Michele?"

L'altro annuì.

"Tornerai qui da me, quindi." disse Gaetano.

Il giovanotto annuì di nuovo, Gaetano allora, vedendo che stava per ritrovare le sue forze, gli risistemò la braghetta e lo aiutò ad alzarsi in piedi. Michele barcollò un attimo e Gaetano lo sostenne.

"Oh dio, mi gira la testa..."

"È l'emozione, Michele. Ti passerà subito, vedrai."

Il giovanotto annuì, poi chiese, quasi timidamente: "Posso rivestirmi, ora?"

Gaetano lo guardò un po' sorpreso: nessuno mai gli aveva chiesto il permesso di rivestirsi, prima d'allora.

"Sì, puoi rivestirti, ora."

L'altro si riassettò, s'infilò i propri calzoni, poi disse a Gaetano, con tono incerto: "Grazie per... per tutto, signore."

"È stato un piacere, Michele. E ora... puoi chiamarmi Gaetano. E niente più del voi. Siamo piuttosto intimi, ormai, no?"

"Piuttosto, direi..." disse l'altro, che stava ritrovando la piena padronanza di sé, ma arrossendo deliziosamente. Poi chiese: "Quando devo venire per la... prossima prova, Gaetano?"

Vittoria completa, pensò soddisfatto questi: "Tu, quando vorresti tornare?"

"Domani?" chiese l'altro guardandolo negli occhi solo per un attimo e, questa volta, arrossendo appena.

"Domani va bene. Vieni dopo le campane dell'Avemaria se ti è possibile. A quell'ora mando via i lavoranti e così potremo fare la prova a nostro pieno agio..."

"Subito dopo l'Avemaria. Va bene."

Così Gaetano guidò Michele nella via dell'amore virile che l'altro aveva sempre confusamente desiderato ma mai conosciuto, passo a passo, fino ad insegnargli tutti i possibili modi in cui due maschi possono unirsi e darsi reciproco piacere. Dopo la seconda volta nel camerino delle prove in bottega, Michele iniziò a frequentare casa di Gaetano. Poi cominciò anche a fermarsi spesso per tutta la notte nel letto del suo maestro-amante. In capo a pochi mesi Michele divenne del tutto disinibito ed un amante formidabile. Si vedevano un paio di volte per settimana. Michele sapeva che Gaetano, di tanto in tanto, proseguiva nelle sue conquiste in bottega ma non si mostrava affatto geloso. Anzi, gli piaceva farsi raccontare come avvenivano e si eccitava moltissimo ai racconti ed allora facevano l'amore in modo ancor più passionale.

Poi, verso Pasqua dell'anno seguente, Michele iniziò a diradare le sue visite, finché una sera, dopo aver fatto l'amore, disse a Gaetano che aveva conosciuto un ragazzo di diciannove anni: "Si chiama Flavio e abita nella mia stessa scala, è uno studente. Da un po' avevo notato che mi guardava in modo particolare e poiché mi piace molto, ho cominciato a parlare con lui e siamo diventati amici. Allora un pomeriggio l'ho invitato a casa mia e lì, col pretesto di fargli provare la mia livrea di sediario che guardava con interesse, l'ho fatto spogliare, poi rivestire, aiutandolo e seguendo, press'a poco, il tuo metodo con me. Ed ha funzionato, tanto più che lui non era del tutto un novellino come me: aveva già avuto un paio di esperienze e sapeva chiaramente che gli piacciono gli uomini. Così abbiamo fatto l'amore già quella prima volta, nel mio letto. E ci siamo rivisti e un po' per volta ci siamo accorti che ci stavamo innamorando. Perciò d'ora in poi, Tano, non posso più continuare a farlo con te, gliel'ho promesso. Questa è stata la nostra ultima volta."

"Sa di noi due, perciò."

"Sì, anche se non gli ho detto chi sei, non sa il tuo nome."

"Me lo farai conoscere, un giorno?"

"Mah... non so..."

"Ti garantisco che non te lo ruberò."

"Sì sì, ti credo. Ma non vorrei che lui diventasse geloso. Tu sei un così bell'uomo..."

"Tu spiegagli che senza me molto probabilmente lui non ti avrebbe mai avuto..."

"È vero. Mah, vedremo."

Così Michele scomparve dalla vita di Gaetano. Non del tutto, perché verso l'estate andò a trovarlo accompagnato da Flavio. Gaetano trovò il ragazzo molto simpatico ed anche questi si trovò bene con Gaetano, così di tanto in tanto si incontrarono ancora e quando avevano bisogno di un abito andavano da lui.

La prima volta Gaetano disse loro: "Ognuno di voi due può assistere quando faccio le prove all'altro, s'intende..."

Flavio rispose sorridendo: "Ci fidiamo ciecamente l'uno dell'altro, Tano. Ed anche di te. Non è necessario."

Gaetano riprese la sua routine.

Nel suo "album" collezionò un violinista, poi due fratelli, uno di diciassette l'altro di ventuno anni, figli di un Protonotaro Apostolico, diversi ufficiali e sottufficiali di primo pelo, il segretario personale del Cardinal Decano, e giovani della borghesia e della nobiltà romane.

Ma con tutti questi, terminate le prove e consegnato il vestito, terminavano gli incontri. Almeno fino al vestito seguente. I clienti con cui aveva le sue avventure, o non ricomparivano più, forse per vergogna, o diventavano clienti fissi ed affezionati, anche se spesso, fra quelli che tornavano, pur restando una certa intimità complice, cessavano i rapporti fisici.

Gaetano non forzava mai nessuno.

I suoi lavoranti dovevano aver notato come alcune volte le "prove" si protraessero più della media, e dovevano averne intuito il motivo, ma nessuno mai disse nulla né fece insinuazioni. Vivi e lascia vivere pareva il motto della Città Eterna. Purché non si desse scandalo, tutto era permesso. E Gaetano si godeva la sua bella vita da libertino impenitente.


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