Gaetano aveva ormai trenta anni. Gli affari andavano a gonfie vele: ora aveva cinque lavoranti ed era conosciuto in città, stimato e riverito. Faceva parte della "Congregazione dei Sartori" e ne era diventato il segretario. Aveva comprato alcuni locali adiacenti al retro per allargare il laboratorio e stava pensando che ora avrebbe potuto cambiare l'insegna della bottega: togliere quella con su scritto "Dal sartore di Trevi" e sostituirla con un'altra con su scritto: "Da Messer Lugato, sartore", ma per il momento decise di soprassedere. Piuttosto decise di rinnovare la bottega. Fece imbiancare le pareti, cambiò la mobilia di vecchio legname scuro con una in bel legno di ciliegio, espose alcuni manichini con i suoi migliori modelli sartoriali. Da Parigi riceveva per corriere belle stampe acquerellate con gli ultimi modelli della moda maschile, che esponeva su una parete.
Facendo lavorare gli operai di notte, riuscì a tenere aperto ed a far terminare i lavori in due settimane, con tre soli giorni di chiusura durante i quali comunque i clienti potevano entrare nel laboratorio passando per il cortile. Alla fine era stanco, aveva speso abbastanza, ma era pienamente soddisfatto. Il vecchio proprietario era passato di lì, aveva visto i cambiamenti e gli aveva fatto i suoi complimenti, ringraziandolo così di cuore per non aver cambiato la vecchia insegna che Gaetano rinunciò al suo progetto di sostituirla. In fondo era pur sempre lui, ora, il "sartore di Trevi".
Ora aveva anche un suo palco a teatro come ogni buon borghese. Inoltre, anche grazie al suo nuovo mestiere, era sempre vestito con raffinata eleganza. A volte ripensava con un sorriso agli abiti poveri e rozzi della prima parte della sua vita. La sua attuale fortuna, pensava con commossa gratitudine, la doveva tutta a Tommaso che gli aveva insegnato a leggere, scrivere e far di conto ed a Felice che gli aveva lasciato tutto il suo oro.
E venne il 24 giugno del 1862.
Gaetano stava appoggiato ad un tavolo del laboratorio, mentre i suoi cinque dipendenti lavoravano, e leggeva nel Gazzettino le ultime notizie sui cambiamenti politici che stavano avvenendo, quando sentì tintinnare la campanellina della porta della bottega. Posò il giornale, si dette una rapida occhiata allo specchio sul muro per controllare di essere in ordine ed andò in bottega. C'era un cliente che stava osservando le stampe esposte sulla parete. Vedendolo di dietro pensò che pareva molto ben fatto...
"Buongiorno, signore. In che posso servirvi?" chiese Gaetano con il suo solito tono accattivante.
L'altro si girò, sbiancò in viso e cominciò a balbettare: "Ma... ma tu... tu..."
Gaetano si sentì di colpo vacillare, gli si bloccò il respiro, gli si fermò il cuore. Poi udì la propria voce, quasi fosse qualcosa di estraneo a lui, quasi fosse un altro a parlare, che mormorava, piano ma in modo distinto: "Oh dio! Maso! Non è possibile... tu... tu... Maso, tu sei vivo!"
"Tano... oh Tano..." ripeteva solamente l'altro.
I due restarono per lunghi secondi immobili, come impietriti, quasi increduli per quel che pure i loro occhi vedevano, che il reciproco riconoscimento confermava. E quei dodici anni di separazione svanirono come d'incanto ed i due si rividero, un diciottenne ed un diciannovenne magri, mal vestiti, ma folli d'amore l'uno per l'altro, pieni di gioia di vivere l'uno per l'altro. Ed allora volarono l'uno verso l'altro, si abbracciarono stretti, quasi con la disperazione del naufrago che s'aggrappa ad un tronco e piansero, scossi dai singhiozzi, tremanti entrambi, consci solamente l'uno della realtà dell'altro. No, non era un sogno!
Se qualcuno, qualche passante, avesse osservato quella scena avrebbe trovato strani quei due uomini adulti, eleganti, distinti così strettamente avvinghiati, ritti nel centro della bottega, scossi da singhiozzi. Avrebbe forse pensato a due parenti stretti sconvolti da un lutto improvviso... Gaetano e Tommaso non erano più coscienti del mondo che li circondava, ma solo l'uno della presenza dell'altro, vera, reale, tangibile, concreta anche se incredibile.
"Sei vivo! Sei vivo Maso! Dio sia lodato, sei vivo! Oh mio Maso!" mormorava l'uno.
E l'altro faceva eco: "Non t'hanno ucciso, non era vero! Tano, mio, mio Tano! Mio, mio, mio! Non era vero..."
A poco a poco si calmarono, almeno in parte.
Si staccarono quasi a malincuore e Gaetano disse: "Devi venire a casa mia, raccontarmi tutto... aspetta, avverto Renzo ed andiamo."
"Certo." assentì l'altro, "Certo, mio Tano!"
Questi andò nel retro, disse che doveva assentarsi per il resto della giornata per un improvviso impegno ed affidò al capo-lavorante la bottega. Questi gli chiese, preoccupato:
"Qualche problema, Mastro Lugato? Avete una faccia... come se aveste visto una fantasima. Vi sentite bene?"
"Eh? Ah sì, sì, sto benone. Ma ora devo andare. Pensa tu a tutto, e anche ad aprire domattina." e tornò veloce in bottega, prese Tommaso per mano sussurrandogli: "Vieni!" ed i due volarono fino alla casa di Gaetano.
Qui giunti, appena richiusa la porta, furono di nuovo l'uno nelle braccia dell'altro e si strinsero in silenzio, quasi ad accertarsi ancora che l'altro non fosse solo una visione, che fosse reale, in carne ed ossa.
"Oh Maso! Oh mio Maso... vieni, andiamo di là. Devi raccontarmi tutto... tutto..."
Sedettero sul sofà, stretti, quasi temessero che qualcuno o qualcosa potesse nuovamente separarli. Tommaso notò l'anellino al dito dell'amico.
"Hai ancora il nostro anello... anch'io, guarda."
"Ma dimmi, vivi qui a Roma?"
"Sì, dietro alla caserma Serristori."
"Ma da quanto?"
"Un anno."
"Io son qui da due! E non ci siamo mai incontrati, mai visti!"
"Oggi sì..."
"Grazie a Dio! Ma raccontami tutto di te, di questi dodici anni. Io t'avevo visto cadere nel Tevere, ti credevo annegato..."
"Sì, ero caduto e l'ultima cosa che ricordo di quel momento eri tu che gridavi ed un brigante era alle tue spalle e ti stava venendo addosso... Poi la caduta. Devo aver battuto la testa, il tonfo in acqua m'ha fatto riprendere coscienza, la corrente rapida mi trascinava a valle. Io facevo disperati tentativi per restare a galla, ma era una lotta che sembrava persa e solo il senso di urgenza di tornare da te che eri in pericolo mi dette la forza disperata di resistere. Poi ricordo che, non so dopo quanto tempo, riuscii ad aggrapparmi ad alcuni rami che lambivano le acque e la mia corsa folle cessò. Con le mie ultime forze, a poco a poco riuscii a raggiungere la riva, ad inerpicarmi a tornare all'asciutto. Ed allora crollai, persi la conoscenza. Credo di essere tornato in me il giorno dopo, perché era prima mattina. Ero ancora inzuppato, coperto di lividi, graffiato, malconcio. Vidi che ero quasi nel punto in cui il Tevere si apre nel lago di Corbara. Errai un po' fra gli sterpi ed i cespugli cercando la strada. Trovatala, la costeggiai verso valle. Ero dolorante, debole, bagnato fradicio, stravolto. Camminai per ore, credo, finché giunsi a Corbara. Qui un'anima generosa ebbe pietà del mio aspetto e mi soccorse. Gli raccontai l'accaduto e gli dissi che volevo tornare su a cercarti.
"Figlio mio: o i briganti l'hanno ucciso e allora è inutile che torni su, non potresti fare più nulla per lui, o si è salvato e allora non è di certo più lassù. Ma di qui... non è passato nessuno."
Mi curò, mi fece riposare, mi nutrì per tre giorni. Mi offrì anche un lavoro: era il fornaio del paese e mi avrebbe insegnato a fare il pane. Ma io non potevo restare lì, dovevo cercarti, sapere. Allora pensai che la cosa migliore da fare sarebbe stato tornare a Civitanova: se eri salvo certamente ti avrei trovato là o almeno avrei avuto tue notizie. Il fornaio, quando gli dissi che cosa intendevo fare, dapprima cercò di dissuadermi. Poi mi suggerì di unirmi ad una carovana, per un ritorno più sicuro. Ma io non volevo aspettare, avevo già perso troppo tempo.
Allora, fattimi rammendare i miei panni dalla moglie, mi regalò una copertella per la notte, un po' di cibo, una fiaschetta di vino e ci salutammo. Risalii prendendo la via del ritorno. Camminai per giorni. A volte facevo tratti di strada con altri viandanti ma il più delle volte da solo. Il cibo finì e così un po' lo mendicai, un po' rubacchiai frutta nei campi finché arrivai a Colfiorito. Qui dovetti fermarmi perché ero in preda ad una brutta febbre e le gambe non mi reggevano più. Di nuovo ebbi fortuna, perché il prevosto di Colfiorito mi ospitò e mi curò, impietosito dalla mia storia.
Appena mi fui ripreso il prevosto mi disse che uno del paese doveva traversare i monti per recarsi a Muccia, nella Marca, e che avrebbe potuto farmi da guida per i sentieri in cui da solo avrei potuto perdermi. Così ripartii. Da Muccia, poi, tutta la strada è praticamente in discesa e mi fu facile tornare a Civitanova dopo altre giornate di marcia.
Corsi al magazzino. E lì, lo zio che era tornato mi disse che tu eri stato ucciso dai briganti. Ne ebbi un colpo tale che svenni e dovettero mettermi a letto con una febbre da cavalli per parecchi giorni.
Quando mi fui ristabilito lo zio mi disse severo che nel delirio avevo parlato e così lui aveva capito la relazione "immonda" che avevamo avuto io e te, e che perciò non poteva più tenermi con sé. Fu tanto generoso da donarmi un vestito, alcune monete, e mi mise alla porta ingiungendomi di sparire da Civitanova e dalla sua vita, per sempre.
A me non importava più star lì, non m'importava più nulla di nulla, ormai. Così risalii lungo la costa, verso Ancona, pensando di cercarmi un qualsiasi lavoro che mi permettesse di sopravvivere. Arrivato al Porto di Recanati mi fermai nella pineta per bagnarmi in mare. Lasciate le mie poche cose sulla riva, mi tuffai in acqua e nuotai a lungo. Quando tornai a riva, però, tutte le mie cose erano scomparse, danari ed abiti, rubati. Mi ritrovai perciò lì, nudo come un verme, senza sapere che fare. Sentii che qualcuno stava arrivando e, vergognandomi di essere visto in quello stato, mi nascosi dietro un cespuglio che scorsi lì vicino. Vidi arrivare un ragazzotto sui sedici anni: era vestito bene ed era solo. Si guardò attorno, pensò di essere solo, si denudò ed andò a tuffarsi. E allora mi venne l'idea di approfittare dell'occasione e di rubargli a mia volta gli abiti. Corsi dove li aveva lasciati e cominciai freneticamente ad indossarli convinto che l'altro fosse lontano, in acqua. Quello invece, o che mi avesse visto o che volesse proprio solo fare un tuffo, corse verso di me gridando. Tentai la fuga, ma le brache infilate a metà m'intralciarono e caddi. Quello mi fu sopra. Lottammo. Anche se era più giovane di me, quello, aveva un corpo pari al mio ed inoltre io ero stanco, malnutrito, sfiduciato mentre lui era forte, solido, infuriato così ebbe presto il sopravvento.
Quando m'ebbe immobilizzato, ansante, mi chiese, trafiggendomi con uno sguardo irato, perché gli volessi rubare gli abiti. Glielo spiegai. Lui mi stava sempre sopra, nudo e io sotto, seminudo. E ci rendemmo conto di essere tutti e due in stato di eccitazione, forse anche per la lotta corpo a corpo. Il ragazzo, ascoltata la mia storia, sembrò addolcirsi.
"No, non ti porto dalle guardie. Anzi, vedrò di procurarti qualche panno... mi sei simpatico, ladro!"
"Non avevo mai rubato, io... lo giuro." protestai.
L'altro, sempre standomi sopra, fece una cosa che non mi sarei aspettato: mi sfregò i capezzoli, mi carezzò il petto, i fianchi. Io fremetti sotto di lui.
"Come ti chiami?" chiese quello continuando a sfregarmi i capezzoli ed a carezzarmi.
"Maso... e tu?"
"Carlo. Hai un bel corpo. Un po' magro, ma... ben fatto. Anche qui." disse piazzandomi una mano sul mio arnese duro e palpandomelo. Io fremetti e chiusi gli occhi. "Ti piace, eh?" chiese lui continuando ed io annuii. "Anche a me piace. Toccami anche tu, dai!"
Un po' perché ero suo "prigioniero" per così dire, un po' perché ero eccitato, un po' perché lui era bello, lo toccai anche io. Carlo mi scese sopra e mi baciò in bocca. Cominciammo a fare l'amore. Forse ne avevo bisogno, avevo bisogno di un corpo ma soprattutto di un po' di calore, così dopo mi sentii meglio. Quella prima volta ci limitammo a venire così, toccandoci e strofinandoci l'uno contro l'altro.
Carlo, dopo, mi disse di aspettarlo lì. Si rivestì e corse via. Attesi forse un paio d'ore.
Tornò con un involto: "Ecco, sono panni miei, tanto abbiamo pressappoco la stessa corporatura. Tieni, vestiti."
Lo ringraziai e mi vestii. Erano panni buoni e mi faceva uno strano effetto sentirmeli addosso, Era piacevole, parevano una carezza.
"E adesso cosa fai? Che pensi di fare?" mi chiese lì nella pineta quando fui rivestito.
"Non lo so, non ho idea. Non ho casa, non ho soldi, non ho cibo... sono solo."
Carlo sembrò valutarmi, poi mi disse: "Senti, io ci ho pensato su mentre andavo e tornavo. Tu... quello che s'è fatto prima io e te... per te è la prima volta?"
"No, affatto."
"E ti piace, vero?"
"Sì, certo."
"Le altre volte... sempre con maschi?"
"Sì, solo con maschi."
"Anch'io. E non è facile trovare un amico, qui. Io, qualche volta, l'ho fatto con un marinaio di passaggio, ma il più delle volte sono solo. Vorresti essere mio amico, restare con me? Tu mi piaci."
"Perché no? Anche tu mi piaci. Ma... come?"
"Mio zio è ebanista su a Recanati, dove vivo anch'io. Ora siamo qui al mare solo per una decina di giorni. E credo che lui potrebbe prenderti a bottega come garzone e darti di che vivere. E così ci si potrebbe vedere, stare assieme. Ti andrebbe?"
"Sì, certo."
"Allora vieni. Prima ti presenterò a mio padre e mia madre, poi, con loro, si vedrà se lo zio Francesco ti prende a bottega."
"Ma... cosa dirai ai tuoi? Cosa diranno nel vedermi coi tuoi panni indosso?"
"Dirò la verità: che t'hanno derubato e che io t'ho soccorso. Beh, solo questa parte della verità, s'intende, non il resto." disse lui ridacchiando.
Così mi stabilii a Recanati per tre anni, lavorai a bottega e diventai l'amico intimo di Carlo. Beh, capisci, credevo che tu fossi stato ucciso..."
Gaetano sorrise ed annuì: "Vai avanti." gli disse con dolcezza.
"Io e Carlo non eravamo veri amanti, ma solo due amici a cui piace stare assieme, a cui piace fare l'amore assieme. Ma stavamo bene. Io avevo trovato una stanzetta senza finestre nell'androne di una casa e a sera Carlo veniva spesso a trovarmi. Ci si chiudeva dentro, ci si spogliava, ci si stendeva sul mio pagliericcio e si passavano piacevoli ore assieme. Anche se era più giovane di me, forse grazie alle sue esperienze con i marinai, non so, sapeva fare all'amore davvero bene. Poi lui si innamorò del figlio minore del Marchese Passeri, un giovane di ventidue anni, e ne divenne l'amante, così non tornò più a fare l'amore con me. Io allora sentii che non avevo più motivo di restare in quella piccola città in cui non avevo amici. Non che stessi male, padron Francesco era buono e mi trattava bene. Stavo imparando un nuovo mestiere. Ma in me stava maturando l'idea di andarmene.
L'occasione mi si presentò durante la fiera di San Vito, il patrono di Recanati. Io stavo a guardare il gioco del pallone dagli spalti delle mura quando notai accanto a me un uomo non ancora sulla trentina. Era vestito in modo curioso, un po' vistoso, originale. Era un bell'uomo, con il volto allegro ed un sorriso aperto. Seguiva il gioco con passione, gridando di tanto in tanto incitamenti.
Quando si accorse che lo guardavo, mi sorrise, ammiccò verso di me e mi disse: "Non mi stancherei mai di guardarli giocare: che uomini! Forti, belli, nel fiore della giovinezza! Uno spettacolo!"
Notai che aveva un accento straniero. Chiacchierammo e seppi che infatti veniva dal Regno delle due Sicilie. Era un saltimbanco ambulante e girava da una fiera all'altra. Mi mostrò un libriccino che aveva in tasca, con su stampate tutte le date ed i luoghi delle fiere, un lunario insomma, e mi mostrò il suo programma. Chiacchierammo ancora, poi lui volle offrirmi un po' di vino ed andammo a sedere in un'osteria. Infine mi invitò ad andare a vedere "casa sua". Era un carro coperto da un tendone, tirato da un mulo, che lui aveva sistemato vicino alla chiesa di San Francesco, fuori le mura. Saliti sul suo carro lui mi mostrò alcuni cimeli, ricordi. Gli chiesi del suo lavoro e me ne parlò.
Poi mi disse: "Sai, io sono pure contorsionista." e mi fece vedere alcune incredibili pose: pareva fatto di gomma. Io ridevo e facevo il gesto di applaudirlo. Poi sedette sorridendomi.
"Sei uno che si scandalizza tu?" mi chiese con aria maliziosa.
"No..." risposi senza capire il perché di quella domanda.
"No eh? Allora ti faccio vedere un esercizio speciale, che non ho mai fatto vedere a nessuno... guarda..." e lì, nel suo piccolo carro, sotto i miei occhi esterrefatti, lui si piegò, si piegò su se stesso, il suo corpo si chiuse ad anello, le sole spalle poggiate giù, le sue ginocchia arrivarono ai fianchi del capo ed oltre ed il suo corpo formava un cerchio perfetto. Allora trafficò con le mani sulle sue brache, le aprì e ne estrasse un membro lungo e sodo, già ritto. Con una mano lo puntò verso la propria bocca, e si piegò ancora e ancora fino a farvelo entrare per un buon terzo. E allora cominciò a succhiarselo da solo! Io lo guardavo con gli occhi sbarrati. L'uomo se lo succhiò per un po' poi riprese la posizione normale, sedendo davanti a me, le gambe allargate, le brache aperte, la sua verga esposta e lucida, dura e palpitante.
"Hai visto?" chiese trionfante.
"Sì... incredibile!" dissi io ancora stupito e d'istinto allungai una mano e gli toccai l'arnese. Lui sorrise e si lasciò toccare.
"Che effetto fa... farselo da soli?" gli chiesi.
"Beh, piacevole. Ma è più bello in due, non credi?"
Annuii e senza bisogno di altre parole mi chinai sul suo grembo e continuai quello che lui aveva cominciato. Lui allora frugò nei miei panni, me li aprì, si girò e mi rese lo stesso piacevole servizio.
Alla fine, dopo che avevamo bevuto l'uno il caldo seme dell'altro, si girò di nuovo e mi disse: "Sì, è molto meglio in due. Ma... io mi chiamo Enzo. E tu?"
"Maso."
"Maso, perché non vieni via con me?"
Accettai quasi subito. Andai a salutare padron Francesco, Carlo, presi le mie poche cose, tornai al carro di Enzo e partimmo. Enzo mi insegnò alcuni giochi d'abilità (non solo quelli erotici, in cui era comunque bravo) ed io iniziai a fare spettacoli con lui di fiera in fiera, di città in città. E si faceva l'amore tutte le notti. Enzo non era un tipo romantico come me, o te. Per lui fare l'amore era più che altro un istinto da placare, come mangiare. Ma lo faceva in modo assai piacevole. E comunque era allegro e simpatico e si stava bene con lui. Restammo assieme per quattro anni, senza mai avere problemi. Quella vita raminga aveva le sue scomodità ma anche il suo fascino.
Eravamo a Firenze. Dopo lo spettacolo uno degli spettatori venne a parlare con noi. Ci lodò per la nostra bravura, soprattutto di Enzo, ci chiese di dove venissimo, se fossimo parenti... infine ci offrì una cena alla locanda. Non si rifiutavano mai simili offerte. Durante la cena l'uomo si scusò e si alzò per andare al cesso.
Allora Enzo mi disse: "Hai visto quello come ti guarda? Muore dalla voglia di fare all'amore con te, quello. E è un bell'uomo, ricco, gentile..."
"Ma va là!" risposi io che non avevo notato nulla.
"Guarda che io certe cose le capisco al volo e non mi sbaglio. Come avevo capito di te quella volta. C'è un certo modo di guardare, una certa luce speciale negli occhi. Quello ti desidera, te lo dico io. Ma a te, piace quell'uomo?"
"Beh, sì, è davvero un bell'uomo, ma..."
"E non ci faresti l'amore?"
"Penso proprio di sì, però... A te non dispiacerebbe?"
"E perché? Siamo due uccelli liberi, io e tu. Quando torna andrò io al cesso, così vi lascio soli. Datti da fare, Maso! fagli capire che tu ci staresti. Le occasioni perse non tornano, ricordatelo!"
Così avvenne. L'uomo tornò ed Enzo ci lasciò soli. Io allora mi mostrai interessato a lui e quello stette al gioco e di parola in parola, di sorriso in sorriso, scoprimmo le nostre carte.
"E non vi siete mai sposato?"
"Sì, a vent'anni feci l'errore di sposarmi, ma la lasciai dopo pochi mesi e tornai libero... come l'aria."
"Come mai, vi tradiva?"
"Macché. Era che m'accorgevo che fare il mio dovere di marito con lei mi pesava sempre più. M'accorsi che a me, in realtà, con qualsiasi donna mi sarebbe pesato."
"Davvero. Neppure a me in verità le donne m'attraggono... vi capisco."
Lui allora ruppe gli indugi. Mise una mano sulla mia e disse: "Tu invece m'attrai incredibilmente. Solo a starti vicino mi sento tutto in fiamme."
"Anch'io..." risposi.
"Ma, dimmi, il giocoliere è il tuo amante?"
"No, siamo solo amici."
"Perciò... potresti venire da me, stanotte..."
"Se voi lo desiderate... con molto piacere."
Così, terminata la cena, salutammo Enzo e seguii l'uomo a casa sua. Ero emozionato. Davvero il solo stargli vicino mi metteva in fiamme, era molto sensuale. Oh, Tano, non dovrei forse dire queste cose proprio a te... Perdonami."
"Stai tranquillo. Mi credevi morto, lo capisco bene. Anche io, come ti racconterò poi... Ma prosegui, ora, ti prego." gli disse Gaetano carezzandolo teneramente.