"Fu una notte splendida e quando la mattina seguente lui mi propose di fermarmi a Firenze, di restare con lui, mi sentii molto tentato di dirgli di sì. Si chiamava Donato, aveva trentuno anni e faceva l'orafo; aveva una bottega a Ponte Vecchio e viveva da solo sopra la bottega. Alla mia indecisione, si fece insistente, finché accettai la sua proposta. Andai a vivere da lui. Ufficialmente ero il suo garzone e dormivo in bottega, in realtà divenni il suo amante e dormivo con lui, nel suo letto. E molto presto mi innamorai di lui.
Aveva una vecchia madre che ogni tanto si andava a trovare assieme.
Una volta la madre, mentre lui non sentiva, mi disse: "Donato da quando ha te a bottega pare un altro, è più allegro, più vivace, non so. Gli fa bene un po' di compagnia."
Mi chiesi se avesse intuito qualcosa o se avesse detto quelle parole senza doppio significato. Comunque mi fecero piacere. Era molto dolce, Donato. Con lui ho passato giornate molto belle... e nottate molto calde. Aveva una resistenza fisica davvero eccezionale: a volte mi prendeva per ore di seguito portandomi alle stelle. E si lamentava un po' che quando lo prendevo io non resistessi altrettanto.
A lui piaceva fare l'amore al buio: non l'ho mai visto nudo. Eppure, a toccarlo, direi che aveva un corpo davvero ben fatto. Ma lui chiudeva sempre tutti gli scuri, spegneva tutte le luci e solo allora ci si spogliava, al buio e al buio si faceva l'amore. Il mattino ci si rivestiva al buio e, solo dopo, lui riapriva gli scuri e lasciava entrare il sole. All'inizio pensai che volesse celarmi qualche segreto, che avesse qualche deformità di cui si vergognava, ma le mie mani a poco a poco presero a conoscerlo bene ed il suo corpo mi pareva sano e ben fatto.
Quando una volta gli dissi che avrei voluto vederlo nudo, esser visto da lui nudo, mi rispose con tono deciso: "No. La nudità non la si deve mostrare mai, a nessuno, per nessun motivo!"
Il tono era stato così perentorio che non insistetti.
Poi la madre di Donato morì. Anche se era anziana, per lui fu un brutto colpo. E smise di fare l'amore con me. Si dormiva ancora assieme, semiabbracciati, ma se io cercavo di suscitare il suo desiderio lui, con dolcezza, mi faceva desistere. All'inizio pensai che sarebbe stato solo un periodo legato al dolore per la perdita di sua madre, ma i mesi passavano e lui continuava a non voler fare l'amore.
Infine, un anno fa, mi disse: "Maso, io capisco che tu sei giovane e che hai bisogno di fare l'amore. Ma io... io non mi sento più. Non per causa tua. Sei sempre nel mio cuore, tu. E mi piaci sempre. Ma... non mi sento più, perdonami."
"Passerà, Donato. Possiamo aspettare."
"No, caro. Ci ho pensato su parecchio, in questi giorni. È tempo che tu vada, che tu ti faccia la tua vita, che tu trovi un amante che sappia darti ciò di cui hai bisogno. Io lo sento, il tuo bisogno, il tuo desiderio, sai? E prima, sentirlo, m'avrebbe acceso come uno zolfanello, lo sai. Ora non più. Non è colpa tua, credimi. Sono io che mi sento cambiato."
Discutemmo, io insistetti che volevo restare, provarci ancora, perché ero innamorato di lui. Ma lui fu irremovibile.
Volle regalarmi parecchi soldi: "Non puoi cominciare una nuova vita dal nulla. E poi, visto che non riesco più a darti il mio corpo, prendi almeno questo povero sostituto come prova del fatto che, anche se il mio corpo non reagisce più, io ti amo."
Alla fine accettai. Mi chiese dove volessi andare.
"A Roma." decisi io.
Mi pagò il calesse per Roma, mi salutò e lo vidi sull'angolo della piazza agitare la mano finché la carrozza girò un angolo e non ci vedemmo più."
"Ti manca?" gli chiese Gaetano.
Maso lo guardò stupito: "Scherzi? Ora che ho ritrovato te? Tu, tu solo mi sei sempre mancato. Anche quando stavo con Donato e tutto andava bene, credimi, tu eri sempre nel mio cuore e mi mancavi terribilmente. Nessuno mai ha potuto, potrà mai sostituirti nel mio cuore. Sì, ho amato Donato, perché era amabile, ma soprattutto perché ero certo di averti perso per sempre ed io, scusami, io avevo bisogno di sentirmi amato, perciò prendevo l'amore dove lo trovavo. Un surrogato pallido al tuo amore, che mi mancava tanto. Non ho mai tolto il nostro anellino, sai, e questo per me era ben più che un ricordo, era un simbolo di un amore unico, irripetibile. Come puoi chiedermi se mi manca?"
"No, no, scusa, mi sono espresso male... volevo solo sapere se ti era mancato, quando sei venuto a Roma..."
"Beh, un po' sì. Ma mai quanto mi sei mancato tu in questi dodici anni. Non è neanche lontanamente paragonabile."
"Lo so, per me è stato lo stesso, Maso, lo so. Ma poi... sei venuto a Roma un anno fa. E che hai fatto in quest'anno?"
"Arrivato a Roma sono andato da un conoscente di Donato, anzi un lontano parente, per cui lui m'aveva dato una lettera. Questi mi affittò un quartierino dietro la caserma Serristori, dove ancora vivo, e mi presentò ad un suo amico, bibliotecario. Così fui assunto come scritturante nella biblioteca del conte Colonna, in Piazza Santi Apostoli, dove lavoro tuttora."
"Piazza Santi Apostoli? Quante volte ci sono passato! Se ti fossi affacciato ad una finestra mentre passavo..."
"Ma per fortuna son passato io a Fontana di Trevi..."
"E in quest'anno... nessun amante?"
"No. Solo piccole cose..."
"Raccontamele. Voglio sapere tutto..."
"Beh... In inverno, era un sabato, tornavo a casa a sera. Poco prima del mio portone vedo un uomo che barcolla. Mentre mi avvicino, guardandolo e pensando che forse sta male, lo vedo cadere e restare immobile a terra, come una marionetta disarticolata. Corro a soccorrerlo, sperando che non sia morto. È vivo e quando cerco di scuoterlo mi accorgo di due cose: uno, che è solo ubriaco fradicio e, due, che è giovane e molto bello. Cerco di rianimarlo, di farlo alzare, gli chiedo chi sia, dove abiti. Ma quello farfuglia qualcosa, non riesce ad alzarsi in piedi, non capisce nulla. Lì per lì rinuncio. Lo lascio a terra e vado verso il mio portone. Mentre lo apro, inizia a nevicare. Mi giro a guardare quel fagotto che è l'ubriaco e vedo che la neve già comincia ad imbiancarne la figura. Penso che non posso lasciarlo lì, sotto la neve: sarebbe certamente morto assiderato. Così torno verso di lui, gli faccio passare un braccio sotto le ascelle e, di peso, lo porto, anzi lo trascino, su per le scale fino a casa mia. Sono appena riuscito a farlo entrare, lo lascio un attimo per chiudere la porta e quello vomita anche l'anima, sporcandomi il pavimento ed imbrattandosi tutti gli abiti. Allora, lì in ingresso, lo spoglio, lo ripulisco e pulisco in terra, metto i suoi panni in una tinozza piena d'acqua, quindi lo trascino fino in camera mia e lo sistemo sul mio letto.
Torno a finire di pulire, cambio l'acqua ai panni e, stanco per quell'imprevista sfacchinata, torno in camera da letto chiedendomi dove potrò dormire, visto che ho un letto solo. Lui è lì, nudo come mamma l'ha fatto e dorme ronfando appena. Lo guardo ora con più attenzione: è davvero bello, molto, molto bello. Esito un po' ma alla fine non so resistere: mi spoglio, mi stendo accanto a lui e copro i nostri corpi con le coperte. E lo accarezzo. Lui freme, il suo corpo risponde. Non ho fatto nulla più che carezzarlo, non avrei mai profittato di un essere incosciente. La mia idea era di godere della sua vicinanza, del suo calore, e poi di rivestirmi il mattino prima che si svegliasse ed andare in cucina ad attendere che tornasse in sé. Con una sbronza come la sua, ero certo, avrebbe dormito fino a mezzogiorno. Così, abbracciato a quel corpo dolce e bellissimo, m'addormento beato, lieto di sentire finalmente il calore di un corpo contro il mio dopo mesi.
Lui, invece, si sveglia di primo mattino e mi desta la sua voce allarmata che dice qualcosa come: "Oh dio! Dove sono? Dov'è qui? Chi è lei?"
I nostri occhi si incontrano: io sono imbarazzato, lui in preda allo stupore. Poi si accorge di essere nudo e poi che lo sono anche io, che le nostre gambe sono intrecciate, un mio braccio ancora gli cinge un fianco. Io mi svincolo da quella posizione, e comincio a spiegargli come l'ho trovato, cos'era successo, come l'avessi portato su.
E lui mi dice con un tono di blanda accusa: "E così, questa notte, lei ha approfittato di me."
"No, no, lo giuro. Io ti ho solo... accarezzato, nient'altro. Eri così bello che... non ho saputo resistere, ma non ho fatto altro, davvero."
Lui non mi crede, si vede dallo sguardo. Si scopre, si tocca il membro, asciutto, si tocca fra le natiche, poi dice, passando al tu: "Già, forse dici la verità..."
Scoprendosi aveva scoperto anche me. Lui guarda il mio corpo nudo, su e giù, più volte. Io non so che fare, che dire.
Poi lui dice: "Fa freddo. Ricopriamoci. E... i miei vestiti?"
"A mollo, te l'ho detto. Eran pregni di vomito..."
"Così ora mi tocca a restar nudo! È domenica, oggi, no?"
"Sì, certo."
"Domattina devo essere in caserma."
"Sei soldato?"
"Son venuto ad arruolarmi nella Guardia Svizzera."
"Ma... non sei svizzero, tu. Parli perfettamente italiano."
"Svizzero purosangue, di Appenzell da sei generazioni. Ma mio padre s'è trasferito a Milano quando io avevo due anni. Ecco perché parlo bene la vostra lingua."
"Per domattina i tuoi abiti saranno lavati ed asciutti..."
"Devo perciò restar nudo così per tutta la giornata." disse ridacchiando il ragazzo.
"Posso prestarti abiti miei."
Il ragazzo mi guardò, poi con mia sorpresa, sotto la coperta mi posò una mano sul petto e lo carezzò lievemente.
"Ma che fai?" gli chiesi sorpreso ma anche emozionato.
"Hai detto che m'hai carezzato, stanotte, no? Adesso perciò tocca a me. Ho visto che hai un bel corpo, e mi piaci. Non t'andrebbe di fare l'amore con me, adesso?"
"Sì, certo..." risposi io un po' stupito ma già eccitato.
"Anche a me va. Dai, allora!" disse allegro e si tuffò sotto le coperte e mentre le sue mani esploravano il mio corpo, sentii le sue labbra suggermi un capezzolo, poi giù giù con la lingua sul mio petto, sul ventre, fino a raggiungere la sua meta. Era un vero puledro in calore.
Quando cercai di rendergli le sue piacevoli attenzioni, lui mi bloccò e mi disse: "No, adesso tocca a me, te l'ho detto..." e riprese a darmi piacere e a farmi eccitare finché sentì che ero tutto un fremito. E allora mi si offerse: "Adesso tocca a te: dai, fottimi! Ma dopo io fotterò te, d'accordo?"
"D'accordo." gli risposi andandogli sopra con piacere. Era giovane, aveva diciannove anni, ma era un amatore esperto. E focoso.
Dopo, mentre ci si rilassava soddisfatti, lui mi dice: "Ah, a proposito, io mi chiamo Jackob Rudolf Franziscus Bürer. E tu, come ti chiami?"
"Io Tommaso Galamini, ma mi chiamano Maso."
"Ciao Maso, piacere. Me, chiamami Rudi."
Ci coprimmo con due mie vestaglie ed io preparai il pranzo. Mangiammo chiacchierando come due vecchi amici. Mi raccontò di sé, con molto umorismo. Seppi così che lui aveva scoperto di amare i maschi addirittura all'età di undici anni! Mi raccontò che era salito sui tetti di casa sua per tentare di riprendere il suo gattino che era scappato, quando dalla finestra di un abbaino vide uno studente universitario che abitava lì all'ultimo piano che stava tutto nudo in mezzo alla propria stanza assieme ad un ragazzo nel quale riconobbe il figlio del pizzicagnolo, anche questo nudo. Il ragazzo era inginocchiato davanti all'altro e glielo succhiava. Rudi, incuriosito, non visto, si fermò a spiare la scena: non aveva mai visto due maschi "giocare" in quel modo e gli parve un gioco interessante. Li spiò e vide che dopo un po' il giovanotto faceva alzare il ragazzo, lo faceva girare e lo penetrava e dal volto dei due capì che doveva piacere molto a tutti e due. E decise che voleva giocarci anche lui. Così, semplicemente saltò dentro dalla finestra aperta. I due erano terribilmente imbarazzati e, specialmente il ragazzo, preoccupati. Gli chiesero di non dire a nessuno quello che aveva visto.
Rudi promise, ma disse che in cambio voleva "giocare" anche lui... Lo accontentarono e se lo misero in mezzo. E a Rudi piacque molto.
Gli chiesi: "Ma non ti fece male la prima volta che ti facesti prendere?"
"No, macché. Anzi, mi piaceva moltissimo sentirmi quei due arnesi caldi dentro, uno di dietro e uno davanti, contemporaneamente." mi rispose con un gran sorriso.
Per un po' continuò a farlo con lo studente e con le sue occasionali conquiste, poi cominciò anche a trovarsi da solo compagni disponibili e divenne via via più selettivo: non gli importava l'età dei suoi compagni, purché fossero belli e puliti. Mi raccontò che a volte si accompagnava anche a due o tre diversi maschi nell'arco della giornata.
Mi piaceva la sua allegria, il senso dell'umorismo con cui mi raccontava le sue esperienze. Lui poi si lavò i propri panni e li stese accanto alla stufa. Nel pomeriggio mi chiese di fare di nuovo l'amore. A sera volle tornare alla sua locanda dove aveva tutto il suo bagaglio.
"Ci rivedremo, Rudi?"
"Non so. Mi piacerebbe ma credo che sarà difficile. Se potrò però torno da te: mi sei piaciuto molto."
"Dicono che nella guardia svizzera i soldati lo fanno fra di loro, che sono quasi tutti così..." gli dissi.
Ridacchiò: "Non lo so ancora, ma lo spero. È uno dei motivi per cui mi voglio arruolare. L'ho sentito dire anch'io..."
Andò via. Lo rividi solo ad inizio estate. Aveva avuto una licenza premio e tornava a Milano dai suoi per alcuni giorni. Volle fermarsi da me per una notte e fare l'amore.
"È vero, sai: parecchi lo fanno, almeno i tre quarti di noi. E mi sono trovato un amante, uno che è arruolato da quattro anni. Nella nostra camerata da sei siamo tre coppie, siamo riusciti a farci mettere assieme così a due a due si può fare tranquillamente l'amore anche di giorno con la protezione degli altri quattro. Se dovesse passare la ronda, quelli fuori fanno un segnale ai due dentro e così non ci sono rischi. Beh, di notte non c'è problema, si capisce..." disse ridacchiando.
"Ma se hai un amante... come mai sei venuto a farlo anche con me?" gli chiesi.
"Perché mi piaci, no? Mica crederai che mi accontenti solo di uno, no? Anche lui, d'altronde, ha le sue avventure, di tanto in tanto. Io e lui siamo la zuppa, senza la quale non vivi, ma le nostre avventure sono il condimento che la rende gustosa." mi rispose ridendo, "E tu sei un condimento molto saporito!".
Comunque quella fu l'ultima volta che lo vidi."
"Altre storie più lunghe?"
"La più lunga è durata quattro mesi. Si chiamava Pio, come il Papa. Un ragazzotto di Trastevere di ventuno anni. Avevo comprato un sacco di riso e chiesto al bottegaio di farmelo portare a casa. Venne appunto Pio.
Posato il sacco, si guardò attorno e mi disse con un sorriso simpatico: "Se è carino qui da voi, signore."
"Ti piace la mia casa?"
"Sì, perché è 'na casa allegra e luminosa. Che mica ve dispiace de mostrammela tutta?"
Un po' sorpreso, acconsentii.
Arrivati in camera da letto, lui dice: "Ammazzete se è granne! E dev'esse morbido! Mica posso provallo? Mica ve lo sporco, eh! Me levo le scarpe. Ma io dormo su un pajericcio de fojie e non ho mai provato un letto vero..."
Sorrisi ed annuii. E pensai, guardandolo con attenzione, che mi sarebbe piaciuto salirci con lui, sul mio letto. Mi dava l'idea d'un galletto ruspante. Lui si leva le scarpe e si butta sul letto, le braccia e le gambe larghe e noto che la sua braca ha una dolce curva promettente al punto giusto.
"Che bello, signore mio! Qui se sta proprio da papi! E po' è granne, ce se starebbe bene pure in tre... o magari anche in due sortanto, pe fa certe cosette..." dice e mi fa l'occhietto. Sto pensando ad una battuta per rispondergli ma lui prosegue: "Chisà quante pischelle ve ce portate voi qui sopra!"
"No, mai neanche una." gli rispondo.
Lui mi guarda con espressione meravigliata, poi s'apre in un sorriso furbetto e dice: "Mica c'è da vergognasse, no? Quanno questo comanna, l'omo obbedisce, e de corsa." e con una mano a coppa si tocca fra le gambe agitando un poco.
"E a te, ti comanda spesso?" gli chiedo allora.
"Embeh, sì, signore mio. So' giovinotto, se fa sentì, eccome!"
"E tu gli obbedisci?"
"Quanno posso. Se c'è 'na pischelletta che ce sta..."
"Ma... se non c'è?" incalzo io eccitato.
"Beh... alora... o questa o n'amico." dice mostrando una mano.
"Anche un amico?"
"E certo. La voja è voja, signore mio. E po' pure co n'amico po' esse' bbello."
"Sì, certo. Ma adesso... ti comanda?" gli chiedo allora.
"Embeh, un poco..." dice lui e mi guarda in silenzio, un mezzo sorriso sulle belle labbra.
"Poco... quanto?" insisto io.
E lui, tranquillo tranquillo: "Beh, se montate su 'sto letto, se potemo spojà e ve lo mostro..."
Non mi sono fatto pregare, mi sono spogliato, l'ho spogliato e sono salito sul letto. Pio era bello, sodo e disinibito, solo che non voleva prenderlo in bocca.
"Eh no! Se me lo volete mette de dietro, questo co l'amichi se fa, un bucio è un bucio. No? 'Na volta per uno, è chiaro. Ma la bocca! Co la bocca ce se bacia e basta."
Allora gliel'ho preso in bocca io.
"Diavolo, se è bello! Ma dite un po', nun ve fa brutto?"
"No, per niente, anzi, mi piace. E a te?"
"È bello, è bello, ve l'ho detto!"
Dopo un po' mi sono offerto a lui che, contrariamente a quanto m'aspettavo, mi prese con estrema delicatezza anche se con sana gagliardia. Poi lui si offerse a me.
"Ve dispiace se ve torno a trovà?" mi chiese mentre ci si rivestiva.
"No, anzi, ne sarei contento."
"Alora, domani quanno chiude bottega, eh?" disse lui.
Dopo un paio di settimane che ci si vedeva, volle provare a succhiarmelo e scoprì che gli piaceva. Veniva a trovarmi due o tre volte alla settimana e ogni volta arrivava con un piccolo regalo: un tocco di cacio, un pezzo di salame.
"Questo è per voi." mi diceva appena gli aprivo la porta e me lo porgeva, avvolto in carta di paglia, con un sorriso. Non ha mai voluto darmi del tu.
"Voi siete un signore e n'omo fatto, io so'n garzone e un pischello..." si giustificava.
Poi, dopo quattro mesi, appunto, cioè circa due mesi fa, mi dice serio serio: "Io, sapete, ve devo chiede perdono..."
"E di che?"
"Vedete, io c'avrebbe trovato 'na pischella che me piace e che ce sta e alora..."
"Non vuoi più venire da me."
"No, a trovavve ce verebbe pure, voi me piacete, ma però solo a trovavve, no ner letto, me capite?"
"Certo, ti capisco."
"Mica sete 'ncazzato co me, adesso?"
"No, Pio, ti capisco davvero: a te piacciono di più le donne che gli uomini."
"No, che c'entra. Se se sta bene, se sta bene. E co' voi bene ce starebbe pure, me piacete. Solo che però, co'na donna te ce poi sposatte, avecce li fiji, mette su casa. È solo quello, capite? E io su du letti nun ce vado: quanno venivo co' voi mica lo facevo co' l'artri. E così adesso, se lo faccio con la ragazza mia, capite... Tanto più che penzo de sposalla."
"Certo, ti capisco e fai bene."
"Senza rancori?"
"Senza rancori, certo."
"Io, però, stasera, ve vorei salutà in un modo un po' speciale, là sur vostro letto, perché me piacete, me piacete davero."
E quell'ultima volta è stata davvero speciale. Si vedeva, si sentiva che voleva soprattutto farmi contento, lasciarmi un buon ricordo di sé, e c'è riuscito.
E sulla porta, dopo avermi salutato, s'è girato e m'ha detto: "Voi sete er mejo omo de Roma, ve lo dice Pio. Ve auguro de trovavve un pischello come ve lo meritate!" ed è corso via giù per le scale. Ecco, Tano, questo è tutto."
Allora fu la volta di Gaetano di raccontare al ritrovato amante tutta la sua storia, nei dettagli. Parlarono per ore, carezzandosi di tanto in tanto ma senza andare oltre, quasi per dirsi che non c'era fretta, che ormai avevano davvero tutta la vita davanti. Ma a sera il reciproco desiderio ebbe la meglio e, a poco a poco, si avvicinarono fino a trovarsi e, finalmente, ad unirsi.
Fecero l'amore con tutta la loro dolcezza, la loro gioia, la loro passione e sembrò loro che quei dodici anni fossero scomparsi. Sembrò loro di essere ancora due ragazzi in un grande magazzino silenzioso, che scoprono a vicenda la sessualità e l'amore.