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una storia originale di Andrej Koymasky


pin TRILOGIA:

FRATELLI D'ITALIA

VOLUME 1: IL CAPORALE

VOLUME 2: TANO E MASO

VOLUME 3: ENRICO PICCIN


pin VOLUME 3
ENRICO PICCIN
di Andrej Koymasky © 2008
scritto il 2 febbraio 1996
CAPITOLO 1
UN MANOSCRITTO SEGRETO

Edgardo Piccin era fiero: il suo primogenito era un maschio. Gli mise nome Enrico come suo padre, Francesco come l'Imperatore e Gualtiero come suo suocero. Enrico Francesco Gualtiero Piccin: suonava bene.

Per il suo battesimo dette una gran festa a Palazzo Piccin, come lui l'aveva ribattezzato quando l'aveva acquistato dall'ultima superstite dei marchesi Shwatzke. Un bel palazzetto del Palladio, anche se qualcuno diceva che era solo opera di un suo allievo. Il notaio Piccin era sicuro che fosse proprio del Palladio, anche se non c'erano prove certe. Ma neppure ce n'erano che non lo fosse. E la mano del grande architetto, a suo parere, era evidente.

Non fu altrettanto fortunato con gli altri figli: la sua consorte mise al mondo, in ordine, Margherita, Leonardo, Sofia, Gerolamo, Chiara. Ma Leonardo morì venendo alla luce e Gerolamo all'età di due anni. Così Enrico rimase l'unico maschio, l'erede, il continuatore del nome. E quindi il Notaio Piccin riversò su di lui tutte le sue cure, le sue attenzioni.

Enrico crebbe sano e forte, allegro e vispo, intelligente, insomma il figlio che qualunque padre potrebbe sognare. Edgardo lo fece studiare in casa, procurandogli i migliori pedagoghi ed insegnanti. Il piccolo era il centro su cui gravitava tutta la vita domestica.

Quando ebbe dieci anni, ogni domenica, dopo messa e prima del pranzo, il padre lo portava a cavalcare. Per Enrico, più che la cavalcata in sé, più che il prezioso tempo che il padre gli dedicava, quelle uscite a cavallo rappresentarono una grossa novità, entusiasmante, perché finalmente usciva dal guscio protettivo del palazzo di famiglia in cui era sempre vissuto e vedeva "il mondo fuori".

Una delle prime cose che notò fu che non tutti sembravano vivere senza problemi come loro: passando in un villaggio, per la prima volta, vide gente misera, vestita di stracci, che aveva sguardi tristi. Chiese al padre chi fossero.

"Sono contadini, figlio mio."

"E perché sono così... così... vestiti male?"

"Perché sono contadini, appunto."

"I contadini devono vestirsi male?"

"No. Sono poveri, hanno troppi figli e pochi soldi."

"E perché sono poveri?"

"Perché non si sanno industriare, Enrico. E perché non hanno intelligenza. Chi si sa industriare ed è intelligente non resta in campagna, fa fortuna in città. E poi perché hanno troppi figli, più di quelli che potrebbero mantenere."

"Allora è una fortuna che siano così, altrimenti nessuno ci procurerebbe più il cibo, no?" disse il bambino.

L'uomo non seppe che cosa rispondere.

Ma Enrico vide anche che c'erano molti, specialmente fra i bambini e i ragazzi, che avevano occhi vispi, tutt'altro che poco intelligenti e intuì che qualcosa nella spiegazione del padre non quadrava. Non osava contraddire il padre, perciò tenne per se quel problema. Ma l'immagine di quegli occhi svegli, di quegli sguardi intelligenti, lo accompagnò a lungo.

Un'altra volta vide di nuovo i bambini, in un altro luogo: questi stavano guazzando nel Brenta, completamente nudi, gridando e spruzzandosi acqua felici.

"Perché si bagnano senza nulla indosso?" chiese al padre: quando lui faceva il bagno, che fosse nella vasca di casa o quando andava con la madre in villeggiatura, doveva sempre indossare le brache di tela.

"Non guardarli, Enrico. Sono scostumati. Son cresciuti liberi come piccoli selvaggi. Son solo contadini!" disse brusco il padre con voce piena di disprezzo.

Enrico pensò confusamente che doveva essere bello essere piccoli selvaggi: i ragazzini parevano divertirsi un mondo... ma non osò dir nulla.

Presto il piccolo Enrico si accorse che le spiegazioni, il modo del padre di vedere le cose non pareva sempre logico e inoltre non corrispondeva esattamente con quello dei suoi insegnanti. O per meglio dire, si accorse che ogni adulto aveva una sua diversa visione delle cose. E si chiese quale potesse essere quella giusta. Da una parte gli sembrava impossibile che non lo fosse quella del padre, ma dall'altra, anche quella dei suoi insegnanti non gli pareva che potesse essere sbagliata.

Per molto tempo segretamente coltivò questo dilemma. Ma cominciò a collezionare, dentro di sé, le varie spiegazioni contraddittorie che trovava. Ad esempio per quanto riguarda la storia, che lo appassionava. L'insegnante di storia, essendo uno specialista, doveva saperla lunga. Eppure le sue interpretazioni dei fatti non coincidevano con quelle di altri adulti, per lo meno non completamente.

Ed un giorno ebbe una parziale risposta a questo suo problema.

L'insegnante di arte gli disse: "Vedete, Enrico, il valore di un artista risiede nel fatto che sa vedere la realtà sotto luci diverse, non sotto una sola. La gente, chi più chi meno, ha una visione unilaterale della realtà che osserva: una cosa semplice come una mela, ad esempio. C'è chi, vedendo una mela pensa semplicemente che è un frutto dolce. C'è chi pensa che è sferica, chi si sofferma solo sul suo colore e così via. Rare sono le persone che vedono veramente una mela per quello che è o meglio per quello che può essere. L'uomo è miope. La mela infatti non è solo commestibile, rotonda, verde gialla o rossa, un frutto, un bell'oggetto. La mela è anche Adamo ed Eva, è il pomo della discordia, è Guglielmo Tell, è Newton, è un proiettile, un mondo, un universo..."

Ecco, si disse Enrico ormai adolescente, il problema è tutto qui. Ogni cosa può essere vista in mille modi ma molte persone ne colgono solo un aspetto e dicono che è tutto lì. Suo padre, i suoi stessi insegnanti, chi più chi meno, sono tutti miopi. E decise una cosa: io non voglio essere miope.

Perciò cominciò a rivedere a poco a poco tutte le convinzioni che gli avevano instillato dentro. Non fu né un lavoro semplice né breve, ma Enrico vi si applicò con diligenza. Questo provocò in lui un cambiamento visibile: divenne più taciturno, pensieroso. La madre se ne accorse e se ne preoccupò, ma il padre disse che non c'era assolutamente nulla di cui preoccuparsi: Enrico stava semplicemente diventando grande. A modo suo, aveva ragione. Un altro cambiamento fu meno visibile, ma più profondo: ormai Enrico non dava più nulla per scontato. Ed un giorno si disse: ecco, prima di ogni convinzione bisognerebbe sempre aggiungere la parola: forse.

Ma quando cominciò ad usare questa parola, si accorse che loro, gli adulti, ne erano estremamente disturbati, fino a rasentare il panico. Come quando disse al curato che certo, lui ci credeva, che "forse" Dio esiste. O come quando sua madre ebbe quasi un attacco di nervi perché le disse che lui "forse" le voleva bene. Quindi a poco a poco Enrico capì che questa parola era meglio usarla con estrema parsimonia, quando parlava con gli altri. Doveva tenerla per sé.

Enrico, fisicamente era piuttosto prestante: era snello ma forte, alto per la sua età; aveva un bel casco di capelli biondo scuro, ondulati morbidamente ed occhi verde-azzurri che, in particolari condizioni di luce, parevano brillare di mille minuscole pagliuzze dorate. Il naso dritto, labbra morbide e sensuali ma non troppo carnose né troppo sottili ed una dentatura da fare invidia. Il ragazzetto curava molto il suo aspetto: gli era stato insegnato a farlo e lui stesso ci teneva. Forse con un po' di narcisismo, si piaceva. E gli piaceva guardare chi era ben fatto. Più gli uomini che le donne, perché con un uomo si poteva confrontare, con una donna no. Le donne sono troppo diverse, e non solo per il loro corpo pieno di rotondità e curve, ma anche per il viso, le mani, tutto. No, non avevano un corpo piacevole, le donne. Non parliamo poi del loro modo di comportarsi, di ragionare, di parlare.

Lui si riconosceva nel suo stesso sesso, logicamente, e lo ammirava. Quando vedeva un suo maggiore ben fatto, sperava di crescere anche lui così. Sì, lo ammirava. D'altronde le maggiori opere d'arte, le più belle e famose, rappresentavano soprattutto il nudo maschile, si diceva, perché nel nudo femminile non c'è bellezza.

Il nudo. Chissà perché il nudo è considerato sconveniente. Eppure anche il Cristo in croce viene rappresentato quasi nudo. E le opere d'arte, appunto. Si può guardare ed ammirare ad esempio il "Gallo morente" con tutto ben visibile, ma non si doveva neppure sogguardare un vero uomo nudo... Enrico lo trovava "incongruente" (aveva appena imparato questa nuova parola e gli pareva che calzasse a pennello).

Aveva quattordici anni quando accadde qualcosa di particolare e di importante per Enrico. Anzi, furono due diversi fatti.

Il primo avvenne durante l'estate. Era in villeggiatura con la famiglia, ospiti dei Riese, nella loro villa di Zugliano, non lontana dal greto dell'Astico.

Si passava il tempo giocando, conversando, leggendo, andando a cavallo o a fare merende nell'erba. Il Cavalier Riese era un medico, era stato compagno di studi di suo padre fino al liceo ed erano rimasti amici. Il Cavaliere aveva una bella biblioteca ed Enrico spesso, quando gli altri facevano la siesta pomeridiana, vi si chiudeva a guardare i libri. Per la più gran parte di medicina, ma anche d'arte, storia, di viaggi, nonché una buona selezione di letteratura classica e contemporanea, italiana e straniera.

Cercando di trovare un libro interessante, gli capitò per le mani un manoscritto, rilegato però come un libro. Era intitolato: "Pulsioni normali e pulsioni segrete" e il titolo era scritto in bel corsivo inglese con inchiostro viola. Lo sfogliò quasi distrattamente, dicendosi che non aveva un né un aspetto né un titolo interessanti, quando vide che alcune parti del manoscritto erano stilate con un inchiostro di diverso colore ma, soprattutto, con caratteri che non aveva mai visto prima. Guardò con maggiore attenzione: non era greco, né ebraico né arabo, che il primo lo stava studiando e degli altri aveva visto alcuni libri. Né cirillico che assomiglia al greco. Ma perché quel libro era scritto con due scritture e due colori diversi? Forse la chiave era il titolo: pulsioni normali, scritte con caratteri normali, e pulsioni segrete scritte con caratteri segreti? Doveva essere proprio così.

La cosa lo incuriosì. Sì, doveva essere una scrittura segreta. Andò a sedere accanto ad una finestra col manoscritto sulle gambe e si chiese quale potesse essere la chiave di quella scrittura segreta e che ci fosse di tanto segreto nelle pulsioni segrete. Leggiucchiò qua e là qualcosa sulle "pulsioni normali": la fame, la sete, il sonno e così via. E notò che ogni capitoletto iniziava con le parole: la pulsione della fame.... eccetera, o la pulsione della sete... e così via. E così, si disse, probabilmente anche quelli in codice dovevano iniziare con le stesse parole. Verificò: due segni, spazio, otto segni, spazio poi da due a cinque segni. Il secondo e il quinto erano uguali... sì, doveva proprio esserci scritto "la pulsione di", o del o della o...

Si alzò, trovò carta e matita ed iniziò: dunque, se non aveva preso una cantonata, aveva tutte le vocali più le consonanti D, L, N, P ed S. Poco, ma meglio di nulla. Sfogliò cercando se trovava parole scritte con solo quei segni e, dopo pochi minuti, trovò un inizio che lesse senza difficoltà: "La pulsione del sesso"!

Dunque, questa era una pulsione segreta. E il suo modo di interpretare il codice era corretto. Trovò la parola uo<>ini e immaginò che la lettera mancante fosse una M. Poi: «anno <=u<=<=i. "hanno tutti"! esclamò quasi ad alta voce. H e T erano trovate. Quindi la parola prima di uomini, li, doveva essere "gli" ed aveva trovato anche la G.

Si immerse con entusiasmo a decifrare quella curiosa scrittura ed in capo a poco tempo aveva ricostruito gran parte dell'alfabeto. Fu interrotto solo dalla voce della madre che lo chiamava. Rimise a posto il manoscritto, nascose in tasca il foglietto con la parte di alfabeto che aveva compilato, ripromettendosi di tornare l'indomani per continuare.

Dopo due giorni era in grado di leggere tutto. E lesse, fra l'altro, qualcosa che lo lasciò piuttosto perplesso. Suonava più o meno così:

"Fin dai tempi della più remota antichità, fra le pulsioni sessuali è conosciuta quella che viene chiamata dagli ecclesiastici il peccato di Sodoma e che gli uomini di scienza preferiscono chiamare, con neologismo, omosessualità, o sessualità fra uguali...". Dopo una disquisizione sui termini, il testo iniziava ad elencare e spiegare "le più diffuse forme di sessualità fra persone dello stesso sesso".

"La masturbazione da manus turbare, detta anche impropriamente onanismo dal biblico Onan consiste nel procurarsi il godimento sessuale, da soli o con altri, manipolando il pene proprio o altrui fino all'ejaculazione del seme. Ha molte varianti pratiche..."

Enrico leggeva assorto.
"Il coito orale, preceduto dalla fellatio in cui uno dei due provoca piacere sessuale all'altro usando le labbra e le lingua con immissio penis in orem spesso accompagnata dall'ingurgitazione del seme versato al momento dell'orgasmo..."

"La fellatio reciproca, in cui due maschi si provocano piacere simultaneamente..."

"Il coito interfemorale, molto praticato nell'antica Grecia fra gli adulti e gli adolescenti e reputato pratica normale, quasi un necessario rito di iniziazione alla sessualità, e spesso sostituito dal coito anale (vide ultra)..."

"Il coito anale o sodomia vera e propria, con immissio penis in anum che può avvenire in vari modi e posizioni, la più comune essendo quella chiamata dal volgo alla pecorina ovverosia monta al modo dei quadrupedi, in cui il maschio passivo..."

E così via, con abbondanza di dettagliate descrizioni e spiegazioni. Enrico leggeva quasi avidamente queste pagine che gli stavano svelando cose di cui aveva completamente ignorato l'esistenza. Era una descrizione minuziosa, quasi pignola, in cui era presentata la meccanica dei vari tipi di piacere sessuale che due maschi possono darsi. Senza nessun commento o valutazione etica.

Enrico dedicò diversi giorni a quella lettura ed alla fine l'impressione che ne trasse fu che sono cose "assai praticate fin dall'antichità ai tempi nostri" ma da tenere segrete.

Quando si mise a leggere altre di quelle "pulsioni segrete", le trovò meno interessanti, spesso bizzarre, perciò smise di leggere quel manoscritto e passò ad un libro di viaggi.

Ma quel che aveva letto gli restava impresso dentro e spesso vi pensava. E una notte pensò di provare a praticare la "masturbazione da soli" e trovò che era molto, molto piacevole. E le imbarazzanti polluzioni notturne cessarono: Enrico ne capì il motivo: la masturbazione era una polluzione provocata. E molto più piacevole.

Il secondo fatto che gli capitò, è in relazione al primo e capitò pochi giorni dopo la sua scoperta del manoscritto segreto. Che cosa sarebbe capitato se l'ordine dei fatti fosse stato diverso non è possibile immaginarlo.

Stava cavalcando con gli altri lungo l'Astico. In ordine sparso, un po' al trotto, un po' al passo, risalivano la valle. Si fermarono per la merenda sull'erba. Dopo, mentre le ragazzine giocavano al volano e gli adulti parlavano, loro ragazzi decisero di riprendere i cavalli e di risalire ancora un po' la valle.

Il Cavalier Riese gridò al figlio: "Non andate troppo lontani e tornate indietro prima che faccia buio!"

"Certo." rispose il maggiore dei giovani Riese ed i ragazzi spronarono i cavalli.

Enrico, nei confronti di quei tre maschi provava sentimenti contrastanti. Il suo coetaneo, Donaldo, era un ragazzo insipido, a volte goffo, poco interessante, che voleva metter bocca in tutto, spesso a sproposito. Carlo-Luigi, di diciassette anni, era di piacevole compagnia, allegro, spiritoso, un po' scavezzacollo, intelligente, burlone. Peccato che avesse una dentatura da cavallo, con i denti sporgenti che gli davano un'aria un po' da buffone, un po' da finto ingenuo. Il grande, Baldovino di diciotto anni, aveva un aspetto elegante, piacente, atletico: sarebbe stato un piacere guardarlo, e lo era, ma questo piacere era guastato dal suo carattere altero e piuttosto superbo.

Enrico cavalcava pensando a queste cose, quando si accorse che Donaldo non era più con loro.

Allora chiese, gridando: "Ehi, sapete dove sia Donaldo?"

Gli altri due, davanti, si fermarono e si girarono.

"No. Era dietro di noi, dovreste averlo visto voi, Enrico." rispose Baldovino.

"No... Poco fa c'era... ora non c'è più..." disse Enrico incerto, sentendo un accento di rimprovero nella voce del più grande.

"Andatelo a cercare!" ordinò Baldovino al fratello.

"Proviamo a chiamarlo..." suggerì Enrico, ma Carlo-Luigi partì spronando il cavallo e, comunque, chiamando il fratello.

"Sarà meglio che lo cerchiamo anche noi. Voi risalite lungo il greto, io scendo, invece." disse Baldovino e prima che Enrico potesse dire qualcosa, si avviò, ma senza chiamare.

Enrico fece ripartire il proprio cavallo e, sceso fino al greto, prese a risalire il corso del fiume. Si chiese se chiamare o no: ma già non sentiva più i richiami di Carlo-Luigi che erano svaniti fra gli alberi. Forse sarebbe stata una fatica sprecata...

Cavalcò per parecchi minuti dicendosi che stava facendo qualcosa di completamente inutile: il territorio era grande, in tre non potevano certo esplorarlo tutto. E Donaldo, per quanto goffo, era capace di badare a sé stesso, non era un bambino né un subnormale. Il cavallo si fermò a bere. Enrico non lo spronò.

Anzi, pensò che tanto valeva che scendesse anche lui per bere. Legò il cavallo ad un ramo e risalì più a monte. Si chinò sul greto e con le mani a coppa prese un po' dell'acqua cristallina del piccolo fiume. Bevve. Poi si alzò e si guardò attorno chiedendosi che fare. Probabilmente la cosa migliore era tornare alla villa. Probabilmente Donaldo si annoiava ed aveva semplicemente deciso di rientrare. Ma se lui fosse rientrato troppo presto, e se il compagno non fosse stato alla villa, potevano accusarlo di non aver fatto nulla per ritrovarlo.

L'unica era perdere un po' di tempo lì, poi rientrare. Lasciò il cavallo legato all'albero e risalì per alcuni metri, saltando di pietra in pietra, canticchiando sottovoce. Fra i rami della boscaglia intravide il rudere di una chiesetta. Decise di andarla ad esplorare. Aggirò un folto di sterpi, salì la china ed in breve giunse accanto alla piccola abside: doveva essere una costruzione non molto antica, forse risalente a un duecento anni prima, pensò.

Aggirò la costruzione osservandola. Il tetto sembrava inesistente, forse era crollato all'interno, si disse. La parete laterale aveva tre finestre a forma di semicerchio su in alto, con tracce di decorazione in cotto: sì, architettura barocca, povera, si disse memore delle lezioni di storia dell'arte.

Giunse alla facciata e vide che aveva solo una porta, senza battenti, sul centro della cui soglia era cresciuto un cespuglio, probabilmente di nocciolo.

Sfiorando la parete, fece per infilarsi fra il cespuglio e la porta per accedere all'interno, quando sentì due voci sommesse: "Ti te manca tanto, ancora?"

"No, sta bono..."

Provenivano da dentro la rovina. C'era qualcuno. Ma perché parlavano sottovoce? si chiese Enrico fermandosi perplesso.

Di nuovo le voci: "Fa pian che ti me fe mal!"

"Se fasso pian, no vegno, no?"

"Ti me fe mal, cussì!"

"Tasi, mona!"

Enrico, sempre più incuriosito, si affacciò pian piano sul vano della porta e vide... un "coito anale, o sodomia vera e propria" in pieno svolgimento. Erano due contadini, tutti e due sui vent'anni, uno chinato ed appoggiato con le mani alla parete, l'altro alle sue spalle che lo teneva per la vita e gli si agitava addosso avanti e dietro. Tutti e due avevano le brache calate sulle caviglie e Enrico vide il sedere nudo, dai muscoli guizzanti, di quello che evidentemente era "il maschio attivo" che "inserisce il proprio pene nel foro anale del maschio passivo" nella posizione che il manoscritto definiva "posizione eretta contro appoggio verticale". L'altro invece stava chiaramente procedendo a masturbarsi: non lo vedeva distintamente ma il movimento del braccio era eloquente.

Enrico restò a guardarli trattenendo il respiro. Quel sedere guizzante, le gambe forti e appena lievemente pelose, erano un gran bello spettacolo. I movimenti forti e ritmati del bacino erano affascinanti. Il corpo dell'altro lo intravedeva appena perché era in gran parte coperto da quello compagno. Ma da quello che intravedeva, anche l'altro doveva essere piuttosto ben fatto. Poi vide che "il maschio attivo" aveva passato un braccio di fianco all'altro, sostituendogli la mano e che ora era lui a masturbarlo, a ritmo con i movimenti con cui lo prendeva.

Il "maschio passivo" iniziò a gemere: "Ah, sì, sì... cussì sì che me piase. Daghe, daghe!".

E quando il "maschio attivo" iniziò a gemere e a dare colpi vigorosi, Enrico capì che quello stava per raggiungere "l'apice del piacere sessuale o orgasmo".

Cosa che fu confermata da un "Ahh... ahhh... vegnoooo" mugolato con voce che saliva di una nota ad ogni gemito. E quello tremò, fremette, si spinse tutto addosso all'altro.

Allora Enrico si scosse e, trattenendo un sospiro, si ritrasse lentamente cercando di non far rumore: non voleva che i due s'accorgessero che qualcuno aveva carpito un momento delle loro "pulsioni segrete". Un segreto deve rimanere tale, o almeno esser creduto tale.

Aveva girato l'angolo del rudere quando si bloccò e si appiattì contro il muro: i due stavano uscendo. Li vide, gli passarono quasi davanti ma i due non videro lui e si allontanarono dandogli le spalle. Quello che era "il maschio attivo" aveva un braccio sulle spalle dell'altro, in atteggiamento cameratesco, e gli stava dicendo che gli piaceva proprio tanto con lui e che dovevano farlo più spesso, così sarebbe piaciuto anche a lui, e l'altro disse che sì, questa volta gli aveva fatto meno male delle altre volte e dato più piacere. Sì, dovevano farlo più spesso, disse il "maschio passivo" magari anche domani... poi non riuscì più a distinguere le loro parole.

Enrico tirò di nuovo il respiro. Dunque, pensò mentre scendeva verso il proprio cavallo, aveva imparato altre cose: all'inizio fa male a quello che è passivo, ma dà sempre più piacere; e un piacere forte. E conviene farlo spesso. Si chiese se anche Baldovino aveva quelle pulsioni, e se sì, con chi poteva farlo. Poi si chiese se a lui sarebbe piaciuto farlo con Baldovino: probabilmente sì, se il ragazzo fosse stato più simpatico.

Ma a lui sarebbe piaciuto di più essere quello attivo o quello passivo? Il manoscritto diceva che qualcuno è solo o soprattutto attivo, qualcuno solo o soprattutto passivo, ma che altri erano, a seconda delle volte, attivi o passivi. Ecco, forse quella era la cosa migliore. Ma uno, ci nasce attivo o passivo o tutt'e due, o sceglie, o ci diventa? Questo il manoscritto non lo diceva in modo chiaro. Sì, lui avrebbe preferito essere tutt'e due.

Poi pensò che con una donna si può solo essere attivi... meglio con un uomo, quindi. L'uomo è più bello, ha un corpo più sodo. E poi con un uomo si può anche essere amico, come quei due contadini che aveva appena visto e che s'erano allontanati semiabbracciati, come due buoni amici. Con una donna non si può essere amici.

Tornato al cavallo, decise di rientrare lentamente alla villa: era passato abbastanza tempo, ormai.

Non riusciva ad immaginare Donaldo fare quelle cose. Carlo-Luigi... sì. Baldovino più di tutti, forse perché era il più bello, si disse. Magari anche Carlo-Luigi, nudo, poteva avere un bel corpo. Anche se gli sembrava un po' troppo magro.

Arrivato alla villa, pensando un po' preoccupato a cosa dire riguardo a Donaldo, vide che Baldovino era già lì: quindi non avrebbe potuto dirgli nulla. Poi vide anche Donaldo e tirò un sospiro di sollievo. Mancava solo Carlo-Luigi, ma anche lui tornò, dopo una mezz'ora. Come aveva immaginato, Donaldo era semplicemente tornato indietro, stufo di quella passeggiata.

Cenarono, lui giocò un po' a backgammon con Carlo-Luigi. Era un ragazzo simpatico, nonostante non fosse molto bello. Gli prese voglia di raccontare all'amico quel che aveva visto quel pomeriggio, ma si disse che forse era meglio di no. Però gli sarebbe piaciuto poterne parlare con qualcuno.

Andò a letto, si mise sotto le lenzuola e spense il lume. Gli venne voglia di masturbarsi, quindi si sollevò il camicione da notte, preparò il fazzoletto e cominciò a darsi piacere chiudendo gli occhi. E rivide la scena dei due giovani contadini e si disse che in due doveva comunque essere meglio che da soli, anche al passivo era piaciuto di più quando aveva cominciato a masturbarlo l'altro. E quel sedere che si agitava avanti e dietro era stato bello da guardare. Era... come dire... virile. Peccato che non aveva potuto vederli in volto. Ma dovevano essere belli, pensò.

Ma se è un segreto, come si fa a comunicarlo ad un altro? Ad un altro che condivida lo stesso segreto? Perché dal manoscritto si capiva chiaramente: sono molti, ma non tutti, e nemmeno la maggioranza, ad avere di quelle pulsioni.

Il manoscritto diceva che "tutte queste pratiche sono particolarmente frequenti nei collegi, nelle caserme, sulle navi, nelle galere, a volte come sostituto alla mancanza di persone dell'altro sesso, a volta per pura attrazione verso persone del proprio sesso" tutti ambienti da cui lui, per ora, era escluso. Beh, dalle galere per sempre, sperava. Fantansticò di collegi di ragazzi in cui tutti lo facevano fra i banchi, durante l'intervallo, calandosi i calzoni; caserme in cui i soldati, appoggiati alle pareti delle camerate a due a due come i due contadini, si univano con passione; navi in cui ogni cuccetta ospitava due maschi intenti a darsi piacere magari con una fellatio reciproca; galere in cui i carcerati si accoppiavano nelle celle per ingannare il tempo, o forse no, erano i guardiani che lo facevano con i carcerati? Questo il manoscritto non lo chiariva... Chissà perché il padre non l'aveva mandato in collegio? si chiese. E finalmente raggiunse l'orgasmo. Si ripulì e si addormentò con questi pensieri che gli frullavano piacevolmente per il cervello.



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