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una storia originale di Andrej Koymasky


pin VOLUME 3
ENRICO PICCIN
CAPITOLO 2
ERASTA ED EROMENO

Aver letto quella parte del manoscritto segreto, aver assistito a quell'incontro segreto, avevano segnato Enrico: si rese conto che, pur senza saperlo, fin da piccolo aveva sempre desiderato il contatto con il maschio. L'ammirazione che aveva sempre avuto per il nudo maschile non era che quello. Ora che ne era cosciente anche il suo guardare i suoi maggiori ed ammirarli, aveva assunto una colorazione particolare. Anche guardare le riproduzioni delle opere d'arte che rappresentavano nudi maschili. Sì, indubbiamente lui aveva quella "pulsione segreta". A lui le donne non erano mai sembrate né belle né interessanti. I maschi sì.

E ricordò i bambini nudi che sgroppavano felici nel fiume e ne provò ancora più invidia di quando li aveva visti da piccolo. Ma anche allora gli erano piaciuti, gli era piaciuto guardarli. Anche se il padre aveva detto che non bisognava guardarli e che erano scostumati. Beh, sì, erano senza "costume", infatti erano nudi, pensò sorridendo dentro di sé.

Il padre, evidentemente, non doveva avere quelle "pulsioni segrete". D'altronde s'era sposato, no? O magari c'è anche qualcuno che, così come uno può essere sia attivo che passivo, può anche accompagnarsi sia a maschi che a femmine? Questo, sul manoscritto, non l'aveva letto chiaramente, lui ne aveva letta solo una parte, ma l'aveva intuito. Un medico queste cose le sa di sicuro: il manoscritto era infatti nella biblioteca del Cavalier Riese, medico...

Ed Enrico, aveva appena compiuti i quindici anni, decise che lui sarebbe diventato medico. Così avrebbe saputo anche lui. Il padre dava per scontato che lui avrebbe seguito le sue orme, e quelle del nonno e sarebbe diventato notaio. Ne sarebbe stato deluso, forse si sarebbe anche opposto... Ma Enrico era determinato, avrebbe strappato al padre il permesso. Sì, sarebbe andato a studiare medicina a Padova. Non si era mai confrontato con il padre, non aveva mai dovuto contrastarlo, ma questa volta l'avrebbe fatto, se necessario.

Nel tempo di Pasqua venne il giorno della confessione annuale. Enrico andò ad inginocchiarsi al confessionale. Pensava a che cosa doveva dire al sacerdote: aveva mentito qualche volta alle sorelle, ma più per gioco che per altro. Rubare... beh, era rubare prendere lo zucchero in dispensa? In fondo era roba di famiglia, quindi anche sua. Ma lui lo prendeva di nascosto per non essere sgridato, perciò, sì, era come rubare. Era immerso in queste riflessioni quando il sacerdote aprì lo sportelletto. Dopo le parole di rito, lui iniziò a dire quanto gli pareva di aver fatto di errato, ma il sacerdote lo interruppe:

"Quanti anni hai, figliolo?"

"Quindici."

"Ah, quindici. E... ti tocchi fra le gambe qualche volta?"

"Eh? sì... quando vado ad orinare..." rispose incerto Enrico: gli pareva una domanda sciocca e la sua gli pareva una risposta sciocca.

"Ma no, voglio dire... ti procuri piacere toccandoti lì davanti?"

"Ah, volete sapere se mi masturbo?"

Dall'altra parte della grata vennero due o tre colpetti di tosse secca, ma poi si udì un "Sì..."

"Ah, certo, quasi ogni notte."

"Come certo? Come sarebbe a dire certo! Non sai che è un peccato grave?"

"Un peccato grave?"

"Ma certamente. Chi ti ha insegnato questa depravazione?"

"Nessuno..."

"Non l'hai mai fatto con altri?"

"Purtroppo no, non ho potuto, non saprei con chi..."

"Purtroppo?" disse il sacerdote con un tono di voce isterico che Enrico pensò che fosse quasi come un urlare sottovoce. Poi proseguì: "Tu non sai quello che dici! Farlo con altri sarebbe ancora più grave! Il seme si sparge per fare frutto, non per gioco!"

Enrico ascoltava perplesso. Allora domandò: "Ma quando non mi masturbavo avevo le polluzioni notturne: quel seme mica dava frutto, no?"

"Quello è un fenomeno naturale, ragazzo. Mi sa che tu abbia una gran confusione in testa..."

"Anche masturbarsi non è un fenomeno naturale?"

"No, perché lo provochi tu con la tua mano."

"Anche mangiare o bere... lo faccio io con la mia mano..." obiettò Enrico pensieroso.

Ma il sacerdote lo mise a tacere facendogli una lunga filippica, che non convinse affatto l'adolescente Enrico, ormai da troppo tempo abituato a pensare con la sua testa. Capì però che era inutile discutere, come capita spesso con gli adulti saccenti, così iniziò a dire: sì, sì, certo, sì, per placare il sacro furore dell'uomo dietro la grata. Anche quando questi gli chiese di promettere che in futuro si sarebbe astenuto da quelle "pratiche infami" rispose pazientemente di sì, tanto per farlo smettere.

Non che Enrico fosse stato del tutto sordo alle parole del sacerdote: quando si alzò dal confessionale con l'assoluzione, pensò e ripensò a tutto quello che gli aveva detto il prete. Ma non vi trovava nulla di convincente. Si chiese ridacchiando che cosa avrebbe detto il prete se avesse saputo che lui non solo desiderava trovare qualcuno con cui masturbarsi, ma anche che desiderava provare la fellatio, il coito orale e quello anale: lui voleva provare tutto. L'unica, concluse, era non parlarne con i preti. D'altronde una pulsione segreta deve rimanere segreta, no?

Già, lui avrebbe voluto provare tutto, ma con chi? Persone che lo attraevano ce n'erano, non molte ma più d'una, ma come capire chi poteva avere le sue stesse pulsioni segrete? Franco il cocchiere, ad esempio pareva un uomo molto ben fatto... il professor Taufer suo insegnante di diritto anche, era giovane e carino. Danilo, il giovane cameriere di suo padre, col suo sorriso accattivante ed un corpo proporzionato che la livrea metteva bene in risalto... E suo cugino Samuele, quello di Padova, suo coetaneo: era un gran bel ragazzo, simpatico e gentile, di piacevolissima compagnia. Poi Lelio, il valletto: aveva solo diciassette anni, ma un volto ed un corpo da fare invidia: dire bello era non rendergli giustizia.

Ma Franco e il professor Taufer erano sposati, Danilo fidanzato e Lelio faceva il cascamorto con tutte le servette. E quanto a Samuele, non si vedevano quasi mai. Così Enrico continuava a masturbarsi da solo ed a sognare il suo primo uomo. Non sognava il principe azzurro. Il suo primo uomo avrebbe potuto avere la sua età o essere un uomo maturo anche di quarant'anni, un servo o un signore o anche un povero... gli sarebbe bastato che fosse simpatico, piacente, ben fatto e maschio: un bel volto, un bel corpo ed un bel membro...

Aveva sedici anni quando il suo tutore di greco, anziano e di salute malferma, si ritirò dicendo che non era in grado di continuare. Il padre allora gli cercò un nuovo insegnante e lo trovò: era un giovane di venticinque anni, originario di Padova ma laureato da poco in greco all'università di Bologna. I suoi professori universitari gli avevano rilasciato credenziali ottime: profondo negli studi, serio, posato, il miglior allievo di questa Università in questi ultimi lustri...

Si chiamava Augusto Sala. Il padre glielo presentò dicendogli: "Ecco, Enrico, questo è il tuo nuovo insegnante di greco. Prima farete un ripasso generale, poi proseguirete nel programma fino a terminarlo. È ancora molto giovane, ma non sottovalutarlo, pare che sia un vero genio, per il greco."

Enrico lo guardò e s'inchinò lievemente, salutandolo, e pensò che, genio o no, era molto bello. E sorrise dentro di sé quando lo vide arrossire lievemente mentre il padre lo definiva un genio. Il padre li lasciò soli e, insegnante ed allievo, sedettero al tavolo dello studiolo di Enrico ed iniziarono il ripasso. Enrico pensò che Augusto aveva una bella voce. E belle mani. Un bel volto ed un bel sorriso...

E al suo segreto elenco aggiunse Augusto Sala, insegnante di greco. Sì, era assai desiderabile.

Gli piaceva il modo di insegnare del nuovo tutore: aveva competenza, pazienza, capacità di rendere semplici anche le cose più complesse. Era un tipo serio, riservato, di poche parole, ma aveva un sorriso luminoso ed uno sguardo penetrante. Enrico se ne sentiva sempre più attratto.

Un giorno il professor Sala gli dette alcuni brani da tradurre: "Ne farete uno al giorno, prima i brani in prosa, poi quelli in poesia. Ma oltre alla traduzione, vi farete un breve commento, in greco s'intende, in cui esprimerete un vostro giudizio e lo giustificherete. Va bene, Enrico?"

"Sì, professore. Ma io non ho mai composto in greco, non so che ne verrà fuori..."

"E voi provate. Ma non traducete dall'italiano, cercate di scrivere direttamente in greco, è meglio. Ormai avete letto e tradotto abbastanza per avere in voi alcuni schemi sintattici che potete usare in modo naturale. Avete capito?"

"Sì, farò del mio meglio."

"Non ne dubito, siete un ottimo allievo."

Enrico fu felice per quella inattesa lode: era la prima volta che il suo nuovo tutore esprimeva un giudizio su di lui.

Tradusse i sei brani. E due in particolare lo colpirono molto. Il primo diceva:

"(omissis) Prima di tutto dovete imparare quale fosse la costituzione dell'uomo e le modificazioni che in seguito essa subì, perché in origine era diversa da quella che è ora. In primo luogo vi erano tre sessi e non, come ora, due: il maschile e il femminile. Il terzo condivideva la natura degli altri due ed è ora venuto a mancare benché il suo nome sopravviva. L'ermafrodita era un sesso distinto sia in quanto alla forma che al nome, aveva le caratteristiche sia del maschio che della femmina ma ora ne resta il solo nome e puramente come termine di scherno... (omissis) Ognuno di noi essendo solo la metà tagliata di un intero essere umano, il risultato di una bisezione che ci ha resi piatti come pesci, ognuno di noi è in perpetua ricerca della metà del suo intero. Gli uomini che sono la metà di un essere del sesso condiviso, chiamato come vi ho detto ermafrodita, sono gli amanti delle donne e molti adulteri vengono da questo essere come pure le donne avide di uomini e promiscue. Le donne che sono la metà di un intero femminile dirigono i loro affetti verso le donne e non si curano granché degli uomini: le lesbiche appartengono a questa categoria. Ma coloro che sono la metà di un intero maschile cercano il maschio ed essendo parte del maschio amano il maschio fin dalla loro infanzia e trovano piacere nel contatto fisico con il maschio. Questi bambini e ragazzi sono i migliori della loro generazione, poiché sono i più virili... (omissis)"
Il secondo era una poesia, perciò un po' più difficile da tradurre. Il testo comunque era questo:
"Dolce ragazzo dagli occhi lucenti
che Zeus non ti scorga io sempre prego,
ché, di Ganimede dimentico, te in cielo
accanto a sé vorrebbe certamente.

       Vivere io non potrei senza te vicino.
       Da che ti vidi, fra tutti, la bocca mia
       la tua anela e il suo dolce sapore;
       il mio corpo per il tuo sempre geme.

Non ti far pregare, mio dolce amato,
non giocare con il cuore mio amante.
Sii il mio Ganimede, tra le mie braccia vieni:
sarò il tuo Zeus, ti farò mio per sempre."

Enrico lesse e rilesse questi due brani (gli altri quattro non erano così interessanti) e si chiese perché il professore li avesse scelti. Entrambi illustravano quello che, nel manoscritto letto anni prima, era l'amore degli uomini greci per i ragazzi... E si esprimeva attraverso miti e poesie. Bello, il mito dell'uomo diviso a metà: forse per questo si diceva "la mia metà" per indicare il o la consorte? Ma allora, anche lui, Enrico, stava cercando la sua metà? Sì, usando la metafora greca, evidentemente era così...

Ma perché Augusto Sala, il bellissimo professorino, li aveva scelti? Solo un caso? O un messaggio segreto per lasciargli intuire "pulsioni segrete"?

Si accinse a scrivere il commento. Per il primo dei due brani speciali, scrisse:

"Questo brano è composto da due passaggi di un interessante mito che illustra il perché dei differenti tipi di attrazione verso l'altro che l'essere umano può provare. Esposto con fantasia e una sua logica interna, anche se logica mitica. Ognuno di noi cerca la sua metà. Questo brano, inoltre, vuole ammaestrare i giovani alla virilità."
Sotto alla traduzione della poesia scrisse:
"Una pratica applicazione del mito di cui sopra: il poeta crede di aver ritrovato la sua metà e teme di perderla. Il ragazzo che egli sente di amare sembra però prendere alla leggera il sentimento del poeta e questi se ne lamenta."
Quando consegnò i fogli al professor Sala, questi li mise nella sua cartella senza leggerli, dicendogli che li avrebbe corretti e glieli avrebbe riportati alla lezione seguente. Enrico attese con impazienza.

Quando il professore gli riconsegnò i fogli, vi trovò solo le correzioni fatte con la matita rossa e blu e nessun commento. Ma il gruppo seguente di traduzioni aveva altri due brani del genere che parlava dell'amore fra maschi. E qui scoprì due termini nuovi: "eromeno" ed "erasta", cioè "l'amato" e "l'amante". Eros, l'amore, combinato con una forma di passivo nella prima parola e con un termine che può valere "colui che professa, che mostra, che insegna, che esprime" nella seconda...

Enrico credette di intuire dove l'altro sperasse di arrivare, ma volle attendere ancora per essere più certo. E la settimana seguente arrivarono due nuovi brani sull'eros fra maschi, assieme ai soliti quattro su argomenti vari. Il ragazzo si sentì abbastanza sicuro e benché, a parte i brani, il giovanotto non si fosse preso la minima libertà con lui, capì di essere nel giusto.

Così, durante la lezione, un giorno Enrico disse al professor Augusto Sala: "Professore, volete essere il mio erasta e fare di me il vostro eromeno?"

Il giovanotto lo guardò sorpreso, poi mormorò: "Vi rendete conto di che cosa state dicendo? Ne siete cosciente, ragazzo mio?"

"Sì: vorrei che voi mi introduceste alla reciproca masturbazione, alla fellatio reciproca, al coito orale ed al coito anale e a qualsiasi altra cosa voi conosciate che io non conosco." rispose Enrico sentendosi il cuore in gola.

Augusto arrossì appena, poi disse a voce bassa: "Che ne sapete voi di queste cose? Chi ve le ha insegnate?"

"Nessuno. Le ho lette in un libro segreto trovato nella libreria di un nostro conoscente medico. E desidero provarle, metterle in pratica. E vorrei che foste voi a farlo, a guidarmi."

Il giovane insegnante sembrava sbalordito, scosse lentamente il capo, non tanto in un diniego quanto come chi cerca di schiarirsi le idee.

"Ma non sapete che la legge è severa, dura con gli uomini che fanno queste cose, massimamente se le fanno con un adolescente?"

"No, non lo sapevo. Ma che c'entra la legge? Basta che nessuno lo sappia: sarebbe il nostro segreto. Vi prego..."

Augusto lo guardò negli occhi senza parlare.

Allora Enrico, chiedendosi se aveva sbagliato tutto, gli disse: "Io non vi interesso? Perché sono un ragazzo? Ho interpretato male il motivo della vostra scelta dei brani?"

"Voi... voi mi piacete molto, Enrico: siete un ragazzo molto bello e dolce e desiderabile, ma... non siamo più nell'antica Grecia. Oggi non è più ammesso che io sia il vostro... erasta né voi il mio eromeno, capite."

"Ma io voglio essere il vostro eromeno, professore. Dal primo giorno che vi ho visto, quando ancora non conoscevo neppure questa parola. Ma da quando la conosco, non faccio che associarla al vostro nome. Vi prego... Io... io non giocherò con il vostro cuore, ve lo giuro. Vi prego!" ripeté e posò una mano sulla mano del suo professore. La sentì tremare.

"Voi... voi Enrico avete... avete capito anche troppo bene quel che il mio cuore sperava senza osare sperarlo. Voi siete andato oltre ogni mia aspettativa... davvero. Mi commuove il modo in cui vi state offrendo a me, sinceramente. Ma esito ad esaudire la vostra richiesta. Se io lo facessi, e lo farei credetemi, imboccheremmo una strada assai pericolosa, specialmente per me, ma anche per voi. Siete così giovane... non vi rendete conto..."

"Sono forse troppo giovane per voi?" chiese Enrico carezzando con confuso piacere quella mano che non si sottraeva alla sua carezza.

"Troppo giovane? Sì, giovane, ma non troppo, forse. Anche io dal primo giorno che vi ho visto ho provato qualcosa per voi, qualcosa che non ha fatto che rafforzarsi di mano in mano che vi conoscevo meglio. Siete un ragazzo più che desiderabile."

"E allora? Siate il mio erasta, vi scongiuro. Guidatemi ad esplorare ed a capire le mie pulsioni segrete, ad esprimerle. Condivideremo questo segreto con cura, con attenzione, ve lo giuro. Non correte alcun rischio, con me. Io voglio, voglio essere vostro. Il vostro corpo non anela il mio quanto il mio il vostro? Non volete scoprire il sapore della mia bocca?"

Augusto girò la sua mano sul tavolo e strinse quella del ragazzo con calore: "Sì, il mio corpo geme per il vostro, Enrico, la mia bocca anela di conoscere il sapore della vostra. Voi popolate tutti i miei più dolci sogni, ve lo assicuro."

"Fatemi vostro." sussurrò il ragazzo commosso dalla dolcezza di quelle parole.

"Vorrei..."

"Fatemi vostro." ripeté Enrico.

"Ma dove, e come e quando?"

"Se anche voi lo volete troveremo il modo e il luogo e il tempo. Ditemi che lo volete." implorò.

"Lo voglio! Lo voglio con tutto me stesso." mormorò Augusto portando la mano del ragazzo alle labbra e baciandola teneramente.

Allora Enrico si alzò, gli giunse accanto e gli disse: "Baciatemi, allora."

"Qualcuno potrebbe entrare e..."

"Venite con me."

"Dove?"

"Venite. Solo per un bacio. Per ora. Venite." implorò Enrico tirando dolcemente l'uomo per un braccio.

Augusto si alzò e seguì il ragazzo.

Questi lo fece addossare al muro di fianco alla porta, fra questa e la libreria: "Ecco, se anche qualcuno aprisse la porta, il battente ci coprirebbe e faremmo a tempo a staccarci e io potrei prendere un libro e darvelo e nessuno potrebbe sospettare nulla. Baciatemi, ora..." mormorò Enrico eccitato.

Il giovanotto lo prese fra le braccia, lo tirò a sé, si chinò su di lui, le loro labbra si incontrarono ed il ragazzo sentì la lingua dell'altro sulle sue labbra, fra le sue labbra e fremette.

"Dovrete insegnarmi tutto..." sussurrò emozionato.

"Sì, certo... schiudete le labbra e fate come me..." mormorò l'altro.

Enrico assaporò il suo primo bacio e pensò che era bellissimo. E dopo poco sentì il turgore dell'altro premergli contro, sfregarglisi addosso e fremette: anche questo era bellissimo.

"Mi desiderate?" gli chiese scendendo con una mano a carezzarlo fra le gambe, fremendo nel sentirne la soda consistenza.

"Lo sentite..." rispose l'altro guardandolo con occhi appassionati.

"Quanto mi desiderate?"

"Di più non potrei."

"Mi farete vostro?"

"Vi farò mio."

"Presto?"

"Lo spero. Ma ora torniamo agli studi..."

"Di già?"

"Ancora un poco... e rischio di ejaculare nei miei calzoni, specialmente se mi carezzate così."

"Mi piace carezzarvi così, baciarvi."

"Anche a me piace, moltissimo, ma ora sono troppo eccitato. Smettiamo, vi prego."

"Come volete voi."

Tornarono a sedere e Enrico, guardando con un sorriso pieno di gioia il giovanotto, gli mormorò: "Sono felice. Grazie."

"Spero che lo sarete sempre. E di sapervi dare tutto ciò che desiderate."

"Ve l'ho detto: la masturbazione..."

"Oltre quello. Oltre il coito, voglio dire."

"Conoscete altri modi?"

"Oltre gli altri modi, oltre al piacere fisico, spero di darvi serenità, gioia, affetto virile, piacere dell'anima."

"Sembra un ottimo programma. Siatemi maestro, ed amante. Sarò un bravo allievo ed amato, ve lo giuro."

Ma sembrava difficile poter trovare la necessaria intimità e tranquillità per attuare i loro desideri. Per giorni dovettero accontentarsi di furtivi baci e carezze, che ad entrambi piacevano molto ma che non bastavano a nessuno dei due. Anzi, più si baciavano e toccavano intimamente, più il desiderio di passare a cose più concrete si faceva urgente per tutti e due.

Fu Augusto ad avere l'idea: "Potrei proporre ai vostri genitori di portarvi alla biblioteca centrale per insegnarvi a cercare i testi di studio che vi possono interessare..."

"Sì, certo..." rispose Enrico senza capire.

"La mia casa è dietro la biblioteca. Prima di tornare qui, potreste salire da me..."

Enrico capì e si illuminò: "Andiamo a chiederlo subito a mia madre. Certamente dirà di sì. Andiamo, presto!"

Augusto sorrise per la fretta del ragazzo. La madre acconsentì, si avviarono a piedi. Enrico avrebbe voluto stringere la mano del suo giovane e bel professore che stava finalmente per fare di lui il proprio amato, ma camminarono l'uno accanto all'altro senza sfiorarsi. Giunsero fino alla biblioteca. Augusto gli spiegò come si cerca un testo, ma dopo poco Enrico lo interruppe:

"Andiamo?"

"Tanta fretta?"

"Tantissima. Voi no?"

"Sì, certo. Ma ho promesso che vi avrei insegnato e..."

"Ho capito tutto, volete che ve lo dimostri?"

"No, vi credo."

"Andiamo, allora?"

"Andiamo." rispose sorridendogli dolce il giovanotto.


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