"Ditemi che cosa devo fare." disse Enrico appena Augusto ebbe chiuso la porta di casa alle loro spalle.
"Ora andremo a sedere sul mio letto."
"Devo spogliarmi?"
"No. Ci baceremo, ci carezzeremo e ci spoglieremo a poco a poco, l'un l'altro."
"E poi?" chiese il ragazzo contento.
"E poi... e poi faremo finalmente l'amore. Venite."
"Come?" chiese Enrico seguendolo.
"Vi guiderò io..."
"Sì." rispose il ragazzo felice.
Finalmente! Finalmente il giorno tanto a lungo sognato era giunto. E con un maschio davvero bello. Quando finalmente furono nudi pensò, senza narcisismo, che erano tutti e due belli, giusti l'uno per l'altro. E finalmente provò il più intenso piacere che avesse mai provato, più intenso di quanto avesse potuto immaginare.
Il suo mentore lo preparò per farlo suo e mentre con un dito gli spargeva abbondante lubrificante sul foro inviolato, in un lungo e lento massaggio, gli disse: "Potrebbe far male, le prime volte. Io non voglio farvi male, voglio che sia un piacere anche per voi perciò avvertitemi, se provaste dolore."
"Lo so che all'inizio fa male, ma non m'importa. Anche se mi lamentassi, continuate. Più si fa, più presto ci si abitua e viene il piacere." disse Enrico.
"E chi vi ha detto queste cose?" chiese lievemente stupito il giovanotto continuando a prepararlo con cura.
Enrico gli raccontò la scena che aveva visto, due anni prima, e le parole che era riuscito a sentire.
Augusto annuì: "Ma io spero di non farvi male."
"Comunque continuate. Promettetelo!" disse Enrico con occhi limpidi.
"Sì, ve lo prometto." rispose Augusto appoggiando la punta della sua verga fremente ed abbondantemente lubrificata sul foro vergine del ragazzo.
Questi fremette e sorrise in attesa. Sentì come un grande calore, e si abbandonò sotto il suo erasta, preparandosi ad accoglierne in sé la bella virilità che le sue labbra avevano gustato poco prima... Era emozionato e percepì che il giovane mentore non lo era meno di lui. E finalmente sentì la propria carne schiudersi a poco a poco per accogliere in sé la vibrante insegna dell'eros del desiderio fattosi soda carne. Si sentì aprire, sbocciare, fiorire assieme al giovanotto: lui era il delicato calice di frementi petali, l'altro il forte pistillo. E finalmente il fiore, maturato al calore del desiderio, sparse tutto il suo polline.
Quando si rivestirono per tornare a Palazzo Piccin, Augusto gli chiese: "Vi è piaciuto?"
"Moltissimo."
"Non vi ho fatto troppo male?"
"No, affatto. Solo un po' di fastidio. Ma era bello avervi in me, finalmente. Era bello sentire la vostra virilità dentro di me. Solo che, pensavo, non potremo venire troppe volte in biblioteca, purtroppo. Dobbiamo trovare un altro modo. Vi voglio in me il più spesso possibile. E dovete ancora insegnarmi moltissime cose."
"Lo farò con molto piacere. Siete un ragazzo straordinario. Sono lieto di avervi potuto conoscere. Ed avere."
"Avete avuto molti ragazzi?"
"Alcuni. Per questo posso dire che siete speciale, voi. Anche perché è la prima volta che un ragazzo, per di più senza esperienza, mi chiede così insistentemente di farlo suo. Di solito ero io che dovevo corteggiare, insistere, convincere."
"Corteggiare... mi piacerebbe essere corteggiato. Credo."
"Siete il mio ragazzo, no?"
"Sì, certo. E voi il mio amante. Eraste ed eromeno. Ma voi, mi amate?"
"Provo per voi un fortissimo affetto."
"Non amore?"
"Quello, credo che verrà, e con molta naturalezza. Voi siete un ragazzo amabile."
Riuscirono a trovare qualche altra occasione per fare l'amore e si accorsero di stare molto bene assieme. Enrico era felice. Si sentiva più completo, ora. Cominciava a conoscere una parte importante di sé.
La madre si accorse del cambiamento del ragazzo ed una sera, a cena, gli disse: "Vi vedo molto sereno, ultimamente, Enrico. Me ne compiaccio. Vi è forse una causa particolare a questa vostra improvvisa allegria?"
"Particolare? No, non saprei maman. Semplicemente mi sento bene. Sento di essere diverso, voglio dire."
"Diverso? Diverso come?"
"Non saprei, maman. Qualcosa di nuovo è entrato in me e vi ha deposto il suo seme..." disse pensando ai suoi rapporti con Augusto e guardò con aria falsamente ingenua la madre.
"Che curioso modo di esprimervi, Enrico. Che cosa volete dire?"
"Semplicemente un modo poetico, direi." disse asciutto il padre. "Semplicemente sta crescendo, diventando grande, aprendosi alla vita. Sta diventando uomo."
"Voi spiegate sempre tutto con codesta vostra frase: sta crescendo! Il ragazzo si chiude e per voi sta crescendo. Si apre e sta crescendo!" lo rimbeccò un po' scontrosa la donna.
Enrico sorrise al lieve battibecco dei suoi. E piazzò lì, con aria casuale: "Sì, sento che sto diventando uomo, è vero. E sto pensando al mio futuro. Ho deciso che diventerò medico..." disse e spiò l'espressione del padre.
Questi si fermò con la forchetta a mezz'aria, poi disse, senza guardarlo, con tono neutro: "E... perché mai medico?" e riprese a mangiare.
"Mi affascina il mistero del corpo umano. E penso che sia una nobile professione. So che voi vorreste che io divenissi notaio come vostro padre e voi, ma... Io voglio diventare medico." concluse deciso.
"Medico... medico. Certo che io desidero che voi diventiate notaio, Enrico. Siete l'unico figlio maschio rimastomi e quando mi dovrò ritirare a vita privata, avrei desiderato lasciare tutto a voi, mio figlio."
Era la prima volta che il padre gli dava del voi. Lo stava finalmente trattando da adulto. Il padre tacque ed Enrico iniziò a dire: "Sì, ma..."
"Comunque manca un paio d'anni perché voi entriate all'Università, perciò è inutile parlare ora di questo vostro desiderio, di questa vostra idea. Ne riparleremo a tempo debito." lo interruppe il padre.
Enrico intuì che sarebbe stato inutile, se non addirittura controproducente, insistere. Comunque aveva gettato il sasso. E il padre, anche se con sua meraviglia, pur non mostrandosene contento, non aveva ancora detto un no. Probabilmente il padre pensava che forse avrebbe cambiato idea di lì a due anni. Ma Enrico era più che mai deciso. Al di là dei miti dell'uomo tagliato a metà, voleva capire perché alcuni uomini si sentono attratti dagli altri uomini e non dalle donne. Perché voleva capirsi, conoscersi meglio. Perciò sarebbe diventato medico.
Con Augusto, oltre a scambiarsi carezze e baci furtivi durante le ore di studio, a volte riuscivano ad incontrarsi ed a fare l'amore. Ad Enrico piaceva molto essere preso dal suo amante, gli piaceva anche molto quando si univano per la fellatio reciproca, come continuava a chiamarla il ragazzo. I loro due corpi capovolti, testa coda, gli facevano pensare al segno astrologico dei pesci, perciò, quando ne vide il simbolo in vendita in una bigiotteria, lo comprò e lo appese alla catenella dell'orologio che aveva ricevuto dal padre come regalo per il suo sedicesimo compleanno. E spiegò ad Augusto che quella medaglietta d'argento con i pesci di smalto variopinto, rappresentava loro due allacciati a fare l'amore. Augusto sorrise compiaciuto e lo baciò.
Quando sua sorella Margherita notò la medaglietta, gli disse: "Che buffo, Enrico. Voi siete nato nel segno del cancro, perché portate il segno dei pesci?"
"Voi credete a queste cose? Io no. Semplicemente sono belli, ed inoltre esprimono armonia. L'armonia dei complementari. Tutto qui."
"Via, dite la verità, avete una simpatia speciale per una ragazza dei pesci, piuttosto!" disse con un sorrisetto malizioso la sorella.
"No, vi sbagliate di grosso. La mia simpatia va semmai al segno del toro." rispose pensando ad Augusto che era nato il diciassette maggio.
Augusto era un giovanotto molto dolce, specialmente quando facevano l'amore. Enrico amava le ore in cui poteva stare nudo fra le sue braccia, contro il suo corpo virile e forte, amava sentirlo in sé, amava essere coccolato dopo aver raggiunto con il suo amante le vette del piacere. E Augusto amava la gioia con cui il ragazzo lo accoglieva in sé, il desiderio intenso che leggeva nei suoi occhi, la semplice spontaneità con cui, quando carezzava le sue nudità, gli diceva frasi come: "I vostri occhi sono stupendi" o "Amo il vostro pene, è bellissimo" o ancora "Non finirei mai di baciare il vostro corpo". Augusto era un tutore appassionato ed Enrico era l'allievo ideale sia in greco che nell'amore: l'uno insegnava con gioiosa dedizione, l'altro apprendeva con avido piacere.
Un giorno Augusto avvisò i genitori del ragazzo che, per l'estate, intendeva passare un mese in Grecia, perciò avrebbe dovuto sospendere le lezioni al ragazzo.
Il padre sembrò contrariato: "Non potete farmi questo: i patti erano chiari, un anno di corsi intensivi. Vi eravate impegnato!"
"Sì, avete ragione. Ma l'università di Bologna mi ha offerto una borsa di viaggio per andare a fare ricerche in loco. E voi sapete che ambisco ad entrare all'università come docente: questa occasione sarebbe preziosa. Non posso rinunciare, davvero, mi dispiace..."
"Non posso costringervi, certo, ma mi state deludendo. Potete almeno trovarmi un sostituto per quel mese, che venga in campagna con noi per seguire mio figlio?"
"È possibile... farò del mio meglio..."
Enrico allora intervenne: "E se io venissi in Grecia con voi?" chiese pieno di speranza, guardando però il padre per vedere se fosse stato disposto a permettergli quel viaggio.
"Da parte mia non ci sarebbe alcun problema. Potreste alloggiare da me, l'università affitterà un quartierino per me e ci sarebbe certamente posto anche per voi." rispose prontamente Augusto, guardando anche lui il padre di Enrico.
"Potrebbe essere un'idea... Meglio che cambiare insegnante per un solo mese. E stare in Grecia potrebbe migliorare il greco di mio figlio, anche se il greco moderno non è il greco antico. Davvero sareste disposto ad ospitarlo?"
"Sì, con vero piacere..." rispose l'insegnante.
Così i due partirono per la Grecia. Enrico era estremamente eccitato: avrebbe passato un intero mese in casa del suo professore, avrebbero potuto fare l'amore tutti i giorni, indisturbati e nella terra dell'eros fra maschi! Anche Augusto era lieto per quell'occasione. Già imbarcandosi a Venezia condivisero la stessa cabina e, logicamente, usarono una sola cuccetta.
"Siete davvero lieto di avermi con voi?" chiese il ragazzo quando, saliti sulla cuccetta, Augusto lo abbracciò.
"Me lo chiedete? Poter passare un intero mese con voi in completa intimità, è più di quanto potessi sognare."
"Non vi disturberò nei vostri studi: tanto devo studiare anch'io. E vi terrò in ordine casa, così sarete più libero per le vostre ricerche."
"Non è necessario: se non venivate voi, avrei fatto da solo."
"Ma voi dovrete dedicare una parte del vostro tempo a farmi lezione, ed anche una parte per far l'amore con me. Perché lo faremo ogni giorno, no?"
"Certamente." disse il giovanotto carezzandolo.
"Perciò io vi farò i lavori di casa, è deciso." disse Enrico baciandolo in bocca, poi scendendo a baciarlo per tutto il corpo fino a catturare il virile turgore del suo amante.
Questi sospirò lieto: "Avete argomenti irresistibili voi, Enrico!" mormorò poi, attirando verso il proprio volto il bacino dell'amato, per ricambiare il piacere che gli stava dando.
In Atene si installarono nel quartierino di Augusto. Ogni mattina questi andava all'università e vi si tratteneva fino all'ora di pranzo. Enrico faceva le pulizie, faceva i compiti poi preparava da mangiare. Augusto tornava per pranzo. Mangiavano assieme, poi, mentre il giovanotto si applicava alle proprie ricerche, Enrico rigovernava, studiava ancora un po', finché Augusto interrompeva per dare lezione di greco al suo amato. Poi uscivano a fare un po' di turismo o semplicemente per andare un po' a zonzo. Tornavano a casa per la cena, e infine, verso le nove, andavano a letto. Si spogliavano l'un l'altro baciandosi, accarezzandosi, stringendosi con crescente desiderio finché, fra le lenzuola stropicciate dal loro cercarsi incessante, Enrico si offriva al suo amante con appassionato entusiasmo.
Una sera, mentre Augusto gli stava lentamente scivolando fuori dopo che avevano raggiunto entrambi il piacere, Enrico chiese con voce piccina piccina: "Sperate di andare ad insegnare a Bologna, avete detto."
"Sì, è il mio sogno."
"Avete buone probabilità, nevvero?"
"Credo di sì."
"Perciò ci si dovrà lasciare..."
"Presto..."
"Mi mancherete."
"L'erasta lasciava sempre il suo eromeno..."
"Vi troverete un altro eromeno?"
"Se anche fosse, mai come voi, Enrico. Mai." sussurrò il giovanotto stringendolo a sé.
"Non mi dimenticherete?"
"Vi sembra possibile? E voi?"
"Il giorno in cui dimenticherò il mio nome... forse. Mi mancherete."
"Troverete altri amanti. O amati."
"Usate il plurale?"
"Certamente. Vi stupisce la cosa?"
"No... ma vorrei..."
"Che cosa?"
"Trovare colui che non mi lascerà mai." sussurrò il ragazzo domandandosi se non stava chiedendo la luna.
"Forse lo troverete, un giorno. Me lo auguro, ve lo auguro. Tutti lo speriamo, ma sono pochi i fortunati mortali che ottengono questa grazia dalla vita."
"Ma l'uomo e la donna, solitamente, vivono per sempre insieme, una volta sposati. Perché dite che è raro per due uomini? Che abbiamo noi di diverso?"
"Il che non significa che si amino. Non è questo che desiderate? Noi non abbiamo nulla di diverso. Semplicemente, non avendo un legame sociale come il matrimonio, i figli che ci impongono di restare assieme, se non ci amiamo ci possiamo lasciare e cercare altri da amare, a differenza delle coppie sposate."
"Ma noi... noi ci si deve lasciare, anche se il motivo non è mancanza d'amore... non è così?"
"È così."
"Perché?"
"Perché io devo seguire la mia strada e voi la vostra. E anche perché la nostra società non ammette che due uomini si amino, lo sapete. Se ci potessimo amare alla luce del sole, se potessimo essere ufficialmente io vostro e voi mio, sarebbe naturale che voi mi seguiste a Bologna."
"Potrei venire a studiare medicina a Bologna..."
"Ammesso che vostro padre vi permetta di fare medicina come desiderate, Padova è più rinomata e più vicina a Vicenza. E non è all'estero come Bologna. Non potendo giustificare la vostra venuta a Bologna con il nostro amore, non la potreste giustificare in nessun altro modo."
"Avete ragione. Perché però la vita è così ingiusta con noi amanti del nostro stesso sesso?"
"Non la vita, Enrico. La società. E non è ingiusta solo con noi, ma con moltissimi altri."
"Con moltissimi altri? Con chi?"
"Con quelli che tiene nell'ignoranza e nella povertà, ad esempio. Quanti ragazzi vorrebbero studiare e non possono, perché non hanno quasi di che mangiare, vestire? Io, voi, siamo privilegiati, rispetto a questo punto. È ingiusta con quelli che costringe a rubare per sopravvivere e poi giudica e chiude nelle galere. È ingiusta con tutti coloro che non la pensano come chi detiene il potere e lo manifestano. È ingiusta con i suoi figli che anelano alla pace e che manda in guerra per l'interesse di pochi. Non siamo gli unici ad essere trattati con ingiustizia, Enrico."
"Ma l'ingiustizia che ci tocca direttamente sembra peggiore delle altre."
"Sembra, mio dolce amico. Sembra solamente."
"Ma voi, mi amate?"
Augusto non rispose subito ed il ragazzo apprezzò quella pausa di riflessione.
"Vi amo, sì. Forse non abbastanza, ma non si ama mai abbastanza. L'unico vero dio si chiama Amore, e noi siamo solo uomini: non possiamo viverne e manifestarne che un pallido riflesso, per quanto si vorrebbe essere... dei."
"Non amate solo... giacere con me."
"No, certo, anche se giacere con voi è una gioia grande."
Enrico si raggomitolò contro il giovanotto che lo avvolse col le braccia e le gambe.
"Vorrei stare sempre così..." mormorò, poi soggiunse: "Prendetemi di nuovo, vi prego. Ho bisogno di sentirvi in me, di sentire che sono vostro, anche se ci dovremo lasciare..."
"Sì..."
Quel mese passò, anche troppo in fretta, come tutte le cose belle.