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una storia originale di Andrej Koymasky


pin VOLUME 3
ENRICO PICCIN
CAPITOLO 4
IL CUGINO SAMUELE

Venne il momento della loro separazione: Augusto era stato nominato lettore nella cattedra di greco all'Università di Bologna. Era triste Enrico ma, abituato a ragionare sulle cose, si disse che comunque erano destinati a lasciarsi: lui sarebbe andato a studiare medicina a Padova, appena finiti gli studi e superati gli esami di stato.

Col padre non avevano mai più affrontato l'argomento degli studi che lui voleva fare. I tempi cominciavano a stringere ed Enrico si chiedeva se doveva affrontare di nuovo il discorso o attendere ancora. Era indeciso ma alla fine pensò che fosse meglio attendere ancora un po'.

Andato via Augusto, Enrico si sentì solo: non aveva più nessuno con cui confidarsi, con cui essere se stesso, con cui fare l'amore. Capì quanto il suo tutore fosse stato prezioso per lui. Si immerse negli studi ancor più di prima. E riprese a masturbarsi la notte, a letto, sognando avventure proibite o i migliori momenti dell'anno passato accanto ad Augusto.

A volte si scrivevano, ma nelle lettere non potevano raccontarsi granché, nel timore che altri potessero leggerle. Il massimo che potevano scriversi erano domande del tipo: "avete trovato un altro allievo come me?" e frasi come "ricordo gli esercizi che svolgevamo assieme con tanto piacere".

Quell'anno passò e finalmente Enrico decise che era giunto il momento di affrontare di nuovo il padre.

"Superato l'esame, vorrei andare ad iscrivermi a medicina, a Padova." disse una sera a cena.

"Pensa prima a superare l'esame." rispose asciutto il padre.

"Sono sicuro di superarlo." replicò Enrico.

"Sì... bene." disse Edgardo continuando a mangiare con aria indifferente.

"E quindi penso di passare a Padova per chiedere quali sono le carte da preparare..." aggiunse Enrico cercando di mostrarsi deciso.

"Puoi prendere il calessino e farti accompagnare da Franco, domani." rispose il padre senza guardarlo.

Enrico lo guardò stupito: s'era aspettato un diniego, una predica, una sfuriata, un'opposizione tenace ed a tutto questo s'era preparato. Aveva affilato le sue armi in quei mesi, pensato a tutte le possibili obiezioni ed a tutte le ragionevoli risposte ed ora... "puoi prendere il calessino"! Si trovò spiazzato.

Ma allora il tempo che il padre gli aveva chiesto di attendere non era stato tanto nella speranza di fargli cambiare idea, quanto di abituarsi all'idea? Così pareva.

Incerto disse: "Se... andrò a Padova... potrò tornare a casa solo nei fine settimana..."

"Naturale." ribatté asciutto il padre senza guardarlo.

"E... dove potrò abitare?"

"Scriveremo alla sorella di vostra madre, forse potranno ospitarvi loro. Non dovreste starci male, c'è Samuele che ha la vostra età, lì. E noi staremmo tranquilli. Scriverete voi a vostra sorella?" chiese poi rivolto alla moglie.

"Sì, certamente. Così domani Enrico potrà passare a portare la lettera." disse la madre tranquilla.

Enrico si sentì esultare e solo il rispetto verso suo padre, che doveva aver ingoiato un boccone amaro, gli impedì di manifestarlo.

Chiara chiese: "Ma se Enrico diventerà medico, chi continuerà il vostro lavoro, papà?"

Enrico fulminò con lo sguardo la sorella minore, ma questa non lo guardava.

"Vedremo... Forse venderò ai soci, al momento opportuno. O mi tirerò su qualcuno che voglia prendere il mio posto. Non è cosa che avverrà domani comunque, c'è tempo." mugugnò il padre troncando il discorso con sollievo di Enrico.

L'indomani andò a Padova, ottenne le informazioni che desiderava, quindi passò a portare la lettera agli zii. Questi gli dissero che avrebbero risposto. Restò a pranzo con loro e rivide Samuele, che gli disse allegro che sperava che i genitori dicessero di sì: Samuele infatti, ultimo di cinque fratelli, aveva la stessa età di Enrico e ben sette anni meno del quarto fratello. L'idea di poter avere un coetaneo per casa gli piaceva molto.

Samuele era cresciuto, dall'ultima volta, come d'altronde era cresciuto Enrico. S'era fatto più uomo, aveva perso le rotondità infantili, aveva un corpo più asciutto. Non si poteva dire che fosse bello, era grazioso, ma aveva un che di sensuale nella voce, nello sguardo, nel corpo, che turbarono lievemente e piacevolmente Enrico.

Tornando paragonò suo cugino a Franco, il cocchiere: beh, decisamente l'uomo era desiderabile, gli era sempre piaciuto. Sarebbe stato bello averlo come amante, peccato che fosse sposato. Cercò di immaginarsi a letto con Franco e si eccitò. Sì, gli mancava un maschio, ne sentiva davvero il bisogno. Ormai da quasi un anno non aveva più rapporti sessuali. Non è facile fare a meno del sesso dopo che lo si è gustato e goduto con tanta intensità e piacere.

Chiuse gli occhi ed immaginò che lì, sul calessino, mentre i cavalli continuavano a trottare sicuri anche senza guida, Franco saltava dentro dal suo sedile a cassetta, lo guardava con un sorriso provocante e con occhi accesi di brama per lui, si apriva la braca gonfia estraendone il membro ritto, duro e fremente e gli chiedeva con voce resa roca dal desiderio: "Lo volete tutto dentro, non è vero?" Lui annuiva solamente, allora l'uomo gli si accostava, gli slacciava i calzoni, glieli sfilava, gli sollevava le gambe inginocchiandocisi in mezzo, gli puntava il grosso membro sul buchetto fremente quindi lo prendeva con foga ed i loro gemiti di piacere si mescolavano. Franco gli batteva dentro con maschio vigore e tutto il suo corpo era scosso per i colpi ma più ancora per il piacere. E Franco gli diceva: "Siete meglio di mia moglie. La lascerò, preferisco voi." e gli si scaricava dentro sfregandogli con rudezza i capezzoli, mordicchiandogli il collo. E anche lui godeva assieme all'uomo...

Riaprì gli occhi e guardò la nuca dell'uomo a cassetta: avrebbe dato un anno della sua vita perché quella fantasia potesse diventare reale... Si carezzò il bozzo che gli era cresciuto fra le gambe e sospirò. E una voce gridò dentro di lui: "Voglio un maschioooo!". Franco doveva aver udito il sospiro, perché si girò e gli chiese:

"State bene, signorino?"

"Sì... sì sì."

"Avete bisogno di qualcosa?"

"Di te!" disse Enrico d'impulso, a metà voce e subito dopo si morse la lingua pieno di vergogna e di timore per la reazione dell'uomo.

"Di un tè? Volete che mi fermi ad una locanda?"

"No, no, andiamo a casa. Posso aspettare..." disse Enrico tirando un silenzioso sospiro di sollievo. Se l'uomo avesse capito... poteva nascerne un guaio serio, si disse. Come ho potuto essere così imprudente e stupido?

Tornato a casa, dati gli esami con risultati più che soddisfacenti, giunse anche la risposta degli zii da Padova: Enrico sarebbe stato il benvenuto in casa loro, l'avrebbero sistemato in qualche modo ora che il grande si era sposato.

La madre di Enrico quindi iniziò a preparare il baule con gli abiti ed i ricambi per il figlio, mentre questi preparava le sue cose, eccitato alla prospettiva di poter finalmente iniziare gli studi che desiderava e di poter vivere in un'altra città. Poi, lasciati i bagagli pronti, andarono come ogni anno in villeggiatura. Certo, non era l'estate di sogno passata con Augusto in Atene. Dall'ultima lettera di questi aveva intuito che il suo ex tutore doveva aver allacciato una nuova relazione, ma non ne era sicuro. Provò un misto di invidia, gelosia, rammarico, ma l'invidia era più forte. Lui quando avrebbe trovato un amante?

Finalmente tornarono a Vicenza. Fu di nuovo Franco che l'accompagnò con i bagagli fino a Padova. Si presentò a casa degli zii con una lettera ed un regalo. La zia disse a Samuele di aiutare il cugino ad istallarsi e di essere puntuali per la cena. Samuele, caricatosi parte dei bagagli del cugino, gli disse di seguirlo. Mentre camminavano per il corridoio, passando davanti alle porte, spiegò:

"Questa è la camera dei miei genitori, questo è il loro guardaroba, qui c'è la camera di Silvio, questo è il bagno, questa la camera di Roberto e di fronte quella di Carlo, che prima dormiva con me e che ha preso la camera di Cesare da quando mio fratello si è sposato, questa è la porta del gabinetto di decenza e finalmente, questa è la mia camera... la nostra, da stasera."

"Mi dispiace recarvi tanto disturbo."

"Disturbo? No, prima ci stava Carlo, un musone. Sono sicuro che con te starò meglio, Enrico. Se non altro abbiamo la stessa età, spero che diventeremo amici. E smettila di darmi del voi!"

"Il tu si da ai servi ed ai bambini..."

"Non qui a casa nostra: fra fratelli ci si è sempre dati del tu, solo a papà e mammà si da del voi, e anche loro, fra loro, si danno del tu, perciò..."

"Non so se mi sarà facile abituarmi, ma ci proverò..."

"Il voi fra fratelli... un'usanza d'altri tempi. Da provinciali. Siamo nel 1848, ormai! O mi darai del tu o non ti rivolgerò più la parola!" minacciò scherzoso Samuele mentre entravano nella sua camera.

Era una stanza ampia, con tre finestre, due grandi armadi su una parete, una libreria sull'altra, una grande scrivania con due sedie davanti alla finestra di destra... ed un solo letto! Ampio, ma uno solo. Avrebbero dormito assieme, perciò. Enrico ebbe un brivido di piacevole anticipazione.

Samuele gli aprì un armadio e gli mostrò una parte della libreria sgombra: "Ecco, puoi sistemare qui la tua roba." disse e sedette al tavolo.

"Grazie. Tu, Samuele, vai all'università?"

"Non ancora. Tu sei avanti di un anno, il genietto di famiglia! L'anno prossimo m'iscriverò."

"A che cosa?"

"A matematica."

"Ti piace?"

"Certo. Mi è sempre piaciuta. A te no?"

"Juxta modum..."

"Già, tu vuoi diventare medico. Io non potrei mai: vedere gli altri soffrire mi fa star male."

"Ma sapere che puoi alleviare la loro sofferenza..."

"Ammesso che possa. La scienza, compresa la matematica e la medicina, non è stata ancora esplorata in tutti i suoi limiti, c'è ancora molto progresso da fare. Comunque questa è l'età del progresso, siamo fortunati a viverla."

"E poi, insegnerai matematica?"

"Non so, non credo. Diventerò un matematico, uno studioso, penso. Spero. Ci proverò, almeno. Anche se io non sono un genio come te."

"E piantala!"

"Mica l'ho detto per prenderti in giro!" ribatté il cugino, ma nei suoi occhi brillava una luce scherzosa ed Enrico si mise a ridere. Allora Samuele disse: "Mi sa che andremo d'accordo, io e te. Sai stare allo scherzo."

"Lo spero di cuore." rispose allegro Enrico proseguendo a sistemare le sue cose.

A cena, a differenza che a casa sua, si chiacchierava allegramente. Carlo era più taciturno, introverso, ma gli altri, compresi gli zii, erano simpatici, specialmente Roberto e Samuele. La servitù era composta di sole tre persone, una governante, il cuoco suo marito ed il figlio ventenne che faceva da cameriere: il ragazzotto non era granché attraente, un tipo comune ed un po' tozzo. Gli zii non erano ricchi come suo padre.

Silvio e Carlo erano più belli di Samuele, ma questi era di gran lunga il più sensuale di tutti: sensuali le labbra, lo sguardo, il modo di muoversi, quel che si poteva intuire del corpo. Enrico si sentiva attratto dal cugino e l'idea di condividerne il letto, e mancava poco a quel momento, lo eccitava e lo impensieriva al tempo stesso.

Terminata la cena si trasferirono tutti in salotto, dove la zia si mise a sferruzzare, lo zio a fumare la pipa, Silvio a leggere il giornale, Roberto e Carlo a giocare a scacchi e infine Samuele ed Enrico al Gioco dell'Oca, chiacchierando sottovoce. Fu servita una tisana.

Mentre la sorseggiavano, Samuele sussurrò ad Enrico, facendogli l'occhietto: "Credo che mia madre in questa tisana faccia mettere dentro un calmante, sai?"

"Calmante?" chiese Enrico stupito.

"Sì, sai, con tante energie giovanili in campo... non vuole trovarsi le lenzuola macchiate, capisci?" sussurrò ridacchiando.

Enrico sorrise e chiese: "E... funziona?"

"Mah... pare."

Enrico pensò che sperava di sì: lui ne avrebbe avuto davvero bisogno... specialmente quella sera.

Venne l'ora di andare a letto. I due ragazzi, data la buona notte, si ritirarono nella loro stanza. Si spogliarono dandosi le spalle ed indossarono sul corpo nudo la camicia da notte.

"Da che parte preferisci dormire tu?" chiese Enrico accostandosi al letto un po' prima del cugino.

"Non importa. Resta da quella parte, va bene." rispose questi accostandosi al letto a sua volta. Scostarono le coperte, si stesero e si ricoprirono. Samuele spense il lume che stava dal suo lato. "Hai voglia di dormire subito?" chiese poi.

"No, non mi sento stanco."

Parlarono di varie cose, poi Samuele chiese: "Avevi una ragazza che ti piaceva, a Vicenza?"

"No, nessuna. E tu ce l'hai?"

"No. Beh, c'è la figlia di amici che mi piace, ha tutte le curve giuste al posto giusto, ma pare non accorgersi di me, purtroppo. Si chiama Clotilde: un bel nome, vero?"

"Sì..." disse Enrico con una punta di delusione nella voce.

Quando il cugino gli aveva fatto quella domanda, aveva sperato che fosse il preludio per dirsi: a me le ragazze non interessano... e invece...

"Perciò non hai mai... fatto niente con una ragazza, tu."

"No, e tu, Samuele?"

"Neppure, ma non ne vedo l'ora. A volte, sai, il desiderio si risveglia e allora..."

"E allora? Che fai allora?"

Samuele ridacchiò, poi sussurrò: "Quello che mia madre teme, le sporco le lenzuola..."

"Ma non usi il fazzoletto, tu?" chiese Enrico.

"Certo che lo uso. Ma qualche volta, sai, al buio e cercando di non farmi sentire da mio fratello..."

"Lo facevi con lui qui nel letto?"

"Certo. Credo che anche lui lo facesse, a volte era macchiato dalla sua parte. Ma non l'ho mai sentito. Probabilmente, come facevo io con lui, aspettava di sentire che dormissi. Tu almeno non avevi questo problema, no?"

"Ce l'ho adesso..." disse scherzoso Enrico.

"Beh, aspetterai che io dorma, allora." replicò ridendo lieve il cugino e cambiò discorso.

Erano su un fianco, girati l'uno verso l'altro ed Enrico pensò che gli sarebbe bastato allungare una mano per toccarlo e ne provò il desiderio ma dopo i discorsi di poco prima, non si azzardò: evidentemente il sensuale Samuele era orientato verso l'altro sesso. Purtroppo.

"A che pensi? Come mai sei diventato taciturno?" chiese Samuele dopo un po'.

"E tu? Anche tu hai smesso di parlare." si schermì Enrico.

"Pensavo a un libro che ho letto ultimamente."

"Ah si? Di che libro si tratta?"

"Robinson Crusoe, un romanzo d'avventura di un inglese."

"In inglese?"

"Sì, certo."

"Interessante?"

Samuele annuì ed iniziò a raccontargliene la trama, piuttosto in dettaglio, finché si rese conto di star sprecando il suo fiato: Enrico si era addormentato.

La mattina seguente Enrico si svegliò sentendosi un peso addosso: il cugino gli stava sopra cavalcioni e lo scuoteva: "Sveglia, ghiro! Io sono arrabbiatissimo con te!"

Enrico nel sentirselo addosso così, si eccitò. Rispose: "Con me? Che ho fatto?"

"Ti sei addormentato mentre ti raccontavo di Robinson!" disse con aria falsamente arrabbiata il cugino ma il riso gli baluginava negli occhi. Enrico si rese conto che se il cugino si fosse spostato di poco avrebbe sentito la sua erezione: lo sperò e lo temette ad un tempo.

"Scusami... Non me ne sono reso conto..." disse teso.

"Che non capiti mai più o ti dovrò sculacciare, capito?"

"Lo giuro!" disse Enrico sempre più eccitato.

"Bene. Allora ti perdono. Alziamoci, dai!" disse allegro Samuele togliendoglisi finalmente da sopra e scendendo dal letto. "Vado prima io a lavarmi." aggiunse e, preso l'asciugamano, andò in bagno.

Enrico emise un lieve sospiro e si scoprì: la sua camicia da notte mostrava appieno il suo stato d'eccitazione. Sperò che gli scendesse prima del ritorno del cugino e si preparò ad affrontare la sua convivenza con quel ragazzo desiderabile e intoccabile!

Enrico iniziò a frequentare l'università. Nel suo tempo libero a volte studiava in camera con Samuele, ognuno chino sui propri libri. Di tanto in tanto si guardavano, si facevano un sorriso, si immergevano di nuovo negli studi. A volte chiacchieravano o giocavano, o andavano a fare una passeggiata. Ed Enrico si sentiva sempre più fortemente attratto da Samuele e la notte a letto doveva farsi forza per non cedere alla tentazione di allungare una mano per toccarlo in modo intimo. Tanto più che Samuele, con spirito di cameratismo, per gioco, non di rado lo stuzzicava facendogli solletico, o mosse di finta lotta e non si faceva problemi se i loro corpi entravano in contatto mentre erano a letto.

Per Enrico era una specie di supplizio: si eccitava immediatamente e allora doveva girarsi in modo che l'altro non potesse sentire la sua erezione.

Dormivano assieme da un paio di settimane quando una notte, mentre Enrico si stava addormentando su un fianco girando le spalle al cugino che già dormiva, questi si girò e gli si addossò. Enrico provò un brivido di piacere: sentiva il calore del corpo di Samuele attraverso la camicia da notte ed era piacevole. Si eccitò immediatamente. Si stava chiedendo se poteva arrischiarsi a masturbarsi, quando una nuova sensazione lo fece irrigidire e gli fece balzare il cuore in gola: sentì chiara, inequivocabile, l'erezione del cugino premergli contro le natiche.

"Samuele... dormi?" chiese emozionato, in un sussurro.

L'altro non rispose ed il suo respiro profondo e regolare dissero ad Enrico che stava dormendo. Ma la sua erezione continuava a palpitargli contro. Allora, fremente, Enrico spinse lievemente indietro il bacino per sentirla meglio e la sentì, dura, forte, viva, calda. Senza più riflettere, non ne era in grado, con cautela si sollevò la camicia da notte per sentirla meglio e di nuovo vi si spinse contro, e sfregò lentamente con le natiche contro quella fiera verga in tiro. Chiuse gli occhi gustando quella sensazione che da circa un anno non provava più.

Non rifletteva, non ragionava, non pensava, sapeva solo che gli piaceva, che voleva di più, di più. Allora si scostò, fece scorrere le mani dietro di sé senza girarsi e, pian piano, trattenendo il respiro, sollevò la camicia da notte del cugino, sufficientemente ampia per farne scivolare il davanti fin sul ventre, quindi, lentamente, spinse di nuovo indietro il bacino fino a ristabilire il contatto e la sentì, carne nuda contro la carne nuda, fremente, palpitante e vi si spinse ancor più contro, pensando confusamente che avrebbe voluto sentirsela dentro, tutta dentro, quell'asta di carne fremente.

La sentì palpitare e ne provò piacere. La sentì premere e fremette. Poi Samuele emise un lieve gemito ed Enrico si immobilizzò tornando cosciente di quanto stava facendo: "oddio!" pensò, "e se si sveglia?" La verga gli fremette ancora contro il sedere. Enrico stava pensando di far marcia indietro, di rimettere a posto le loro camicie da notte, quando il sodo membro scivolò nella piega fra le sue natiche, mandandogli brividi di desiderio su su per la spina dorsale.

"Ancora un minuto..." pensò eccitato, "solo un minuto..." e fremente premette nuovamente indietro. E allora sentì le mani del cugino prenderlo per la vita e una spalla e Samuele gli si addossò e spinse con forza la sua erezione contro di lui. Enrico, alla presa di quelle mani provò un istante di panico, ma al premere di quell'asta dura sentì fuoco vivo guizzargli nelle vene, caldo, poi freddo, poi languore, poi vigore ed allora spinse indietro con immenso piacere. Il cugino ora quasi lo abbracciava e gli si sfregava contro in silenzio: Enrico ne sentiva il paletto frugargli fra le natiche, il caldo respiro sul collo.

Fece scivolare una mano fra il suo sedere ed il pube di Samuele, ne afferrò il membro caldo e rigido e lo guidò. Il cugino spinse. Enrico fremette ed attese emozionato. Samuele spinse ancora ed Enrico si sentì finalmente invadere e mentre la vigorosa verga gli scivolava lentamente dentro, emise sottovoce un lungo e modulato gemito di intenso piacere.

Per alcuni istanti rimasero immobili, fremendo tutti e due. Il cuore di Enrico batteva forte, come impazzito, gioioso. Samuele iniziò a muovere il bacino avanti e dietro, dapprima lentamente, poi, man mano, più sicuro, più veloce e con crescente vigore, brancicando il corpo di Enrico, mordicchiandogli una spalla ed il collo, emettendo ad ogni spinta un breve mugolio di piacere in un ritmo sempre più accelerato, finché gli si spinse a fondo e venne, tremando per tutto il corpo, intensamente. Enrico fece appena a tempo a pensare "oddio, il fazzoletto!" ed a tamponare con la camicia da notte il profluvio di seme che stava emettendo in quel meraviglioso orgasmo.

E restarono immobili, ansanti, ancora profondamente uniti, finché l'erezione di Samuele, diminuendo, scivolò via di dentro Enrico. Samuele allora si staccò da lui, si girò stendendosi sulla schiena ed emise un lungo sospiro. Enrico avrebbe voluto girarsi, guardarlo, baciarlo, parlargli, ringraziarlo, dirgli quanto fosse felice per quanto finalmente era accaduto fra loro, ma Samuele non diceva nulla, non lo toccava più, così Enrico restò fermo nella sua posizione, in attesa.

Dopo poco capì dal respiro del cugino che questi si era addormentato. Gli era piaciuta l'irruenza con cui il cugino l'aveva preso, aveva goduto intensamente, solo avrebbe desiderato, dopo, scambiarsi qualche carezza, qualche bacio, com'era abituato a fare con Augusto. Finalmente si addormentò anche lui.

La mattina dopo Samuele lo svegliò, come sempre. Aveva la solita espressione sorridente di ogni mattina, non fece né disse nulla di diverso, solo nel suo sguardo c'era una luce complice ed allegra, come un messaggio: lo sappiamo, è stato bello; non serve parlarne.

Enrico andò a lavarsi e sciacquò la sua camicia da notte chiazzata davanti dal suo seme in modo di toglierne ogni traccia, quindi la stese ad asciugare: avrebbe detto che gli era caduta inavvertitamente nella vasca da bagno... Il cugino capì e gli fece con gli occhi un cenno di approvazione ed un sorriso.

Enrico andò all'università, tornò a casa, studiò accanto a Samuele. Aspettava che il cugino dicesse qualcosa, ma, a parte gli sguardi con quella luce speciale, Samuele si comportava esattamente come sempre.

Quella notte, andati a letto, parlarono al solito di tante cose, ma non di quello. Senza sfiorarsi. Enrico era indeciso, avrebbe desiderato parlarne, rifarlo, certo, ma non osava. Così, dopo poco, si addormentarono. Ma durante la notte Enrico si svegliò in preda al desiderio. Allora, quasi tremando, allungò una mano a toccare il cugino fra le gambe, attraverso la camicia da notte: era sollevata. Per caso o Samuele aspettava lui? Carezzò il membro morbido, lievemente, finché lo sentì fremere, crescere, indurire. Samuele era supino ed Enrico pensò di scivolare sotto le coperte e di dargli piacere con le labbra. Stava per farlo, quando Samuele lo prese, lo fece girare e gli si addossò. Enrico, sorridendo soddisfatto, lo guidò di nuovo in sé. Tutto si ripeté come la notte prima, ma questa volta Enrico aveva preparato un panno per raccogliere il proprio seme. Poi, di nuovo senza dire una sola parola, dormirono.

Anche la terza notte tutto si ripeté in silenzio: Enrico svegliò Samuele carezzandogli il membro e questi lo prese.

Ma la quarta notte, quando furono a letto al buio, Samuele per la prima volta parlò del loro rapporto:

"Enrico, non mi svegliare ogni notte. Se ne hai voglia, facciamolo subito, poi dormiamo tranquilli, eh?"

"Ma ne hai voglia tu?" chiese Enrico col cuore in gola.

"Certo, mi piace. E tu?"

"Sì..."

Allora Enrico sentì la mano del cugino tirargli su la camicia da notte ed addossarglisi.

"Aspetta..." mormorò Enrico.

"Cosa?"

Enrico si girò e sfiorò coi polpastrelli il corpo di Samuele: "Prima... carezziamoci."

"Carezzarci?"

"È più bello, dopo, se prima ci carezziamo..."

"Ah..."

Si carezzarono per un po', poi Enrico chiese: "Posso baciarti?"

"Baciarmi? Mah... se vuoi..."

Enrico lo baciò, prima sulle labbra, poi per tutto il corpo.

"Non ti piace?" chiese Enrico interrompendosi.

"Sì, mi piace, continua..."

"Perché non lo fai tu a me?"

"Non lo so. È la prima volta, per me."

"Con un uomo?"

"No, la prima volta, in assoluto. Per te no?"

"No. L'ho fatto per un anno."

"Con un maschio?"

"Sì, un uomo."

"Tutte le notti?"

"No, non potevamo, di solito. Di solito ci si dava qualche bacio di nascosto, qualche carezza veloce."

"Ti ha insegnato lui?"

"Sì..."

"Un uomo, non un ragazzo?"

"Sì."

"Non aveva una donna?"

"No."

"Come mai?"

"Non gli piacevano le donne, gli piacevano i maschi."

"Ah. Non lo capisco."

"Cosa?"

"Come a uno non gli possano piacere le donne."

"Neanche a me piacciono."

"Nooo?" chiese Samuele stupito, "Ma se non hai mai provato, come fai a dirlo?"

"Lo so."

"No, io vorrei avere una donna."

"Ma ti piace farlo con me, no?"

"Sì, certo. Girati, dai... ho voglia."

"Ma accarezzami, baciami. Anche dopo."

"Sì, d'accordo. Prima, durante e dopo. Va bene? Girati, dai."

"Va bene." disse Enrico offrendosi al cugino.

Samuele lo prese con irruenza e lo baciò e carezzò, durante e dopo. Poi, mentre si rilassavano, gli chiese: "Sei contento, Enrico?"

"Così sì."

"Bene. Sono contento di averti qui con me. Non pensavo che avremmo fatto... queste cose. Molto meglio che con la mano da soli, no? Almeno finché non potrò farlo con una donna. Però mi dispiace..."

"Cosa?"

"Che a te non piacciono le donne."

"Perché?"

"Non potrai sposarti, non avrai famiglia. E dovrai sempre farlo di nascosto... Sai che la gente non è tenera, con quelli... quelli come te. Perciò mi dispiace per te." gli disse carezzandogli lievemente il volto.

"Io spero di trovare qualcuno come me, che mi ami."

"Sì, capisco. Ti auguro di trovarlo, prima o poi. Sei un caro ragazzo, Enrico. Ti voglio bene."

"Anche io, Samuele. Anche io sono contento di essere qui con te. E mi piace come... come lo fai."

Samuele ridacchiò contento e lo carezzò nuovamente sul volto: "Dormiamo, adesso. Buona notte, Enrico. E... grazie."

"Grazie a te." rispose Enrico sorridendo nel buio.

Fecero l'amore tutte le notti e Samuele era dolce e tenero, pur prendendolo sempre con giovanile gagliardia. Continuarono per due anni, finché Samuele si fidanzò.

"Adesso che sei fidanzato... non ti interesso più, vero?" gli chiese Enrico la notte della festa di fidanzamento.

"Ancora non posso neanche toccarla, quasi. Neanche baciarla, lo sai. Vorrei continuare, per ora... se non ti dispiace."

"No che non mi dispiace, anche se so che durerà poco. La invidio... Lei ti avrà per sempre."

"Finché dormiamo assieme lo farò sempre volentieri, con te. Ma certo, finirà..."

Finì dopo quasi un anno, quando cioè Samuele si sposò ed andò via di casa. L'ultima notte che passò in letto con Enrico, questi ebbe l'impressione che, più delle altre volte, Samuele si preoccupasse di dargli piacere... La mattina dopo Samuele lo baciò e gli disse:

"Sono stati belli questi tre anni con te Enrico. E le notti con te. Ti auguro di trovare qualcuno che ti possa dare quello che desideri..."


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