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una storia originale di Andrej Koymasky


pin VOLUME 3
ENRICO PICCIN
CAPITOLO 5
NUOVE ESPERIENZE

Enrico rimase solo nella camera che aveva condiviso con Samuele. Per alcuni mesi quindi non ebbe più rapporti sessuali. Samuele era felice per la sua nuova vita da uomo sposato e disse ad Enrico che era stato bene con lui, ma che chiaramente preferiva le donne.

Forse anche per compensare un po' la separazione da Samuele, Enrico iniziò a frequentare più di prima i compagni di studi. Uno di loro lo invitò ad un gruppo di "studi storici". Ad Enrico pareva interessante. Presto si accorse che nel gruppo circolavano idee nuove. Specialmente un giovane medico, di nome Carlo Poma, lo affascinava. Non solo e non tanto fisicamente, quanto come personalità. Carlo Poma era chiaramente orientato verso le donne, perciò Enrico, dopo un primo momento di speranza, la accantonò. Ma il fascino della personalità del giovane medico era tale che cercò ugualmente di diventarne amico.

Carlo si definiva un patriota. Ma per lui il concetto di patria era ben diverso da quello, ad esempio, del padre di Enrico e della maggioranza della gente. Per Carlo la patria, la terra dei padri, era non tanto il Veneto e meno ancora l'Impero Austro-ungarico. Per Carlo la Patria (con la P maiuscola) era l'Europa. Un'unica cultura, quella greco-romana, un ceppo raziale comune, un'unica idea religiosa di fondo, quella cristiana, accomunavano l'Europa in un'entità unica i cui popoli erano talmente mescolati da costituire, ai suoi occhi un tutto indistinguibile ed omogeneo, specialmente di fronte a culture come quella arabo-asiatica o russo-slava.

Ma in questo insieme diviso in nazioni, artificiosamente secondo Carlo, una nazione ancora non aveva avuto la dignità di esistere come entità omogenea: la nazione italiana.

"Noi, dalle Alpi al mare Jonio, abbiamo una sola lingua, l'italiano, una sola religione, la cattolica, una sola tradizione culturale. Dante non è solo toscano, è il poeta di tutti noi, è italiano. Così Michelangelo, Cellini, Leonardo. Raffaello, Pier Capponi, Masaniello... sono tutti italiani, eppure non esiste un'entità riconosciuta, che abbia la stessa dignità degli altri stati, che si chiami Italia. L'Italia è divisa, asservita, umiliata..."

Enrico ascoltava con attenzione questi discorsi: nel gruppo circolavano segretamente gli scritti di un certo Giuseppe Mazzini che propugnava l'idea repubblicana, si parlava degli scritti di Gioberti che auspicava l'unità sotto il Papa, si sussurrava di un certo Giuseppe Garibaldi che reclutava volontari pronti a dare la vita per l'Italia...

Discorsi sovversivi, pericolosi, eppure affascinanti in cui Enrico si sentì sempre più coinvolto, che gli sembravano sempre più validi, giusti.

Enrico aveva ormai ventuno anni quando conobbe il suo terzo uomo, un attore di teatro.

Era un giovanotto di ventinove anni, si chiamava Otello Atzeni. Con la sua compagnia davano i drammi di Shakeaspeare e Otello era splendido nel ruolo di Amleto. Enrico era andato a vederlo assieme ai compagni di università. Dopo lo spettacolo uno di questi, pieno di soldi, aveva invitato la compagnia a cena. Enrico si trovò a sedere accanto ad Otello.

L'attore era di gradevole compagnia, e bello, Enrico se ne sentì attratto. Otello era seduto fra lui ed un altro compagno di corso, ma questi era impegnato a parlare con l'attrice alla sua destra, così Enrico ed Otello parlarono quasi tutto il tempo assieme.

Quando Enrico gli disse che gli sarebbe piaciuto vedere gli altri drammi dati dalla compagnia, Otello gli disse: "Vi farò avere un blocchetto di biglietti omaggio, così potrete venire quando vorrete."

"Siete molto gentile, ve ne sono grato. Ma che posso fare per ricambiare la vostra cortesia?"

"Due cose: fate propaganda ai nostri spettacoli e, quando venite a teatro, dopo lo spettacolo venite a salutarmi nel mio camerino..."

"Molto volentieri." disse Enrico lieto.

Il giorno seguente ricevette a casa i biglietti con un cartoncino vergato da Otello che diceva: "Spero di vedervi presto a teatro. La vostra compagnia ieri sera a cena è stata oltremodo gradevole. A presto, Atzeni O."

Così, una volta alla settimana, Enrico iniziò ad andare a teatro e dopo lo spettacolo si faceva annunciare nel camerino di Otello.

Questi, circondato da ammiratori, trovava sempre il modo di parlare con lui, e una sera gli disse: "Amico mio, vedete come sono assediato!"

"Non vi fa piacere? È il riscontro della vostra fama."

"Sì, certo... ma vorrei avere più tempo per parlare con voi. Perché non mi attendete? Mi cambio, poi si potrebbe andare a bere qualcosa assieme..."

"Con vero piacere. Dove vi posso aspettare?"

"Di fronte al teatro c'è un caffè. Attendetemi là dentro. Cercherò di non tardare."

Negli occhi del giovanotto Enrico vide una luce speciale e si chiese se per caso anche lui fosse un amante degli uomini. E se lo augurò: il giovanotto gli piaceva parecchio. Andò ad attenderlo al caffè ed ordinò una cioccolata calda.

Otello arrivò e sedette sorridente al suo tavolo: "Eccomi finalmente, tutto per voi. Spero che non dobbiate rientrare troppo presto..."

"Ho la chiave, non ho un'ora fissa per rientrare."

"Ottimo. Ma qui stanno per chiudere. Perché non fate un salto su da me? Io albergo al Damiani: ho una camera piccola, ma tutta per me. E vi potrei mostrare i ritagli dei giornali che parlano di me..."

"Volentieri, se non vi disturbo."

"Al contrario. Venite, allora?"

Andarono in albergo e salirono nella stanza di Otello. Vi regnava un disordine gradevole: quello che ci si può aspettare nella camera di un artista. Otello tentò di riordinare sommariamente e liberò due sedie ed una parte del piccolo tavolo.

"Accomodatevi, vi prego. Ecco, questo è l'album dei ritagli che mi riguardano..." disse e, apertogli davanti un album, invece di sedersi sull'altra sedia, si pose alle spalle di Enrico per mostrargli gli articoli e commentarli. Enrico ne sentiva la vicinanza e si eccitò.

Mentre Otello, chinato su di lui, spiegava, Enrico sollevò lievemente la testa ed i loro volti si sfiorarono appena. I loro occhi si incontrarono.

"Sapete che avete occhi bellissimi?" gli disse Otello e gli passò lieve una mano nei capelli.

Enrico sollevò ancora il capo e sussurrò: "E voi... labbra sensuali, dolci..."

"Dite?" chiese in un soffio Otello e le sue labbra scesero ad incontrare quelle di Enrico.

Si baciarono. Enrico si alzò dalla sedia girandosi, si abbracciarono, si strinsero baciandosi di nuovo e sentirono di essere entrambi eccitati.

"Oh, Enrico! Venite..." disse Otello guidandolo verso il letto. Si denudarono l'un l'altro con gesti febbrili, salirono sul letto e si allacciarono pieni di desiderio. Otello sapeva dove toccarlo per suscitargli piacere ed Enrico era sempre più eccitato: amava quei lunghi preliminari.

"Enrico..." gemette il giovanotto girandosi sulla schiena e tirandolo sopra di sé.

"Sì?"

Otello allargò le gambe sollevandole di fianco all'altro: "Prendetemi, spingetemelo tutto dentro, vi prego!"

Enrico lo guardò un po' sorpreso, ma Otello aveva chiuso gli occhi e lo stava tirando a sé. Allora Enrico diresse il proprio membro con la mano, spinse, iniziò ad affondargli dentro, liscio liscio come una mano che entra nel suo guanto e sentì un forte calore avvolgerlo.

Emise un basso gemito: "Oooh, Otello... Mi piace!"

"Sì, spingete, forte!"

"Sì, oh sì!" esclamò Enrico in preda ad un intenso piacere e, quando gli fu completamente dentro, puntò ginocchia e gomiti ed iniziò a stantuffare nel giovane uomo con foga.

"Così, così..." lo incitava l'altro agitandoglisi sotto.

Quando finalmente Enrico gli giacque sopra ansante, svuotato, Otello lo carezzò a lungo.

"Ora prendetemi voi..." disse Enrico pensando che l'altro forse aveva ancora voglia.

"No, a me piace solo essere preso. Siete un vero torello, Enrico. Sono lieto di essermi dato a voi..."

"E io di avervi preso! Sapete che è la mia prima volta?"

"Che fate l'amore? O che lo fate con un uomo?"

"Né l'uno né l'altro. Che sono io a penetrare."

"Direi che vi è piaciuto, per mia fortuna. Verrete ancora a trovarmi?"

"Certo, con vero piacere." rispose Enrico. Otello lo baciò.

Divennero amanti. Si vedevano due, tre volte alla settimana. Non più di sera, ma di giorno, quando Enrico usciva dall'università. Si davano appuntamento da una volta all'altra. Enrico amava la festosa accoglienza dell'altro: parlavano di teatro, di altro, facevano l'amore, parlavano ancora.

Enrico si affezionò ad Otello, anzi, a poco a poco si innamorò. Così un giorno glielo disse.

"Ci conosciamo ormai da sette mesi... ed io, Otello, mi sono accorto di essere innamorato di voi..."

"Grazie..." rispose questi con un breve sorriso.

"Ma voi, mi amate?" chiese Enrico lievemente teso.

"Sì, sì vi amo. Adoro questo vostro bel membro che mi mettete dentro con tanto vigore. Mi fate sentire tutto vostro, quando mi prendete."

Enrico si sentì felice.

Otello sembrava... affamato di lui. Quando lui saliva nella sua stanza, lo abbracciava con foga e gli diceva con urgenza:

"Finalmente siete qui. Venite, fatemi sentire questo vostro bel palo, prendetemi, fatemi vostro..." e lo spogliava pieno di incontenibile brama, lo portava sul letto, lo faceva salire su di sé e gli si offriva incitandolo: "Siete un vero maschio, Enrico... Oooh, sì... più forte, più forte... Oh Enrico, che toro siete! Sbattetemi, fatemi morire!"

"Vi sono mancato, Otello?"

"Sì... questo vostro bel palo, Enrico... Più forte!"

"Mi avete pensato in questi giorni?"

"Sì, ed ogni volta palpitavo in attesa di darmi a voi! Oh, così, Enrico, fatemelo sentire tutto!" gemeva l'uomo agitandoglisi sotto.

Enrico si sentiva in fiamme, ce la metteva tutta, gli dava dentro con entusiasmo, e quando infine gli si abbandonava sopra esausto, appagato, l'uomo lo stringeva a sé quasi convulsamente e gli sussurrava: "Vi piace sbattermi, vero?"

"Vi amo, Otello." rispondeva ansando il ragazzo.

Ma poi doveva andare, con rammarico.

L'uomo lo ripuliva, si ripuliva e gli dava appuntamento per la volta seguente: "Mi spiace che dobbiate andare... io lo rifarei, anche ora."

"Ma voi dovete prepararvi per la recita e io devo andare a studiare, purtroppo..." diceva Enrico felice per il desiderio inesauribile che l'altro gli mostrava.

Desiderio inesauribile, davvero.

Enrico una mattina arrivò in facoltà e seppe che per un improvviso malore del professore di anatomia, la lezione era sospesa. Gli amici lo invitarono ad una riunione politica, ma Enrico pensò che invece poteva fare una sorpresa al suo Otello e restare più a lungo con lui, così si scusò ed andò a passo rapido all'albergo del suo uomo. Salì alla sua camera e bussò. Dovette bussare diverse volte, ma finalmente Otello arrivò, avvolto nella sua vestaglia di seta damascata, gli occhi assonnati.

"Otello! Vi ho svegliato?"

"Sì... come mai siete qui?"

"Non c'è lezione stamattina, così ho pensato..." disse il giovane entrando nella camera del suo uomo.

"Ma non è il vostro turno, stamattina..." disse incerto l'attore e guardò l'orologio che aveva posato sul tavolo.

"Il mio turno? Che volete dire?" chiese Enrico lievemente perplesso. Poi, notando che guardava l'orologio, disse: "Attendete qualcuno?"

"Il nostro costumista... per alcune prove..."

"Vi porterà via molto tempo? A che ora deve venire?"

"Fra quindici minuti..."

"Beh... posso aspettarvi di là, ho tutta la mattina libera."

"No... le prove mi porteranno via parecchio tempo, temo. Mi spiace, ma vi attendevo domani pomeriggio..."

"Che cosa intendevate dire prima, quando avete detto che non era il mio turno?"

"Niente... sono un po' addormentato, ho parlato a vanvera."

Il costumista, pensò Enrico. Un giovanotto di ventotto anni, l'aveva intravisto diverse volte... Andava a fargli le prove lì in camera, strano... Perché non in camerino? Enrico provò una fitta di gelosia: un bel giovanotto, lì...

"Ma voi... di che prove parlate? E perché qui da voi?" chiese Enrico incerto.

"Vi aspettavo domani..." ripeté l'uomo a disagio.

"Voi e il costumista dunque..." disse Enrico guardandolo negli occhi con ansia.

"Enrico, cercate di capire..."

"Capire? Che cosa dovrei capire? Vi fate sbattere anche da lui, dunque? E da chi altri? Da quanti altri?"

"Mah, credete che mi possa bastare farlo con voi, due, tre volte alla settimana? Voi mi piacete molto, ma... certo che ci sono altri. Finché il mio corpo è giovane e desiderabile... Bellezza e gioventù passano anche troppo in fretta, sapete? Devo approfittarne, finché sono ancora piacente. Quanti altri? Più ce ne sono e meglio è, Enrico. Il costumista, il cameriere di questo albergo, il figlio dell'impresario... e la sera, dopo lo spettacolo, qualcuno dei miei ammiratori. Almeno due al giorno, Enrico."

"E dicevate di amarmi!" lo accusò amaro il giovane.

"E vi amo, ma voi non siete sempre qui."

"Ma che significa allora per voi amare?"

"Mi piace come mi montate, come mi sbattete! Siete un torello, voi."

"E voi... una vacca in calore!" ritorse con rabbia e disprezzo Enrico sentendosi sull'orlo delle lacrime.

Otello sorrise: "Sì, perché no? Una vacca in calore circondata da tori in calore. Nunzio, il cameriere, è sposato, ha due figli. Ma dice che preferisce sbattere me che la sua donna. Mi piace essere sbattuto e voi sapete sbattere, siete bravo. Ma non esistete solo voi. Avete un gran bel membro e lo usate a dovere, ma non esiste solo il vostro, di membro, per mia fortuna."

"E dicevate di amarmi..." ripeté Enrico sentendosi svuotato.

"Via, Enrico! Mica davvero potete credere di esistere solo voi, no? Mi piacete, mi piacete davvero molto o non avrei continuato con voi per quasi due anni..."

"Vi piace il mio membro, piuttosto!"

"Sì, certo, mi piace. Mi piace succhiarlo, mi piace sentirlo sprofondare in me, mi piace come me lo martellate dentro. Che altro? Non vi ho dato sempre piacere?"

"Dicevate di essere mio!"

"E lo sono... mentre mi sbattete. Sono vostro."

"Pronto ad essere sbattuto dal primo passante che voglia sollazzarsi in voi!"

"Perché, non vi siete sollazzato, voi?"

"Ma io vi amavo. Io vi amavo..." disse triste Enrico scuotendo il capo.

In quella bussarono alla porta.

"Tolgo il disturbo, allora..." disse il giovane.

"Vi vedrò domani?"

"Non credo proprio."

Bussarono di nuovo.

"Andate ad aprire." disse Enrico.

Entrò il costumista.

Visto Enrico si fermò interdetto, ma poi si aprì in un ampio sorriso: "Non mi avevate detto che oggi l'avremmo fatto in tre, Otello! Mmmh, non è niente male, il ragazzo! Anche lui lo prende in culo?"

"No... sta per andar via..." disse l'attore un po' imbarazzato.

"Sì, lo prendo anche in culo, ma non da voi. Dovrete accontentarvi di montare lui, temo." rispose secco Enrico.

Il costumista lo prese per un braccio guardandolo con un sorriso e con l'altra mano palpò Enrico fra le gambe: "Sembrate ben attrezzato. A me piace sia metterlo che prenderlo in culo. Perché non montate me mentre io monto Otello? Sarà divertente." propose con sguardo libidinoso.

Enrico si divincolò: "No, cercate qualcun altro per i vostri giochi a tre." disse ed uscì dalla stanza, avviandosi a passo rapido verso casa.

Per via incrociò Samuele.

"Enrico! Che piacere rivederti, saran dieci giorni che non ci s'incontra. Ma che espressione hai! Che ti è capitato?"

"Oh, Samuele... Nulla, non è nulla."

"Ma via! Hai un'espressione... come se stessi per piangere."

"Già..."

"Qualche problema? Oltre che cugini, siamo amici, no? Se tu volessi parlarmene..."

"Hai tempo? Portami da qualche parte... dove si possa parlare tranquilli..."

Samuele lo portò in un caffè e chiese una saletta riservata. Qui Enrico gli raccontò della cocente delusione avuta con Otello.

Samuele ascoltò poi disse: "Povero mio Enrico. Ti capisco. Ma che potevi aspettarti da un attore? Con la gente di teatro si va solo per divertirsi, non ci si dovrebbe mai innamorare."

"Pare che io debba sempre innamorarmi della persona sbagliata..."

"Sei giovane, dai! E poi, per quelli come te che amano il proprio sesso, è tutto più difficile. Però sei un caro ragazzo, prima o poi troverai qualcuno che sappia amarti. Se io non fossi stato così nettamente orientato verso la donna, credo che avrei potuto amarti. E ti ho amato, in un certo senso. Non vale la pena che tu ci stia male, per quel tale."

"M'ero illuso..."

"Appunto."

"Perché... ho bisogno di amore."

"E chi non ne ha bisogno, amico mio?"

"Tu, almeno, l'hai trovato."

"Credi? No, ho trovato una donna, una buona moglie, una degna madre per i miei figli quando verranno, una compagna. Ma amore... Ce n'era di più fra te e me, credimi. C'è affetto, è già qualcosa. Non mi tradisce, non la tradisco. Ma amore... Credo che un essere umano su cento abbia il privilegio di conoscere il vero amore e di conservarlo per tutta la vita. Forse anche meno di uno su cento..."

"Perciò, come posso pretendere di essere io quell'uno su cento?" commentò Enrico con accento amaro.

"E trovare l'altro uno su cento, questo è il problema. Per un vero, profondo amore, si deve essere in due e così le probabilità diventano una su diecimila..."

"Samuele il matematico..." sorrise Enrico.

"Oh, almeno la matematica è servita a farti sorridere! Suvvia, Enrico, cerca di non prendertela troppo. La vita continua, no? Pensa semplicemente che quell'attore... non ti meritava. Il che è vero."

"Grazie, Samuele, mi ha fatto bene parlare con te. Il più grosso problema di noi che amiamo il nostro stesso sesso è forse non poter parlare di quel che proviamo, che sentiamo, che ci capita. Parlare fa bene..."

"Sai che con me potrai sempre farlo, no?"

"Sì e te ne sono grato. E ti sono grato che non rinneghi quello che c'è stato fra noi per qualche tempo."

"Rinnegare? Come potrei, quando l'ho voluto, ne ho gioito? Non sarebbe onesto né verso te né verso me stesso. Suvvia, Enrico, non perdere il tuo bel sorriso. Impara da questa vicenda a non illuderti, ma continua nella tua ricerca con fiducia..."

"Anche se ho una probabilità su diecimila..."

"Anche, certo."

Quel dialogo aveva fatto bene ad Enrico, e più ancora che non le parole, l'affetto che Samuele gli aveva mostrato.

S'immerse negli studi e nella frequentazione del gruppo politico e la sua amicizia con Carlo Poma si rafforzò.


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