Enrico, dopo aver soggiornato per pochi giorni a Bologna a casa di amici, consigliato da questi, decise di trasferirsi a Ravenna e di aprire lì il suo studio medico. Il padre gli aveva dato abbastanza soldi per acquistarsi un alloggio con una stanza da adibire ad ambulatorio.
All'inizio decise di non prendere un infermiere, non era ancora sicuro di guadagnare a sufficienza. Aveva solo un servo ad ore che andava a fargli le pulizie ogni due giorni, tanto gli bastava.
Passati i primi giorni di adattamento, cominciò a sentire la mancanza di Tonio, di un qualcuno che gli desse, oltre al sesso, un po' di calore umano. Iniziò a guardarsi attorno ad osservare i bei maschi che non mancavano in quella piccola ed antica città.
In particolare lo colpì un giovanissimo soldato: era di guardia alla porta della città e quando lui andava fuori porta a fare una passeggiata, questi, iniziando a riconoscerlo, gli faceva un cenno di saluto. Enrico rispondeva, pensando che quel ragazzo, probabilmente reclutato da poco, era assai attraente. Si chiese se, come capita spesso nei quartieri dei soldati, il ragazzo non indulgesse in pratiche erotiche. Era probabile, era davvero grazioso, i compagni anziani dovevano avergli messo gli occhi addosso... e non solo gli occhi.
"Buongiorno." disse Enrico una volta, passandogli accanto.
"Buongiorno a voi. La vostra passeggiata quotidiana?" rispose il giovane con un sorriso.
"Già. Come fate a sapere che vado a fare una passeggiata?"
"Non lo sapevo, l'ho immaginato: passate sempre qui a quest'ora, tornate indietro dopo un'ora. E siete sempre solo. E di là dove andate voi c'è solo la pineta, non ci sono case..."
"Come vi chiamate?" chiese Enrico allora.
"Dago."
"Di cognome?"
"No, di nome. Dagoberto, ma Berto non mi piace, perciò... Dago."
"Un nome inconsueto. Vi piace?"
"Piacere? È il mio nome."
"Io mi chiamo Enrico. Enrico Piccin."
"Siete veneto, voi."
"Di Vicenza. E voi?"
"Io? Di Mezzano."
"Ah, non lontano di qui. Avete lì la vostra famiglia?"
"No, solo un lontano zio. Sono orfano, io."
"Da molto fate il soldato?"
"Sette anni."
"Sette? Ma... quanti anni avete?"
"Ventitré, dopodomani."
"Siete quasi un veterano, allora. Vi piace il vostro lavoro?"
"Mi piace... mi ci sono abituato. È un po' la mia famiglia, questa. Voi, che lavoro fate?"
"Medico."
"Ah, spero di non aver mai bisogno di voi, allora!" disse il giovane allegro.
Enrico annuì, scambiarono poche altre battute, poi lo salutò ed andò a fare la sua passeggiata.
Parlarono altre volte ed Enrico si sentiva sempre più attratto dal ragazzo. Un giorno lo incontrò in città che usciva da un'osteria.
"Oh, Dago, siete in libera uscita?"
"Sì, signor Piccin."
Ad Enrico fece piacere che il giovane ricordasse il suo nome. "E che fate, ora?"
"Nulla. Mi sono stancato di stare lì a bere con i compagni. Pensavo di fare due passi. E voi?"
"Tornavo a casa. Anch'io non ho nulla da fare, questo pomeriggio."
"Vi spiace se vi accompagno per un tratto?"
"Tutt'altro."
Giunti sotto casa, Enrico disse: "Ecco, io abito qui. Perché non salite un attimo, visto che non avete nulla da fare."
"E perché no!" disse il giovane soldato allegro.
Entrati in casa Dago chiese dove poteva appoggiare le armi. Enrico lo portò in soggiorno: "Qui stanno al sicuro."
Dago si tolse la bandoliera, le cartucciere e posò tutto, assieme al fucile, su una cassapanca.
"Volete qualcosa da bere?"
"No, ho già bevuto abbastanza. A me non piace perdere il controllo. Non mi piace ubriacarmi, a differenza di alcuni compagni. Voglio restare padrone di me."
"Avete ragione, siete saggio. Non avete vizi."
"Saggio..." sorrise il giovane. Poi aggiunse: "E comunque ho anch'io i miei vizi segreti, siatene certo."
"Davvero? E quali mai?"
"Se ve li dicessi, non sarebbero più segreti, no?" sorrise di nuovo il giovane.
"Mi piace come sorridete." gli disse Enrico e gli sfiorò il volto con le dita.
"Solo quello?" chiese l'altro e, afferrata la mano di Enrico, la portò alle labbra e ne mordicchiò lievemente un dito con uno sguardo sensuale che gli brillava negli occhi, poi disse a voce bassa e calda: "Io vi piaccio, non è vero?"
Enrico si sentì il cuore balzare in petto: "Mi piacete, sì... Ed io?"
"Anche voi mi piacete. Dov'è il vostro letto?"
"Di là..."
"Non mi ci portereste?"
"Venite..." rispose emozionato Enrico.
Quando arrivarono in camera Dago iniziò subito a denudarsi. Enrico lo imitò pronto. Il ragazzo era ben fatto, piacevole, attraente. Salirono sul letto e, senza più dire nulla, iniziarono a fare l'amore, con entusiasmo. Dago, eccitatissimo, ad un certo punto con occhi torbidi di desiderio lo invocò di penetrarlo e si mise a quattro zampe protendendosi verso il giovanotto. Enrico gli si inginocchiò alle spalle e lo prese con dolce foga, tirandolo a sé, brancicandogli il corpo sodo e caldo. Dago gli si agitava sotto gemendo intensamente per il piacere e gli si spingeva contro per sentirlo di più e meglio in sé. Sembrava un puledro imbizzarrito. Enrico lo carezzava e lo baciava, continuando a prenderlo con gusto, finché Dago raggiunse l'orgasmo e subito dopo anche Enrico godette in lui. Restarono per un attimo immobili, frementi, poi scivolarono stesi e si abbracciarono, rilassandosi a poco a poco.
"Vi è piaciuto?" chiese allora Dago, mollemente adagiato contro Enrico, il capo sul suo petto, carezzandogli il ventre ed i fianchi.
"Sì. E a voi?"
"Sì. Voi siete diverso dai miei compagni. Quelli... mi fottono e basta. Non che mi dispiace, lo sanno fare bene, mi danno piacere. Ma voi lo fate con dolcezza. Sì, siete diverso, mi piacete, voi."
"Allora... tornerete da me?"
"Volentieri, quando potrò. Ora so la strada."
Si videro diverse volte e si stavano affezionando l'uno all'altro. Poi però Dago fu trasferito a Lugo e dovettero salutarsi.
Enrico, in seguito ebbe poche altre avventure, soprattutto marinai di passaggio a cui prima offriva da bere, poi proponeva loro di salire da lui: quasi tutti ci stavano volentieri; ma con tutti logicamente non c'era un seguito.
Un giorno, mentre andava a visitare un cliente ammalato, passò davanti ad un negozio di spezie. Guardò dentro distrattamente e dietro il bancone vide un giovane di rara bellezza. Si fermò a guardarlo per alcuni secondi e si sentì il cuore accelerare. Dovette staccarsi da quella visione, il cliente l'attendeva, ma Enrico non riusciva a togliersela dagli occhi.
Nei giorni seguenti fece in modo di passare di nuovo davanti alla bottega delle spezie ed ogni volta si sentiva emozionato. Si diceva e si ripeteva che il fatto che fosse bello non significava automaticamente che lui potesse avere speranze. Invano. Era letteralmente stregato da quel giovane uomo, dalla sua inconsueta bellezza.
E finalmente un pomeriggio di risolse ad entrare nella bottega.
"Vendete pepe di Cajenna?" aveva chiesto col cuore in gola.
"Sì, signore, quanto ne volete?" gli aveva chiesto affabile il giovane bottegaio.
"Tre once, per favore." aveva risposto Enrico incantato da quella voce e da quel sorriso.
Osservò il bottegaio mentre lo serviva e se ne sentì irresistibilmente attratto. Turbato, pagò ed uscì. Si sentiva la testa leggera come se avesse bevuto un po' troppo. Si disse che la cortesia del bottegaio era solo dovuta al mestiere, che non era diretta a lui ma al cliente, a tutti i clienti... ma il sorriso con cui l'aveva servito lo incantava. Desiderò ardentemente che quel sorriso potesse un giorno essere per lui, solo per lui.
Per tutta la settimana Enrico fu combattuto e infine, dopo esser passato diverse volte davanti alla bottega, si decise ad entrare di nuovo.
Il bottegaio si ricordava evidentemente di lui, perché gli chiese se gli era piaciuto il suo pepe di Cajenna. Questo fece molto piacere ad Enrico, che in realtà non l'aveva neppure gustato, ma che gliene ordinò altre cinque once. Il bottegaio gli sorrise e gli disse che gli faceva un po' di sconto.
Sarà un esperto commerciante, saprà come trattare i clienti per tenerseli, si diceva Enrico, ma è delizioso. Poter baciare quelle labbra, toccare quel corpo... doveva essere qualcosa di sublime.
"Scusate se mi permetto, signore, ma voi... siete di Venezia?" gli chiese il bottegaio.
"No, sono di Vicenza." rispose Enrico sorridendogli contento che l'altro si interessasse in qualche modo a lui.
"Ma ora vivete qui?" chiese l'altro.
"Non lontano. Ho dovuto lasciare la mia terra per motivi politici. Ma anche voi non siete di qui, sbaglio?"
"Affatto, sono di Costa, un paesino nei pressi di Rovigo."
"Siamo quasi paesani, allora." disse Enrico con interesse. "Ma voi, è molto che mancate da Costa? Non avete l'accento di quelle parti..."
"Son quasi sei anni che manco di lì." gli aveva risposto il bottegaio.
Allora Enrico aveva azzardato la domanda che gli stava a cuore, che gli urgeva dentro: "Avete famiglia, qui in Ravenna?"
"No, sono solo, vivo qui nel retro." rispose il giovane porgendo il pepe ad Enrico a cui non restò che pagare, salutare ed uscire. Con rammarico. Avrebbe voluto restare ancora lì, guardarlo, ascoltarlo, bearsi del suo sorriso fresco e luminoso.
Lo pensò per tutta la giornata, lo pensò mentre si addormentava ed il primo pensiero al risveglio fu per lui. Voleva rivederlo, doveva rivederlo. Presto, subito. Ma come? Poi gli venne un'idea e si affrettò verso la bottega. Avvicinandosi ne guardò per la prima volta l'insegna: a lettere d'oro v'era il nome e cognome del proprietario; che fosse proprio quel giovane?
Entrò quasi agitato. E se lo trovò davanti, sorridente, bello, terribilmente desiderabile.
"Scusatemi, ma il mio servo ha fatto cadere tutto il pepe in terra perciò devo comprarne dell'altro..." disse Enrico sperando che la sua voce non tradisse la sua emozione. E che la scusa fosse plausibile.
"Di nuovo cinque once?" chiese l'altro cortese.
"Sì, grazie." rispose Enrico facendo uno sforzo per non guardarlo in modo troppo palese.
Il bottegaio, pesato il pepe e messolo in un cartoccetto, glielo porse con un sorriso e gli disse che glielo metteva a meno per compensarlo della perdita. Lo ringraziò ma non pagò subito: non voleva far cessare quell'incontro troppo in fretta. Così gli chiese da quanto tempo vendesse spezie, poi se la bottega fosse sua.
Alla conferma dell'altro, gli disse: "Allora sull'insegna c'è il vostro nome, penso."
"Sì, è il mio nome."
"Gaetano Lugato. Un bel nome." disse emozionato Enrico: ora sapeva come si chiamava il suo bel bottegaio. Allora pensò di presentarsi: "Io conosco il vostro nome ma non voi il mio; io mi chiamo Enrico Piccin. Sono un medico."
"Piacere. Siete medico qui in Ravenna?"
"Esatto. Ero amico e collaboratore del dottor Carlo Poma. Non so ne avete sentito parlare: è stato ucciso dagli austriaci a Belfiore per i suoi ideali politici. Per questo io ho scelto la via dell'esilio." gli spiegò Enrico.
Il bel Gaetano annuì senza dir nulla. Enrico pensò che non gli andasse di perder tempo con lui: "Vi sto facendo perdere tempo, scusatemi. Ecco, sono dieci bajocchi e ancora grazie per la vostra cortesia." gli disse pagandolo.
Ma Gaetano, con sua sorpresa e gioia, gli disse che non aveva nulla da fare e che gli faceva piacere parlare con lui. Enrico, esultante, gli offrì un caffè nella vicina bottega e Gaetano accettò prontamente. Uscirono assieme ed Enrico si sentiva euforico.
Al caffè parlarono, più che altro di loro stessi, quasi fossero entrambi impazienti di conoscere e farsi conoscere dall'altro. Enrico era sempre più felice. Quando si lasciarono, si dettero appuntamento per l'indomani. Enrico era raggiante. Nei giorni seguenti continuarono a parlare di sé all'altro, dei loro ideali, dei loro sogni, delle loro storie. La vita di Gaetano era avventurosa, nonostante la sua giovane età: figlio di contadini, sembrando dotato per la musica, aveva studiato violino. Ma poi il padre l'aveva fatto smettere e tornare alla vita dei campi. Il ragazzino era fuggito, aveva fatto il mozzo su una nave, aveva fatto il guardiano in un magazzino di pellami, aveva vissuto un certo periodo prigioniero dei briganti ma si era affezionato ad uno di questi, e il brigante, sentendosi morire dopo essere stato ferito dai soldati, gli aveva donato tutto il suo oro e con quello Gaetano aveva acquistato quella bottega.
Enrico apprezzò che l'altro gli raccontasse anche aspetti così delicati della propria vita: Gaetano gli stava dando piena fiducia rivelandogli anche quei particolari. E presto iniziarono a chiamarsi per nome. Enrico sentiva che stava nascendo con Tano una bella amicizia, anche se nulla faceva pensare che il giovane potesse provare per lui altro che un amichevole interesse. Ma Enrico, al di là della bellezza fisica del giovane, ne stava scoprendo a poco a poco i valori e ne era più che mai affascinato.
Un giorno decisero che era tempo di darsi del tu. Enrico andava spesso a trovare Gaetano dopo la chiusura della bottega o a volte questi saliva in casa di Enrico.
Enrico si sentiva sempre più attratto dal bellissimo giovane amico ma questi, pur essendo sempre gentile, attento, dolce con lui, non aveva mai mostrato di provare per lui altro che una virile amicizia. Enrico d'altronde non voleva rischiare di guastare la bella amicizia che era nata con lui, rischiare di perderlo del tutto, perciò si era messo l'anima in pace e si accontentava di gustarne la piacevole vicinanza, se pure con un certo rammarico e anche se spesso era eccitato al solo stargli accanto.
Si conoscevano da circa un anno quando un giorno Tano andò da lui chiedendogli di visitarlo: aveva sentito alcune fitte acute al basso ventre ed era preoccupato. Enrico si accinse a visitarlo emozionato: doverlo visitare proprio al basso ventre era qualcosa che lo metteva in agitazione. Doverlo toccare proprio lì ed imporsi di non lasciarsi andare a carezzarlo, a toccarlo, gli pareva davvero una beffa del destino. Ma non poteva certo tirarsi indietro. Lo fece stendere sul lettino dello studio e gli chiese di scoprirsi. Tano si slacciò i calzoni e rimase davanti a lui con le sole brachette a coprirlo. Enrico prese a palparlo chiedendogli dove gli facesse male, e si eccitò terribilmente.
Ma con sua sorpresa e piacere ed emozione, si accorse che anche Tano si stava eccitando: la braghetta si stava gonfiando e sollevando deliziosamente. L'amico arrossì fino alle orecchie e gli chiese scusa imbarazzato. Lui gli disse che non aveva di che vergognarsi: era normale che un giovane si eccitasse ad essere toccato lì, parola di medico. Avrebbe voluto carezzarlo, palparlo, baciarlo e si trattenne a stento.
Ma poi gli chiese: "Tu non hai una donna, vero?"
"Non ho mai avuto una donna, io." aveva detto Tano a mezza voce, quasi vergognandosi.
"Neppure io, a dire il vero. Ma siamo ancora giovani..." aveva detto Enrico senza togliere la mano dall'inguine dell'amico, ma senza muoverla: si sentiva indosso un calore ardente, gli sembrava di essere coperto di sudore.
"Ma a me le donne non m'attraggono." aveva aggiunto Tano arrossendo di nuovo.
Allora Enrico spostò appena la mano in modo di giungere a sentire il calore della bella erezione dell'amico che premeva sotto la leggera tela della sua brachetta. Tano ebbe un lungo fremito ed il suo membro guizzò. Enrico era sempre più emozionato.
Con voce bassa e sensuale, disse: "Ma sembra tutto a posto, qui. Direi che tutto ti funziona a dovere." e spostò ancora un po' la sua mano, sfiorando ora esplicitamente il membro eretto dell'amico.
Tano chiuse gli occhi e disse, con voce quasi impercettibile: "Vorresti visitarmi, per vedere se tutto funziona davvero a dovere?"
Enrico spostò la mano sulla tela tesa e palpò lieve ma deciso il membro palpitante. Per alcuni attimi nessuno dei due parlò, Enrico continuava a palpare quel membro sentendosi quasi mancare per il piacere, per la gioia. Gaetano riaprì gli occhi ed i loro sguardi si incontrarono. Enrico gli sorrise.
"Che cosa senti, Tano?" gli chiese palpandolo con maggiore sicurezza.
"Fremiti..."
"Ed ora?" chiese Enrico premendo di più la mano su quel palo fremente e circondandolo con le dita attraverso la tela.
"Provo piacere..." sussurrò Gaetano arrossendo appena.
"Anche io provo molto piacere nel toccarti così." mormorò Enrico e si chinò lentamente, avvicinando il proprio volto a quello di Gaetano, gli occhi negli occhi.
Tremava, Enrico, in attesa della reazione dell'amico. Gaetano schiuse le labbra e i due giovani si baciarono con tutta la passione di una lunga attesa.
Enrico sentiva come un ronzio nelle orecchie, si sentiva leggero leggero, e felice e mentre continuava a baciare quelle labbra dolcissime, la sua mano, ormai ardita, si fece strada superando l'ultimo ostacolo e si posò sul nudo membro teso allo spasimo. Il membro guizzò nella sua mano ed Enrico provò un lungo, intenso brivido per tutta la spina dorsale, fin sotto i capelli. Tano, mentre Enrico si alzava staccandosi da lui, emise un lungo, tremulo sospiro.
"Dal primo momento che ti ho visto mi son sentito fortemente attratto da te." gli sussurrò Enrico. "Per quello venivo a comprare tanto pepe. Si dice che il pepe sia un potente afrodisiaco, ma io non ne avevo affatto bisogno, perché mi bastava guardarti." aggiunse continuando a palparlo di sotto la brachetta.
Gaetano emise una specie di singhiozzo e disse: "Se non togli la mano, io fra poco vengo e invece vorrei... vorrei godere assieme a te. Mi piacerebbe tanto..."
Enrico tolse la mano e gli sorrise: "Avevo sognato tanto questo momento, Tano. Poterti toccare così... Vieni di là, ti prego, staremo più comodi."
Gaetano annuì sorridente e, ricompostosi, scese dal lettino e seguì l'amico fin nella sua camera da letto. Enrico appena entrato accese tutti i lumi. Poi iniziarono a denudarsi l'un l'altro, emozionatissimi tutti e due.
Quando i loro corpi furono finalmente nudi presero a carezzarsi a vicenda finché per entrambi il piacere divenne così acuto da parere quasi insostenibile.
"Vieni sul letto, Tano." sussurrò Enrico con voce resa roca dall'intensità del desiderio.
Si stesero abbracciati, le loro membra si intrecciarono e il dolce gioco d'amore ebbe inizio. Si cercavano, si volevano e se lo stavano dicendo con tutto il corpo. Giungevano vicinissimi all'apice del piacere ma, quasi per una tacita intesa, rallentavano sì da prolungare le splendide sensazioni che si stavano donando.
Sul soffice ed accogliente letto, continuavano a scambiarsi effusioni ora dolci ora vigorose in un contrappunto di opposti desideri: quello di donare e quello di prendere, quello di cullare e quello di stringere, quello di trattenersi ancora e quello di lasciarsi finalmente andare. Era sete d'amore, di vera e profonda comunicazione, di fusione completa. La stessa intensa sete, per tutti e due. Questa consonanza di emozioni era lo spartito su cui si svolgeva e si sviluppava quel primo, inatteso ma tanto desiderato, incontro. E finalmente superarono il punto senza ritorno ed i loro desideri esplosero incontenibili senza che ancora si fossero neppure uniti. Giacquero spossati ma appagati, carezzandosi a vicenda con struggente dolcezza.
Enrico emise un lungo, tremulo sospiro. Poi chiese all'amico: "Verresti ad abitare qui con me, Gaetano?"
"Sarebbe bellissimo ma questa è una piccola città: la gente, che direbbe? Sai quanto sono puritani, qui nello Stato Pontificio. Potremo vederci tutte le volte che vogliamo, però."
"Non è la stessa cosa. Ma forse hai ragione tu." ammise a malincuore Enrico.
"È stata molto bella questa prima volta. Potrebbe essere anche più bella, però, no?" gli disse con occhi birichini Gaetano carezzandolo di nuovo nelle parti intime.
"Sì. Mi piacerebbe giungere ad unione totale, con te."
"Tu prendi me ed io te?" chiese Tano spettinandolo con affetto e sorridendogli.
"Sì."
"Abbiamo davanti tutto il tempo che vogliamo." disse Tano, ma improvvisamente divenne serio.
Enrico notò il cambiamento dell'amico. "Che c'è? Perché quest'espressione?" chiese sfiorandogli teneramente il bel volto.
"Alcuni anni fa avevo detto proprio la stessa frase." disse con tristezza il giovane.
"Una tua precedente relazione? Hai voglia di parlarmene?"
Gaetano annuì e cominciò a raccontargli la parte della sua vita di cui prima non gli aveva parlato. Ricordò i due uomini che aveva amato, Tommaso e Felice, entrambi morti. Enrico lo stava a sentire e lo carezzava dolcemente.
Quando Gaetano tacque, Enrico gli chiese: "Ti ha fatto male parlarmene?"
"Un poco, ma sono contento di averlo fatto."
"Hai sofferto molto, vero?"
"Sì, e restano le cicatrici." disse Gaetano poi cercando di reagire alla tristezza che l'aveva pervaso, chiese ad Enrico di narrargli di tutte le sue precedenti relazioni.
Enrico allora raccontò e rispose a tutte le domande di Tano, anche le più intime, perché ormai fra loro c'era completa intimità.
"Se ti rivesti ed andiamo di là finisco la visita." gli disse Enrico carezzandolo sul petto con piacere.
"Non puoi farla di qua, la visita? Non mi va di vestirmi né di vederti vestito." disse Gaetano con un tono di preghiera nella voce.
Enrico sorrise, annuì e terminò di visitarlo. Gaetano non aveva nulla di serio, probabilmente solo uno strappo muscolare. Dopo la visita Enrico si stese di nuovo sul letto e rimasero nudi, abbracciati, carezzandosi dolcemente mentre parlavano, felici per quell'intimità raggiunta.
Due giorni dopo si rividero, sempre a casa di Enrico, e, trepidanti, finalmente si unirono completamente, felici di potersi dare e prendere a vicenda. Anche sessualmente scoprirono di stare perfettamente bene assieme: amavano fare le stesse cose, e soprattutto entrambi amavano i lunghi preliminari e restare allacciati a lungo dopo il coito. Erano entrambi felici di essersi trovati, di stare assieme.
Si vedevano quasi ogni giorno, anche se non facevano l'amore ogni volta, ma a tutti e due piaceva stare allacciati a carezzarsi mentre parlavano. Venuta la buona stagione, presero l'abitudine di andare a bagnarsi in mare in piena notte lungo la pineta, e poi facevano l'amore sul bagnasciuga, sotto le stelle.
Una volta Enrico chiese a Gaetano se pensava che lui ci sapesse fare a letto.
Gaetano gli sorrise e lo spettinò: era il suo gesto affettuoso per eccellenza: "Che domande, Enrico! Quando fai queste domande sembri un bambino. Non c'entra la bravura, lo sai. Quello che tu mi dai e di cui ho bisogno, non è solo godimento, è molto di più. Il godimento me lo potrebbero dare in molti. Quello che mi dai tu, no."
"Non siamo un po' tutti bambini, Tano?" gli chiese Enrico quasi a scusarsi.
Gaetano lo carezzò sul membro e gli disse con un sorriso birichino: "Qui no, però, per fortuna."
Enrico non si sottrasse ma arrossì lievemente. A Gaetano piaceva il pudore che il suo amante conservava. Ad Enrico piacevano i modi spontanei, spicci del suo bell'amante. Si sentiva felice quando potevano gustare i loro momenti di intimità e se anche a volte arrossiva per i modi dell'altro, li gustava.
Enrico era rimasto in contatto epistolare con alcuni vecchi amici patrioti. Così venne a sapere che il generale Garibaldi arruolava un esercito di volontari per la causa. Nel 1859 Enrico, entusiasmato per le notizie che gli giungevano, decise di arruolarsi come volontario garibaldino.
"Tano, perché non vieni anche tu? Non vorrei perderti..." gli disse quando gli comunicò la sua decisione.
Questi lo guardò con un sorriso triste ed Enrico capì che la risposta sarebbe stata un no prima ancora di udirla ed anche lui si intristì.
"Enrico, vedi, io non sono fatto per la guerra. Penserai che io sia un egoista ma non se venissi con te, tremerei continuamente al pensiero di perdere anche te. Come tremavo per Felice ogni volta che andava con i compagni a fare un agguato. Non voglio doverti chiudere gli occhi come ho fatto con Felice, cerca di capirmi."
"Ti capisco, sì, ma in questo modo mi perdi ugualmente, perché io non posso rinunciare. Mi dispiace moltissimo dovermi separare da te, ma non posso tirarmi indietro, ora. Sono quasi fuggito allora, non posso... non posso continuare a farlo."
"È vero, ti perdo però so che sei vivo. So quanto sia importante per te questo ideale di un'Italia unita e posso anche capirlo. Non resta che dirci addio, perciò."
"Forse, Tano, non ti amo quanto meriti. Ma se io non partissi volontario ne avrei rimorso per tutta la vita e così rischierei di renderti l'esistenza insopportabile, coi miei rimorsi. Questa è l'ora dell'Italia che attendo da sempre. Quell'Italia per cui ha dato la vita il mio maestro ed amico, Carlo Poma. Devo andare..." disse Enrico dilaniato da una crescente tristezza, ma deciso.
Si dettero l'addio a casa di Gaetano, facendo l'amore per tutta la notte con passione, quasi tentando di dirsi col corpo che l'uno perdonava all'altro di non poter condividere le sue scelte.