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una storia originale di Andrej Koymasky


pin VOLUME 3
ENRICO PICCIN
CAPITOLO 8
I DUE "MA"

Enrico venduta casa e tutte le sue cose, dato l'addio a Gaetano, partì. Durante il viaggio sentiva in sé sentimenti in conflitto: da una parte era eccitato all'idea che finalmente avrebbe potuto vendicare la vita del suo amico e maestro, avrebbe potuto dare la sua vita per la causa, dall'altra gli pesava essersi dovuto separare dal suo amante.

Avrebbe mai potuto ritrovare qualcuno di altrettanto splendido, e non solo sul piano fisico o a letto? Il periodo che avevano condiviso era stato forse il più bello della sua vita. Grazie all'amore fresco e forte di Gaetano. Ed ora l'aveva perso.

Giunse a Genova e qui ritrovò i suoi amici. Andarono ad arruolarsi assieme. L'ufficiale arruolatore era un genovese. Con la sua parlata strascicata chiese ad Enrico i suoi dati e li trascrisse su un grande registro.

"Ah, sei medico. Molto bene, ci sarai prezioso, Giuseppe ne sarà contento." disse l'ufficiale.

Giuseppe! Parlava dell'eroe chiamandolo per nome! Enrico ne fu colpito. Aveva notato che lì tutti si davano del tu, che non c'erano formalismi e questo gli aveva fatto piacere. Il massimo del formalismo era chiamarsi per cognome, ma sempre dandosi del tu.

Indossò la bella uniforme dalla camicia rossa e se ne sentì fiero. Rosso come l'amore che avevano per l'Italia, come il sangue che avrebbero versato per lei, come il fuoco che ardeva nei loro giovani petti.

Gli furono assegnate le armi, fu accompagnato agli acquartieramenti dei volontari e qui conobbe i suoi compagni. Tutti giovani, tutti belli, tutti entusiasti. Beh, forse tutti belli no, ma che importa, quando negli occhi di tutti brillava la luce dell'entusiasmo?

"Come ti chiami?" gli chiese una voce.

Enrico si girò e vide un ragazzo, venti-ventiduenne che lo guardava con un aperto sorriso. Bello. Occhi nocciola scuro, un gran ciuffo ribelle di capelli castani, tratti finemente cesellati. In particolare notò le mani dalle dita lunghe ed affusolate.

"Enrico Piccin."

"Lieto. Io sono Maurizio Ferrante. Vengo da Asti."

"Io da Vicenza, ma ho vissuto a Ravenna: la polizia austriaca mi cercava..."

"Libereremo anche casa tua, allora!" disse Maurizio con un sorriso pieno di fiducia.

Chiacchierarono. Ad Enrico piaceva l'accento piemontese del giovane compagno d'armi. Seppe che aveva lasciato il conservatorio, dove studiava violino, per unirsi a Garibaldi. Che la famiglia era contraria, ma che lui, ormai maggiorenne, aveva deciso di testa sua ed era andato via, anzi, quasi scappato via.

"Non sei sposato, tu?" gli chiese Maurizio ad un tratto.

"No... non ci ho mai pensato."

"Almeno non hai dovuto lasciare nessuno." commentò il giovane sorridendo.

Enrico pensò a Gaetano con una fitta di dolore, ma annuì. Poi gli chiese: "E tu, a parte i tuoi, hai dovuto lasciare qualcuno?"

"No... non proprio. Beh, da un po' ci si faceva gli occhi dolci con una ragazza... ma ancora niente di serio, niente più che lunghe occhiate da lontano. Lei comunque è venuta a salutarmi alla stazione, quando sono partito, e mi ha detto di tornare, vivo ed intero... Mi ha fatto molto piacere."

Enrico annuì. Chissà, ma inconsciamente aveva sperato che l'altro gli rispondesse che a lui le donne non interessavano... Ma più lo conosceva, più il ragazzo gli piaceva. Non aveva la carica di sensualità di altri, ma era molto attraente.

Chi invece era la sensualità fatta persona, era un altro giovanissimo volontario: si chiamava Manfredo Donvito, aveva venti anni, era il terzo figlio di un notaio d'origine senese; il nonno s'era trasferito a Torino e sia suo padre che lui erano nati lì, quindi si sentiva torinese.

Manfredo aveva occhi luminosi, brillanti, era sempre sorridente con un'aria a metà fra quella del monello malizioso e del ragazzino ingenuo... ma non doveva affatto essere un ingenuo. Si vedeva che si rendeva conto di essere affascinante e che ne era fiero: usava il suo fascino con tutti ed era diventato presto il beniamino di tutti.

Enrico pensò che Manfredo lo attraeva soprattutto sessualmente, Maurizio più spiritualmente. Cominciò a pensare ai due giovani compagni come ai due "Ma". Deliziosi entrambi. Manfredo e Maurizio erano spesso insieme ed era piacevole osservarli: erano l'uno gli antipodi dell'altro, ma parevano legare bene assieme: l'attrazione degli opposti. Maurizio posato, calmo, riflessivo, Manfredo impulsivo, sempre in moto, sbarazzino.

Il generale Garibaldi un pomeriggio arringò i suoi volontari: Enrico pensò che da quell'uomo emanava un fascino irresistibile, era un capo naturale, sapeva infiammare i cuori, gli animi. Tutti erano pronti a seguirlo fino in capo al mondo. Enrico per primo. Il generale era un guerriero, non era un soldato. Era un capo, non un superiore.

Dopo l'adunata, in cui aveva preannunciato la prossima spedizione per liberare il Regno delle Due Sicilie, e di lì l'Italia tutta, i volontari sciamarono discutendo eccitati fra di loro la prossima impresa. Enrico raggiunse i due Ma che stavano parlando fitto fitto: calmo, posato ma entusiasta Maurizio, eccitato, rumoroso e felice Manfredo.

"Andiamo a celebrare, amici? Offro io." propose Enrico ai due ragazzi. Manfredo accettò subito dichiarando che si sarebbe ubriacato volentieri, tanto era su di giri, Maurizio ringraziò ed accettò col suo solito sorriso schivo.

Andarono in un'osteria ed Enrico ordinò un boccale di rosso.

"Alla nostra amicizia e alla nostra impresa!" disse Manfredo brindando.

Gli altri due ripeterono le sue parole poi bevvero: Manfredo tracannò tutto il suo bicchiere d'un fiato, Maurizio lo centellinò lentamente. Enrico li osservava entrambi con affetto. Bevve lentamente, assaporando il buon vino generoso: l'oste li aveva serviti bene.

"Non ho mai viaggiato in nave, io..." disse dopo un po' Maurizio pensieroso.

"Neanch'io, mai. E tu Enrico?"

"No. E sarà un bel viaggio, lungo."

"Spero di non soffrire di mal di mare." disse Manfredo versandosi un secondo bicchiere di vino.

"Basta star digiuni, dicono." osservò Maurizio.

"Digiuni? Per tutto il viaggio? Ci mancherebbe altro! Dimmi tu che si rischia di dover fare per l'Italia!" ribatté allegro Manfredo.

"Non lo faresti?" chiese divertito Enrico.

"Mah... se fosse proprio proprio necessario... Ma spero di no, sinceramente. Io sono un tipo... come dire... a cui piace godere la vita. Godere, ecco, semplicemente godere!" si corresse Manfredo con aria sbarazzina e maliziosetta.

I compagni risero ed Enrico si chiese come poteva piacere godere al ragazzo... Aveva la vaga sensazione che Manfredo potesse amare il proprio sesso come lui, o magari "anche" il proprio sesso. Beh, onestamente, gli sarebbe piaciuto aver ragione. Gli sarebbe piaciuto poter "semplicemente godere" con lui.

"Ehi, Enrico, sei ancora con noi o sei partito nel mondo dei sogni?" gli chiese Manfredo.

"Sì, stavo partendo per il mondo dei sogni, scusatemi." ammise sorridendo.

"Mi piacerebbe entrare nel mondo dei tuoi sogni. Chissà che sorprese ci troverei!" disse Manfredo maliziosamente.

"Temo che potresti esserne deluso..."

"O compiaciuto, chissà!" disse Manfredo.

Maurizio sorrise e disse con gentilezza: "Non credo che si possa essere delusi dai tuoi sogni, Enrico. Ma il fatto è che i sogni sono la cosa più personale, perciò i meno accessibili agli altri. Anche se io o tu ci potessimo entrare, ciò che vedremmo non sarà mai ciò che lui sogna..." disse poi rivolto a Manfredo.

Enrico provò come un senso di piacere e di gratitudine per le parole di Maurizio.

"Ma se io sognassi di farmi una bella chiavata, che altro ci sarebbe da vedere?" chiese ironico Manfredo.

"Non saprei se il tuo sogno è dettato da amore o da brama, da dolce desiderio o da voglia di possesso, da voglia di sfogarti o di darti... o un po' di tutto questo e in che percentuali. E se anche lo capissi, non saprei perché, come sei arrivato a quel sogno. No?" ribatté Maurizio.

"Sono perfettamente d'accordo con te..." disse allora Enrico sentendo di amare quel ragazzo, il suo modo di pensare, la dolcezza nel porgere le cose, anche nel contraddire. Lo amava, più ancora che desiderarlo. E perciò era disposto a non rivelargli il suo amore, per non turbarlo, a desiderarlo in silenzio, a soffrire nel sognare cose impossibili.

Finalmente venne il giorno dell'imbarco. Si radunarono tutti a Quarto e salirono a bordo in ranghi serrati, allegri e rumorosi come chi va ad una festa. Si sistemarono per la traversata. Ad Enrico fu chiesto di girare per la nave per aiutare coloro che eventualmente avessero sofferto di mal di mare. Sul molo era radunata una folla che li salutava sventolando tricolori e cantando inni. Il momento era emozionante.

Iniziato il viaggio, iniziò il compito di Enrico. A sera, stanco, cercò un angolo in cui sistemarsi. Passò davanti a Maurizio che gli fece cenno di sedere accanto a lui. Enrico accettò subito, felice.

"Come stai? Problemi?" gli chiese sedendosi pesantemente e sospirando.

"Grazie a dio no, per ora. Hai l'aria stanca."

"Oddio, non posso dire di no. Ma va bene. Hai mangiato?"

"Poco. Per prudenza."

"Hai fatto bene."

"Se ti vuoi stendere un po'... potresti appoggiare il capo qui, in grembo a me." disse Maurizio.

Enrico si sentì emozionato per la proposta dell'altro: se solo avesse saputo che cosa stava risvegliando in lui, non l'avrebbe certo fatta, quell'offerta. Ma era troppo allettante per rifiutarla ed Enrico, con un semplice "grazie", si stese contro la paratia e mise la testa sulle gambe del giovane amico. E si sentì fremere a quel contatto. Desiderò che l'altro lo carezzasse, si chinasse su di lui a baciarlo. Ma se pure Maurizio avesse voluto farlo, non poteva certo farlo lì davanti a tutti. E comunque non ci pensava neanche, di sicuro.

Maurizio, in un gesto amichevole, poggiò una mano sul petto di Enrico e questi trattenne a stento un fremito di piacere e si eccitò. Aveva la sua sacca da medico in grembo, per fortuna, perciò la sua erezione non sarebbe stata visibile, pensò sistemandosi meglio.

"Stai comodo?" gli chiese Maurizio.

"Da papa." rispose Enrico.

Maurizio fece un risolino: "Allora mica stai tanto bene: dopo il Borbone, sbalzeremo via pure lui..."

Enrico sorrise e rispose: "Ma purtroppo neppure io potrò stare così in eterno... proprio come il papa, quindi."

Maurizio sorrise.

Tacquero a lungo, poi Enrico disse: "Ti stancherai, a farmi da cuscino. Mi sono riposato abbastanza, grazie." e fece per alzarsi.

Ma Maurizio, con la mano ancora sul suo petto, lo risospinse giù con gentile fermezza: "Non ti preoccupare: se mi stancherò te lo dirò." e la sua mano carezzò lievemente il petto dell'amico.

Enrico chiuse gli occhi e pensò che quella era una dolce tortura. In quel modo la sua eccitazione, invece di diminuire, aumentava. Se Maurizio avesse sospettato quello che provava per lui, avrebbe certamente tenuto le distanze, si disse. Una voce dentro di lui gli suggerì: e tu non farglielo capire!

"A che pensi?" gli chiese Maurizio.

"A te." rispose sincero Enrico. Poi chiese: "E tu?"

"Alla nostra amicizia. Mi pare di conoscerti da sempre. È una bella sensazione."

"Eppure, in fondo, non ci conosciamo ancora veramente." mormorò Enrico pensando al suo cocente desiderio.

"Eppure a volte è più facile capire un amico che non se stessi." replicò Maurizio. "Gli amici servono anche a questo: ad aiutarci a capire noi stessi, non credi?"

"Sì, anche." ammise Enrico ed istintivamente mise una mano su quella che Maurizio teneva sul suo petto. Maurizio non la tolse, anzi la girò palmo in su e strinse lieve quella di Enrico. Questi si sentì in fiamme.

"Sono contento che siamo amici. Molto contento." disse Maurizio.

"Anche io." riuscì a dire Enrico con un nodo alla gola.

Oh, quanto ti desidero! pensò il giovanotto chiudendo gli occhi e godendo per quel lieve contatto che l'altro, ignaro, gli concedeva...

Poco più tardi chiamarono Enrico che dovette alzarsi e lasciare Maurizio: altri uomini avevano iniziato a stare male. Maurizio si offrì di accompagnarlo per aiutarlo e così gli fece da infermiere.

La nave si fermò non lontana dalle coste della Sardegna, presso una piccola isola in cui c'era un arsenale del Re di Sardegna. Dovevano "rubare" le armi: il comandante in realtà aveva avuto l'ordine segreto, dal governo di Torino, di non opporsi. Poi, discretamente armati, ripresero il mare.

Enrico e Maurizio andarono a sedere in un angolo della poppa, appoggiati contro la paratia. Maurizio gli chiese: "Posso appoggiarmi a te?"

"Sì, certo, vieni..." rispose Enrico di nuovo emozionato.

Maurizio si spostò appena ed appoggiò la testa sulla spalla sinistra di Enrico. Questi provò l'impulso di abbracciarlo, di carezzarlo, di stringerlo a sé.

Ma si limitò a cingere lieve, con un braccio, le spalle dell'altro, dicendogli: "Così starai più comodo..."

"Sì, grazie." rispose Maurizio con un sorriso sistemandosi meglio. Poi disse: "Sai, pensavo... pensavo alla mia vita. Chissà se potrò riprendere i miei studi di violino quando avremo fatto il nostro dovere?"

"Ti piaceva?"

"Molto. Io sento sempre musica, nella mia testa, fin da piccolo. Mi piacerebbe diventare un compositore... da grande." concluse con autoironia.

Enrico sorrise: "E non ti manca ora, il tuo violino? La tua musica?"

"No... non troppo. Il violino, un po'. Ma la mia musica è con me, te l'ho detto."

"Mi piacerebbe ascoltarla..." disse con aria sognante Enrico.

"Ed a me fartela ascoltare. Quanto siamo limitati, noi esseri umani, vero?"

"A volte... si possono superare i limiti..." disse Enrico pensando che se avesse potuto far l'amore con Maurizio, avrebbe certamente sentito anche lui, attraverso la loro unione, la musica che sentiva il suo giovane amico.

"Sì, in rari momenti di grazia." rispose Maurizio e ad Enrico sembrò che quelle parole fossero un'eco dei suoi pensieri.

Ed Enrico, stupito lui stesso nel sentirsi dire quelle parole, mormorò: "Io ti desidero, Maurizio!" ed iniziò a tremare.

"Lo so, l'ho capito." rispose con dolcezza il giovane.

"Lo sai? E..." chiese profondamente stupito il giovanotto.

"Mi dispiace di non essere in grado di rispondere al tuo desiderio. Ma davvero non posso. Davvero."

"Non te lo chiedo." disse emozionato Enrico.

"Lo so, e te ne sono grato."

"Ma... lo sai e... e stai così con me?"

"È bello e so che tu non ne approfitterai. Mi sento sicuro, con te. E so che, almeno questo, anche se poco, te lo posso dare. Se non ti rendo troppo difficile la vita, s'intende. Sii sincero..."

"No, al contrario. Ti sono grato."

"Io a te. Mi stavo chiedendo se non sono egoista: a me fa piacere stare così, ma tu? Davvero non è troppo, per te? O meglio, troppo poco?"

"Non ti dà fastidio che io sia... così? Non mi giudichi?"

"E chi sono io per giudicarti? Tu sei una delle persone più splendide che abbia mai conosciuto, Enrico. La tua amicizia la cosa più preziosa che abbia mai conosciuto. E il tuo rispetto malgrado il tuo desiderio, il dono più bello che tu possa farmi."

"Grazie..." sussurrò Enrico.

"Di che? Di essere egoista?" chiese sorridendo lieve il giovane.

"Di accettarmi, anche sapendo. Di darmi calore senza timori. Di lasciarmi stare vicino a te."

"Ma tu... a te va bene?" chiese di nuovo Maurizio.

"Sì... bene." sospirò felice Enrico.

E da quel momento gli divenne più facile resistere al suo impulso di toccare l'amico, di sollecitarne una risposta fisica. E ne fu lietamente stupito lui stesso.

Giunsero in vista di Marsala. Le navi dei borboni si mossero per intercettarli e bloccarli. Ma si mossero anche le navi inglesi e si interposero, sì che i borboni non poterono tirare con i loro poderosi cannoni né avvicinarsi alla nave dei garibaldini. Frattanto nel porto la popolazione era insorta, costringendo le truppe a terra a lasciare le loro postazioni. E Garibaldi con i suoi uomini poterono sbarcare indisturbati, acclamati da due ali di folla festosa.

Mentre scendevano, Enrico si trovò di fianco Manfredo: "Ehilà, credevo che tu fossi caduto in mare! Non ti si è visto per tutto il viaggio. Che fine avevi fatto?"

"M'hai cercato?" chiese il giovane allegro.

"Non ho avuto tempo, con tutti quelli che hanno sofferto la traversata. Ma evidentemente tu non hai avuto problemi, altrimenti mi avrebbero chiamato anche per te."

"No, infatti, nessun problema. Ho avuto una traversata splendida! Sì, davvero splendida."

"Bene, me ne rallegro." gli disse Enrico.

"Non mi chiedi che cosa ho fatto?" chiese Manfredo.

"No... perché? Hai dormito? Mangiato? Giocato a carte?"

"Dormito, per così dire, mangiato un po', giocato molto... Ma non a carte." rispose sibillino l'altro.

"E a che cosa?" chiese Enrico intuendo che l'altro si aspettava quella domanda e deciso di stare al gioco.

"Vuoi saperlo?" chiese Manfredo e, avvicinategli le labbra all'orecchio, gli sussurrò: "Ho realizzato il mio sogno: sono riuscito a farmi chiavare da Leo, il bel senese!"

Enrico lo guardò stupito. Manfredo sorrise divertito all'espressione dell'altro.

"Perché lo dici a me?" chiese confuso Enrico.

"Perché so che tu sei come me: hai perso la testa per Maurizio, no?"

"Io... sì, è vero. Credo di esserne innamorato." ammise Enrico sottovoce, contento di poter dire quelle parole e non solo pensarle.

"E lui? Ci sta, lui?" chiese Manfredo.

"No. L'ha capito, ma mi ha detto che possiamo solo essere amici. Lui non è... come noi."

"Ti è andata male."

"Beh, no. La sua amicizia mi basta."

"Non basterebbe a me, di sicuro. Ma che lui non sia come noi, non vuol dire niente. Anche Leo è sposato, e è un figaiolo. Ma quando tira, tira. Ha accettato senza storie di farlo con me, anzi con piacere, te lo assicuro. E che stallone di razza! Perciò, non ti arrendere, amico."

"No, Maurizio è diverso. E io non intendo rovinare la nostra amicizia solo per una voglia fisica. L'amicizia è una cosa preziosa."

"Ma Leo ora mi è anche più amico di prima, te lo posso garantire. Mi ha detto che non credeva che poteva essere così piacevole anche con un maschio."

"E allora adesso ti metti con lui?" gli chiese Enrico con una punta di invidia: Manfredo gli piaceva, infatti e lo attraeva molto.

"Nooo! Io sono venuto qui anche perché dicono che i siculi lo sanno fare da dei!"

"Ma come, non per l'Italia unita?" chiese Enrico cercando di fingersi scandalizzato ma, non riuscendo, si mise a ridere.

"Ma certo: più unita di così? Unione carnale prima ancora che politica, no? Intima, profonda e piacevole. Che vuoi di più?" rispose allegro Manfredo strizzandogli l'occhio.

"Mi fai rimpiangere di non essere siciliano..." gli disse scherzoso Enrico.

Manfredo lo guardò poi gli disse: "Ma io... ti interesso? Mi pareva che tu avessi occhi solo per Maurizio..."

"Lui... lui lo amo. Te..." iniziò Enrico ma si fermò temendo di offendere l'amico.

"Me... mi desideri, vuoi dire?"

"Esatto."

"Bene. Perché anche io ho una gran voglia di te, addosso. Anche se non sei siciliano!" concluse sorridendo provocante il giovane e dette una pacca ad Enrico. Poi disse: "Alla prima occasione, promesso."

Non arrivò tanto presto, l'occasione. O dovevano dormire separati o assieme ad altri e di giorno non avevano tempo e modo.

Ma quando si fermarono a Milianni, Manfredo si avvicinò ad Enrico: "Ho trovato!" gli annunciò trionfante.

"Trovato? Cosa?" gli chiese Enrico senza capire.

"Come, hai già dimenticato? Ho trovato dove passare la notte io e te da soli, no?"

"Ah sì? Ottimo, e dove?"

"Mica sei un baciapile tu, per caso?"

"Baciapile? Io? No, ma che c'entra?"

"Beh, fra gli altri il parroco si è offerto di ospitare qualcuno di noi per la notte. E siccome diceva; due qui, due là... la cosa mi è sembrata interessante e così, quando ha detto: e per altri due posso sistemare un materasso nella cella alla base della torre delle campane, ho subito dato il mio nome e il tuo. Non è perfetto?"

Enrico sorrise all'entusiasmo dell'amico e disse scherzoso: "Basta che facciamo attenzione a non imbrogliarci con le corde delle campane, altrimenti..."

"Uehi! Come dire che mi proponi una notte movimentata, allora. Bene, le annoderemo per non rischiare di svegliare tutto il paese con le campane a festa. Allora, a stasera. Non vedo l'ora di vederti nudo, finalmente. E di fare cose folli con te."

"Spero di non deluderti..."

"Credo di no... e sono un intenditore, io! Ciao." rispose il giovane facendogli l'occhietto e allontanandosi allegro.


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