Il parroco li accompagnò nella cella delle campane traversando la chiesa semibuia, illuminata solo dai ceri accesi davanti alla statua di Santa Lucia. Aprì la bassa porta di legno massiccio che cigolò nei cardini.
"Ecco, ragazzi." disse, e Manfredo sorrise per l'ennesima volta alla sua pronuncia: le sue erre parevano tutte ds! "Non è una reggia, ma per una notte andrà bene, nevvero? Accanto al materazzo vi misi una brocca per bere, e vi lascio il lume. Prima di mettevvi a dommire, se volete andare al cesso, sapete dov'è: lascio apetta la potta della sacristia."
"Grazie, reverendo." disse Enrico compito trattenendo le risa per la scimmiottatura che stava facendo Manfredo alle spalle del prete.
"Buona notte, riposatevi bene, ne avrete bisogno!" disse il parroco appoggiando il lume su uno sgabello di legno.
"Sì, ne abbiamo davvero bisogno, non vediamo l'ora di poterci stendere, vero Enrico?" disse Manfredo sfiorandosi procace fra le gambe ma togliendo la mano appena il sacerdote si girò verso di lui ed assumendo un'aria compunta che per poco non fece scoppiare Enrico in una fragorosa risata.
"Domattina verrete a fare colazione in canonica, diedi istruzzioni alla peppetua di preparare abbondantemente: immagino che sarete affamati, giovani come siete." disse il buon prete a Manfredo.
"Eh sì, io per lo meno sono sempre affamato, Enrico lo sa..." disse Manfredo abbassando gli occhi in un gesto che il sacerdote scambiò per imbarazzo e che invece voleva solo nascondere il riso che vi balenava dietro per quel suo ennesimo gioco di parole.
"Segno che tieni buona salute." commentò ingenuamente il degno uomo. "Beh, vi lascio ora. Dommite bene."
Quando il sacerdote uscì dalla stanzetta chiudendosi accuratamente la porta alle spalle, Manfredo si accostò ad Enrico e, facendo sottovoce la mossa al sacerdote, gli disse: "Ottima salute tengo: vieni a sdraiatti, che te lo mostro subbito!"
Enrico, sorridendo gli fece gli occhiacci, fece cenno verso la porta ed il gesto di tacere. Manfredo annuì con gli occhi ridenti ma lo carezzò fra le gambe palpandolo a piena mano. Enrico ebbe subito un'erezione a quell'intimo contatto.
Manfredo emise un basso verso di apprezzamento e sussurrò: "Sì, sei anche tu in ottima salute, sento..."
"Aspettiamo di essere sicuri che sia andato via..." sussurrò Enrico eccitato.
"Se sta origliando dietro la porta vuol dire che è dei nostri, perciò poco male, anzi... è un bell'uomo. Se no, è di sicuro già lontano. Vieni, dai, o ci provo con lui!" gli disse attirandolo verso il materasso appoggiato in terra.
"Ma dai, è un prete..."
"Ancora giovane e bello. Anche un prete è un uomo, no? Anche se porta la sottana, sotto è fatto come noi. Non lo sapevi?"
Enrico rise: "Ma tu, lo faresti anche con un prete?"
"E perché no? Con uno come lui, per esempio. E ce n'è qualcuno che gli piace. Dicono che un certo prete di Torino si faccia tutte le notti il sacrestano... Ma adesso spogliamoci, dai!" disse allegro il ragazzo iniziando.
"Non è meglio se spegniamo il lume... prima?" chiese Enrico ancora lievemente in pensiero.
"No, non ti ho ancora mai visto nudo: non voglio perdermi la visione... Almeno potrò dire di avere avuto una visione anche io, no? Mica solo i santi..."
"Non essere blasfemo." gli disse Enrico in un blando rimprovero.
"Macché blasfemo! Ognuno ha le visioni che si merita, no? Io per fortuna mi merito queste..." disse il giovane iniziando a togliere gli abiti di dosso al suo compagno.
Poco dopo erano entrambi nudi, in piedi sul materasso, e si brancicavano, si palpavano, si sfregavano l'uno contro l'altro pieni di desiderio.
"Ti piace baciare, Manfredo?"
"Tutto. Mi piace tutto. Non chiedere, fai! A me piacciono i maschi di poche parole e molti fatti..." gli disse Manfredo prendendogli i genitali turgidi fra le due mani e scivolando in ginocchio davanti ad Enrico.
Schiuse le labbra e si fece scivolare tutta dentro la calda colonna di carne mugolando basso il suo piacere. Enrico sussultò e fremette. Carezzò i capelli dell'amico che ora muoveva il capo avanti e dietro succhiando con piacere.
"Vacci piano..." ansimò Enrico, "sono mesi che non faccio niente, temo di venire troppo in fretta..."
"Neanche seghe da solo?" gli chiese incredulo Manfredo lasciandolo ed attirandolo a stendersi sul materasso.
"Neanche."
"Beh... e non puoi venire due volte?"
"Penso di sì..." disse Enrico ammirando le nudità del compagno e carezzandole con piacere.
"E allora? Dai, lasciati andare, la notte è tutta nostra. Sai che hai un buon sapore, tu? Un sano sapore di maschio. Il primo lo voglio bere. Il secondo, invece, di dietro..."
"E tu a me?"
"Tutto quello che vuoi, mio bel maschio, si capisce. E tutte le volte che vuoi. Senza limiti."
Enrico si chinò fino al grembo dell'altro e prese a dargli piacere con la bocca. Manfredo si girò in modo di riprendere quanto aveva interrotto.
Quando si abbandonarono finalmente soddisfatti sul materasso, Manfredo era riuscito a far avere ad Enrico tre orgasmi, tutti e tre piacevolissimi.
Le membra intrecciate, Enrico emise un lungo sospiro.
"Ci voleva, vero?" disse Manfredo.
"Sì, davvero!" disse il giovanotto. "Sei una forza della natura, tu."
"Come la pioggia e il vento?"
"Pressappoco."
"Vuoi dire che sono fastidioso, perciò!" disse fingendosi offeso Manfredo.
"No, che sei irresistibile come un fiume in piena, come la marea, come le correnti dell'oceano..."
"Così mi piace di più."
"Mi hai travolto."
"E tu felice di essere travolto, confessalo."
"Lo confesso... con molto piacere."
"Allora ti do l'assoluzione." disse ridacchiando il giovane e gli carezzò il membro ora morbido. "Sei ben fatto, Enrico."
"Più di Leo?"
"No, ma sai fare l'amore meglio di lui, questo è certo. Anche se scommetto che tu avresti preferito farlo con il tuo Maurizio."
Enrico pensò al ragazzo di cui era innamorato e sentì una gran dolcezza avvolgerlo: "Se dicessi di no, sarei un bugiardo. Ma so che con lui non devo sperare..."
"Perciò ti accontenti di me."
"No, non mi accontento. Sono contento, piuttosto."
"Bel gioco di parole. Grazie, comunque. Ma ti capisco, sai? Io, se tu fossi innamorato di me, non ti sarei fedele. Maurizio invece è il tipo che sarebbe fedele, ci giuro, se fosse come noi. E tu, anche se non ti dispiace divertirti, anche tu sei il tipo fedele, ci scommetto."
"Come fai ad esserne tanto sicuro?"
"Ma dai! Conosco i miei polli, io."
"Dunque sarei un pollo, io?"
"No, tu non sei un pollo. Non sei nemmeno uno stallone da monta come Leo, però. No. Tu sei... un maschio desiderabile, estremamente piacevole..."
"Grazie per avermi dato... dell'essere umano e non dell'animale. È un complimento."
"Quello che mi piace in te è che, anche se la nostra è solo un'avventura, spero con qualche seguito, tu fai l'amore dando il meglio di te stesso... e tanto affetto. Dopo tanti cazzi e culi, credimi, anche un po' di affetto fa bene..."
"Allora sei meno libertino di quello che vuoi far credere..."
"Temo di sì. Ma non dirlo a nessuno, è il mio segreto, questo."
"Perché non ti cerchi un amante?"
"Perché sono troppo giovane e voglio godermi un po' la vita. E poi, chi vuoi che si innamori di me? Io sono solo un bel ragazzo da chiavare o da cui farsi chiavare, e basta. Un animale da letto, insomma."
"Non ci credo. Questa è l'immagine che vuoi dare, ma tu non sei così. Questa volta ci scommetto io."
"Beh, buona notte ora, Enrico!" disse Manfredo improvvisamente e questi capì di aver colto nel segno.
La mattina dopo Enrico fu svegliato da una piacevole sensazione: Manfredo era su di lui e gli stava titillando un capezzolo con le labbra e la lingua, mentre con una mano gli stuzzicava l'altro capezzolo e con l'altra mano gli carezzava fra le gambe il membro eretto.
"Buon giorno." gli disse Manfredo quando si rese conto che l'altro era sveglio, guardandolo con aria sbarazzina. Poi disse, scuotendogli delicatamente il duro paletto ancora serrato nella sua mano: "Lui s'è svegliato prima di te, così ho pensato di fargli compagnia, in modo che non si annoiasse..."
Enrico lo tirò a sé e gli salì sopra con il corpo. Manfredo gli cinse la vita con le gambe offrendoglisi e ripresero a fare l'amore. Nella cella filtrava il sole, ancora quasi orizzontale, da una stretta feritoia dell'antica pietra ed un chiarore dorato riempiva la stanzetta. I due giovani s'erano girati, ora, ed Enrico, seduto sul materasso, guardava il corpo seducente dell'amico che gli danzava in grembo, assaporando quell'ennesima unione.
Gli occhi di Manfredo erano illuminati di gioia ed Enrico pensò che era bello quello che stavano facendo e che qualsiasi persona onesta e senza pregiudizi non avrebbe potuto negarlo. Ma quante persone al mondo sono senza pregiudizi? Specialmente riguardo al fatto che due maschi possano trarre piacere l'uno dall'altro, darsi piacere l'un l'altro? Persino fra quelli che amano il proprio sesso, non pochi sono schiavi del pregiudizio e si vergognano delle loro stesse pulsioni. Pulsioni segrete! Perché devono restare segrete? Addirittura proibite? Si rischiava la galera: sia per volere un'Italia unita che per volere amare un maschio. Due cose riprovevoli dunque?
La gioia spontanea del suo amico lo riempiva di gioia e si disse che nessuno aveva diritto di negarla, di giudicarla, di condannarla. Si deve condannare il sopruso, la violenza senza ragione, la sopraffazione...
Enrico smise di pensare e lasciò che il suo corpo e la sua anima godessero di quell'unione che stava vivendo con il suo amico, appassionatamente.
Quando si alzarono e si rivestirono, Manfredo disse ad Enrico, con un buffo sorriso: "Pensavo... pensavo che devo essere grato a Maurizio."
"A Maurizio? E perché mai?"
"Per due motivi: se non ti fossi innamorato di lui, non avrei capito, da come lo guardi, che sei come me. E se lui ti avesse detto di sì, non ti avrei avuto comunque."
Enrico sorrise. Poi gli chiese: "Se fossi stato con Maurizio, non ci avresti provato con me?"
"Io? Mai! Non mi metterei mai in mezzo ad una coppia... a meno che fossi stato tu a chiedermelo. Ma visto che voi per mia fortuna non siete una coppia..."
Fatta colazione in canonica, abbondante come il parroco aveva promesso, ripresero la loro marcia. Tutta la Sicilia pareva essersi sollevata contro i borboni alla notizia della loro avanzata ed i borboni si stavano ritirando precipitosamente, anche perché non pochi soldati siciliani disertavano e, o si andavano a nascondere fra la loro gente o addirittura affiancavano i garibaldini. Così, come disse Maurizio ad Enrico, la loro pareva quasi più una passeggiata che una conquista. Qua e là c'era a volte qualche scaramuccia, ma più per rallentarli e permettere al grosso dei borboni di fuggire che realmente per contrastarli. Anche se i borboni lo chiamavano "ripiegamento strategico". Come tutti gli eserciti in fuga anche se non ancora in rotta.
Giunsero così alle porte di Messina dopo pochi scontri e pochi feriti e non in modo grave. Enrico comunque aveva il suo da fare e Maurizio lo aiutava a medicare, bendare, rimettere in sesto gli uomini.
Durante una sosta per riorganizzarsi ed entrare in città in formazione ordinata, Enrico si lamentò con i superiori: "Io mi suono arruolato per combattere e invece devo sempre stare nelle retrovie!"
"Capitano Piccin, lei sta combattendo, nelle retrovie: sta combattendo contro la morte che ci segue e sta in agguato." gli disse l'aiutante del generale.
"Morte... parola grossa. Grazie a dio abbiamo solo avuto feriti e non gravi."
"Siamo stati fortunati, sì, ma lo saremo per sempre? E comunque lei, rimettendo in sesto i nostri uomini, combatte poi con le loro braccia, i loro cuori, i loro petti. Ogni uomo che torna a combattere è in parte lei che combatte, non lo capisce? Lei è prezioso più delle armi che abbiamo, lei è uno dei nostri più preziosi soldati, assieme al suo infermiere. Anche se non avrà forse mai medaglie per questo."
"Non combatterei certo per guadagnarmi una medaglia, io..." obiettò sostenuto Enrico.
"Non ne dubito. Ma mi creda, lei sta facendo per l'Italia più di quanto ognuno di noi singolarmente può fare. Non si lamenti, dunque."
Enrico abbassò il capo ed annuì un po' vergognoso per il suo sfogo di poco prima.
"E comunque, se ce ne fosse bisogno, sicuramente anche lei e il suo infermiere sareste pronti ad imbracciare le armi ed a combattere, no?"
"Certamente!" risposero ad una voce Enrico e Maurizio.
"Bene. Tanto basta, perciò. Faccia bene il suo dovere e tutti le saremo veramente grati." disse l'ufficiale chiudendo così il discorso.
Quando furono soli, Enrico disse a Maurizio con ironia: "Che bella figura ho fatto, vero?"
Questi gli sorrise: "No, hai detto quanto sentivi e ti faceva stare inquieto, ed hai fatto bene. Ora non vedi le cose in modo un po' diverso?"
"Sì..."
"Quindi hai fatto bene."
Entrarono in Messina. La città era imbandierata ed una folla eterogenea e chiassosa faceva ala al passaggio della bella gioventù dalle rosse camicie. "I piemontesi... i piemontesi..." diceva la gente applaudendoli. Un portavoce della città parlò con il generale Garibaldi dando il benvenuto, chiedendo rispetto per la gente e la città ed offrendo a tutti i "valorosi soldati sia del continente che dell'isola" l'ospitalità delle famiglie della città. Ai garibaldini infatti s'erano uniti parecchi "picciotti" siciliani e non pochi di loro avevano chiesto di arruolarsi, decisi a seguire Garibaldi su fino al nord, finché tutta l'Italia fosse stata una ed indivisibile.
Così si stabilì che ogni garibaldino, trovato un ospite, sarebbe andato a registrarsi da un ufficiale che avrebbe preso nota di dove era ospitato e da chi.
Enrico e Maurizio stavano aggirandosi nella piazza quando un ufficiale lo chiamò.
"Capitano Piccin, questo signore è un medico e come collega si è offerto di ospitare il nostro medico, cioè lei. Ha già trovato per caso una sistemazione?"
"No, non ancora..." rispose Enrico guardando l'uomo che gli fece un lieve inchino e gli sorrise: era un uomo sui cinquanta anni, con occhialetti cerchiati d'oro, una pesante catena d'oro al panciotto, un anello d'oro al dito. Ma, nonostante tutto quello sfoggio di ricchezza, aveva occhi intelligenti ed un sorriso simpatico.
"Sono il dottor Rinaldo Fichera..." si presentò.
"Molto piacere. Io mi chiamo Enrico Piccin..."
L'altro tese la mano e se la strinsero: una stretta breve, sicura, che dette un'ottima impressione ad Enrico.
"Allora, posso avere l'onore di avervi mio ospite, dottore?" gli chiese il siciliano con un forte accento ma in perfetto italiano.
"L'onore è mio, ma... anche il mio infermiere è ancora senza alloggio e prima vorrei sistemare lui..." rispose Enrico.
"Se per voi va bene, collega, potrebbe essere anche lui ospite nella mia casa. Solo che non avrei che una stanza a disposizione: si potrebbe aggiungere un letto. Se invece preferite dormir solo e trovargli un'altra sistemazione..."
Enrico stava per accettare lieto, ma si trattenne e guardò con aria interrogativa Maurizio.
Questi sorrise e disse: "Se non è troppo disturbo, e se il dottor Piccin è d'accordo, ne sarei molto lieto..."
"Allora, collega?" chiese il siciliano.
"La vostra offerta è generosa, la accettiamo di cuore. E noi soldati non dormiamo praticamente mai da soli, perciò non c'è nessun problema."
"Ottimo. Ci si deve registrare, mi hanno detto. Sapete dove si deve andare?"
"Sì, da questa parte." disse Enrico e, salutato l'altro ufficiale, assieme a Maurizio guidarono il medico al tavolo dell'ufficiale per lasciare i dati.
Qui c'era una breve coda e, proprio davanti a lui c'era Manfredo accanto ad un bel giovanotto siciliano ed i due parlavano sorridenti. Quando Manfredo, girandosi, vide Enrico e Maurizio disse allegro:
"Oh, anche voi avete trovato chi vi ospita? Me mi ospita questo gentile giovanotto, si chiama Ruggiero Vizzini. Questi sono i miei amici Enrico e Maurizio."
"Onorato." disse il giovanotto dando la mano ai due.
Enrico presentò il dottor Rinaldo Fichera e il suo amico Manfredo. Anche questi si strinsero la mano. Enrico notò con che aria di possesso Manfredo guardava il suo ospite e si chiese se per caso non fosse scoccata fra i due la fatidica scintilla. Finalmente Manfredo avrebbe avuto il suo siciliano, pensò divertito.
Registratisi il dottor Fichera li guidò fino a casa sua: abitava al piano nobile di un antico palazzo: aveva una casa che trasudava benessere come tutta la sua persona. La moglie era una donna asciutta, elegante, molto curata e gentile. Il dottore presentò i suoi figli: tre maschi di cui due sposati che vivevano lì nella grande casa con le mogli ed i figlioletti, due femmine da maritare, anche se una un po' in là con l'età, e due maschi più piccoli pressappoco dell'età di Maurizio.
"La servitù dice che quando vogliamo è pronto in tavola. Se vogliamo accomodarci..." disse la moglie del dottore.
"Lasciamo loro il tempo di rinfrescarsi, di cambiarsi..." disse il marito e li guidò nella camera in cui avrebbero dormito: era una stanza ampia, di un'eleganza un po' barocca ma bella. "Ecco, farò aggiungere un letto qui a fianco a questo, dall'altra parte del comodino, c'è abbastanza spazio."
"È una stanza bellissima... Vi ringrazio." disse Enrico.
"Vi dormiva mio padre prima che mancasse, due anni fa. Ora la usiamo come stanza degli ospiti. Le nostre stanze sono al piano superiore, invece. Se venite, vi mostro il bagno degli ospiti. Potete sistemare qui le vostre cose e cambiarvi, Quando vi accomoda vi attendiamo di là, in salotto."
"Non abbiamo con noi un abito... da società, purtroppo. Potremo solo metterci un'uniforme pulita..." disse Enrico.
"La vostra rossa camicia è un perfetto abito di società, non preoccupatevi, collega." gli disse cortese il medico e li salutò lasciandoli soli.
"Che ne dici, Maurizio?" chiese Enrico spiando l'espressione dell'amico.
"Dico che è perfetto. Da quanto non dormiamo in un letto vero?"
"Non ero certo che tu volessi venire a dormire nella stessa stanza con me." disse Enrico.
"Sciocco! Con te dormirei anche nello stesso letto, lo sai." gli disse con affetto il giovane.
"Io no..." rispose Enrico con un sorriso.
"No?" chiese stupito Maurizio.
"Sarebbe troppo, capisci? Non sono un santo, io."
Maurizio sorrise e gli sfiorò una mano: "Io sono certo che non ci sarebbero problemi, ma capisco che cosa vuoi dire. E non voglio certo essere io a crearti problemi. Ma così va bene, no?"
"Certo, così va bene."
"Cambiamoci, allora."
"Qui? Assieme?"
"Qui, assieme. Ti vergogni a spogliarti davanti a me?"
"Forse un po'... temo che..."
"Sarebbe naturale, visto quello che provi per me. Non ti preoccupare. Non mi scandalizzerei di sicuro." gli disse con dolcezza il giovane ed iniziò a spogliarsi.
"Posso... guardarti, dunque?"
"Se ti fa piacere. Sii te stesso, Enrico."
"Fino ad un certo punto..." lo corresse sorridendo il giovanotto iniziando a spogliarsi a sua volta.
E guardò Maurizio, il suo corpo seminudo e lo trovò di una bellezza struggente. Non era sensuale come Manfredo, ma era bello. Maurizio guardò l'amico e gli sorrise dolce. Enrico trovò deliziosa la naturalezza con cui il ragazzo si lasciava guardare, tranquillo, né schivo né provocante. E si disse che quel giovane era una perla rara, e se ne sentì più che mai innamorato.
Si rivestirono ed andarono a raggiungere gli altri.
Mangiarono un ottimo pasto, ricco ed abbondante. Durante il pranzo tutta la famiglia li riempì di domande. Poi andarono in una altro salotto (la casa, scoprirono, ne aveva quattro) dove la signora offrì un rosolio ed il medico offrì loro da fumare, ma né Enrico né Maurizio fumavano.
"Ah, gioventù sana, fa piacere!" disse il medico aspirando però di gusto la sua pipa.
Il figlio maggiore offrì loro di accompagnarli a visitare la città ed i due amici accettarono volentieri. Quando i servi ebbero preparato il calessino, partirono. La città brulicava di garibaldini, ben visibili nelle loro camicie rosse, e dei loro ospiti che li portavano a passeggio: pareva che si fossero passati parola di far da ciceroni ai giovani garibaldini.
"Scusate, ma come mai il vostro generale ha scelto una così vistosa uniforme?" chiese l'uomo ad Enrico.
"Mah, le spiegazioni simboliche sono molte e tutte belle: il fuoco che arde nei nostri petti, il sangue che si è pronti a versare per il nostro ideale, il rosso colore dell'amore, il rosso del nostro vessillo..."
"Direi però che nessuna di queste spiegazioni vi convince." disse il giovane uomo studiandone l'espressione.
"No, sono sicuramente tutte giuste e valide, ma... io sono un medico..."
"Scusate, ma non capisco che cosa volete dire..."
"Il rosso nasconde il colore del sangue, quando siamo feriti: questo da una parte rende meno spaventato il ferito o i suoi compagni e dall'altra dà al nemico l'impressione di non averci colpiti, se la ferita non è mortale. Un doppio vantaggio psicologico. Anche perché di solito poche gocce di sangue, su un panno bianco, danno l'impressione che se ne sia perso moltissimo."
"Quindi il vostro generale avrebbe pensato a questo?"
"Non lo so, forse no, ma se l'avesse fatto sarebbe stato saggio. E se non l'ha pensato, il risultato è comunque questo, ed è buono."
"Senza dubbio. E siete tutti volontari, avete detto. Vero?"
"Certamente."
"E che cosa vi ha spinto a questa scelta?"
"Per quanto mi riguarda e per quanto riguarda Maurizio, qui, vi abbiamo risposto già a tavola. Per quanto riguarda gli altri, tanti sono gli uomini, tante possono essere le motivazioni. E comunque non credo che il motivo possa essere uno solo. Certamente in tutti c'è l'ideale di avere finalmente una patria, una e indivisa, non calpestata dallo straniero, libera, nostra. Ma poi, quali altri motivazioni possono aggiungersi a questa? Forse noi stessi non ne siamo pienamente coscienti. Avventura? fuga? desiderio di mettersi alla prova? scaricare energie represse? voglia di vedere terre lontane? speranza di gloria? Bah!"
"Non esiste dunque un ideale puro?"
"Certo che esiste: tutte queste motivazioni non inficiano minimamente il fatto che tutti ed ognuno di noi è pronto a morire per l'Italia. L'ideale resta puro, qualunque motivazione lo accompagni. L'uomo, io credo, non è mai ad una sola dimensione, né a due... Così pure i suoi ideali."
"Siete un idealista, voi?"
"Credo di essere... realista. Ma credo nella forza e nel valore degli ideali."
"E in quella delle convenzioni sociali, del denaro, del potere?"
"Certo che anche queste abbiano la loro forza. Ma è una forza che non viene dal cuore, è una forza fredda, che non riscalda, che non crea... Una forza cieca."
"E l'amore?" chiese allora la giovane moglie dell'uomo, che fino ad allora era rimasta in silenzio.
"Il più alto ideale, credo, signora." rispose cortese Enrico.
"Romantico." disse con voce piana il marito.
"No, la base di qualsiasi ideale. La forza che rende vivo e vivibile l'universo, che rende uomo l'uomo, che rende divino iddio."
"Voi, un medico, siete un credente?" chiese quasi stupito l'uomo.
"Certo, anche se non forse un buon praticante."
"Credete che l'uomo abbia un'anima?"
"Se non l'avesse sarebbe incapace di amare."
A sera tornarono a casa. La cena fu più leggera del pranzo ma altrettanto buona. Dopo aver conversato ancora un po', finalmente poterono ritirarsi ed andare a riposare. Era stato messo un altro letto, parallelo al primo, distante circa tre piedi da questo.
Si spogliarono e si misero a letto. Enrico spense il lume.
"Mi è piaciuto moltissimo il tuo discorso quand'eravamo in calessino, Enrico." disse nel buio Maurizio.
"Grazie. Ma non volevo fare un discorso. Ho solo esposto le mie idee, per quel che valgono."
"Era un vero piacere starti ad ascoltare. Sei una persona splendida."
Enrico sorrise e non disse nulla: i complimenti lo mettevano sempre lievemente in imbarazzo, anche se gli facevano piacere, specialmente provenendo da qualcuno che amava. Che amava intensamente.
Dopo un breve silenzio, la voce di Maurizio disse: "Enrico, ti dispiace se ci diamo la mano, se ce la teniamo per un po'?"
Il giovanotto si sentì emozionato. "Tutt'altro..." disse stendendo il braccio verso il letto dell'amico e le loro mani si trovarono, si intrecciarono, si strinsero lievemente.
Enrico provò una sensazione di tenero calore e sentì una gran pace avvolgerlo, una pace che neanche la sua incipiente erezione era in grado di turbare. Certo, desiderava Maurizio, avrebbe voluto potergli esprimere completamente il suo amore, ma la cosa che più gli stava a cuore era che l'amico fosse felice: per la sua felicità avrebbe fatto qualsiasi cosa, anche rinunciare al suo amore fisico.
Era grato a Maurizio per quel gesto: sentiva che il ragazzo, in qualche modo, voleva fargli sentire il suo affetto.
La mano di Maurizio si fece pesante e, lentamente, scivolò via dalla lieve stretta di Enrico e questi capì che l'amico s'era addormentato. Scese silenziosamente dal letto, riuscendo a mala pena a distinguere la silhouette del giovane. Con tenera cautela gli ripiegò il braccio che stava penzoloni fuori dal letto posandoglielo sul petto. Gli sistemò il lenzuolo, scese a dargli un lievissimo bacio in fronte e tornò a letto, sereno.