Nei giorni seguenti Enrico e Maurizio girarono per la città, a volte soli, a volte accompagnati dai loro ospiti. Un pomeriggio Enrico andò a farsi tagliare i capelli e Maurizio decise di fare un giro per fare qualche acquisto. Quando Enrico uscì dal barbiere, s'imbatté in Manfredo.
"Oh, Enrico! Come stai?"
"Bene, grazie. A te è inutile che lo chieda: sei più luminoso di una mattina estiva!"
"Grazie del complimento."
"Scommetto che è grazie al tuo ospite, quel fusto siculo..."
"Centro. Ruggiero. È splendido, mi fa impazzire a letto."
"Dunque ci sei riuscito."
"Non è merito mio, anche a lui piacciono i maschi. Ed è così maschio, lui! E ben attrezzato, ma soprattutto... come lo usa!"
"Non me ne parlare troppo o ti si rizza e si vede tutto!" gli disse ridendo Enrico per quell'entusiasmo.
"Quasi impossibile, mi spompa del tutto: non gli basta mai una sola volta!"
"Hai trovato pane per i tuoi denti, allora!" gli disse Enrico ripensando all'irruenza del giovane amico a letto.
"Sì, peccato che durerà pochi giorni."
"Comunque hai avuto il tuo primo siciliano. Contento, no?"
"Macché, non è il primo! È sicuramente il migliore, ma è il terzo."
"Ah no? Ma quando hai avuto gli altri due? Quando l'abbiamo fatto noi dicevi che speravi di farti un siciliano, perciò pensavo che..."
Manfredo tirò fuori dal taschino un'agendina dall'aria consunta e la sfogliò:
"Beh, no, ti ho detto una bugia: dunque... il primo è stato a Marsala, m'ha montato nella torre di una chiesa, nel campanile."
"Sei affezionato ai campanili, vedo..." disse ridendo Enrico.
"Ma non nella cella, su per le scale dove m'aveva attirato con la scusa di farmi vedere il panorama: diceva che ne valeva la pena e infatti... Si chiamava Salvatore, aveva pressappoco la mia età. Arrivati poco prima della cella campanaria, si tira fuori l'arnese, duro come il battacchio delle campane e mi chiede con un sorrisetto se non mi piace quello di panorama. Glielo tocco: è duro e sodo e caldo che è un piacere; lui mi apre le brache, me le cala e mi fa girare... beh, poco dopo me lo stava sbattendo dentro, lì per le scale, che... altro che scampanio! E mi chiedeva continuamente: ti piace? Ti piace eh? Cazzo se mi piaceva. Quello sì che era il benvenuto ufficiale in Sicilia. E mi strizzava i capezzoli che era un piacere: la giusta pressione, né troppo forte né troppo piano, un artista. E poi alla fine mi dice: sei meglio di una femmina, tu. E meglio di tutti i ragazzi che mi sono fatto..."
"Ma quello, come faceva a sapere che tu non gli avresti dato un calcio, invece?"
"Dice che m'aveva capito da come lo guardavo... e che non s'era mai fatto uno del continente. Dice che era andato un paio di volte a puttane e che lo faceva spesso coi ragazzi del collegio dove lavorava come portiere: di notte li faceva uscire di nascosto se prima si facevano fottere da lui."
"Hai tutto segnato lì?" chiese stupito Enrico indicando il quadernetto.
"No, questo me lo ricordo."
"E il secondo?"
"Il secondo invece è stato a Palermo. Era un uomo di trent'anni, non mi ha voluto dire il nome. Quella notte ero di sentinella nel giardino degli aranci, sotto le finestre del comando dove s'era istallato il generale. M'è venuto vicino, ha attaccato bottone. Era simpatico, mi sorrideva in un modo che mi faceva venire i brividi, mi aveva acceso di voglia. Allora gli guardo fra le gambe e vedo che ha un rigonfio allettante e che palpita... Lui vede dove lo guardo, allora se lo carezza e mi chiede con un sorriso da schiaffi, delizioso: che stai a guardare, eh? Peccato che sono di sentinella, dico io, non posso allontanarmi... e lui dice: e allora, non ci allontaniamo: tu fai la guardia e io ti faccio. Capisci: io ti faccio, semplicemente. Allungo una mano e lo palpo: è sodo, durissimo, e gli dico: lo voglio! Lui sorride, mi dice: girati, ragazzo, lascia fare a me... Mi sono girato, appoggiato al muretto da cui vedevo la strada. Lui da dietro m'ha slacciato i calzoni, me li ha abbassati... e è cominciata la tortura."
"Tortura? Vuoi dire che ti ha seviziato?" gli chiese Enrico spalancando gli occhi incredulo.
"Tortura col suo pezzo da novanta: faceva come per infilarmelo, me lo faceva sentire, io spingevo indietro pieno di voglia e lui si toglieva, non so quante volte, finché l'ho invocato di chiavarmi! E finalmente s'è deciso, m'ha preso per le anche e me l'ha spinto tutto dentro senza dare colpi, facendomi scivolare quel palo finché le sue palle erano premute contro le mie chiappe e poi mentre mi suonava la grancassa diceva: tiè, tiè, tiè; e pareva che non venisse mai! Batteva, batteva, batteva senza stancarsi e mi chiedevo se avremmo fatto l'alba e mi piaceva da morire. Pensa che quando finalmente lui è venuto io ero già venuto tre volte! Dopo m'ha girato, m'ha baciato dritto in bocca con forza e m'ha detto: tieni nu culo d'oro."
"Ma di' un po', ti scrivi tutto, tu?"
"Quasi tutto, certo; mica voglio dimenticare."
"Ci sono anch'io lì dentro?"
"Sì, ma è scritto in codice, stai tranquillo."
"Qualsiasi codice si può scoprire." disse Enrico pensando al manoscritto che gli aveva schiuso il mondo del piacere fra maschi, ma per nulla preoccupato.
"Questo no, è meglio di un codice di guerra. Da ragazzo avevo trovato un libro di mio padre che spiegava come si fanno codici sicuri."
"E pensi che ti basterà quel quadernetto?" gli chiese Enrico divertito.
"Spero proprio di no!" rispose il ragazzo allegro, "Ma tu, piuttosto? Il tuo Maurizio?"
"Siamo amici, sempre più stretti. No, Manfredo, non in quel senso, lo sai. Ma a me va bene così."
"Contento tu, come si dice... Ma ci sono tanti bei ragazzi, dovevi proprio perdere la testa per lui? Sì, lo so... al cuore non si comanda! Ma neanche al cazzo, cavolo!"
"Appunto, ma al cuore soprattutto."
"Per fortuna io sono senza cuore!" rise Manfredo, poi disse serio: "E tu non mi tradire. Chiaro?"
"Chiaro. Tanto, al momento giusto, ti tradirai tu da solo. E questo... come si chiama, il tuo ospite?"
"Chi, Ruggiero? È un vero stallone, e mi vizia. È carino da matti e focoso come piace a me. È meglio degli altri proprio perché anche a lui piace il maschio. È un peccato perderlo. Ma lui ha già un ragazzo..."
"Ma come, avevi detto che non ti saresti mai messo in mezzo ad una coppia!"
"Primo, ne ha voglia anche lui perché il suo ragazzo è lontano, e secondo, è innamorato cotto del suo ragazzo, me ne parla sempre. Io per lui sono solo una parentesi. È la prima volta che gli mette un corno. Se avesse il suo ragazzo qui non sarebbe di sicuro venuto con me. Dio, se trovassi un uomo così, credo che me ne innamorerei."
"E gli saresti fedele?"
"Fedele? Mi spompa, te l'ho detto, non avrei neppure la forza di farlo con un altro. Fedele... sì, se fossi innamorato, forse, sarei anche fedele."
"Allora spero che tu trovi l'uomo giusto..."
"Vedremo..." rispose Manfredo allegro e spensierato. "Ma tu? Maurizio... sempre niente?"
"No, certo. E non faccio niente per cambiare le cose."
"Cavolo, ma non hai voglia di... che fai, seghe?"
"Neanche."
"Oddio! Mica avrai fatto il voto di castità adesso! L'amore ti sta rimbambendo per caso? Ma guardati attorno: è pieno di maschiotti ruspanti, fra noi e nella fauna locale, e uno come te non avrebbe nessuna difficoltà a rimediare, no?"
"Non ci tengo. Sto bene così."
"Romantico... sei un inguaribile romantico tu. Anche a letto... Ma mi era piaciuto. Io per fortuna... stasera... Leo m'ha chiesto se mi va di fare il bis con lui, muore dalla voglia e non sa con chi farlo, qui le donne le tengono sotto chiave... È dalla nave che non fa più niente, e non vede l'ora, per mia fortuna. Così, prima di andare da Ruggiero gli ho promesso che lo farò con lui."
"Ma non avevi detto che questo Ruggiero ti spompa?"
"Per questo con Leo lo faccio prima di tornare da Ruggiero!" rispose ridacchiando furbetto il giovane.
Si salutarono. Enrico si chiese perché quel ragazzo così notevole giocasse a fare il cinico con se stesso.
Mancava solo un giorno alla loro partenza per la Calabria, quando incontrò di nuovo Manfredo.
Questi, visto che c'era anche Maurizio, dopo aver chiacchierato un po' con tutti e due, disse al compagno: "Ti dispiace se ti rubo per pochi minuti Enrico? Vorrei parlargli a quattr'occhi."
"No, affatto. Ci vediamo a casa, Enrico?"
"Sì, va bene, Maurizio. Allora, Manfredo, che c'è?"
"Ruggiero, il mio bel siculo..."
"Ti ha mollato?"
"No, non proprio: è arrivato il suo ragazzo e ci ha trovato insieme... e io ero nudo come un verme..."
"Tragedia?"
"Enzo, il ragazzo, ha mollato Ruggiero. Per colpa mia, in un certo senso. E mi dispiace, perché Ruggiero è innamorato di Enzo, anche se ha un po' folleggiato con me... Beh, poi stamattina ho incontrato Ruggiero che cercava come un'anima in pena il suo Enzo, allora gli ho detto che forse s'era arruolato, perché avevo visto nei registri che s'era arruolato proprio la sera prima un certo Vincenzo Rota di diciotto anni, siciliano. Siamo andati a controllare: era sicuramente lui. Ma non sapevano dove fosse alloggiato. Allora gli ho promesso che glielo avrei cercato: mi sentivo un po' responsabile, capisci. Dovevo fare qualcosa. Beh, l'ho trovato, gli ho parlato, ho cercato di fargli capire che il suo bel Ruggiero era matto per lui, ma quello niente, duro come granito. E anzi mi dice che s'è messo con un altro, un volontario siciliano come lui, un suo amico e che l'avrebbe fatto con tutti, ma non con Ruggiero. Io ho insistito, ma lui a un certo punto mi dice che davvero non gli interessava più di Ruggiero e per dimostrarmelo, mi ha proposto di andare a chiavare con lui..."
"Mica ci sarai andato, no?" chiese Enrico temendo la risposta.
Manfredo infatti per un attimo ebbe uno sguardo imbarazzato, poi ammise: "Beh... sì. È bello, questo Enzo, ed era deciso e... era scatenato e abbiamo fatto di tutto e appena veniva era di nuovo pronto a ricominciare! Ha solo diciotto anni ma è più virile di parecchi uomini con cui ho fatto l'amore. Quando finalmente s'era sfogato, l'ho convinto ad incontrare Ruggiero, ma non è servito a niente. Solo che frattanto anche Ruggiero, per stargli vicino, s'è arruolato..."
"Per lui o per te?" chiese Enrico severo.
"No no, per lui. Quello, te l'ho detto, anche se s'è divertito con me, è solo che gli mancava il suo ragazzo: ne è cotto."
"E perché mi racconti tutto questo?"
"Perché tu sei più in gamba di me, e quei due sono innamorati, anche Enzo, secondo me. Forse tu riusciresti ad appianare le cose fra loro due. Senza averne l'aria, capisci. Come se tu non sapessi niente di loro..."
"Mah... se sono innamorati come dici, non serve che ci agitiamo tanto."
"Ma quell'Enzo è testardo più d'un mulo..."
"Te li sei goduti tutti e due e adesso ti rimorde la coscienza? Dicevi che non ti saresti mai messo in mezzo ad una coppia: è per questo?"
"No. Voglio dire, mi dispiace per Ruggiero ma non mi rimorde la coscienza, non ho fatto niente io per dividerli, anzi. E quanto a Enzo, non mi dispiace per niente averlo fatto con lui, visto che lo voleva, e che è pure dotato come un mulo... Dio come chiavava bene. Se si potesse stare in tre, io con Enzo e Ruggiero, non guarderei più nessun maschio, te lo giuro. Ma... farai qualcosa, Enrico?"
"Vedrò se potrò fare qualcosa. Ma quando metterai la testa a posto tu?"
"Io? Non è possibile, io non ho la testa... Sono solo una testa di cazzo!" disse il giovane con forzata allegria e salutatolo se ne andò.
Enrico sentì che c'era un fondo di tristezza nelle parole dell'amico e si disse che forse più che quell'Enzo e quel Ruggiero, era proprio Manfredo ad aver bisogno di una mano per ritrovarsi... Avrebbe voluto aiutarlo davvero.
Il giorno seguente si imbarcarono. Quando, prima dell'imbarco fu fatto l'appello, al nome "Rota Ruggiero!" questi fece un passo avanti ed Enrico, che s'era portato vicino al plotone dei siciliani, cercò di imprimersi bene in mente il suo volto. Ma era un po' perplesso, infatti Manfredo gli aveva detto che Ruggiero si chiamava Vizzini ed Enzo era Rota! Ne era sicuro. Ma poi capì e sorrise.
Quando sbarcarono in Calabria, pronti a combattere, trovarono che il porto era già in mano ai rivoltosi che li accolsero con acclamazioni festose. I garibaldini, il loro generale in testa, si misero in formazione. E cominciò di nuovo la rapida avanzata dell'esercito di volontari, appena rallentata da piccole scaramucce con l'esercito dei borboni ormai allo sbando, anche perché sempre più indebolito dalle numerose defezioni.
I siciliani combattevano con vigore, per meritarsi la stima e il rispetto dei piemontesi, e cominciavano anche ad affluire i primi volontari calabresi. Enzo e Maurizio avevano da fare, ma non molto: dovevano curare più diarree o costipazioni che non ferite.