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una storia originale di Andrej Koymasky


pin VOLUME 3
ENRICO PICCIN
CAPITOLO 11
L'ADDIO

Seguendo la litoranea, risalirono la Calabria. Dai paesi dell'interno arrivavano delegazioni a comunicare al generale vittorioso la volontà delle popolazioni di partecipare al referendum la cui voce s'era già sparsa come un fulmine e pregandolo di mandare un suo rappresentante. Garibaldi, anche se questo rallentava un po' la marcia, dava udienza a tutte le delegazioni e cercava di accontentare tutti, lasciando in ogni paese importante un suo rappresentante e nei capoluoghi un governatore.

Durante una sosta arrivò una donna scarmigliata, in lagrime. Parlava dialetto stretto e solo quando arrivò un volontario calabrese riuscirono a capire che cosa volesse: il suo uomo era caduto in un'imboscata, un regolamento di conti, era stato ferito al petto da un colpo di lupara ed ora stava morendo. Il medico del paese non aveva voluto curarlo, diceva che era inutile, ma la donna non ci credeva, chiedeva se c'era un medico.

Enrico con Maurizio, presa la borsa dei ferri chirurgici ed accompagnati per sicurezza da quattro volontari armati, seguì la donna. L'uomo era riverso sull'erba. Enrico lo visitò: il petto era devastato in modo orribile. Aiutato da Maurizio cercò di vedere se poteva fare qualcosa, ma era evidente che i polmoni erano ridotti ad un colabrodo e che l'emorragia interna avrebbe presto impedito all'uomo di respirare, se prima non avesse ceduto il cuore che pure doveva essere ferito. Ai due non restò da far altro che assistere alla fine dell'uomo.

Uno dei volontari calabresi disse, mentre tornavano al campo: "La lupara non perdona, dottore, specialmente se colpisce al petto. Non si è mai salvato nessuno, non è colpa vostra. I nostri dottori lo sanno, per quello il medico di qui non ha voluto occuparsene..."

Erano da pochi giorni in Calabria e si stavano avvicinando a Catanzaro quando seppero che le truppe borboniche s'erano riorganizzate ed erano pronte ad opporre resistenza proprio in quella città. I garibaldini si prepararono per lo scontro: finalmente, dicevano in molti, una vera battaglia. Furono diramati gli ordini ed il piccolo esercito di volontari, infiammato e pronto a tutto, raggiunse la città. Cantando.

Tutti sapevano che questo scontro sarebbe stato il più duro di tutti quelli che avevano avuto fino ad allora. Si diceva che i soldati borbonici di tutta la Calabria ancora fedeli e decisi a combattere fossero affluiti a Catanzaro e si diceva che avessero anche alcuni cannoni. Ma si contava anche sul fatto che i cittadini di Catanzaro, come era accaduto in tutto il loro percorso, fossero pronti ad insorgere in modo di far trovare i borboni fra due fronti.

Garibaldi aveva diviso le sue forze in due gruppi. Mentre il meno numeroso avanzava ad andatura regolare, l'altro, di cui facevano parte tutti i più giovani fra cui i siciliani ed i calabresi, presero una strada a mezza costa in modo di aggirare le postazioni borboniche e di calare sul loro fianco.

Enrico con Maurizio avevano ottenuto altri due aiutanti, perché ci si aspettava un alto numero di feriti. Nelle retrovie, superata Aprigliano, prepararono tutto il necessario: una tenda ospedale, medicazioni, bende, ferri chirurgici. E sentirono che lo scontro era iniziato. Ma non si udivano tuonare i cannoni: buon segno, almeno per ora era risparmiata una carneficina.

Poi giunse l'ordine di raggiungere Catanzaro: la città era nelle loro mani ed i feriti erano stati portati in una chiesa. Enrico, Maurizio e gli altri due, preso il carro con tutto il materiale medico, si precipitarono in città lasciando i soldati della retroguardia a smontare la tenda ospedale. Mentre il carro correva caracollando tirato da due cavalli, si udì uno sparo.

Enrico si girò verso la fonte di quell'imprevisto, incongruo rumore, ma uno degli infermieri gli tirò una manica: "Dottore, dottore! Il vostro infermiere!" gridava il ragazzo congestionato indicando Maurizio.

Enrico si girò e vide Maurizio riverso sul sedile, le mani premute sul petto, pallido come un cencio troppo lavato, mentre l'altro ragazzo lo sorreggeva come poteva.

"Maurizio! Hanno colpito te!" gridò preoccupato Enrico sentendosi venire i sudori freddi e, saltato il proprio sedile, giunse davanti al giovane.

"Sì..." mormorò il giovane guardandolo con occhi colmi di dolore. Enrico si rese conto solo allora che Maurizio non aveva lanciato nemmeno un grido, quando era stato colpito.

"Dove? Fai vedere..."

"No... È inutile. Corri a Catanzaro..."

"Che sia inutile lo dirò io dopo che ti ho visto. Non sei tu il medico, qui!" disse deciso Enrico.

Maurizio si lasciò scostare le mani: il petto del giovane era devastato, il sangue inzuppava la rossa camicia rendendola più scura. Enrico pensò assurdamente che avrebbe dovuto essere di un rosso più scuro, la tela delle loro camicie rosse.

Mentre il carro, su suo ordine, proseguiva verso Catanzaro, Enrico fece una visita sommaria e rivide il petto dell'uomo ferito dalla lupara che non aveva potuto salvare, anzi, quello di Maurizio era ridotto anche peggio.

"Allora?" chiese Maurizio con una lieve smorfia del volto esangue.

Enrico avrebbe voluto dirgli che non era nulla di grave, ma non poteva mentire, perciò tacque. E il suo silenzio confermò al giovane che non aveva più speranze, come istintivamente aveva presentito. Enrico fece scostare l'altro ragazzo, sedette al suo posto e prese in grembo il capo di Maurizio. Ora i due ragazzi erano seduti davanti ed Enrico con Maurizio dietro.

Arrivarono a Catanzaro e si fecero indicare la chiesa in cui erano stati portati i feriti. Anche Maurizio vi fu trasportato.

Quando fu deposto in terra su un telo, Maurizio disse ad Enrico: "Vai a vedere gli altri, per me non puoi più fare granché, no? Fai il tuo dovere."

"Mi aspetti?" gli chiese Enrico col cuore in gola.

"Sì, te lo prometto." gli rispose il giovane tentando di abbozzare un sorriso.

Enrico sapeva che Maurizio aveva ragione, ma si allontanò da lui con la morte nel cuore. Visitò rapidamente tutti per rendersi conto dei casi in cui intervenire tempestivamente, ma non riusciva a togliersi dagli occhi il petto devastato del suo Maurizio: chi gli aveva sparato doveva aver usato una lupara per massacrare così il petto del suo amato. Poi vide, fra tanti volti che conosceva, un volto noto: era quel Ruggiero, esanime, e accanto a lui c'era il suo ragazzo, Enzo. Ma un medico locale se ne stava prendendo cura, perciò andò oltre.

Stavano arrivando altri medici del posto. Enrico li ringraziò brevemente, segnalò due casi che gli parevano urgenti, poi, sentendo che la sua presenza non era più strettamente necessaria, tornò accanto a Maurizio. Il ragazzo aveva gli occhi chiusi, un'espressione sofferente sul volto sempre più pallido.

Sentì che qualcuno gli era accanto ed aprì gli occhi: "Enrico..."

"Ssst... non parlare..."

"E perché? Ormai... non è vero?"

Enrico annuì, incapace di parlare e gli occhi gli si velarono di lacrime, ma riuscì a ricacciarle indietro.

"Enrico, perdonami..."

"Perdonarti? E di che?"

"Tu mi ami..."

"Sì, certo."

"Io... se avessi avuto un po' più di tempo, mi dicevo... E invece... Avrei dovuto dirti di sì molto prima e adesso è troppo tardi."

"Non potevi..."

"Dovevo. Perché io ti amo, Enrico. Io sono... mi sono innamorato di te. Solo che pensavo... Uno crede di essere immortale, quand'è giovane. Che sciocco, vero?"

"Ma che dici?"

"Col tempo ci sarei arrivato... ma ora non c'è più tempo, purtroppo. Mi dispiace infinitamente."

"Tempo?"

"Per essere tuo."

"Ma tu... tu non sei come me..."

"No?"

"Lo so che mi vuoi bene."

"Che ti amo. Quella notte, non dovevo contentarmi di stringerti la mano... dovevo venire nel tuo letto, farti venire nel mio... Lo desideravo, sai? Ma non mi sentivo ancora pronto e così ti chiesi di tenermi la mano. Per godermi in silenzio, lì al buio, il piacere, l'eccitazione che quel contatto mi provocava. Sono stato egoista ed ora..."

"No..."

"Magra consolazione per te che l'abbia capito solo ora, che ora te lo confessi, vero?"

"No..."

"Ma quando vedi la morte in viso... riesci finalmente a vedere chiaro anche in te... E vorrei... vorrei tanto essere tuo, vorrei fare l'amore con te... vorrei donarmi a te, anima e corpo... e non è più possibile. Perdonami."

"Ti amo..."

"Non lo dire troppo forte, ti possono sentire." disse con una smorfia che voleva essere un sorriso.

"E che m'importa?"

"Anche io ti amo, Enrico, da... da sempre. Mi credi?"

"Certo, piccolo mio."

"Stringimi la mano, ti prego..."

Enrico gli afferrò una mano e sentì che era coperta di sangue. La strinse.

"Non mi lasciare... voglio andare via così. Non posso darti di più ormai. Quando potevo non l'ho fatto e ora..."

"Ti amo."

"Anch'io. Per tutta la vita... e non posso più mentire, oramai." disse Maurizio con triste ironia.

"Per sempre." gli fece eco Enrico, commosso.

"Enrico?" disse in un mormorio lieve il giovane.

"Dimmi."

"Di lassù veglierò su te."

"Lo so."

"Perché tu possa trovare il ragazzo giusto."

"No..." disse Enrico in un lamento.

"Sì." disse Maurizio con dolcezza.

"Ma non sarai tu!" disse straziato Enrico.

"Certo, ma sarà il ragazzo giusto per te."

"Tu lo eri."

"Non ho saputo esserlo."

"Mi hai dato la tua amicizia, il tuo affetto."

"Troppo poco."

"Meravigliosi."

"Inadeguati."

"Ti amo."

"Sì, tu sai amare." disse Maurizio e furono le sue ultime parole.

Nei suoi occhi e sul suo volto finalmente non c'era più sofferenza, ma un sorriso. Enrico si chinò a baciarlo, gli chiuse le palpebre, gli sistemò la mano sul petto, come quella notte, gli rimboccò il telo con cui l'avevano coperto e tornò a visitare gli altri feriti: forse poteva ancora salvare qualche vita, cosa che non aveva potuto fare con quella che gli era più cara della sua stessa vita.

Manfredo aveva letto sull'elenco dei feriti che c'erano anche Maurizio e Ruggiero ed andò a vederli. Entrato nella chiesa-ospedale, si guardò attorno finché individuò Enrico. Gli andò accanto, vide che era terribilmente stanco, aveva gli occhi incavati e cerchiati.

"Enrico, ho saputo... come sta Maurizio?"

"Bene, ora, non soffre più." disse il medico con voce bassa e Manfredo capì.

"Ma era nella lista dei feriti..." disse quasi incredulo.

"Era. È mancato da un'ora circa, credo."

"Ma.. non hai potuto..." iniziò e si interruppe, dicendosi che stava facendo una domanda stupida se non crudele.

"Sono solo un medico, non il buon dio." rispose con un nodo alla gola l'uomo e Manfredo pianse. "Suvvia, sono riuscito a non piangere io..." disse quasi in una preghiera Enrico.

"Ma come... come è stato? voi non eravate in prima linea!"

"Uno sbandato, penso, non so. Un colpo di lupara in pieno petto. I polmoni devastati, anche il cuore leso, penso."

"Ha sofferto molto?"

"Penso di sì, ma non ha gettato nemmeno un grido, non un lamento. È morto da uomo."

"Magra consolazione, no?" ribatté Manfredo con dolore, rabbia, frustrazione nella voce. Poi aggiunse: "Maurizio... ti amava, era innamorato di te."

Enrico lo guardò sorpreso: "Come fai a saperlo?"

"Pochi giorni fa... Eravamo seduti vicini, eravamo lontani da orecchie indiscrete... Io gli ho detto che mi piaceva, che avrei voluto fare l'amore con lui..."

"Non ti smentisci mai, tu?" disse Enrico, ma senza astio, senza durezza, solo constatando qualcosa tristemente.

"Ma lui," continuò il giovane, "ma lui mi ha detto: mi dispiace, amico, con me batti male. Se un giorno dirò di sì a qualcuno, quello sarà Enrico, nessun altro. Allora gli ho detto: non ti piaccio? Preferisci uomini fatti? E lui: No, non è quello. Mi piaci, sei un amico. Ma di te non sono innamorato. Allora io gli ho detto: e di Enrico, lo sei? Lui ha detto: sì, sono innamorato di Enrico, anche se non mi sento ancora pronto a dargli quello che desidera da me. Ma un giorno lo sarò, lo so. Ho solo bisogno di tempo. Giurami che non gli dirai nulla, però: al momento giusto, glielo dirò io. Capisci? Ma ora che se n'è andato... ora dovevo dirtelo Enrico." disse Manfredo e tacque, asciugandosi le lacrime col dorso della mano.

"Sì, grazie. Ma me l'ha detto anche lui, poco prima di lasciarmi." sussurrò Enrico e finalmente pianse.

Manfredo lo abbracciò, si strinsero e piansero incuranti degli altri.

"Povero, povero Enrico, quanto mi addolora... Non è giusto, però, non è giusto..." diceva Manfredo scosso dai singhiozzi.

"È una guerra questa, amico mio." disse tristemente Enrico staccandosi da lui, "Sapevamo che poteva accadere, che può accadere. E io che mi lamentavo di non essere in prima linea... non è buffo?"

"No, non è buffo."

"Lo so. Ma ora, scusami, altri hanno bisogno di me."

"Enrico..."

"Dimmi."

"Se tu avessi bisogno di me... sai che ti sono amico, no? E... non dico in quel senso... Non pensare male."

"No, amico mio, lo so. Grazie. Sono ancora troppo stordito, ora. Forse dopo... mi farà bene avere accanto qualcuno, qualcuno con cui parlare di lui, qualcuno che capisca il mio dolore. Grazie Manfredo." disse Enrico e si allontanò per continuare nel suo dovere.

Manfredo allora cercò Enzo e Ruggiero. Li vide: il ragazzo teneva una mano del suo uomo fra le sue e lo guardava con una tenerezza struggente. Manfredo ne provò piacere: almeno loro pareva si fossero ritrovati. Sempre che Ruggiero non andasse a raggiungere Maurizio. Si avvicinò e chiese ad Enzo come stesse Ruggiero. Poi gli propose di riposarsi mentre lui lo vegliava.

Ruggiero si salvò, anche se avrebbe zoppicato per un certo tempo. Ed i due, con sollievo di Manfredo, si erano davvero rappacificati. Non potendo Ruggiero seguire i garibaldini, fu deciso che rimanesse in Calabria come governatore provvisorio di Cosenza in nome del generale Garibaldi, assieme al suo Enzo. I garibaldini ripartirono verso il nord per completare la conquista del Regno delle Due Sicilie.

Manfredo in quei giorni fu molto vicino ad Enrico. Questi, dopo aver seppellito il suo Maurizio, a poco a poco sfogò il suo dolore aprendosi con Manfredo, che si dimostrò pieno di tatto e di umanità, sì che la loro amicizia si approfondì.

Enrico era un uomo forte, non si lasciò piegare da quel lutto. A poco a poco ritrovò la sua serenità, anche se non il suo sorriso. Ora le battaglie erano più frequenti ed Enrico era assorbito dal suo lavoro. Era stato nominato medico-capo ed aveva ai suoi ordini tre medici e otto infermieri: il loro esercito di rosse camicie si ingrandiva man mano che si avvicinavano a Napoli e gli scontri si moltiplicavano, e quindi anche il servizio medico era stato rafforzato e riorganizzato.


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