A volte Enrico doveva anche curare qualche borbone ferito che i compagni in fuga avevano lasciato sul campo. Gli ordini era di curarli come gli altri, erano solo tenuti in una parte separata dell'ospedale da campo. Una volta rimessili in sesto, li si lasciava liberi di tornare alle loro terre, ma non pochi, specialmente fra i soldati semplici, chiedevano di aggregarsi ai garibaldini.
Enrico stava visitando appunto la sezione dei borboni, quando un giovanotto gli disse: "Dottore, pensate che gliela farò?"
"Penso di sì." gli rispose Enrico con un sorriso rassicurante.
"Non mi mentite?"
"Assolutamente no... come ti chiami?"
"Arcangelo... ma mi chiamano Angelo..."
"Di dove sei?"
"Di Massafra."
"E dov'è?"
"Alle porte di Taranto."
"Bene, Angelo, tornerai abbastanza presto a Massafra, allora, parola."
"Non voglio tornarci... non posso."
"Non puoi? E perché?"
"I miei... non mi vogliono. Io sono la pecora nera della famiglia, sapete?"
"Tu una pecora nera? Col tuo nome, e la tua faccia da bravo ragazzo? Non ci credo." gli disse Enrico guardandolo e pensando che era davvero un giovanotto bello e dolce.
Angelo lo guardò con occhi tristi e disse: "Eppure... per quello m'ero arruolato, non sapevo che fare, dove andare. Almeno lì avevo pane e tetto e vestiti. A me, borboni, non borboni... Ma quello era diventato il mio lavoro, e ho dovuto tirarvi addosso e farmi tirare addosso dai vostri. E adesso voi mi curate, e io non so più che fare, non ho più niente, nessuno."
"Vorresti unirti a noi?" gli chiese Enrico.
"Già, dicono che sarebbe possibile, ma... Col braccio così... magari non potrò nemmeno più tenere un fucile in mano come si deve. Mica che col braccio sano fossi granché, però..."
"Il braccio ti tornerà sano. Comunque potresti anche fare altri servizi. E non saresti solo: noi siamo un po' tutti come fratelli, qui."
"Sì... ho visto che siete parecchio diversi dai borboni. Anche voi dottore, siete diverso. Siete gentile, buono."
Enrico sorrise: "Bene, Angelo, adesso pensa a guarire e frattanto pensaci. Non c'è fretta."
"Grazie, dottore."
Enrico aveva letto negli occhi del giovanotto un senso di tristezza profonda, di solitudine, di rassegnazione. In seguito, andando a visitare i borboni, aveva anche notato che Angelo pareva isolato dai compagni. Che fosse lui a volersi isolare, che fossero gli altri ad isolarlo? si chiese.
Così, quando Angelo iniziò ad alzarsi da letto, Enrico lo portò fuori e fare due passi e gli parlò: "Angelo, ho l'impressione che tu non leghi molto con i tuoi compagni. Sbaglio?"
"No... sono la pecora nera, non ve lo ricordate?"
"Vorrei capire."
"Non è facile. Eppoi... magari dopo anche voi mi girereste le spalle. Certamente."
"E come puoi esserne tanto sicuro?" gli chiese con un sorriso Enrico.
"Ho ventisei anni, ne ho vissute... So come vanno le cose."
"Io... non potrei essere diverso dagli altri?"
"Sì, può darsi. I vostri occhi sono diversi, in qualche modo. Però... Non è che io non mi fidi di voi, ma..."
Enrico non insistette. Ma il giorno seguente chiese ad Angelo: "Preferisci che ti faccia trasferire nel reparto dei garibaldini? Posso farlo, comando io qui."
"Perché? Mica ho ancora deciso se venire con voi."
"Lì nessuno ti conosce, oltre me. Nessuno saprebbe che tu sei una pecora nera, ammesso che tu lo sia davvero."
"Mah... forse... Anche se, prima o poi, le pecore nere si riconoscono. Non ti puoi levare la pelle di dosso..."
"Io ancora non l'ho vista, questa pelle nera." gli disse Enrico guardandolo negli occhi.
"Dottore... un dottore è come un prete, no?"
"Beh, il prete cura l'anima, il dottore il corpo..."
"Ma dovete tenere un segreto, no?"
"Certo, dobbiamo, l'abbiamo giurato."
"Perciò, se io vi dicessi perché sono una pecora nera... Magari non mi parlerete più, ma non lo direte a nessuno."
"Non lo direi a nessuno. E non credo che non ti parlerei più."
"Mi voglio fidare di voi. Avete tempo, ora?"
"Abbastanza, non ci sono casi urgenti."
"Ecco, io, dottore... ma è difficile dirlo."
"Fai come ti senti."
"Voi, mi vedete qui, ancora debole anche se mi sento che miglioro. Ma io di solito... io sono un tipo... come dire..."
"Fisicamente sei ben fatto, forte. E forse anche allegro, mi sbaglio?"
"Allegro... l'allegria l'ho persa troppi anni fa."
"Peccato. E come mai?"
"Perché... perché ho scoperto che alla gente non piace chi... è diverso da loro e io sono diverso, troppo diverso."
"Diverso? Mi sembri un tipo normale, tu."
"Diverso, dottore, diverso. Perché io... io m'accendo per i maschi, mica per le femmine." disse tutto d'un fiato il giovanotto abbassando la voce e distogliendo lo sguardo e prima che Enrico potesse intervenire, continuò: "E quelli come me, sono schifati da tutti, pure da quelli che se nessuno lo sa vengono a divertirsi con me. Specialmente da quelli.
Avevo diciassette anni quando uno che prima s'era divertito con me, quando gli ho detto che non mi piaceva come lo faceva con me, come mi trattava, era violento, mi faceva male, che non volevo più farlo con lui, ha detto a tutti che ero... quello che sono. E mio padre m'ha cacciato di casa e nessuno di quelli che l'avevano fatto con me ha mosso un dito, anzi, facevano finta di non conoscermi o mi pigliavano in giro in piazza. Mi tiravano addosso frutta marcia, sputavano quando passavo. Allora sono dovuto andare via.
A Taranto per un po' ho... beh, se mi davano qualche moneta, capite... andavo con chiunque. Per mangiare. Andava tutto bene, di sopra, di sotto, in qualunque modo. Poi un giorno un ufficiale, dopo che m'aveva... fatto mi dice: perché non ti fai soldato. Ti piglio come attendente, così quando mi tira mi fai sfogare. E perché no? A lui conviene perché così non mi deve pagare, ma almeno io ho da mangiare tutti i giorni, ho un tetto, ho da vestire, penso. E così sono diventato soldato. Per un po' è andata bene: di giorno gli facevo da servo e di notte lo facevo divertire a modo suo, ma poi l'ufficiale s'è stufato di me: io avevo ventidue anni, lui si trovò un attendente più giovane di me.
E non so come la voce s'è sparsa. Deve essere stato lui che forse l'ha detto a un amico e quello a un altro: con Angelo si può fare tutto quello che si vuole. E così... soldato, vieni a spostare le casse in magazzino, diceva un graduato e invece lì mi faceva calare le brache e mi si metteva sotto! Soldato, vai ad aiutare in cucina, e il capo cucina mi portava in dispensa, chiudeva la porta, e... come gli altri. Qualcuno era lui che preferiva stare sotto, qualche volta, ma proprio quelli, dopo, mi disprezzavano più degli altri. Angelo lo prende da tutte le parti, fa di tutto, Angelo è sempre a disposizione, Angelo obbedisce...
Ma almeno non mi insultavano davanti a tutti, non mi sputavano, non mi tiravano roba marcia. Facevano finta di niente, tutti, finché obbedivo. E comunque non avrei saputo dove andare, che cosa fare. Così... soldato, c'è da lucidare la spada del tenente, svelto, vai da lui. E il tenente m'aspettava con quella luce negli occhi e altro che pulirgli la spada! Soldato, il furiere ti deve dare una commissione, vai, svelto. E il furiere, prima, mi metteva sotto finché s'era levato la voglia. Capite perché gli altri non legano con me? Qui non sono neanche utile per quello, perché non si è mai soli, non possono divertirsi con me, perciò non hanno niente da spartire con uno come me."
"Angelo... povero Angelo..."
"L'angelo caduto, dottore." disse con tristezza il giovanotto.
"No, Angelo. Nessuno saprà mai niente, se io ti faccio trasferire fra i nostri."
"Per qualche giorno, forse. Ma poi... Ci sono i nostri che sono passati fra i vostri e di sicuro spargeranno la voce e tutto sarà proprio come prima. Perché io sono diverso."
"Angelo, come te ci sono diversi dei nostri, sai?"
"Come me?"
"E nessuno li disprezza anche se si pensasse, anche se si immagina, anche se si sa. E nessuno ti potrebbe imporre di fare cose che non vuoi, con chi non vuoi."
"Dite così perché non sapete come vanno le cose, perché non è un problema vostro, con rispetto, dottore." disse Angelo amaro.
Allora Enrico decise che doveva aprirsi con il giovanotto, e gli parlò di sé e, senza fare nomi, dei suoi amici, del suo amore per Maurizio. Angelo lo ascoltava a bocca aperta. Poi, alla fine, disse scuotendo la testa:
"Siete il primo a parlarmi così. Il primo a dirmi che non sono solo io ad essere così, ad essere sbagliato."
"No, Angelo, non siamo sbagliati, né io né tu né nessuno di quelli come noi. Nessuno è sbagliato per essere biondo o bruno, del nord o del sud, moro o cristiano, bianco o nero... o per amare quelli del suo sesso o dell'altro."
"Parlate bene, voi..." disse convinto il giovanotto, ma aggiunse: "Però la maggioranza non la pensa così."
"No, è vero, purtroppo. Ma noi non dobbiamo lasciarci sopraffare. E dobbiamo aiutarci fra noi per resistere, essere forti. E se tu vuoi, dirò di te ai miei amici che sono come noi, ed anche tu avrai amici. Amici veri, non gente che vuole profittare di te. Me per primo, s'intende."
"Voi... mi state offrendo la vostra amicizia?"
"Ma certo."
"Voi... potete parlare di me con tutti quelli che volete. E se mi offrite la vostra amicizia, vi sarò amico per sempre, fedele e devoto."
"D'accordo, allora."