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una storia originale di Andrej Koymasky


pin VOLUME 3
ENRICO PICCIN
CAPITOLO 13
RAFFAELE

Arrivarono finalmente a Napoli e la città li accolse, come tutte le altre città, con rumorose manifestazioni popolari. Evidentemente il precedente regime non era amato. Qualcuno disse ai garibaldini dove il Borbone aveva incarcerato i patrioti della prima ora, e Garibaldi dette l'ordine di andare a liberarli. Il drappello andò alla prigione: i guardiani erano fuggiti. Manfredo, con Alduzzo ed Angelo, ne facevano parte.

Forzarono le porte, scardinarono i cancelli, aprirono le celle e ruppero le catene. I prigionieri, spesso smunti, emaciati, li accolsero con gioia travolgente. Manfredo aveva appena fatto saltare i ceppi di un carcerato; questi, che attendeva in piedi, fremente, si lanciò su Manfredo e lo abbracciò e lo baciò con trasporto, piangendo.

"Ah, amico, amico, amico..." singhiozzava l'uomo stringendo a sé il giovane garibaldino.

Manfredo, un po' stupito per tanta foga, un po' contento per la felicità dell'uomo, un po' eccitato per quell'abbraccio stretto e per i baci, si staccò dolcemente da lui e gli disse: "Ehi, uomo! Sei libero."

"Non mi chiamare uomo. Mi chiamo Orlando. E tu?"

"Manfredo."

"Dio, sei bello come un angelo, Manfredo."

"Sì, l'angelo liberatore." scherzò il giovane, poi disse: "Ora devo liberare gli altri."

"Sì, andiamo." disse il giovanotto e, a fianco di Manfredo, lo aiutò nella sua opera.

Presto ebbero finito e sciamarono fuori dalla prigione con gli ultimi prigionieri e gli altri garibaldini. Le famiglie dei carcerati napoletani attendevano lì fuori i loro congiunti e li accoglievano con festosa e rumorosa gioia.

"Beati loro. Io sono siculo, nessuno mi aspetta." disse Orlando ma con un ampio sorriso. "Dio, il sole! Quant'è bello!"

"Da quanto stavi dentro?"

"Tre anni."

"E ti tenevano sempre incatenato?"

"Quasi sempre."

"E non ti facevano uscire a prendere aria?"

"Macché, e manco ci portavano il sorbetto la domenica!" disse con ironia Orlando.

"Sei siciliano, hai detto, vero?"

"Sì, di Caltanissetta."

"E perché t'hanno condannato?"

"Perché eravamo stufi dei borboni e così... Ci si è ribellati un giorno, abbiamo lottato. Io ero uno dei capi: al processo ho avuto la sentenza, pesante: trenta anni, e solo perché non avevo ammazzato nessuno. Per caso, perché li avrei ammazzati tutti, lo giuro quant'è vero iddio! E gliel'ho gridato, alla sentenza. Così un altro processo per offese alla corte e altri dieci anni..."

Manfredo ascoltava, sorridendo per l'irruenza del giovanotto e frattanto lo osservava: era affascinante, aveva uno sguardo vivo, penetrante, era virile, snello, un po' emaciato per la lunga prigionia ma indomito.

"Che farai, ora?"

"E chi lo sa? Non ho avuto tempo di pensarci. Per prima cosa voglio ubriacarmi. Poi fare un bel bagno e cercare abiti decenti. Poi ci penserò."

"Che facevi a Caltanissetta?"

"Il vinificatore, ma non a Caltanissetta, a Marsala. A ogni stagione andavo a lavorare là, anche se ho famiglia a Caltanissetta."

"Hai moglie, figli?"

"Macché, vivevo in famiglia, ancora."

"Una fidanzata?"

"Picciotto, a me le femmine non me lo fanno tirare!" disse allegro, ad alta voce Orlando.

"Neanche a te?" chiese Manfredo gli occhi sgranati, ma lieto per quell'ammissione così chiara e piana.

Orlando lo guardò, capì il senso della domanda e gli disse, piantandogli addosso il suo sguardo penetrante e con un sorriso insinuante negli occhi: "Ma tu sì, specialmente dopo un digiuno di tre anni! E pensare che quand'ero libero, potevo avere un ragazzo ogni sera. Ma tu sei più bello del sole!"

"Tre anni..." disse pensieroso Manfredo sentendosi un piacevole brivido indosso, "Invece di andare ad ubriacarti... perché non vieni con me, allora?"

"Mi vuoi?" chiese con occhi brillanti l'uomo.

"E tu mi vuoi?"

"Ti farei qui! Sei bellissimo."

"Andiamo allora?"

"Sì, dove?"

"Troveremo un posto."

"Prima vorrei fare un bagno, però... puzzo come una capra."

Manfredo chiedendo in giro trovò una pensione, pagò una camera e salirono. Orlando andò a fare il bagno, si rasò accuratamente poi lo raggiunse in camera. Si spogliò rapidamente mentre Manfredo, già steso nudo sul letto, guardava con un fremito di anticipazione il grosso e bell'arnese ritto del suo nuovo amico. Orlando, mentre si denudava, guardava compiaciuto il corpo nudo di Manfredo. Poi si arrampicò sull'alto e ampio letto dove il giovane lo accolse con un mugolio di piacere. Aveva davvero fame Orlando e Manfredo era più che felice di poterlo... sfamare!

Emersero dalla pensione quasi due giorni dopo, senza neppure aver mangiato, completamente infatuati l'uno dell'altro, giurandosi che non si sarebbero lasciati. Orlando era infatti deciso a seguirlo in capo al mondo e Manfredo ne era felice, perché nell'uomo, oltre alla sessualità disinibita e all'irruenza che tanto gli piacevano, aveva trovato quello che da tempo cercava, forse senza saperlo neanche lui: un senso di sicurezza, di solidità, di calma, incrollabile determinazione, intelligenza pronta, unita ad un'allegria e ad una gioia di vivere contagiose.

Frattanto Garibaldi si era insediato in Napoli, il re Borbone era in fuga: aveva preso la via del mare. Anche la fortezza di Gaeta era infine caduta dopo un'ultima, inutile resistenza. Tutto l'ex Regno delle Due Sicilie era nelle mani del conquistatore. Da Napoli il generale Garibaldi aveva fatto inviare in tutti i capoluoghi un esemplare stampato della scheda per il referendum per decidere la sorte delle terre liberate.

Angelo s'era messo con un altro garibaldino, un ragazzo di Cremona, Pier Maria Guarneri, ed era finalmente sereno, anzi felice. I due giovani si amavano entrambi di un amore forte anche se tranquillo e romantico. Lo andò a dire ad Enrico, ringraziandolo di cuore.

Enrico invece era ancora solo. A Napoli aveva stretto amicizia con un giovane napoletano, Raffaele Barra, figlio di un farmacista. L'aveva conosciuto proprio andando a chiedere alcuni medicinali e il giovane era al bancone che serviva. I due si erano trovati simpatici ed avevano iniziato a frequentarsi. Ben presto avevano capito di essere entrambi amanti dei maschi, e quando se l'erano confidato, a poco a poco s'erano accorti di sentirsi fortemente attratti l'uno dall'altro. Raffaele raccontò all'amico che usciva da una brutta storia: quello che era stato il suo amante per tre anni e che lui aveva creduto essere il proprietario di una pensione, in realtà gestiva un bordello di ragazzini: prima li adescava nei bassi e ci si divertiva, poi li sfruttava mettendoli a disposizione dei ricchi della città nelle camere della sua pensione. Quando Raffaele l'aveva scoperto ne era rimasto profondamente disgustato ed aveva rotto con l'uomo che aveva creduto di amare.

Enrico gli raccontò di sé, e della sua storia con Maurizio.

"Per quello porti quella fascia a lutto?"

"Esatto."

"Sei stato sfortunato, amico, molto sfortunato."

"Un po'. Ho avuto anche fortuna, comunque. Ho avuto amati dolci, amici sinceri."

"Meno di quello che meriti." gli disse Raffaele e gli sfiorò in un gesto tenero ed affettuoso una mano.

Enrico, d'impulso, gliela afferrò, la portò alle labbra e la baciò. Raffaele gli cinse le spalle, lo attirò a sé e lo baciò in bocca. Enrico si abbandonò fremente a quel bacio tenero ed appassionato.

Ma poi si scosse e si staccò da lui: "Raffaele, tu mi piaci molto, ma..."

"Lo so. Il tuo dolore è troppo recente e non ti senti ancora pronto. Ma io ti aspetterò..."

"E se non fossi mai pronto?" chiese con emozione Enrico.

"Spero di saper aspettare abbastanza a lungo." gli rispose con dolcezza il giovanotto.

"Anche Maurizio aspettava di sentirsi pronto, ma non ne ha avuto il tempo. Mi ha chiesto perdono per questo, sul letto di morte..." mormorò Enrico.

"Ma tu hai saputo aspettarlo, no?"

"E per cosa? Per chiudergli gli occhi? No, Raffaele, io... io penso che non devo correre lo stesso rischio... Io credo che forse... forse dovrei dirti di sì, ora, subito..." disse Enrico incerto. "Tu mi piaci molto."

"No, rischiamo: dovremo conoscerci meglio, prima. Perché io vorrei una cosa seria, con te."

"Oh, anch'io..."

"Restiamo buoni amici, per ora."

"Ma tu... forse ho bisogno di essere abbracciato da te, di sentire il tuo calore, il tuo affetto..."

"Non te li farò mancare, di certo."

"Ma noi fra non molto, dovremo proseguire verso nord, prendere Roma."

"Ti seguirei."

"Davvero lo faresti?"

"Senza esitare."

"Ma quanto mi ami, tu? Lasceresti tutto, anche se ancora non ti ho detto di sì?"

"Non ci posso far niente, ti amo. E finché non sarai tu a dirmi di no, non posso che sperare che tu possa accettare questo mio amore."

Enrico era terribilmente combattuto.

Ma la partenza per Roma non ci fu: il Re Vittorio Emanuele, che aveva assunto il titolo di Re d'Italia, era sceso col suo esercito per fermare Garibaldi: non era ancora il momento di prendere Roma, i francesi sarebbero intervenuti per difendere il Papa e l'esercito piemontese non avrebbe potuto sostenere il confronto con quello francese, e probabilmente di altre nazioni, che ne avrebbero approfittato per indebolire il suo astro nascente. Aveva chiesto al Papa il permesso di passaggio per raggiungere il suo generale e, non ottenutolo, aveva invaso le Marche ed era giunto nell'ex Regno delle due Sicilie. Sul Volturno, Garibaldi aveva incontrato il re e gli aveva consegnato nelle mani le terre liberate che avevano votato unanimi l'annessione al nuovo Regno d'Italia. Quindi aveva sciolto, su ordine del re, il suo contingente di volontari garibaldini.

Angelo col suo Pier Maria, avevano chiesto ed ottenuto, come parecchi altri garibaldini, di essere accolti nell'esercito di re Vittorio Emanuele.

Manfredo invece decise di tornare a sud col suo Orlando di cui s'era innamorato: amava le terre del sud, calde, piene di luce e di sole come il suo uomo. Non potevano andare dove Orlando era conosciuto: a Caltanissetta o a Marsala non avrebbero potuto vivere assieme come avevano deciso di fare. Avrebbero cercato perciò un posto, un lavoro da qualche parte, in una grande città in cui sarebbero stati anonimi stranieri. Salutati tutti gli amici, partirono felici per il sud.

Enrico s'era sentito tradito: l'Italia non era ancora una, mancavano il Lazio e Roma, che doveva esserne la capitale. Mancavano ampie parti del Triveneto su verso le Alpi. Anche se l'Italia ora esisteva, anche se andava dalle Alpi allo Jonio, l'opera non era terminata. Tradito e deluso. Non da Garibaldi, neanche dal Re... ma dai politici che affiancavano il Re. I politici, quelli, guastano sempre tutto. Comunque, con altri come lui, al momento di separarsi, si promisero di restare in contatto, pronti a rispondere se un giorno, come aveva lasciato sperare, Garibaldi li avesse chiamati di nuovo a raccolta.

Perciò decise di non entrare nell'esercito del re.

Raffaele gli disse: "Allora, perché non ti fermi qui a Napoli, con me?"

"A far che?"

"Il medico, no? E restare assieme."

"Mi fermerei se..."

"Se?"

"Se tu volessi diventare il mio amante."

"Davvero lo vuoi? Ti senti pronto davvero?"

"No, non mi sento pronto. Ma in questi giorni ci ho pensato molto e sono arrivato alla conclusione che sia sbagliato aspettare di esserlo. E poi, so che tu mi aiuterai. E comunque sento di amarti. Ed ho bisogno del tuo amore."

"Hai bisogno del mio amore... non potevi dirmi parole più belle. Anche io ho bisogno del tuo amore. Verrai ad abitare con me?"

"Non ci saranno problemi?"

"No... Mio padre sa di me, anche se non ne abbiamo mai parlato chiaramente. Non troverà strano se mettessimo su casa assieme, anzi, credo che mi darebbe una mano."

"E gli altri? I parenti, gli amici?"

"Qui da noi si dice: campa e lascia campare. Napoli ha una lunga storia di amori maschili, fa parte della nostra cultura, come ho avuto modo di spiegarti."

"Ma io... io non sono un... femminiello, e neanche tu."

"No, grazie a dio. Perciò non faremo la figliata. Noi non ne abbiamo bisogno." disse sorridendo Raffaele.

"Non mi abbracci?" chiese Enrico pieno di desiderio.

"Certo, vieni..." rispose Raffaele allargando le braccia ed accogliendolo.

"Spogliami..."

"E tu me..."

Nudi, restarono ad un passo l'uno dall'altro, a contemplarsi: era la prima volta che vedevano il corpo nudo dell'amico, che potevano guardarlo. Enrico pensò che era maschio, bello, desiderabile, eccitante. Allora sollevò le mani a sfiorare il petto di Raffaele e si avvicinarono, si abbracciarono, si strinsero. Si baciarono, le loro carezze si fecero via via più intime.

Ad Enrico piaceva sentirsi le mani di Raffaele sul corpo, quelle mani calde che esploravano con attenzione le sue forme, quasi come se volesse scolpirsele nella memoria. Gli piaceva sentirlo vibrare alle sue carezze, emettere lievi gemiti di piacere, stringersi a lui, stringerlo a sé facendogli sentire l'intensità del suo desiderio che poteva finalmente esprimersi, fiorire.

Sì, lo amava e provava il bisogno di dirglielo meglio che con le parole. No, non stava tradendo la memoria del suo Maurizio che restava calda, intatta nel suo cuore. Poco prima aveva detto di non sentirsi pronto, ma ora gli pareva che non fosse affatto vero. Era pronto, ansioso di accoglierlo in sé, di entrare in lui. Di dissetarsi di lui e di dissetarlo, di riscaldarsi di lui e di riscaldarlo, con l'amore.

"Ti voglio!" mormorò e neppure a lui era chiaro se quella fosse una richiesta o un'invocazione, se quel che stava cercando di esprimere era un "ti voglio prendere" o "ti voglio in me" perché era ad un tempo l'uno e l'altro, talmente mescolati da essere indistinguibili E fu grato che l'altro non gli chiedesse spiegazioni che non avrebbe saputo dare.

Ma una gratitudine più profonda c'era in lui: la grata sorpresa di chi sente di essere intensamente amato e quasi con stupore si chiede: perché proprio io? E da una persona così unica, splendida? Io così inadeguato, imperfetto, quando il mondo è pieno di gente più desiderabile di me? Saprò dargli quello di cui ha bisogno?

La dolce brama con cui Raffaele lo stava carezzando, baciando, abbracciando, con cui lo cercava e si lasciava cercare, con cui gli premeva addosso il suo turgido desiderio, lo sopraffacevano.

Da qualche parte, lontano, recato dal vento caldo, giunse ovattato uno scampanio festoso ed Enrico pensò che avrebbero dovuto suonare tutte le campane della città per celebrare quanto lui e Raffaele stavano facendo: si stavano scambiando amore. Raffaele aveva saputo risvegliare con tenera prepotenza i suoi sensi sopiti e li stava facendo cantare. Come un grande pianista che trae un'armonia celestiale da una vecchia pianola dimenticata.

Le loro membra si mossero finché, come in un puzzle, ogni pezzo va al suo posto, si connette trovando il giusto pezzo a cui unirsi e il tutto, fino a poco prima apparentemente disordinato, come per incanto diventa un unico, giusto, piacevole disegno. Ecco, finalmente Raffaele è in lui, l'ultima tessera è al suo posto, sono una cosa sola. Emettono quasi all'unisono un unico lungo mugolio, provano un unico piacere in cui non c'è chi da e chi riceve perché è la stessa cosa.

"Io sono te..." gli sussurra Raffaele esprimendo con quelle tre parole gli stessi pensieri, mentre con soave ritmo lo prende. Ad ogni spinta il suo ciuffo di capelli ondeggia sull'alta fronte, i suoi occhi sembrano diventare via via più luminosi, il suo sorriso si fa gradualmente più ampio e sensuale. "Sei bello..." mormora Raffaele stringendolo a sé e spingendoglisi dentro, più a fondo, con virile passione e scende a baciarlo. Raffaele è in lui, attorno a lui, dappertutto. Sì, siamo una cosa sola, pensa Enrico fremendo di gioia e di piacere stringendosi al suo uomo, assecondandone i movimenti con tutto il corpo.

"Eccomi... Enrico..." ansima l'amato e rabbrividendo di gioia effonde in lui la prova del suo piacere. Poi, dopo una breve sosta fremente, quasi senza soluzione di continuità, tenendolo stretto rotola sulla schiena, lo porta su di sé, gli si offre implorando: "Vieni..." e tutto riprende, come prima. Che ora sia Enrico a danzargli sopra, a scivolargli dentro nel festoso va e vieni, non cambia nulla, perché sono sempre una cosa sola. Perfettamente congiunti, congiuntamente perfetti... pensa Enrico con grata commozione.

"Sei bello..." mormora Raffaele mentre lui lo stringe a sé e gli si spinge dentro con virile passione e scende a baciarlo.

"Ti amo." dice lieto Enrico e la luce che gli risponde dagli occhi dell'amato lo fa gioire.

Quando infine, dopo esser restati languidamente abbracciati per dar tempo ai loro cuori di calmarsi, si alzano dal letto, si tengono per mano e si contemplano ancora, gustando con gli occhi e con l'anima la reciproca nudità che hanno appena assaporato.

"Ero pronto, hai visto?" chiede con lieto piacere Enrico.

"Sì, ed ora ci apparteniamo." risponde Raffaele stringendo la mano che ha nella sua, quasi a sottolineare le sue parole.


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