La famiglia di Raffaele accettò Enrico, come aveva previsto il suo amante, senza problemi. I due giovani ebbero dal padre di Raffaele un appartamentino nel palazzo sopra la farmacia, dove Enrico trasferì il suo studio medico. Ufficialmente, per gli altri, era l'alloggio solo di Enrico, al piano superiore di quello della famiglia di Raffaele, ma il giovane abitava col suo amante. Al suo piano abitavano anche gli altri due fratelli di Raffaele, sposati, con le loro famiglie.
Stavano bene assieme e più si conoscevano più erano convinti di aver finalmente trovato la persona giusta. Anche il fatto che la famiglia di Raffaele lo avesse accettato contribuiva alla serenità di Enrico: nessuno aveva mai parlato né parlava mai del loro rapporto, ma era diventato uno di famiglia: quando la famiglia, per le ricorrenze, si radunava, Enrico era sempre di loro. Non lo invitavano, come non invitavano le mogli dei figli o i mariti delle figlie, semplicemente trovavano logico che Raffaele arrivasse con Enrico. Scrisse a Samuele anche di questo, come gli aveva sempre scritto di tutte le sue altre cose. Samuele gli rispose che era molto lieto per lui e che gli faceva i suoi migliori auguri di felicità.
Enrico a volte ripensava agli uomini che aveva amato prima di conoscere Raffaele: il suo tutore, Augusto Sala, che l'aveva avviato non solo e non tanto alla sessualità, quanto all'amore. Samuele, che l'aveva amato a modo suo e che ancora aveva per lui un grande affetto. Otello, che l'aveva profondamente deluso ma che gli aveva aperto gli occhi. Tonio, il cui amore non era stato sufficiente a farlo decidere di seguirlo. Gaetano, che gli aveva donato due anni splendidi, ma il cui amore non era stato sufficiente né per l'uno né per l'altro per farli decidere a restare assieme. Poi il dolce, timido, inespresso amore di Maurizio, che s'era reso conto troppo tardi di quello che voleva, che avrebbe dovuto fare.
Amori che, tutti, gli avevano dato qualcosa, molto a volte, ma che in qualche modo erano stati tutti incompleti, per causa sua oppure dell'altro. Ma ognuno l'aveva fatto maturare, l'aveva reso pronto ad amare di più e meglio, l'aveva preparato all'incontro con Raffaele.
Era lui il capolinea? A volte se lo chiedeva e sperava di sì. Ma, onestamente, si diceva che con ognuno dei precedenti amori aveva pensato, sperato, desiderato che fosse così, quindi, come poteva essere sicuro, questa volta?
Ne parlò con Raffaele. Questi sorrise: "No, non potremo mai essere sicuri, mio dolce Enrico. Ma dipende solo da noi, da tutti e due. Possiamo fare del nostro meglio per imparare ad amarci veramente."
"Imparare? Ma noi ci amiamo."
"Imparare, sì. Perché l'amore deve essere rinnovato ogni giorno. Vedi, amarsi è come quel vaso di rosa che abbiamo in balcone: va annaffiato regolarmente, protetto dal vento, dagli insetti o appassisce, muore, si secca."
"Ma la rosa ha anche le spine."
"Anche l'amore ha le sue spine. Avremo i nostri momenti di dolore, che ci procureremo l'un l'altro, o da soli, chi sa."
"Io non voglio farti male!"
"Neppure io. Ma capiterà. Basta che siamo capaci, se anche la rosa ci pungerà, di continuare a curarla come prima. Comunque faremo attenzione a non pungerci, si capisce..." gli disse Raffaele con tenerezza.
E ci furono, le spine: a volte Raffaele si chiudeva in improvvisi mutismi, diventava scontroso e ci voleva tutta la pazienza e l'amore di Enrico per superare quei momenti ed aiutarlo ad uscirne. Qualche volta Enrico non capiva quanto cose che a lui parevano secondarie fossero importanti per Raffaele, e allora questi gli spiegava con tatto il suo punto di vista e lo aiutava a non sottovalutare quello che per lui era importante. La loro forza stava proprio nel fatto che si dicevano tutto, tutto quello che sentivano, pensavano, speravano, temevano. Erano, l'uno per l'altro, un libro sempre più aperto.
Quando a volte uno dei due assumeva un atteggiamento un po' egoistico, l'altro, al momento opportuno, glielo faceva notare. Ed erano profondamente onesti nel riconoscere che, se l'altro aveva una lamentela da fare, doveva esserci una parte di ragione, e allora la cercavano assieme.
Sì, c'erano le spine, ma erano poche e lievi e stavano imparando a smussarle. E la rosa cresceva, e fioriva e spandeva il suo profumo ed i due se ne inebriavano, felici.
Erano assieme da due anni ed era il giorno di Pasqua. Tutta la famiglia, come ogni anno, preparati i cestini per il pranzo sull'erba, salì con i calessi sul Vesuvio. Trovato un prato in vista del golfo, gli uomini stesero sotto gli alberi le coperte e le donne portarono dai calessi i cestini col cibo e le bevande, mentre i piccoli schiamazzavano giocando sul prato.
Erano una bella comitiva: sette uomini e sei donne oltre a quattordici bambini fra i dodici anni e i pochi mesi di vita. Uno dei piccoli cadde e si mise a piangere. Enrico, che gli era vicino, lo sollevò e prese a coccolarlo e ad asciugargli le lacrime e a dirgli cose buffe finché il piccolo sorrise di nuovo.
Alcuni cuginetti si erano accostati e il più grande, Nicola, gli disse: "Dado, vieni a giocare?"
"No, resto con zio Enrico." rispose il piccolo accucciandosi di più in grembo al giovanotto.
Era la prima volta che uno dei piccoli lo chiamava zio ed Enrico si chiese se era bene o male: come l'avrebbero presa gli altri, specialmente gli adulti?
Allora Nicola disse: "Ma lo zio mica può stare tutto il giorno con te in braccio, no? Vieni a giocare con noi, Dado, su!"
Lucia, una piccola di sei anni, corse dalla mamma e disse ad alta voce: "Mamma, ma perché lo chiamano zio?"
Enrico si alzò un po' teso, pronto a scusarsi, a dire che non era lui ad aver chiesto di essere chiamato così, ma la madre di Raffaele disse alla nipotina: "Perché è anche lui uno zio. Non sei contenta di avere uno zio in più? Bello e buono come lo zio Enrico?"
"Sì, certo!" disse la piccola mentre Enrico si rilassava e vedeva un sorriso spuntare sul volto del suo Raffaele.
E da allora fu chiamato da tutti i piccoli zio. Era stato ufficialmente adottato.
Più tardi, mentre era con Raffaele i suoi genitori, fratelli e cognati, la madre gli disse: "Spero che non vi dispiaccia, Enrico, se ho detto ai piccoli che anche voi siete uno zio..."
"Al contrario, ve ne sono molto grato. È stata una piacevole sorpresa."
"Sorpresa?" chiese il padre guardandolo con aria interrogativa.
"È un po'... come essere stato ammesso ufficialmente nella famiglia..." disse incerto Enrico.
"Ma voi fate parte della famiglia," disse l'uomo con tono naturale, "da due anni a questa parte."
"Grazie..." disse Enrico.
Raffaele, evidentemente contento, obiettò: "Ma la gente, a sentire che i piccoli lo chiamano zio..."
"Bene, vuol dire che d'ora in poi vi chiameremo tutti cugino." replicò una delle sorelle di Raffaele sorridendogli.
"Giusto." disse la madre ed offrì a tutti l'arrosto, quasi a chiudere, con quel gesto, il discorso.
A sera, quando furono soli, Enrico disse a Raffaele: "Sono straordinari i tuoi... Accettarmi così, con tanta semplicità..."
"Sì. Ma io non ti chiamerò mai cugino."
"No? E come, allora?"
"Davanti agli altri, Enrico. A quattr'occhi, amore. Come fanno i miei fratelli e sorelle con i loro consorti."
"E io sarei tua moglie o tuo marito?" gli chiese con un sorriso malizioso.
"Marito, marito per mia fortuna. E anche io sono tuo marito, no?"
"Un marito presuppone una moglie..."
"Allora sposo. Ti va meglio così?"
"Non ha nessuna importanza in realtà. Sposo, coniuge, compagno, amante, amico, marito, l'importante è che ci amiamo, no? Semplicemente la nostra civiltà non ha coniato una parola per noi, perché non riconosce non solo la legittimità ma neppure la realtà del nostro rapporto."
"Abbiamo bisogno di legittimarlo?" chiese Raffaele.
"No. Ma sarebbe giusto. Se una persona ha una relazione fuori o prima dal matrimonio, il suo uomo o la sua donna hanno comunque un nome: è l'amante."
"Parola bella, che significa colui o colei che ama. Adatta anche a noi, quindi."
"Ma l'amante è sempre un po' un... fuorilegge."
"Come noi." sorrise Raffaele
"Ma non è giusto." obiettò Enrico.
"Quando l'uomo avrà saputo eliminare ogni ingiustizia, saremo nel paradiso terrestre."
"Sì, e sta a noi costruirlo, cercare di arrivarci. Non possiamo rassegnarci. La vita è cambiamento, miglioramento continuo, anche se faticoso, doloroso. Bisogna credere in quello che è giusto, lottare."
"Come per costruire un'Italia Unita?"
"Appunto, proprio così. Siamo partiti in mille ed abbiamo conquistato metà dell'Italia." disse Enrico convinto.
"I tempi erano maturi: forze diverse spingevano, per motivi diversi, nella stessa direzione. Altrimenti vi sarebbe stato impossibile farlo, non credi?"
"Tutti i cambiamenti sono nati dall'idea di una persona, si sono diffusi, si sono affermati."
"A prezzo di sofferenze, lagrime, sangue."
"Ma si sono affermati."
"Il mio garibaldino! Idealista."
"Ti dispiace?"
"Al contrario, Enrico. Mi piace il tuo entusiasmo. Mi piaci. Forse noi napoletani siamo un po' fatalisti..."
"Non Masaniello!"
"No, certo, non tutti e non sempre. Ma verrà mai un giorno in cui due uomini potranno amarsi con l'approvazione della società?"
"Verrà, se faremo qualcosa perché venga. Verrà il giorno in cui i tuoi fratelli e sorelle sapranno e potranno chiamarmi cognato e non cugino."
"Comunque per i piccoli saresti ugualmente zio."
"Sì, perché sono il tuo uomo però... capisci che è diverso? È già molto bello che mi abbiano accettato, i tuoi, ma vedi, si sente ancora il bisogno di una maschera. Mica ne faccio una colpa ai tuoi, quello che hanno fatto è forse un primo passo. Ma quanti ancora se ne devono fare..."
"Quanto tempo ci vorrà, ancora?"
"Due, tre, quattro generazioni, forse. Un centinaio di anni, se sapremo fare qualcosa."
"Noi non ci saremo più."
"Ma che importa? Anche molti di quelli che sognavano un'Italia Unita non ci sono più, ma sta diventando una realtà. E io ho contribuito a realizzarla."
"Fiero?"
"Fiero. Ma manca ancora il Lazio con Roma, e parte del nord."
"Lascia qualcosa anche agli altri, no?" gli disse Raffaele carezzandolo con dolcezza.
Enrico un giorno ricevette una lettera, una lettera che da tempo sperava di ricevere: il generale Garibaldi li chiamava, per liberare il Lazio e Roma! Enrico si sentì subito infiammato. Era giunta l'ora! Poi pensò a Raffaele: non voleva perderlo, non poteva perderlo. Aveva sempre detto a se stesso che Raffaele veniva prima di se stesso: ora doveva provarlo. Prima Raffaele, poi io, poi tutti gli altri... si diceva sempre. Perciò non poteva andare contro la volontà del suo uomo, doveva essere pronto a rinunciare, se questi glielo avesse chiesto.
Quando, chiusa la farmacia, Raffaele salì in casa, Enrico gli porse semplicemente la lettera: "Leggila. L'ho ricevuta oggi."
Raffaele la prese e la lesse. Poi, alzati gli occhi ed incontrato lo sguardo di Enrico, gli disse a voce bassa: "Bene. Quando partiamo?"
Enrico lo guardò stupito: "Partiamo? Ma tu... tu non hai mai avuto... voglio dire... questo mio ideale."
"È il tuo ideale: voglio condividerlo. Non posso chiederti di rinunciare a ciò in cui credi, ma non voglio neppure separarmi da te. Perciò vengo con te, non c'è altra possibilità."
"C'è, Raffaele: non posso chiederti di rischiare la vita per un ideale che non senti, ma non voglio assolutamente separarmi da te. Perciò posso restare qui con te."
"E rinunceresti al tuo ideale?"
"Tu vieni prima di tutto, Raffaele, prima ancora della mia vita, dei miei ideali."
"Per me è lo stesso, amore. Perciò vengo con te."
"Perché devi essere tu ad adattarti a me?"
"Perché per te non andare vorrebbe dire rinunciare a qualcosa d'importante. Per me venire non significa rinunciare a nulla. Perciò tocca a me venire, mi pare chiaro."
"E se uno di noi due dovesse morire?"
"Credo che sarebbe felice di avere l'altro accanto proprio in quel momento, no? Anche se, per chi sopravvive, sarebbe dura. Speriamo di sopravviere tutti e due, o di morire assieme, comunque."
"Sei deciso, Raffaele?"
"Deciso."
"E i tuoi?"
"Rispetteranno le mie scelte, come hanno sempre fatto."
Così Enrico e Raffaele, salutati tutti, partirono per rispondere alla chiamata di Giuseppe Garibaldi. L'atmosfera, quando incontrarono gli altri volontari, riportò Enrico al periodo di Quarto. C'erano molti volti nuovi, ma anche molti conosciuti. Raffaele si inserì senza problemi. Ritrovarono anche Pier Maria ed Angelo, che con una scusa avevano ottenuto un congedo provvisorio dall'esercito italiano ed avevano potuto così unirsi in segreto all'impresa. Angelo, nell'esercito italiano, era diventato sergente e Pier Maria capitano e stavano ancora felicemente insieme.
Le due coppie avevano riallacciato l'antica amicizia, stavano sempre assieme, condividevano tutto, erano inseparabili. Penetrarono velocemente nel Lazio: non trovarono sostegno dalla popolazione, ma neanche opposizione dalle truppe papaline.
Erano in vista di Roma quando furono affrontati di soldati del Papa: erano in realtà truppe dell'esercito austriaco e francese date al Papa a sostegno. I garibaldini si asserragliarono in una villa per sostenere l'assalto del nemico. Ma Roma non insorse, le truppe che li circondavano erano soverchianti e la battaglia infuriò senza speranza. Solo la forza della disperazione e la cieca fede nei loro ideali sostenevano il manipolo di garibaldini.
Morirono in molti, parecchi furono feriti. Alla fine i superstiti ebbero l'ordine dai loro capi di arrendersi. Fu trattata la resa e frattanto Enrico, miracolosamente incolume, curava come poteva i feriti. Lo aiutava Raffaele nonostante fosse ferito, ma non gravemente, al braccio sinistro: un proiettile gli aveva forato il muscolo, senza fare troppi danni. Anche Angelo era ferito di striscio al capo ed aveva una vistosa benda, ma stava in piedi. Pier Maria invece era stato ferito al petto. Enrico lo visitò.
Il proiettile era entrato poco sotto il capezzolo destro ed era uscito dalla schiena. Il polmone era forato ma nessun organo vitale era compromesso.
Enrico lo medicò: "Sopravviverà, anche se ci metterà un po' a rimettersi. Speriamo che in prigione lo curino come si deve, o me lo lascino curare."
"Ammesso che non ci passino tutti per le armi." disse Angelo con un sorriso stanco.
Furono fortunati: da Roma giunse l'ordine di disarmare i garibaldini e di accompagnare i susperstiti fino alla frontiera, lasciandoli liberi.
Fu un triste corteo, quello che lasciò la villa, scortato dai soldati nemici. Arrivarono alla frontiera con l'Italia. Qui giunti, chiesto soccorso per i feriti più gravi, gli altri uomini si dispersero. Il medico del posto confermò ad Enrico che Pier Maria se la sarebbe cavata. I quattro amici si diedero l'addio. Enrico e Raffaele tornarono a Napoli.
"Per colpa mia, sei ferito... I tuoi non me la perdoneranno." disse Enrico mentre arrivavano nei pressi di casa.
"Per colpa degli altri, non tua. E poi sono vivo, è questo che conta. E i miei sapevano che non andavo ad un pranzo di nozze. Non farti problemi che non ci sono, amore."
Quando suonarono a casa dei genitori di Raffaele, la madre aprì e vedendoli, gridò in preda alla gioia: "Siete vivi, siete vivi, grazie a Dio! Ha pregato continuamente per voi, la Vergine m'ha esaudita! Venite, venite! Dobbiamo fare festa grande!" disse e, abbracciatili tutti e due, li portò in casa, mandando la cameriera a chiamare tutti gli altri.
Non ci furono problemi per la ferita di Raffaele e la madre decise che la domenica seguente si sarebbe fatta una grande tavolata con tutta la famiglia per festeggiare il loro ritorno.
Quando poterono salire in casa loro, si lavarono e si misero a letto, stanchi ma felici.
"Quant'è che non facciamo più l'amore?" chiese Enrico carezzando il corpo nudo del suo amante sotto le lenzuola.
"Troppo, troppo davvero."
"Ti senti troppo stanco?"
"Stanco, ma non troppo, amore. Vieni qui..."
"Mamma tua m'ha accolto proprio come un figlio..."
"No, ti sbagli."
"Mi sbaglio?" chiese sorpreso Enrico mentre Raffaele lo stringeva a sé e lo carezzava con desiderio.
"Ti ha trattato da genero."
"Dici?"
"Sì, ti ha detto: ero sicura che avreste vegliato su mio figlio, sul vostro Raffaele. Quindi, ti considera suo genero, è evidente."
"Non me n'ero reso conto..."
"Ma adesso, perché non ti prendi cura di me come sai fare tu, amore?" gli disse dolcemente Raffaele e lo baciò con passione.