Appena poteva saliva sul tetto, a piedi nudi, e sedeva a guardare il mare ti tegole digradante sotto di lui, bagnato dai raggi del sole. Qua e là qualche gatto si beava pigramente al sole, come lui. Il brusio della cittadina saliva ovattato fin lassù. Giù in fondo il mare brillava di mille riflessi dorati, calmo come una tavola appena turbata dalla scia dei pochi natanti. Stava lì, in silenzio, e si sentiva rigenerare, sentiva svanire tutte le brutture della sua vita ancora così verde eppure già così dura. Si sentiva come rigenerato, ripulito, purificato, rafforzato. Forse erano proprio quelle soste sui tetti che gli davano la forza di andare avanti.
Ma non poteva permettersi di indulgere troppo a lungo in quelle sue fughe segrete. Doveva presto ridiscendere in casa e mettersi a lavorare in modo di terminare il suo compito prima del ritorno del nonno. Ma Roberto era abile e veloce e riusciva a dividere in pacchetti la roba che il nonno aveva portato, così, quando questi tornava a casa con il nuovo cibo nelle grosse latte o negli scatoloni ottenuti chissà dove e chissà come, lui aveva già finito. Allora il nonno prendeva i pacchetti che lui aveva preparato, li sistemava in una vecchia valigia di cartone ed andava a rivenderli al mercato nero.
Da quando il padre era partito per la guerra e la madre era entrata come cameriera fissa nella casa del Marchese, Roberto era stato affidato al nonno paterno e le tre sorelline ad una zia. Poi, nel 1944 era giunta la notizia che il papà era morto in guerra. Roberto lo ricordava appena e non ne sentì particolarmente la mancanza. Una conseguenza della morte del padre fu che la madre vestì sempre di nero. L'altra conseguenza fu che il nonno gli disse di andare a dormire con lui nel grande letto, al posto della nonna che lui non aveva mai conosciuto.
Lì per lì Roberto ne fu contento, perché il grande letto era molto più comodo del suo pagliericcio di foglie di granturco secche. Ma già la seconda notte accadde qualcosa di strano, di imprevisto. Il nonno, dopo poco che erano a letto, spento il lume, l'aveva tirato a sé, gli aveva calato le mutandine fin sulle ginocchia ed aveva cominciato a carezzargli il sedere con le sue grosse mani ruvide e callose. Poi, senza dire una sola parola, l'aveva fatto girare su un fianco, si era bagnato un dito di saliva ed aveva cominciato a frugargli nel culetto, forzandosi pian piano la via. Roberto era sorpreso, anche piuttosto infastidito, ma aveva troppa soggezione del nonno, un uomo deciso, di poche parole, severo, e così lo lasciò fare. Il nonno trafficò un poco poi si mosse, si agitò quindi gli si addossò, lo strinse a sé e Roberto sentì che ora, invece del dito inquisitore, una dura asta di carne fremente frugava fra le sue tenere chiappe. Sentì il respiro pesante del nonno alitargli sul collo e ne percepì il forte e acuto odore di sigaro toscano. Mentre il vecchio con un braccio lo stringeva a sé, contro il petto forte e villoso, con l'altra mano dirigeva l'asta che ora gli premeva dura e prepotente contro il buchetto. Roberto intuì vagamente che cosa stesse per accadere ed ebbe paura, ma restò immobile, inerte e in silenzio, sopportando le spinte del vecchio e trattenendo il respiro. Questi sembrava trovar più forza ad ogni colpo e Roberto sentì il suo buchetto iniziare cedere a quell'assalto deciso.
Poi il nonno si fermò, si agitò, spalmò qualcosa di scivoloso sull'ano del ragazzino e sul proprio arnese e tornò silenziosamente alla carica. Glielo spingeva dentro con determinazione e Roberto si sentì invadere, divaricare, penetrare e provò una fitta di dolore acuto e tanta paura ed emise un forte gemito. La mano dura e nodosa del nonno gli si posò sulla bocca e con una vigorosa spinta di reni il vecchio vinse la resistenza del vegine sfintere del nipote e s'immerse in lui. Con pochi colpi lo penetrò completamente e allora si fermò ansante per alcuni secondi. Roberto lo sentiva, duro e infocato, palpitare debolmente dentro di sé. Il vecchio tolse la mano dalla sua bocca, l'altra dalla propria asta, afferrò il ragazzino per le anche ed iniziò a muoversi avanti e dietro, dapprima in colpi lenti poi via via più forti e veloci. Roberto ora non provava più il dolore lancinante della prima penetrazione, ma un dolore sordo e continuo, forte. Il suo corpo ondeggiava sotto quei colpi decisi e sicuri e sentiva il corpo del nonno fremere contro il suo ed il respiro del vecchio farsi via via più affannoso. Roberto non capiva che cosa stesse accadendo, né perché: non sapeva nulla di queste cose. Sentiva l'energia del solido vecchio scatenarsi come una forza primaria della natura e, seppure non gli piaceva per niente quel che stava accadendo, capiva confusamente che non poteva opporsi. Solo lagrime di dolore gli solcavano le gote.
Le mani del nonno lo stringevano alle anche, adunche e forti come gli artigli di un rapace e lui ne era la preda che non può sfuggire. Quella presa sicura, quel palo di carne profondamente infisso in lui, il respiro ora roco del vecchio, lo intimorivano. Sentì il vecchio agitarsi scompostamente in lui, poi lo sentì irrigidirsi in uno spasmo terribile e per un attimo pensò con panico che il nonno stesse morendo. Ma poi lo sentì rilassarsi pian piano respirando pesantemente. Passarono attimi eterni, ma finalmente lo sentì ritrarsi da lui, scivolargli fuori piano piano. Il nonno lo lasciò e si stese supino, ansante. Roberto restò immobile sul fianco trattenendo il respiro e continuando silenziosamente a piangere. Dopo poco sentì che il nonno s'era addormentato. Allora, facendo pian piano per non svegliarlo, si tirò su le mutandine e si girò con cautela a guardare il vecchio. Alla luce chiara della luna vide che questi dormiva con aria soddisfatta e beata. Sentì qualcosa colargli dal buchetto indolenzito e pensò che fosse sangue, ma non ebbe il coraggio di controllare.
Rimase immobile chiedendosi che cosa fosse successo. Perché il nonno gli aveva fatto quella strana cosa così dolorosa, così brutta? Forse per punirlo di qualche cosa? Pensò ad una frase a cui prima non aveva mai prestato attenzione: "ti spacco il culo!" Era una minaccia profferita quando qualcuno faceva qualcosa di sbagliato. Però quando erano andati a letto il nonno non era sembrato arrabbiato con lui, anzi, sembrava quasi più gentile del solito. Ma allora? Roberto non capiva. Tardò ad addormentarsi quella notte. Nell'innocenza dei suoi verdi anni Roberto non sapeva nulla di sesso. E tanto meno di sesso fra maschi.
Il mattino seguente il nonno era tranquillo ed allegro anche più del solito. Non parlò di quello che era accaduto nella notte e Roberto non ebbe il coraggio di parlarne. Trovò che le sue mutande erano umidicce, ma non di sangue e questo lo tranquillizzò un poco. Solo il dolore fra le natiche era ancora forte. Per tutta la giornata il nonno fu un po' meno rude del solito ed un paio di volte accennò persino ad una specie di lieve carezza, una volta sui capelli e l'altra sul sedere.
Poi, la notte seguente, tutto si ripeté come la prima notte. E la notte dopo ancora. E a poco a poco Roberto si convinse che quella non era affatto una punizione, ma semplicemente qualcosa che al nonno piaceva molto fare, anche se a lui provocava molto dolore. Roberto iniziò a mettersi a letto senza le mutandine, visto che ogni volta il nonno gliele calava. Cominciò anche ad abituarsi a quell'intrusione e dopo pochi mesi si accorse che ormai il nonno glielo infilava dentro senza più fatica. Ora Roberto non provava più dolore ma solo un lieve fastidio. E il ragazzo si accorse che quella cosa che gli colava fuori dopo ogni penetrazione aveva uno strano odore di maschio, non sgradevole.
Ormai era passato circa un anno da quella prima notte, quando una volta il nonno, anziché mettergli le due mani sulle anche come era solito fare, con una mano si mise a giocherellare coi genitali del ragazzo che presto risposero a quella manipolazione procurandogli una forte erezione. Roberto, stupito, sorpreso, iniziò a sentire brividi di piacere, dapprima lievi, poi sempre più intensi, poi fortissimi, finché si scaricò nella mano esperta del vecchio. Questo sembrò quasi un segnale per il nonno che subito si scricò in lui. Roberto iniziò a capire, se pure in modo vago e confuso, che cosa doveva provare il nonno.
Il giorno dopo, quando poté salire da solo sul tetto, si aprì i calzoni e si manipolò il membro come gli aveva fatto il nonno la notte precedente finché riprovò le stesse sensazioni e la sua mano si riempì del proprio seme. Era stato bello, anche più che la notte prima. Poi portò la mano al naso ed odorò: era quello l'odore di maschio che il nonno gli lasciava ogni notte fra le gambe. Si chiese che cosa si potesse provare a fare come il nonno faceva con lui, ma Roberto non avrebbe saputo con chi provarci. Pensò agli altri ragazzi del quartiere ma con nessuno aveva sufficiente intimità né per parlarne né tanto meno per provarci. Il fatto che il nonno non ne parlasse mai con lui gli faceva intuire vagamente che non se ne deve parlare. Dovevano essere cose che si facevano solo nel chiuso di una stanza, nel buio della notte, nell'intimità di un letto e in segreto... Forse anche a tutti i suoi compagni, di notte, succedeva come a lui, eppure nessuno ne parlava mai.
Poi Roberto scoprì che al nonno piaceva di più quando lui, mentre era penetrato, si manipolava l'uccello e veniva. Così il rito notturno ora si era in qualche modo arricchito e anche per Roberto era un po' meno spiacevole, anzi, cominciava ad essere vagamente piacevole.
Finì la guerra, passò un altro anno uguale al primo.
Roberto aveva quindici anni quando, per la prima volta, gli capitò di poter fare con un ragazzo di tredici anni quello che il nonno faceva con lui ogni notte.
Era andato al mare a bagnarsi. In quel tratto di spiaggia non c'era mai molta gente, ma quel pomeriggio era proprio deserta. Tornato a riva Roberto si sdraiò fra due barche, poi, riscaldato dal sole e sentendosi vagamente eccitato, si tirò fuori dal costume l'uccello ed iniziò a masturbarsi lentamente. Era talmente assorto in quel che stava facendo che non sentì il ragazzino avvicinarsi e quando lo vide era troppo tardi per smettere, per coprirsi. Roberto restò lì immobile, la mano ancora serrata sul proprio membro ritto e duro, e guardò il ragazzino pieno di imbarazzo.
L'altro gli sorrise, indicò fra le gambe di Roberto e gli disse a mezza voce: "Hai un bell'uccello... ti va di mettermelo in culo?"
"Qui?" chiese Roberto con voce strozzata.
"Sì, qui fra le barche nessuno ci può vedere..." disse il ragazzino accoccolandoglisi a fianco e carezzandogli il membro teso ed i testicoli.
"Adesso?" chiese ancora Roberto incerto e teso.
"Sì, certo... dai." disse il ragazzino inginocchiandoglisi accanto, calandosi il costume da bagno e protendendo verso di lui il culetto.
Roberto, seppure ancora incerto, quasi timoroso, gli si addossò e gli infilò il membro turgido fra le natiche cercando l'ano. Fece per spingere ma l'altro ridacchiò e lo fermò:
"Ehi, aspetta... insalivalo bene se no mi fai male..."
Roberto, come in sogno, eseguì il consiglio del più giovane ma evidentemente più esperto compagno. E per la prima volta penetrò un sedere accogliente e ne sentì il tenero calore ed allora cominciò a muoversi avanti e indietro come faceva il nonno con lui e sentì che era molto, molto piacevole e capì perché il nonno volesse farlo con lui praticamente ogni notte. E il ragazzino, come faceva lui, si masturbava fremendo e muoveva il culetto in un modo che gli accentuava le già piacevolissime emozioni. Roberto provò sensazioni così intense che venne quasi subito in una serie di spinte appassionate.
Allora il ragazzino gli disse: "Non ti sfilare ancora, aspetta... voglio venire anch'io..."
Venne poco dopo e Roberto sentì lo sfintere dell'altro palpitare attorno al suo membro che stava per ammosciarsi e questo gli fece venire di nuovo voglia e ricominciò a prenderlo.
Ma il ragazzino gli disse, sottraendosi: "Ehi, adesso basta!" e si sfilò da lui, si rialzò svelto il costume da bagno ed andò via lesto, silenzioso come era venuto.
Roberto si ricompose e si alzò appena in tempo per vederlo scomparire agile dietro le rocce, in direzione della cappella di San Nicola.
Dopo quel giorno Roberto tornò spesso su quel tratto di spiaggia sperando di rivedere lo sconosciuto compagno, di riprovare nuovamente con lui quell'intenso piacere, ma non lo incontrò mai più.
Continuavano solo le notti nel letto del nonno. A Roberto dava fastidio quel rito notturno, ma non aveva il coraggio di opporsi, di dire nulla e lasciava fare al vecchio.
Il ricordo del volto del ragazzino di quell'unica, strana, gradevole avventura pian piano sbiadì dalla mente di Roberto, sì che ormai, dopo un paio di anni, se anche lo avesse di nuovo incontrato, quasi certamente non avrebbe saputo riconoscerlo. Ma non svanirono dalla sua memoria le sensazioni che quell'unica avventura gli aveva provocate.
Ormai Roberto aveva diciassette anni. Era stanco della vita col nonno, non tanto e non solo per quelle unioni notturne, quanto perché col vecchio conduceva una vita grama. Il vecchio aveva soldi ma era piuttosto avaro e Roberto non vedeva quale futuro avrebbe potuto avere nel restare col vecchio.
Così, quando incontrò uno zio che lavorava in Francia, tornato per le feste di Natale, decise di lasciare il paese e di emigrare in Francia anche lui. Di nascosto del nonno era riuscito a mettere da parte pochi soldi. Andò alla stazione ferroviaria e chiese quanto costava un biglietto di sola andata per Parigi. I soldi non gli bastavano e il ferroviere gli disse che comunque ci voleva il passaporto. Allora si informò e scoprì che per il passaporto ci voleva l'autorizzazione della madre e altri soldi. Ma Roberto era deciso, ormai. Così si mise d'impegno per racimolare altro denaro e cominciò ad insistere con la madre perché andasse a firmare per il rilascio del passaporto perché lui potesse andare a tentare la fortuna all'estero. Dapprima la madre non voleva, ma infine cedette.
A Pasqua Roberto poté comprare il biglietto per Parigi. Il nonno quando lo seppe si arrabbiò molto ma Roberto partì ugualmente, coi soli abiti che aveva indosso, un fagottello di cibo e 483 lire in tasca, quello che gli restava dopo aver comprato il biglietto del treno.
Sul treno, oltrepassata Torino, trovò emigranti italiani che tornavano in Francia e cominciò ad informarsi. Gli consigliarono di cercare un ristorante italiano a Parigi e di offrirsi come lavapiatti, visto che non sapeva il francese. Un uomo gli dette anche un paio di indirizzi.
Giunse a Parigi in piena notte. In treno aveva dormicchiato e non si sentiva troppo stanco, anzi, era eccitato di trovarsi in quella famosa metropoli. Vagò a piedi tutta la notte guardandosi attorno pieno di meraviglia. Non sospettava neppure che potesse esistere al mondo una città così estesa, con costruzioni così alte e grandi, con gente in giro anche in piena notte.
Il giorno dopo individuò uno dei due ristoranti che gli erano stati indicati, ma lì non avevano bisogno di lui. Il proprietario però gli diede altri indirizzi. Dopo tre giorni di tentativi, la notte dormiva su una panchina nei giardini pubblici anche se faceva ancora un po' freddo, fu assunto in un ristorante non lontano dagli Invalidi. Il padrone gli offrì vitto e alloggio oltre ad una piccola paga. Dormiva in una soffitta assieme all'aiuto cuoco e ad un cameriere: il primo era un uomo piuttosto brutto ma simpatico, il cameriere un giovanotto ben fatto ma antipatico. Quando si spogliavano per andare a letto Roberto guardava con malcelato interesse il corpo del cameriere e specialmente il generoso rigonfio delle mutande, ma non ebbe mai il coraggio di tentare nulla né i compagni ci provarono con lui.
Con i primi guadagni Roberto si comprò abiti migliori, anche se di seconda mano. Imparava rapidamente e con facilità il francese, pareva avere una dote naturale per le lingue, sì che dopo soli quattro mesi lo parlava anche meglio del cameriere che pure era lì da un paio d'anni. Allora il padrone gli comprò un'uniforme nuova e gli fece fare il cameriere, aumentandogli anche un po' lo stipendio.
Lavorava nel ristorante da poco meno di un anno quando conobbe Réné, un loro cliente, fotografo per una rivista. Réné era interessato a Roberto, ormai diciottenne, che era bello e simpatico e gli chiese se avrebbe posato per lui, a pagamento, per alcune foto pubblicitarie. Roberto accettò pensando che un guadagno extra non gli avrebbe fatto male. Dopo le prime sedute il ragazzo fu talmente affascinato dalla fotografia che chiese a Réné se era disposto ad insegnargli. Questi non solo accettò, ma chiese al ragazzo da fargli da assistente, e gli propose uno stipendio discreto. Roberto accettò subito, lasciò il ristorante ed iniziò a lavorare con Réné. La moglie del fotografo lo faceva spesso fermare a cena da loro e Roberto si trovò una cameretta in una pensione non lontana dallo studio del fotografo. La stanzetta era davvero minuscola, ma era pulita ed a buon mercato ed aveva una finestrella che dava sulla via.
Roberto lavorò con Réné per cinque anni, divenne un bravo fotografo ed iniziò a guadagnare bene. Con i primi risparmi si comprò pian piano tutta l'attrezzatura necessaria, consigliato e guidato dal suo principale-amico. Una volta l'anno tornava in Italia per trovare la madre e le sorelle e portava loro qualche regalo, anche se di fatto i loro rapporti non erano mai stati particolarmente intimi o caldi. Evitò sempre di vedere il nonno perché non gli andava di ritrovarselo davanti e di ricordare quando lo aveva dovuto compiacere di notte.
In tutti quegli anni Roberto, anche se si masturbava spesso e guardava i bei ragazzi con occhi pieni di desiderio, anche se fantasticava di eccitanti incontri, non aveva mai più avuto nessun rapporto sessuale né con maschi né con femmine. Le donne non lo attraevano per nulla se non come amiche, per conversare o andare a passeggio assieme. Gli uomini sì ma, soprattutto per timidezza, non aveva mai saputo fare un approccio né nessuno ci aveva mai provato con lui in modo abbastanza esplicito perché lui potesse capirne il desiderio.
La madre gli scriveva tre volte l'anno, per Natale, Pasqua e per il suo compleanno e così faceva lui. Aveva appena compiuto ventitré anni quando dall'Italia giunse una lettera inattesa. L'aperse: la madre gli scriveva che il nonno era morto e che aveva lasciato a Roberto la casetta in città ed una parte dei campi. Il resto alle sorelle.
Allora Roberto decise di tornare al paese. Ora aveva un mestiere, aveva l'attrezzatura e qualche soldo... e la casa del nonno in città in cui avrebbe potuto abitare, mettere il suo studio e il suo laboratorio... La Francia gli piaceva ma ci si sentiva troppo solo, troppo straniero anche se ormai parlava il francese piuttosto bene.
Così salutò Réné e la moglie e, fatti i propri bagagli, con tre belle valige piene, riprese la via per tornare a casa. Arrivato al paese decise che la casetta di quattro piani andava ristrutturata. Anche perché voleva cancellare il ricordo della camera da letto del nonno... Lui si sarebbe tenuto l'ultimo piano ed avrebbe affittato gli altri, così avrebbe avuto un introito mensile che gli avrebbe permesso di fare il fotografo a modo suo. Per fare ciò vendette i campi e con quei soldi iniziò i lavori. Al terzo piano fece preparare un alloggetto col laboratorio e due ampi terrazzi ricavati accorciando le falde del tetto. Al secondo e al primo piano, dov'era il vecchio alloggio dei nonni e di suo padre, fece ricavare due appartamenti per piano. A pianterreno fece fare un grande locale unico. Appena la casa fu pronta trovò subito ad affittare il pianterreno ad una tipografia, i due alloggi del primo piano al tipografo e a un professore di liceo con la moglie ed una figlia piccola ed uno dei due del terzo piano ad una coppia di sposini freschi. Il quarto appartamento restò vuoto per il momento, ma gli affitti gli davano un mensile abbondante pari ad uno stipendio piuttosto alto, perciò non si preoccupò. A poco a poco arredò il proprio spazio ed iniziò a lavorare come fotografo d'arte vendendo, di tanto in tanto, i suoi servizi alle riviste nazionali.
Le altre case del vicolo erano tutte più basse della sua così, cinti i terrazzi di una fitta siepe e costruito in un angolo un pergolato, spesso vi prendeva il sole, al sicuro da ogni sguardo, completamente nudo. Si sentiva felice e realizzato.
L'unico suo cruccio, ma neppure troppo pesante, era il fatto di essere solo. Nel segreto del suo animo sperava di poter trovare un giorno un compagno, anche se non sapeva né come né dove cercarlo, trovarlo.
Aveva scoperto che in una piccola cala fra gli scogli, a nord, circondata da una fitta vegetazione, la gioventù locale andava spesso a bagnarsi, non di rado in costume adamitico. A volte si appostava e li spiava sentendosi ardere dal desiderio e, non visto, li fotografava con il teleobiettivo. A casa sviluppava le foto e le ammirava, masturbandosi davanti ad esse e sognando le più straordinarie avventure. Ma la sua vita sessuale si limitava a questo. Una volta, a dire la verità, un uomo, quasi certamente un turista, aveva tentato un approccio con lui, ma un po' perché non se ne sentiva attratto, un po' per non esporsi, aveva fatto finta di non capire ed aveva lasciato cadere l'opportunità. Restò però stupito per il forte senso di eccitazione che quel fatto gli aveva lasciato indosso per alcuni giorni.
Roberto ormai aveva capito chiaramente di essere un "diverso" e l'aveva accettato con una certa serenità, ma aveva anche capito che quelli come lui sono disprezzati, emarginati, perseguitati dai "benpensanti" specialmente in una piccola città del sud come la sua. Perciò non si azzardava mai a provarci. C'erano uomini o ragazzi che l'attraevano fortemente, come uno dei lavoranti della tipografia, o il figlio più grande del tabaccaio all'angolo, ma specialmente il fioraio della porta accanto. Si limitava però a guardarli di sottecchi, a sognarli.
In fondo al vicolo, dove questo confluiva con Corso Roma, c'era una cappellina votiva dedicata a San Sebastiano, che dava il suo nome al vicolo. Dietro il cancello di ferro battuto c'era la statua del santo, a grandezza naturale, di gesso dipinto. Il santo era rappresentato nudo, trapassato da tre frecce da cui non colava sangue, un esile lembo di panno dorato a coprirgli morbidamente i genitali, ed era legato ad un tronco. Doveva essere una statua settecentesca. Il corpo del santo raffigurava un giovane sui venticinque anni molto bello. Era colorato di un bell'incarnato, i capelli ricci e biondi. Aveva un'espressione di estasi che nell'intenzione dell'anonimo artista voleva forse indicare come San Sebastiano stesse prefigurando le gioie del cielo. Ma a Roberto faceva pensare ad altro e si chiese se l'artista non avesse avuto in mente piuttosto proprio quello che lui vedeva: se al posto dell'albero ci fosse stato un altro uomo nudo, sarebbe stata la rappresentazione dell'amplesso fra due maschi e l'espressione di San Sebastiano quella di chi sta godendo una piacevole penetrazione. Così Roberto cominciò pensare al santo come al suo protettore, al protettore dell'amore fra maschi.
Lo fotografò e, in fase di stampa, fece in modo di eliminare le frecce e l'albero; poi eseguì un fotomontaggio in cui al posto dell'albero c'era un uomo nudo che lo cingeva da dietro. La testa di San Sebastiano appena arrovesciata in dietro, sembrava ora poggiare sulla spalla dell'uomo ed un braccio di questi sostituiva il panno sui genitali, in una dolce carezza. Era perfetta: una perfetta scena di amore virile.
Roberto la stampò così, la incorniciò e la pose in capo al letto con un lumino davanti e fiori freschi... quello era davvero il San Sebastiano suo protettore, in preda all'estasi del piacere sensuale. La figura di maschio che lo prendeva da dietro era nella penombra ed aveva il capo reclinato in avanti sulla spalla di Sebastiano come se la stesse baciando. Non era riconoscibile l'uomo dietro al santo, si capiva solo che era un maschio giovane. In realtà era una foto che Roberto, nudo, s'era fatta con l'autoscatto. E per Roberto quel San Sebastiano così ritoccato rappresentava tutti i maschi che aveva desiderato o sognava. Quell'abile fotomontaggio non era affatto un'immagine pornografica, conservava tutta la sacralità dell'originale, perché esprimeva la bellezza di due corpi uniti nell'estasi dell'unione fisica.
Ormai erano quasi dieci anni che Roberto non aveva più rapporti sessuali e questo gli pesava. Quando il tempo era bello, a volte, tornava fra i cespugli a spiare quella piccola cala fra le rocce dove i giovani del luogo andavano a bagnarsi nudi. Due o tre di quei giovani li aveva riconosciuti in città. Ma non aveva mai tentato nulla per timore di scoprirsi e che si spargesse in paese la voce delle sue preferenze sessuali. Anche fra loro, nell'intimità della cala, non avevano mai dato segno di un qualche interesse sessuale l'uno per l'altro.
Roberto si chiedeva come si fa a riconoscere in un altro i propri desideri sessuali e non sapeva darsi risposta. L'uomo che pochi anni prima aveva tentato un approccio con lui l'aveva guardato in modo speciale, con un'evidente interesse e desiderio. Nessuno in città lo guardava mai così, né lui se la sentiva di guardare così nessuno, per non tradirsi. L'uomo aveva anche lanciato lì alcune frasi ambigue, abili ma per lui chiare... Non si erano neppure sfiorati. E lui era praticamente fuggito alla rete che l'altro gli stava costruendo attorno.
Roberto s'era rassegnato: forse sarebbe morto senza poter mai provare l'ebrezza dell'unione. Non certo quelle col nonno, che tutt'ora lo infastidivano al solo pensarci, quanto quell'unica con lo sconosciuto ragazzino là sulla spiaggia, fra le due barche, in quel bel pomeriggio assolato di tanti anni prima. Al ragazzino era piaciuto essere penetrato, a lui era piaciuto penetrarlo. Ne ricordava il sorriso soddisfatto...
Così spesso si stendeva nel grande letto matrimoniale della sua stanza, tutto nudo, e sfogliava le più belle foto dei nudi dei giovani carpite nella cala e si masturbava dolcemente, e si sentiva solo.