Roberto era sulla sua terrazza. Aveva appoggiato la macchina fotografica sul cavalletto, dietro al muretto del parapetto, vi aveva montato il potente zoom che aveva appena comprato e cercava inquadrature suggestive nel mare di tetti che digradava sotto di lui. Un lontano balcone fiorito di una casa cinquecentesca attirò la sua attenzione. Mise a fuoco, corresse l'inquadratura, sistemò il diaframma e scattò, soddisfatto. Poi cercò con l'obiettivo la cupola e la torre della cattedrale ma da quel punto non gli piaceva l'insieme. Spostò l'obiettivo a puntare la fuga di tetti del vicolo.
Stava cercando l'inquadratura giusta quando un improvviso stridore di freni dalla via Giaculli attirò la sua attenzione. Notò un giovane in calzoni neri e camicia bianca. Lo inquadrò con lo zoom ed ingrandì l'immagine. Vide che aveva un vassoio in mano ed un papillon nero e capì che era il cameriere del bar. Risaliva il vicolo verso casa sua. Ingrandì al massimo l'immagine ed inquadrò il volto del cameriere e restò a bocca aperta. Era giovane e di una bellezza incredibile. Lo seguì con l'obiettivo scattando foto e lo vide illuminarsi di un sorriso dolcissimo, bellissimo, fatto all'indirizzo di chissà chi. Ma quel sorriso gli scese dritto nel cuore e fu amore a prima vista. Sentì che il sangue gli pulsava irruento per tutto il corpo, che gli martellava nelle tempie. Scattò un fotogramma dopo l'altro finché il ragazzo, avvicinandosi al margine del vicolo sotto casa sua, scomparve dal campo ottico. Allora smise di far foto, si affacciò e vide che entrava nel bar subito prima della tipografia.
Chissà quante volte era passato davanti a quel bar, eppure non aveva mai notato quello splendido ragazzo. Guardò l'indicatore di fotogrammi: ne mancavano quattro per terminare il rullino, Fece spallucce, smontò la macchina dal treppiede e riavvolse la pellicola. Quindi andò svelto al laboratorio a svilupparlo ed a stamparne le foto. Voleva rivedere quel ragazzo, quel sorriso, subito. Provava uno strano senso di urgenza. Sviluppata la pellicola ne tagliò via la decina di fotogrammi col volto del ragazzo e li asciugò subito. Li infilò nell'ingranditore e prese la carta sensibile di grande formato. Mise a fuoco il primo fotogramma. Il volto del ragazzo comparve, i colori invertiti, serio ed intenso. Calcolò mentalmente il tempo d'esposizione e fece scattare l'interruttore. Quindi andò subito a sviluppare e fissare quella prima immagine. Il volto affiorò sulla carta, a grandezza naturale. E Roberto lo guardava affascinato formarsi, rivelarsi e di nuovo ne percepì tutta la bellezza. Aveva capelli ricci, neri, illuminati da dietro dal sole. Aveva occhi verdi in cui brillavano pagliuzze d'oro. Aveva labbra ben disegnate, sensuali. L'espressione era seria ma serena, intensa. Guardava di lato, la bocca appena socchiusa, come se stesse per dire qualcosa. Appese la foto ad asciugare, rimise la luce rossa e si accinse a stampare la seconda foto. Poi la terza e la quarta e rivide quel sorriso così intenso e dolce e pieno di promesse. Gli occhi, le labbra, tutto il volto era pervaso da quel sorriso incredibile e di nuovo Roberto si sentì battere forte forte il cuore.
Non aveva mai visto nessuno di così bello... neanche nei suoi sogni più piacevoli, neanche nelle sue fantasie più dolci. Quel ragazzo era la bellezza in persona. Roberto sfiorò appena il volto sul foglio di carta umida con un bacio. Poi tornò a sviluppare le altre foto del ragazzo. Nelle ultime il volto quasi non si vedeva più perché era ripreso troppo di sopra in giù. Tornò a guardare le foto e ne scelse le tre più belle. Le osservò a piena luce e vide che cosa doveva correggere per stamparle in modo perfetto, quindi si rimise al lavoro.
Quando finalmente riemerse dal laboratorio con quelle tre foto in mano, si accorse che il sole era tramontato e che il cielo era già scuro. Scese deciso ad entrare in quel bar, ma lo trovò chiuso. Allora risalì in casa e si mise a contemplare nelle foto quel volto straordinario.
"Chi sei?" chiese a mezza voce, "Chi ti ha fatto entrare nel mio mondo, splendore sconosciuto? E pensare che lavori qui sotto... Come ti chiami?"
Roberto pensò che solo contemplarlo era già una grande fortuna, una gioia. "Magari tu hai la ragazza, non ti accorgerai mai di me... Ma forse potrò almeno fare la tua conoscenza, diventarti amico, chissà..."
Roberto fantasticava e ora carezzava quelle immagini prodigiose, ora le sfiorava di delicati baci.
"Il tuo nome è Amato..." mormorò Roberto guardando le foto e si sentì il cuore cantare. Scelse la più bella delle tre foto e l'appese al muro accanto al letto, vi diresse la luce della lampada del comodino e si stese sul letto a contemplarla. "Sei troppo bello perché tu sia vero... e forse non potrò mai neppure avere la tua amicizia... Ma mi basta contemplarti, Amato mio!" sussurrava Roberto e gli occhi gli si velarono di lagrime di commozione e l'immagine tremolò, quasi si animasse.
Il giorno dopo, già di mattino, Roberto era appostato sulla terrazza, la macchina fotografica pronta con un nuovo rullino a grana ultrafine, in attesa che lo sconosciuto apparisse di nuovo sulla via. Lo vide arrivare. Indossava un paio di morbidi calzoni cachi ed una maglietta verde scuro. Lo fotografò finché scomparve sotto casa. Pensò di scendere per incontrarlo, ma questa volta gliene mancò il coraggio. Attese ancora finché lo vide uscire con l'uniforme bianca e nera da barista, il vassoio in mano. Era di spalle, andava verso via Giaculli, e scattò una sola foto pensando che anche la nuca del ragazzo era bella. Poi attese che tornasse e scattò altre foto.
Roberto si sentiva eccitato ed emozionato. Quello sconosciuto barista gli era entrato nella mente e nel cuore, vi aveva fatto irruzione in un modo inatteso e con una forza insospettata. "E tu neanche immagini che cosa mi hai fatto!" pensò Roberto sorridendo dolcemente all'immagine del ragazzo. E si sentì combattuto: doveva scendere per cercare di guardarlo più da vicino, incontrarlo... forse conoscerlo e se era fortunato diventarne amico? E forse anche... amante? No, non sognare troppo, si disse. Amante poi! I prodigi accadono solo nelle fiabe, non nella vita reale. Ma poteva forse ardire di fare almeno la sua conoscenza... "Ma che vuoi che ci trovi in te d'interessante? Nulla! Uno bello come lui. Magari perseguitato dalle ragazze, che gli si danno senza pensarci due volte. Ti puoi immaginare se vorrà perdere tempo con te..."
Infine si decise a scendere e di andare a prendere un caffè al bar... Ad ogni gradino che scendeva gli sembrava che il cuore gli battesse più forte e quando fu sulla via e girò verso destra si sentì prendere dal panico... "Ma che fai? che ti aspetti? Non essere stupido..." si disse e, col cuore in gola, senza neppure avere il coraggio di guardare dentro il bar, proseguì fino all'angolo con via Giaculli. Il cuore gli batteva ancora all'impazzata. Aspettò di calmarsi, fece un respiro profondo. Quindi, riassunto tutto il proprio coraggio, decise di tornare indietro determinato, questa volta, ad entrare nel bar. Si girò e si fermò come fulminato: il ragazzo era lì, quasi di fronte a lui, col solito vassoio ed alcune tazzine di caffè. Lo guardò come inebetito, incapace quasi di respirare, finché il ragazzo gli passò di fianco e scomparve alle sue spalle. Roberto era ancora letteralmente incapace di muoversi, di respirare. Infine emise un basso sospiro, un qualcosa di mezzo fra un singhiozzo ed un lamento, si mosse quasi barcollando come ubriaco e tornò meccanicamente su a casa.
Vederselo lì, reale, a portata di mano, era stato per lui come uno shock. Non aveva mai provato in vita sua nulla di simile, di così intenso, violento quasi, eppure così pieno di dolcezza. Il ragazzo gli era passato accanto leggero, a passo svelto, quasi senza guardarlo. Eppure Roberto ne aveva sentito promanare tutta l'energia giovanile, tutto il fascino fisico e ne era stato sopraffatto.
"Dio, quanto ti desidero!" pensò quasi stupito per la violenza dei propri sentimenti. "Mi hai stregato, Amato!" Faticava a riprendere il pieno controllo di se stesso, dei propri pensieri. "Io ti amo, ti amo perdutamente." pensò mentre rientrava in casa. Tremava tanto intensa era la sua emozione.
Pian piano si calmò. Fece una lunga doccia quasi gelata e finalmente ritrovò la sua lucidità. "Sei uno stupido, Roberto." si disse. "Lui neppure ti ha guardato, non sa neppure che esisti e se anche lo sapesse molto probabilmente non gliene importerebbe niente. Ma... quant'è bello!"
Roberto ricominciò a spiarlo dalla terrazza e vide che ogni mattina verso le undici il ragazzo portava cinque caffè nella tipografia sotto casa sua.
Dopo alcuni giorni, passando davanti al bar, riuscì a guardar dentro e lo vide affaccendato dietro al bancone. Ormai pensava a lui giorno e notte. La parete di fronte al suo letto era tappezzata delle foto del ragazzo. Tutta la sua vita era cambiata da quella prima folgorazione.
Infine un giorno Roberto si decise ad entrare nel bar sotto casa sua. Sedette ad un tavolinetto e in uno specchio guardava il ragazzo dietro il bancone che risciacquava alcuni bicchieri. Lo vide che si asciugava le mani e che veniva verso il suo tavolo. Si sentì di colpo in preda ad una specie di panico, il cuore in gola. Il ragazzo gli giunse accanto e gli chiese: "Che desiderate che vi porti?"
Alzò lo sguardo e vide quel volto sorridergli, quel volto che ormai conosceva così bene ma che visto di persona irradiava un fascino del tutto speciale. Il ragazzo chiese di nuovo, con voce gentile: "Desiderate qualcosa?"
"Eh? Sì... sì, un caffè..."
"Liscio?"
"Sì, liscio..."
"Subito, signore."
Dio che voce bella, fresca, flautata, affascinante, sensuale... Dopo poco il ragazzo tornò col caffè e di nuovo gli sorrise. Ma, notò Roberto spiandolo poi dallo specchio di sottecchi, quel sorriso non era solo per lui ma per ogni cliente del bar. Ciò non di meno era splendido, affascinante, coinvolgente. Pareva che sorridesse solo per te...
"Tutti devono essere innamorati di te, Amato!" pensò Roberto mentre sorbiva meccanicamente il caffè e non perdeva di vista il ragazzo attraverso lo specchio.
Poi il padrone del bar rispose al telefono e disse al ragazzo di portare due cappuccini e due cornetti alla farmacia ed il ragazzo uscì. Roberto attese che rientrasse, per goderne ancora la vista. Quindi, quando fu tornato, si alzò e pagò il caffè lasciando una buona mancia e tornò a casa. Avrebbe voluto restare più a lungo in quel bar a contemplare il ragazzo, ma temeva che qualcuno si accorgesse dei suoi sguardi e non voleva.
Passarono altri giorni e Roberto alternava i momenti in cui lo spiava e fotografava dalla terrazza con le sue visite quasi giornaliere al bar, visite fugaci, tanto era emozionato ed al tempo stesso intimorito dall'attrazione che provava per quel ragazzo. Sentiva crescere in sé il desiderio di toccarlo, di carezzarlo, di abbracciarlo, di baciarlo... di gridargli il suo amore. E ne aveva paura.
Finché un mattino, mentre il ragazzo al solito portava i caffè in tipografia, Roberto recise dal vaso una gerbera di un bel colore rosso come la sua passione, la recise accanto al capolino e quando il ragazzo uscì dalla tipografia gettò la corolla in modo che atterrasse di fronte al ragazzo. Quando vide che stava per toccare terra si ritrasse precipitosamente dal balcone per non esser visto, il sangue che gli martellava furiosamente alle tempie per l'audacia del suo gesto. Non ebbe il coraggio di riaffacciarsi neppure dopo parecchi minuti e restò lì in piedi, ansimante.
Antonello, quando la gerbera atterrò con un lieve tonfo ovattato poco avanti a lui, si fermò sorpreso e guardò verso l'alto ma non vide nulla. Pensò che forse il fiore era caduto per caso e proseguì verso il bar senza più pensarci.
Ma il giorno dopo un'altra gerbera rossa atterrò davanti a lui. Antonello questa volta si chinò a raccoglierla, l'ammirò per un attimo poi guardò di nuovo in su ma non c'era nessuno affacciato alle finestre della casa né alla terrazza dell'ultimo piano. Antonello rientrò nel bar, mise un po' d'acqua in una coppetta di vetro e vi depose la gerbera senza stelo in modo che galleggiasse. Si chiese se era un caso o... ma chi poteva lanciargli fiori? No, concluse, doveva essere un caso.
E invece il terzo mattino di nuovo una gerbera cadde di fronte a lui, questa volta sfiorandolo. Non poteva essere un caso. Forse uno scherzo? O una ragazza che voleva farsi notare? Ma nessuno era affacciato... Traversò il vicolo e guardò più attentamente la casa di fronte. Da lì poteva intravedere alcune gerbere far capolino dal muretto della terrazza. Chiunque fosse era di lì che gli giungeva quel curioso omaggio floreale. Tornato al bar mise anche questa gerbera in una coppetta sul bancone.
Roberto non era più sceso al bar. Ora che aveva iniziato quel gioco strano e pericoloso, temeva di farsi vedere. Che avrebbe pensato il ragazzo se avesse scoperto che era lui a lanciargli fiori? L'avrebbe deriso o, comprendendone il significato, l'avrebbe insultato dandogli pubblicamente del finocchio? Roberto si disse che doveva smettere quel gioco. Non poteva esporsi: che avrebbero detto nel vicolo se avessero sospettato che lui s'era invaghito di un maschio? Era stato sciocco a gettare quei fiori... davvero uno sciocco incosciente.
Così il quarto mattino non uscì neppure sul balcone. Ma proprio alla solita ora sentì suonare il campanello. Andò ad aprire chiedendosi chi potesse essere e si trovò davanti Antonello sorridente, con un caffè nel vassoio: "Ah, voi... vi ho portato il caffè..." disse il ragazzo sorridendogli appena. Roberto restò per alcuni attimi come paralizzato poi, quasi balbettando, disse:
"Ma io... non l'ho ordinato..."
Antonello accentuò il suo sorriso e rispose: "Lo so, sono io che ve lo offro, per ringraziarvi dei fiori."
Roberto arrossì violentemente e lo guardò smarrito, poi iniziò a dire: "Io..." ma non riuscì ad andare avanti.
"Non lo accettate, il mio caffè?" chiese Antonello con un tono quasi stupito.
"Eh? Ah... sì, sì grazie... entra, non restare lì sulla porta..."
Antonello entrò poi disse: "Siete stato molto gentile a gettarmi quei fiori, ma... perché l'avete fatto?"
"Io... ecco, io... è che tu... sei così bello... è un omaggio alla tua bellezza..."
Antonello posò il vassoio con la tazzina da caffè sul tavolo poi disse: "Nessuno mai prima m'aveva gettato fiori... è un gesto molto carino... E poi... credete davvero che io sia così bello?"
"Sì, sei molto bello, dovresti saperlo." disse Roberto sentendosi annegare negli occhi dell'altro.
"Siete il primo a dirmelo. Ma bevete il caffè, se no si raffredda. Sapete, un buon caffè, come si dice, deve essere come l'uomo ideale: caldo, forte e dolce..." disse Antonello con tono delizioso. Poi soggiunse, quasi a mezza voce: "Dev'essere molto gradevole conoscere un uomo caldo forte e dolce, non credete?"
A Roberto quasi andò per traverso il caffè e strabuzzò gli occhi. Il ragazzo divenne serio e chiese: "Ho detto qualcosa di sbagliato?"
"No... no." balbettò Roberto posando la tazzina.
Allora Antonello chiese: "Com'era il caffè?"
"Molto buono... perfetto."
"Forte caldo e dolce?"
"Eh? Sì... sì..."
"E voi? Voi come siete? Anche voi caldo dolce e forte?"
Roberto avvampò di nuovo ma rispose: "Non lo so..."
"Mi piacerebbe scoprirlo, sapete? Posso tornare su da voi quando finisco il turno oggi pomeriggio alle quattro? Vi disturbo?"
"No no, anzi... ti aspetterò..."
"Sì perché ora devo andare, ma vorrei conoscervi meglio e... ringraziarvi meglio, se me lo permettete." Antonello riprese il vassoio, la tazzina, lo salutò e sulla porta ripeté: "Oggi alle quattro, allora. Intesi?" ed uscì.
Roberto era sbalordito, anzi stordito ma a poco a poco una specie di euforia si impadronì di lui: il ragazzo, l'Amato, era venuto da lui e voleva conoscerlo e sarebbe tornato... La fantasia gli si sbrigliò e cominciò a carezzare sogni sempre più belli e piacevoli e arditi... Fra cinque ora il ragazzo sarebbe tornato da lui... da lui! E il tempo sembrò non passare mai.
Roberto fu preso da una specie di frenesia e cominciò a pulire casa, e recise tutte le gerbere rosse e le pose in un vaso in centro alla tavola, e fece il bagno, si rasò accuratamente, si lavò i denti, si pettinò con cura e scelse i suoi abiti più belli. Poi si pettinò di nuovo, poi dispose meglio i fiori nel vaso e guardava continuamente l'orologio. E frattanto si diceva: "Magari vuole solo conoscerti perché è incuriosito, ma non è detto per questo che... Comunque vuole conoscerti e fra poco tornerà... E poi... vuole ringraziarmi meglio, ha detto. Cosa voleva dire? No, Roberto, non ricamarci sopra, adesso. Solo che aveva fretta, doveva tornare al lavoro... Mica vuol dire necessariamente che voglia davvero te... per fare l'amore con te... Magari non lo sfiora neppure l'idea..."
Guardava l'orologio e voleva affacciarsi alla terrazza ma non ne aveva il coraggio. Saltò il pranzo: era così emozionato che non sentiva neppure la fame. Pensò che gli avrebbe offerto da bere e controllò nel frigorifero se c'erano i cubetti di ghiaccio e se c'erano abbastanza birre, poi controllò i liquori, poi... era inquieto, agitato, emozionato.
Andò in camera da letto a riguardare le fotografie... e concluse che di persona era mille volte meglio. Com'era possibile che esistessero ragazzi così belli come l'Amato?
Pensò che non si erano neppure presentati.
Risitemò i fiori a centro tavola, ricontrollò il frigorifero. Guardò di nuovo l'orologio, poi si guardò allo specchio per l'ennesima volta: anche se a quel ragazzo fossero piaciuti gli uomini (caldi forti e dolci, aveva detto!) come poteva piacergli lui così insignificante?
Dio, quant'era bello quando sorrideva!
E finalmente dalla chiesa del Carmine vennero i rintocchi dell'orologio che annunciavano le quattro.
Roberto era così agitato che s'accorse di tremare. Si alzò e fece per uscire sulla terrazza per vederlo arrivare ma si fermò sulla porta, tornò indietro e sedette di nuovo. Poi si accorse che una delle sue scarpe era slacciata e si chinò a rifare il nodo. Si alzò ed andò di nuovo a controllare il frigo in cucina e mentre tornava in soggiorno il campanello squillò.
E il tempo sembrò fermarsi.
In lui scese una strana calma, incredibile, improvvisa e si trovò sulla porta quasi senza essersi reso conto di esserci andato, e l'aprì...
Antonello sorrise: "Posso entrare?" chiese con occhi che brillavano.
"Certo, vieni... vieni..."
Sedettero al tavolo e per un po' restarono in silenzio e Roberto era perso negli occhi del ragazzo. Questi disse: "Non mi sono ancora presentato. Ho visto sulla porta che vi chiamate Roberto, esatto?"
"Sì..."
"Io mi chiamo Antonello."
"È un nome bellissimo..." disse quasi in sogno Roberto.
"Sì, mi piace, ma anche il vostro nome è bello. Quanti anni avete?"
"Io?" chiese Roberto e si dette mentalmente dello stupido per quella domanda "Ne ho ventotto."
"Ah, undici più di me, io ne ho diciassette. Ma a voi ne davo di meno."
"Davvero?"
"Sì, avete un'aria giovane. Ve ne davo al massimo al massimo ventiquattro."
Roberto abbozzò un sorriso e disse: "E io te ne davo diciannove. Ma perché... perché non mi dai del tu?"
"Davvero? Sì, preferisco. Siamo giovani tutti e due, no? E poi io... volevo ringraziarti meglio che con un caffè..."
"Ah sì? e come?"
"Così..." disse Antonello e si alzò, gli si avvicinò e gli depose un bacio sulle labbra. Era un bacio lieve, casto ma per Roberto fu come una scossa elettrica. I suoi occhi incontrarono lo sguardo di Antonello e ne restarono calamitati. Antonello allontanò appena il volto da quello di Roberto e gli chiese sottovoce: "Perché tremi?"
"Io... non lo so..."
"Sai, io vorrei davvero scoprire se tu sei forte, dolce e caldo..." disse Antonello e tornò a sedersi.
Roberto era in pieno stato confusionale ma riuscì a chiedere: "Perché proprio io?"
Antonello sembrò sorpreso dalla domanda: "Perché ti ho notato al bar e mi interessi, mi incuriosisci, anzi... mi attrai. Sei un bell'uomo, hai fascino."
"Bello? io?"
"Certo. Non te l'ha mai detto nessuno?"
"No, nessuno."
"Né donna né... uomo?"
"Nessuno."
"A me sembri molto bello, però."
"Tu sei bellissimo."
"Ti piaccio, Roberto?"
"Immensamente." sussurrò il giovanotto e di nuovo arrossì.
Antonello sorrise: "È già la terza volta che arrossisci. Sei delizioso quando arrossisci, ma... perché, che c'è da arrossire? Io ti piaccio, tu mi piaci. Non è bello? E... a guardarti mi viene voglia di baciarti, ma non come prima. Baciarti sul serio, voglio dire. Hai mai baciato un uomo, tu?"
"Io? no... mai."
Antonello lo fissò poi gli chiese: "Ma... vorresti provarci con me?"
Roberto non riuscì a rispondere ma annuì e si sentì terribilmente emozionato. Antonello si alzò e gli si avvicinò tendendogli una mano. Anche Roberto si alzò prendendo quella mano e furono di fronte. Antonello cinse lievemente l'altro ai fianchi, lo tirò impercettibilmente a sé e gli si avvicinò e le loro bocche si incontrarono, si schiusero, si unirono ed allora Antonello lo baciò a fondo addossandoglisi tutto e premendoglisi contro. Roberto sentì che il ragazzo era in stato di erezione come lui ed i loro turgori si sfregarono lievemente l'uno contro l'altro quasi a riconoscersi, a sentirsi, a comunicare il reciproco desiderio finalmente svelato a pieno.
Si abbracciarono dapprima dolcemente, quasi timidamente, poi più stretti, poi si avvinghiarono l'uno all'altro cercandosi, sentendosi attraverso i vestiti leggeri. Poi si staccarono pian piano, ansimando lievemente, gli occhi dell'uno fissi in quelli dell'altro.
Antonello arretrò di un mezzo passo, tenendogli però ancora le mani sui fianchi, e gli chiese: "Tutto bene?"
"Meglio non può..." mormorò Roberto emozionatissimo.
"Mi vuoi?" chiese allora Antonello.
"Ti voglio." rispose Roberto come in sogno.
"Anch'io." replicò il ragazzo poi soggiunse: "Ma prima... vorrei conoscerti meglio."
"Conoscermi?"
"Sì. Non voglio che tu sia uno dei tanti. Voglio vedere se tu sei speciale."
"Speciale io? Ho paura di no..."
"Perché? Perché no?"
"Io... non lo so,"
"Allora lascia che sia io a scoprirlo, a decidere, no? E tu a capire chi sono io..."
"Tu sei bellissimo."
"Sì, forse. Ma ti basterebbe la mia bellezza se poi non ci fosse niente altro?"
Roberto lo guardò sorpreso poi disse: "Forse no, ma tu... sento che tu sei speciale."
"Forse anche tu lo sei. Quando venivi al bar t'avevo notato appena: un bel maschio, niente più. Ma stamattina, quando sono salito col caffè, in quei pochi istanti la pura e semplice curiosità che m'aveva spinto a scoprire chi mi lanciava i fiori s'è cambiata in interesse. Già il gesto di lanciarmi i fiori mi diceva che sei speciale. Ho sentito che dovevo conoscerti meglio, che poteva valere la pena."
"Perché?"
"Non lo so... forse il tuo sguardo. Altri mi guardano con desiderio, ma tutto quello che vogliono da me è una scopata e basta. O molte scopate ma niente altro. Io invece cerco altro..."
"Altro?"
"Sì, altro. L'amore, forse... o almeno un po' di dolcezza, di affetto, di tenerezza. E tu forse sei quello che cerco, chissà: stamattina, anche ora, i tuoi occhi non mi stanno spogliando, il tuo modo di guardarmi è... speciale. E i fiori sono rossi... come l'amore..."
"Sì, come l'amore. Io non ti conosco ma..."
"Ma?"
"Ma da quando ti ho visto la prima volta, più di un mese fa... credo di amarti."
"Senza conoscermi?"
"Conosco il tuo sorriso, ogni piega del tuo sorriso. E il sorriso rivela molto..."
"Il tuo sorriso è dolce, e pulito."
"Il tuo luminoso e sincero."
"E tu ancora non m'hai chiesto di scopare, né m'hai palpeggiato... anche se ho sentito il tuo desiderio. E questo mi piace. E il tuo modo di arrossire mi piace... E come hai risposto al mio bacio mi piace. Davvero è la prima volta che baci?"
"Sì, anche se ho ventotto anni."
"Non hai il ragazzo, tu?"
"No, né una ragazza. Ma da più di un mese sogno te..."
"Hai già fatto l'amore con un maschio, prima?"
"Sì, ma da circa dieci anni non lo faccio più."
"Come mai?"
"Forse per paura, forse per timidezza, o per... chi sa? Anche se l'ho desiderato, anche se lo desidero. Forse perché nessuno mai m'aveva attratto come te..."
Antonello sfiorò con una lieve carezza una guancia di Roberto, poi gli disse: "Vorrei stendermi sul letto con te. Ma vestiti, per ora, senza far nulla, solo stare vicini... ti chiedo troppo, Roberto?"
"No, ne sarei felice... vieni Antonello. Antonello... che bel nome!" mormorò Roberto e, preso il ragazzo per mano lo guidò fino alla camera da letto.
Si tolsero le scarpe e si stesero, semiabbracciati.