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una storia originale di Andrej Koymasky


pin CHI DEVE PERDONARE CAPITOLO 5
ROSE ROSSE

I due giacevano languidamente sul grande letto, le loro membra intrecciate, carezzandosi dolcemente e baciandosi di tanto in tanto. Quando i loro occhi si incontravano, si scambiavano un ampio sorriso.

"Che or'è? Devi tornare alla casa per cena?" chiese Roberto guardando timoroso l'orologio.

"No, ho il permesso di stare fuori per cena, devo rientrare per le 23, però. Mi inviti a cena?"

"Perciò abbiamo ancora più di cinque ore..." disse felice Roberto.

"Sì... e mi sembrano troppo poche."

"Non potrai mai passare la notte qui?"

"No, purtroppo. Sono ancora minorenne."

"Quanto manca per i ventuno anni?"

"Tre anni e nove mesi. Ma dopo i diciotto anni ci permettono anche di trovarci casa fuori."

"Allora fra nove mesi potresti passare la notte con me..."

"Esatto."

"Nove mesi... il tempo di far nascere un bambino..."

"Il tempo per far nascere il nostro amore."

"È già nato!"

"No, è solo concepito. Ora deve crescere, rafforzarsi, finché saprà respirare da solo."

Antonello giocherellò lieve con i genitali di Roberto. Questi gli sorrise e si chinò a baciarlo.

"Stai bene con me, Antonello?"

"D'incanto, fino ad ora. Sei superiore ad ogni aspettativa. Credo che tu possa davvero essere l'uomo dei miei sogni."

"Io sono certo che tu sei l'uomo dei miei sogni."

"Sono ancora un ragazzo..."

"Il mio ragazzo?"

"Credo proprio di sì."

"Perché sei sempre così prudente?"

"Perché ho avuto qualche delusione."

"Eppure tu, nonostante i tuoi diciassette anni, sei più maturo di me."

"No, ho solo scopato più di te... è diverso. Anche per me quello che è cominciato con te è qualcosa di completamente nuovo. Ho sempre sognato l'amore, ma in fondo non l'ho mai avuto. Mi sto chiedendo se finalmente l'ho trovato. Se l'ho trovato in te."

"Lo spero tanto."

"Io pure, Roberto."

Tacquero a lungo gustandosi la loro vicinanza.

Poi Roberto gli chiese: "Andiamo a prepararci la cena, così dopo abbiamo ancora un po' di tempo da passare assieme tranquilli?"

"Sì, va bene."

Scesero da letto e Roberto cercò due vestaglie che cinsero. Andarono in cucina. Assieme, prepararono una cenetta semplice e veloce. Mentre Antonello controllava i fornelli, Roberto ne guardava la nuca e pensava che era bellissimo anche di spalle. Con una mano gli carezzò il collo. Antonello fremette.

"Sei bello!" gli sussurrò Roberto addossandoglisi ed abbracciandolo da dietro.

"Anche di spalle?"

"Certo."

Antonello sentì l'asta di Roberto indurirsi e spinse in dietro il bacino per sentirla meglio, per gustarla.

"Hai di nuovo voglia..." sussurrò compiaciuto.

"Sì..."

"Prima ceniamo, e poi..."

"E poi?" incalzò Roberto sfregando il proprio turgore contro il sedere dell'altro.

"E poi farò tutto quello che vorrai."

"Tutto?"

"Tutto."

"Promesso?"

"Promesso."

"Vorrei starti dentro senza venire subito come le altre due volte. Vorrei starti dentro, duro, a lungo. E prenderti, prenderti, prenderti senza venire."

"Sarà bello..." mormorò il ragazzo.


Terminata in fretta la cena, tornarono a letto. Ripresero a fare l'amore, entrambi ancora pieni di desiderio. Roberto questa volta riuscì a controllarsi, a resistere più a lungo, molto più a lungo, con reciproco piacere. Ad Antonello piaceva molto sentirlo in sé e glielo disse.

Roberto replicò: "Anche a me piace starti dentro così..."

"Cosa provi?"

"Calore. Accettazione e desiderio da parte tua. Fusione. Sento che ora, o quando tu prendi me, diventiamo davvero una cosa sola, una sola carne. E poi sento un'intimità dolce, tenera. E mi sento forte, uomo..."

"Anch'io mi sento forte, uomo, ad averti dentro, sai?" disse lieve il ragazzo, poi soggiunse: "E ti sento mio. E poi, l'idea che tu mi lasci dentro qualcosa di te, mi fa sentire che un pezzo di te mi accompagnerà per sempre, perché diventa una pare di me."

"È bello..."

"Sì, molto."

Mentre parlavano Roberto continuava a muoversi avanti e dietro in Antonello con calma, con forte dolcezza. Ma anche con energia crescente che, all'avvicinarsi del nuovo orgasmo, divenne irruenza. Poiché lo prendeva da davanti, i loro occhi non si lasciavano mai. E quando Antonello vi lesse l'avvicinarsi del punto critico, masturbandosi velocemente per venire con lui, lo incitò: "Dai... dai Roberto... dai... più forte... Fammelo sentire bene... tutto... Fammi sentire quanto ti piace... quanto ti piaccio... Oh, sì, dai... così... così, forte... Oh, Roberto, che bello... dai, dai... Oh... oh... Ooooh!" ed entrambi gemettero forte il loro piacere, il loro orgasmo.

Roberto crollò sull'amico e si baciarono, si carezzarono abbandonandosi alla dolcezza del dopo coito. Restarono così, allacciati, immoti finché i loro respiri si furono calmati ed il membro di Roberto, dopo parecchi minuti, si ridusse e si sfilò da solo dal caldo ricettacolo. Ed allora sospirarono entrambi.

"Che or'è?" chiese Antonello.

"Le dieci e cinque."

"Ancora mezz'ora, poi devo vestirmi..."

"Peccato, sarebbe bello addormentarsi così..."

"Sarebbe bello sì. Ancora nove mesi, poi sarà possibile."

"Nove lunghi mesi."

"Nove lunghissimi mesi! Ma passeranno, amante mio." disse Antonello carezzando il compagno.


Quella notte tutti e due si svegliarono spesso, Roberto nel suo appartamentino, Antonello nella camera della "casa". Ed ogni volta ognuno pensava all'altro.

Antonello aveva detto al suo "ragazzo" lì nella casa che era libero. L'altro ci era rimasto male, ma non aveva potuto che accettare. Però gli aveva chiesto: "Hai un altro?"

"Sì."

"Qui dentro?"

"No, fuori."

"È bello?"

"Bellissimo, per me."

"Quanti anni ha?"

"L'età giusta."

"Sei contento?"

"Felice."

"Bene." Il discorso era finito qui.

Di notte spesso vedeva uno dei suoi compagni infilarsi furtivo nel letto di un altro. E pensava che gli sarebbe piaciuto potersi andare ad infilare nel letto di Roberto, restare nel suo letto tutta la notte. Per la prima volta sentì il peso di stare nella "casa".


Con Roberto si vedeva tutti i giorni, di solito fra le 16 e le 19. E il giovedì, giorno di chiusura del bar, passavano tutta la giornata assieme, dalle 8 alle 23. Roberto, d'accordo con Antonello, aveva deciso di non scendere mai al bar, perché era certo che non sarebbero riusciti a dissimulare i reciproci sentimenti e sarebbero stati scoperti.

Impararono a conoscersi meglio, a poco a poco, e più si conoscevano più stavano bene assieme. Facevano lunghe chiacchierate sui più svariati argomenti. Antonello era curioso di tutto, ragionava su tutto e l'amico lo seguiva nei suoi ragionamenti.

Leo si presentò un paio di volte al bar, ma alla fine, di fronte ai ripetuti e convinti no del ragazzo, desistette.


Un giorno Roberto disse al suo ragazzo: "Antonello, quando avrai diciotto anni, verrai ad abitare con me?"

"Mi piacerebbe un sacco. Ma poi la gente che direbbe?"

"E che me ne importa della gente?"

"Siamo in una città piccola... Potrebbe diventare difficile per tutti e due. Io potrei perdere il lavoro e mi dispiacerebbe. Mi piace fare il barista. Da grande mi piacerebbe avere un bar tutto mio."

Roberto allora disse: "Ho una appartamentino ancora vuoto al piano di sotto. Potresti star lì, almeno ufficialmente."

"La gente..."

"È proprio sotto a questo. Ci facciamo una scala interna, a chiocciola. Chiusa in uno sgabuzzino, così anche se fai venire a casa tua qualcuno, non la vede..."

"Sì, ma lo saprebbero i muratori e la gente chiacchiera..."

"La faccio fare subito, prima che tu compia i diciotto anni e che diventi casa tua..."

"Beh, sì... potrebbe anche funzionare..."


Roberto, il giorno dopo, cercò subito un'impresa di ristrutturazioni d'interni dall'altra parte della città e fece collegare i due appartamenti. La scala a chiocciola andava dal laboratorio fotografico allo sgabuzzino del piano di sotto. In due settimane gli operai forarono la soletta e sistemarono la scala.

Allora Roberto disse ad Antonello: "Adesso devi pensare ad arredare questa tua nuova casa..."

"Ma io starò sempre qui da te, no?"

"Ma entrerai ed uscirai dal piano di sotto. E se vuoi invitare un amico, qualcuno..."

"Non ho amici veri. Non inviterò nessuno."

"No, non ha senso. E la vita cambia. Dai retta a me. E poi è divertente arredare una casa."

"Devo aspettare i ventuno anni per usare i miei soldi."

"Te li dò io, non mi mancano."

Dopo altre insistenze di Roberto, Antonello cedette. Andarono assieme a scegliere i mobili per la cucina, la camera da letto ed il soggiorno. Il ragazzo sceglieva sempre i mobili meno cari, Roberto voleva che scegliesse i più belli, così scesero ad un compromesso. Comunque a Roberto piaceva molto il gusto estetico del ragazzo, i suoi commenti e giudizi mentre sceglievano.

Mancavano due mesi al diciottesimo compleanno di Antonello quando l'appartamento fu pronto.

"Lo inauguriamo?" propose Roberto.

"No, lo faremo il giorno del mio compleanno. E... te lo immagini che cosa ho in mente per inaugurarlo, no?"

"No..." mentì l'altro.

"Beh, allora dovrai aspettare due mesi per saperlo..." rispose Antonello semiserio.

"Non puoi darmene un anticipo?"

"No!" rispose secco il ragazzo, ma poi, temendo che l'altro lo prendesse sul serio e ci rimanesse male, s'aprì in un ampio sorriso. Si avvicinò al suo amante e lo baciò sulla bocca, a lungo: "Accontentati di questo, per ora!"

"Non m'accontento no!" rispose Roberto e lo ghermì, lo abbracciò e lo strinse a sé tentando di baciarlo di nuovo. Antonello, ridendo, si divincolò ed iniziarono una lotta scherzosa in cui il ragazzo faceva di tutto per sfuggirgli e il giovanotto per bloccarlo. Antonello si liberò e Roberto lo inseguì per la stanza, lo placcò e caddero a terra. Roberto gli fu sopra cavalcioni e cominciò a sbottonargli i calzoni. Antonello si divincolava ridendo, lottava, scalciava ma l'altro, più forte, lo immobilizzò e continuo a spogliarlo. A poco a poco riuscì a liberarlo dei calzoni, poi anche della camicia. Erano tutti e due eccitati. Roberto quasi gli strappò via le mutande e sedette trionfante sul palo dritto dell'amante: "Sei mio, ammettilo!"

"No, sono mio..." rispose ridendo il ragazzo.

Roberto riuscì, anche se a fatica, a levargli anche la canottiera: "Sei nudo!"

"No, ho ancora le scarpe e..."

"Presto fatto!" rispose Roberto tenendolo fermo a terra col corpo ed un braccio mentre con l'altro gli sfilava una dopo l'altra scarpe e calze. Di nuovo gli sedette sopra bloccandogli le braccia di fianco al corpo stringendolo con le ginocchia. Tutti e due erano affannati, sudati, scarmigliati.

"Sono mio!" ripeté Antonello ansante.

"Ah sì?" disse allegro il giovanotto: si aprì la camicia e se la sfilò. Antonello si divincolava. Roberto si tolse la canottiera e la gettò di lato.

"Per toglierti i calzoni devi lasciarmi libero..." lo celiò l'altro continuando a lottare per liberarsi.

"Guarda come si fa..." rispose Roberto e con una serie di manovre riuscì a far girare sulla pancia l'altro, tenendolo sempre fra le gambe, e con una sola mano gli bloccò le braccia dietro la schiena tenendole per i polsi.

"Cazzo, hai mani di ferro, tu!" protestò il ragazzo.

Roberto si tolse le scarpe, le calze, i calzoni e poi le mutande con una serie di contorsioni e piccoli strappi. Quando finalmente anche Roberto fu nudo, fece di nuovo girare il ragazzo. "E adesso vediamo se non sei mio!" gli disse agitandogli davanti il bel membro eretto.

Antonello rise.

Roberto lo girò su un fianco e gli si addossò di dietro, tenendolo stretto fra le braccia e le gambe.

Antonello lottava di nuovo con tutte le forze: "No, non sono tuo, sono mio!" ripeté.

"No, sei mio e adesso te lo dimostro." replicò Roberto, lo strinse con un braccio sul petto bloccandogli le due braccia, quindi con la mano ora libera si insalivò le dita e gli lubrificò il buchetto. Antonello sgroppava e scalciava con forza. Roberto con una gamba immobilizzò le gambe dell'amico.

"Dillo che sei mio!"

"No, sono mio!" ripeté il ragazzo ilare.

Roberto gli puntò la verga fra le natiche e spinse, poi, aiutandosi con la mano, individuò il buchetto insalivato e premette un poco: "Ammetti che sei mio e ti lascio libero."

"No, sono mio!" ripeté Antonello.

Allora Roberto, raccolte tutte le proprie forze dette un gran colpo di reni ed affondò completamente nel culetto caldo dell'amante: "Dillo che sei mio!" ripetè il giovanotto con voce roca di piacere.

"Sì... sono tuo! Non lasciarmi... Dio che bello... sono tutto tuo! Fottimi amore, dai... fammi sentire che sono tuo!" ansimò il ragazzo premendosi contro l'asta dell'amante e fremendo.

Roberto cominciò a martellargli dentro, felice.

"Sì, così... Oh, Roberto, non sei solo caldo e dolce, tu... sei anche forte, e bello... Sei l'uomo dei miei sogni... Sono tuo, sono tuo... Così, sì, dai..."

Roberto, continuando con i suoi vigorosi colpi di reni, ora con una mano masturbava Antonello e con l'altra lo carezzava per tutto il corpo. Antonello gli si agitava contro dimenandosi in preda ad un piacere incredibile.

Ma Roberto voleva vederlo in volto. Così, sempre ben infisso nel ragazzo, si girò sulla schiena portandolo sopra di sé, lo fece sollevare seduto sempre saldamente impalato sulla sua mazza rovente, quindi lo fece pivottare incardinato sulla sua canna fino a che Antonello guardava verso di lui. Allora Roberto si sollevò a sedere abbracciando il torso del ragazzo, stringendoselo al petto e, sempre tenendolo ben infilzato, ripiegò le gambe sotto le cosce e lentamente si alzò in piedi. Antonello gli cinse i fianchi con le gambe ed il collo con le braccia per non staccarsi da lui. Le loro bocche si incollarono e le loro lingue giocarono intime, sensuali. Roberto mosse alcuni passi per la stanza e lo portò fino al tavolo dove lo depose facendolo poggiare di schiena. Allora gli sollevò alte le gambe facendosele passare sulle spalle, lo afferrò saldamente per la vita e riprese a pompargli dentro con virile vigore.

Antonello si mordicchiava le labbra, se le leccava ed ansimava forte: "Sbattimi, dai... sbattimi amore!" implorava anche se non ce n'era bisogno, "dimmi che sono tuo... tutto tuo, solo tuo!"

"Sì, sei mio. Sei il mio bellissimo maschio!" gli disse roco Roberto.

Antonello si masturbava veloce, Roberto dava colpi così forti che facevano sobbalzare e spostare il tavolo. "Sei mio, Antonello, mio!"

"Sì amore, tuo..."

"Oh... oh... Oh Antonellooo!"

"Sì amore... siiii!" e finalmente vennero assieme, con forti contrazioni. Erano spossati. Antonello, ansimando, gli disse: "Quanti ragazzi hai violentato così, prima?"

"Nessuno, lo sai."

"Sì, lo so. Ma avresti potuto farlo: sei forte."

"Non lo farei mai. Ora si scherzava, è diverso."

"Mi piacciono i tuoi scherzi... Mi gira la testa..."

"Anche a me..."

"Beh... direi che ormai la casa l'abbiamo inaugurata. L'hai avuta vinta tu..."

"Ti dispiace?"

"No, anzi..." disse dolce Antonello carezzandogli il petto.

Roberto si sfilò lentamente dall'amico, lo tirò su dal tavolo e lo abbracciò baciandolo: "Ma la tua idea... possiamo sempre rifarlo per i tuoi diciotto anni, no?"

"Certo."

"Andiamo di là a stenderci sul letto?"

"Vuoi inaugurare pure quello?" chiese Antonello sorridendogli malizioso ma lo precedette. Si stesero sul lettino nuovo, ad una piazza, stretti l'uno contro l'altro.

"Ti piace qui?" chiese Roberto.

"Sì, ma mi piace più di sopra."

"Ah sì? Come mai?"

"Perché lì ho conosciuto te. Tutta la mia vita è cambiata, lassù." disse Antonello con voce sognante.

"Già," pensò Roberto, "anche la mia vita è stata rivoluzionata nel momento in cui t'ho visto, t'ho fotografato. Tutte le mie priorità sono cambiate. Tu ora vieni prima di ogni cosa. La mia vita ora ha un senso, un senso vero. Adesso mi sento veramente un uomo, un essere vivente. Vivo. Grazie a te..." ma non ebbe la forza di esprimere queste parole, questi sentimenti con le parole. Gli sembrava che le parole fossero inadeguate, che rischiassero di banalizzare quello che provava. Così sorrise ad Antonello, carezzandolo lievemente, perdendosi nei suoi occhi.

Il ragazzo gli chiese: "A cosa pensi?"

"Che sto bene." rispose semplicemente Roberto, ma i suoi occhi parlarono per lui ed Antonello vi lesse dentro e si sentì bene come mai s'era sentito.

"Roberto?"

"Sì?"

"Tu credi in Dio?"

"Sì."

"E... cosa credi che pensi di noi due?"

"Credo che ci stia sorridendo."

"Già, anche io. E che ci sorriderà finché ci ameremo."

"La vita però... potrebbe non sorriderci sempre."

"La vita è fatta anche di altri uomini, di incomprensioni, di dolori. Ma insieme siamo forti. Io mi sento fortissimo, ora che ho te."

"Ti amo, Antonello."

"Anche io."

"Senza più prudenze?"

"Senza."


Finalmente venne il giorno del diciottesimo compleanno di Antonello, che poté chiedere, ed ottenne, il permesso di andare ad abitare per conto proprio. Essendo minorenne dipendeva ancora dal giudice minorile, ma non più dalla "casa". Così si trasferì nell'appartamentino del secondo piano di vicolo San Sebastiano, anche se di fatto viveva al terzo con Roberto.

Così finalmente poté passare tutte le notti col suo amante ed anche tutto il tempo libero.

Il giorno del suo compleanno Antonello aveva chiesto, ed ottenuto, un giorno libero dal lavoro al bar, così lo poté passare tutto con Roberto. Il mattino presto raccolse tutte le sue cose dall'armadietto della camerata, le mise in una borsa militare, salutò i compagni, salutò il direttore che gli consegnò il libretto di banca vincolato, e a passo svelto si recò a casa di Roberto. Quando imboccò vicolo San Sebastiano salutò con un sorriso la statua del santo dietro al cancelletto (aveva visto il fotomontaggio in capo al letto del suo amante, ed ora anche lui lo considerava il suo santo protettore) e mentalmente lo ringraziò. Poi, risalendo il vicolo, guardò verso la terrazza e non fu deluso: Roberto era già lì che lo aspettava. Di lontano si fecero un gesto con il braccio. Quegli ultimi metri volarono. Salì al suo solito i gradini a due a due. Roberto era già sulla porta che lo aspettava. Gli tolse il borsone di mano, entrarono e si abbracciarono.

"Finalmente..." sussurrò Antonello fremente e felice fra le braccia del suo uomo. "Ci siamo visti solo ieri sera ma mi pare un'eternità. Stanotte quasi non ho chiuso occhio. Il tempo non passava mai..." ansimò Antonello lievemente affannato per la corsa fatta.

"Ti senti stanco?" chiese Roberto.

"Ora non più. Mi sento pieno di forza, qui con te."

"Quanta forza?" chiese il giovanotto con un sorriso pieno di sottintesi.

"Abbastanza per fare l'amore tutto il giorno!" rispose Antonello strofinando il volto contro il collo e la spalla dell'altro e dandogli piccoli baci.

"Vieni di là. Ho un regalo per te, per i tuoi diciotto anni..."

"Davvero? Cos'è?"

"Vieni..."

Guidò il ragazzo per mano fino al soggiorno. Sul tavolo campeggiava una grossa torta con diciotto candeline accese.

"La torta! Che bello, grazie!"

"Il regalo... non è la torta."

"No? Dov'è allora?"

"Nella torta."

"Nella torta? dentro?"

"Sì."

"Allora dovremo mangiarla tutta... in fretta." scherzò il ragazzo. "Posso spegnerle?"

"Certo, ma in un solo soffio, se vuoi che i tuoi desideri si avverino."

Antonello annuì. S'avvicinò, prese fiato e soffiò con forza.

Roberto batté le mani: "Bravo! Buon compleanno, Amato!"

Si abbracciarono e si dettero un lungo bacio. Poi Roberto si staccò da lui e gli porse un coltello: "Tagliala..."

Antonello iniziò a tagliarla da un lato verso il centro e, qui giunto, si fermò: "C'è qualcosa... lo sento con la lama. Si rovina se continuo a tagliare?"

Roberto scosse il capo. Antonello frugò nella torta con la punta della lama e fece leva. Dalla torta emerse uno scatolino di plastica nera. Antonello lo prese con due dita, lo liberò dalle briciole e dalla crema, lo rigirò in mano poi lo aprì. C'era una chiave in un portachiavi. "Cos'è?" chiese stupito.

"Una chiave."

"Lo vedo, ma... di che cosa? Non è di una porta."

"No."

"Pare di... pare la chiave... di una moto!"

"Non la desideravi?"

"Sì!"

"Ora ce l'hai."

"Oh, Roberto! E... dov'è la moto?"

"Qui sotto, non l'hai vista?"

"No, non avevo tempo di guardare niente..."

"Scendiamo?"

"Sì... ti va?"

"Certo."

Mentre scendevano il ragazzo chiese: "Ma... il portachiavi è d'oro?"

"Certo."

"E questa pietrina nell'angolo?"

"Un rubino. E ne aggiungeremo uno per ogni anno che passeremo assieme."

"Non c'è abbastanza spazio, allora."

"Ce ne stanno altre quarantadue, ho fatto il conto."

"Appunto, non c'è abbastanza spazio!"

"Se mai compreremo un secondo portachiavi." rispose sorridendo Roberto.

La moto, nuova fiammante, era parcheggiata davanti alla tipografia. Una bella Gilera rosso bandiera, l'ultimo modello.

"È stupenda! Qui ci si viaggia comodi in due. Potremo fare bei giri, io e te. Grazie... grazie!" disse Antonello e provò l'impulso di abbracciarlo ma si trattenne per non dare spettacolo ai passanti.

"Vuoi provarla?"

"Dopo. Avremo tempo. Adesso ci sono cose più urgenti, torniamo su."

Roberto annuì sorridendogli dolce. Mentre risalivano gli chiese: "Hai le chiavi del secondo piano, con te?"

"Sì, me le hai date ieri sera."

"Passiamo di lì, vuoi?"

Antonello annuì. Aprì la porta: il piccolo alloggio era pieno di mazzi di rose rosse: "Ma... hai speso una fortuna! Quante rose! Che profumo! Anche troppo, mi fa girare la testa."

"Tu mi fai girare la testa, Amato."

Si abbracciarono stretti.

"Andiamo su..." invitò Antonello.

Senza parlare, emozionati, salirono ed andarono nella camera da letto. Qui, baciandosi e carezzandosi, si spogliarono l'un l'altro. Si contemplarono, nudi, a lungo, ritti uno di fronte all'altro, sfiorandosi i corpi con lunghe carezze sensuali, eccitanti e piene di promesse.

"Sei così bello, Amato... ti vorrei fotografare nudo..."

"Sì! Fuori, sotto la pergola!"

"Dopo..."

"No, ora. Ora che siamo eccitati."

"Ma io ho voglia di te..."

"Anch'io. Ma per questo... fotograferai anche la mia voglia di te..."

Roberto cedette. Prese la macchina fotografia e il cavalletto ed uscirono sulla terrazza. Il sole a quarantacinque gradi, il cielo d'autunno d'un azzurro intenso, erano perfetti. Il corpo di Antonello baciato dal sole rifulgeva, era splendido.

Roberto iniziò a scattare. Voleva coglierne tutte le forme, catturarne tutte le espressioni. Ora dolce e languido, ora malizioso e pieno di promesse, ora in fremente attesa dell'altro. Antonello si muoveva con naturalezza, quasi fosse un modello professionista. Il segreto era semplice, non pensava affatto alle fotografie, alla macchina fotografica, ma solo al suo uomo, al suo desiderio per lui, al desiderio di questi per lui. Non offriva il suo corpo, le sue forme, la sua eccitazione ad un obiettivo, ma al suo amante. Il suo corpo, così, rispondeva in modo spontaneo e sensuale alle richieste di Roberto e questi ne era deliziato. Ora ne coglieva la libidine e non solo nel membro fremente e ritto, nei piccoli capezzoli sodi e turgidi, ma nello sguardo invitante che prometteva delizie. Ora ne coglieva il dolce abbandono: i fianchi snelli, il volto con le labbra socchiuse e gli occhi bassi, quasi timidi, le mani poggiate lievi sui fianchi. Ora l'attesa fremente: lo sguardo magnetico, la bocca semiaperta quasi ad implorare, le mani protese ad accogliere, le gambe lievemente flesse quasi a sostenere meglio il previsto impatto... Ora il desiderio bruciante: una mano a sfiorarsi un capezzolo, l'altra carezzava il bel membro turgido su cui brillava una perla preziosa, il ventre piatto e teso, il respiro rattenuto, gli occhi lievemente spalancati quasi a dire: "Vieni!"

E Roberto lasciò la macchina fotografica ed andò a cogliere quel fiore che non attendeva che di essere colto. Si unirono finalmente lì sulla terrazza luminosa, mentre stormi di uccelli volteggiavano alti nel cielo, quasi non potessero staccarsi dalla scena dei due amanti allacciati in un meraviglioso amplesso. Si unirono, donandosi l'uno all'altro con entusiasmo. E dopo, quando per il momento finalmente appagati si staccarono, Roberto scattò altre fotografie del suo amato, ora languidamente disteso sulle tegole calde, gli occhi brillanti di dolce sazietà, un sorriso soffuso di beatitudine, il membro ancora parzialmente turgido che riposava su una coscia. Ora appoggiato al tronco del glicine, il corpo sinuoso e liscio, la pelle vellutata e chiara in bel contrasto col tronco scuro, ruvido e contorto, gli occhi colmi d'amore grato, il bel membro dolcemente pendulo fra le cosce tornite. Ora di profilo, il volto immerso in un grappolo di fiori di glicine rattenuto fra le mani, ad inebriarsi del profumo intenso, quasi a completare l'ebrezza appena provata col suo amante.


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