Un pomeriggio Tom si presentò in negozio da Antonello.
"Ciao Tom. Come mai sei venuto al capoluogo?"
"Roberto sta stampando. M'ha mandato a comprare gli acidi... ho pensato di passare a salutarti."
"Ah, bene."
"Nello e Franco?"
"A casa di clienti a consegnare una camera da letto e a montarla."
"Ah, così sei solo." notò l'altro con aria indifferente.
"Sì." rispose tranquillo Antonello.
Parlando questi girava per il negozio e Tom lo seguiva. Lo seguì anche quando andò nel retro per posare alcuni vecchi cataloghi.
Tom s'avvicinò ad Antonello da dietro, lo tirò a sé e lo baciò sul collo: "Sai che mi piaci proprio tanto?" gli mormorò.
Antonello si divincolò con dolcezza e girandosi gli disse con un sorriso: "Grazie, ma io sto con Roberto. Lo sai."
Tom lo afferrò di nuovo e gli premette contro la sua erezione e gli disse: "Solo una volta, dai... mica deve saperlo."
Antonello a quel contatto provocante ebbe un fremito ma si svincolò di nuovo: "Lo saprei comunque io e non mi va di tradirlo."
"Non ti piaccio?" gli chiese Tom provocante, toccandolo fra le gambe e sentendo che questi era semieccitato, "direi di sì..." aggiunse malizioso.
"Sei un bel ragazzo, certo. Ma smettila, per favore."
"Almeno un bacio!" disse Tom smettendo di toccarlo sulla patta ma afferrandolo per le braccia e tirandolo a sé.
Antonello scosse la testa, ancora sorridente, e cercò di liberarsi. Tom lo tirò a sé e cercò di baciarlo. Ne seguì una breve lotta e caddero a terra, Tom sopra ad Antonello. Ora erano tutti e due pienamente eccitati, lo sentivano attraverso la tela dei calzoni, così premuti l'uno contro l'altro. Tom riuscì a bloccare la testa di Antonello ed a baciarlo. Questi cercò di opporsi, di allontanarlo da sé, respingendolo con entrambe le mani sul petto, di divincolarsi, ma il sangue gli pulsava alle tempie, l'eccitazione dell'altro gli si comunicava per tutto il corpo e il corpo di Tom, che lui aveva visto tante volte nudo e in pose molto erotiche, gli tornò in mente e si sentì in fiamme... e cedette, accogliendo la lingua dell'altro e succhiandola in preda alla libidine.
Fu un rapporto veloce, senza neppure spogliarsi, solo i calzoni aperti e calati quel tanto da permettere un'unione. Ma intenso. Quando Tom aveva sentito che Antonello stava cedendo ed accettava il suo bacio, aveva smesso di lottare, di respingerlo, gli aveva aperto svelto la patta, gli aveva liberato la canna ora dura, fremente, ritta in su, s'era calato i calzoni sulle ginocchia e s'era accoccolato su quell'asta guidandola in sé, impalandocisi prima che l'altro cambiasse idea. Antonello aveva emesso un gemito di piacere. Tom aveva cominciato a cavalcare il fremente palo di carne dell'altro spingendoselo bene dentro tutto, con tutto il proprio peso, ed aveva preso a molleggiarvisi sopra con vigore. Antonello, steso a terra, l'aveva afferrato per i fianchi imprimendo al corpo dell'altro il giusto ritmo, su e giù, prendendolo con forza: aveva chiuso gli occhi ma si stava godendo quella cavalcata selvaggia. Tom indubbiamente ci sapeva fare: faceva palpitare l'ano, roteava lievemente il bacino e ora Antonello lo teneva fermo e, inarcuando il bacino, dando colpi di reni dal basso in alto, lo fotteva con vigore, con determinazione. Durò poco. Antonello venne quasi subito, con violente contrazioni ed ebbe un orgasmo intensissimo. E si afflosciò esausto, tremante. Tom era soddisfatto, appagato. Anche lui era venuto, nel proprio fazzoletto per non sporcare gli abiti dell'altro, anche lui godendo con particolare intensità quell'orgasmo rubato.
Si rialzarono e si riassettarono gli abiti in silenzio. Antonello teneva gli occhi bassi, tremava ma non più per il piacere, bensì, ora, per la vergogna per quanto aveva permesso che succedesse. Tom ne spiava le reazioni.
"Vai, ora. Vattene." disse a mezza voce Antonello.
Tom stava per dire qualcosa, ma poi desistette. Sulla porta del negozio però si fermò e tornò indietro. Antonello ora era seduto alla scrivania, davanti a carte, fatture, disegni e cataloghi, immobile, un'espressione dura sul volto, le mani intrecciate con tal violenza sul piano del tavolo, che le nocche erano bianche.
"Sei incazzato con me..." disse Tom a mezza voce.
"No. Con me stesso. Sono un debole, un vigliacco... un porco." rispose con voce strana, con amarezza e rabbia Antonello.
"Mi dispiace, ma... io non dirò mica niente... a nessuno."
"Devo parlarne con Roberto."
"Perché? Mi licenzierà... S'incazzerà..."
"È un rischio. Ci si doveva pensare prima."
"Quando glielo dirai?"
"Stasera, quando torno a casa. Subito... non ci riuscirei, credo. Devo ritrovare la calma..."
"Mi dispiace..." ripeté Tom, sincero ora che l'eccitazione gli era passata. Si rendeva conto, ora, di quel che aveva fatto, della tempesta che aveva suscitato nel cuore di Antonello. "Mi dispiace... è colpa mia..." ammise allora mogio mogio.
"Almeno quanto mia. Non sono più un bambino. Ed ho abbastanza forza fisica, potevo oppormi." Tom lo guardò un poco ma Antonello aveva sempre gli occhi bassi. Allora, in silenzio, uscì.
Andò a comprare gli acidi e tornò da Roberto. "Ehi, quanto ci hai messo!" gli disse questi allegro, senza rimprovero nella voce.
"Ho avuto... ho perso tempo con un amico... scusami."
"Poco male. Dai qua." Lavorarono in silenzio. Dopo un po' Roberto gli chiese: "Che hai? Sei strano stasera."
"Niente... non mi sento in forma..."
"Vuoi tornare a casa?"
"Forse è meglio." disse il ragazzo e, salutatolo, andò via.
Più tardi rientrò Antonello.
"Ciao Amato!" lo salutò allegro Roberto, "Vieni a vedere queste foto quanto sono belle. Lino e Leone sono una coppia formidabile, due attori nati. Chi l'avrebbe detto di Leone! Guarda!"
"No, non ne ho voglia." rispose Antonello, gli occhi bassi.
Roberto lo guardò sorpreso, studiandone l'espressione: "Ma che hai? Non stai bene?"
"No..."
"Problemi al negozio?"
"Non proprio..."
"Vieni qui, amore..."
"Aspetta... ti devo parlare."
"Con quella faccia?"
"Andiamo di là, in soggiorno. Devo sedermi."
"Se ti senti male..."
"No, vieni." disse fievole Antonello. Roberto lo seguì preoccupato. Antonello sedette su una sedia.
Roberto, presane un'altra ed avvicinatala, gli sedette accanto: "Allora? Mi preoccupi..."
"Roberto io... io non ti merito."
"Eh?"
"No, non ti merito, io."
"Ma non dire sciocchezze!" esclamò il giovanotto facendo il gesto di abbracciare l'amico. Ma questi lo guardò improvvisamente dritto negli occhi e Roberto si bloccò perché vi lesse una durezza sconosciuta. "Che è successo?" chiese allora a mezza voce, temendo di cominciare ad intuire.
"Ti ho tradito, Roberto. Ecco che cosa è successo." rispose con voce affilata il giovane.
"Tradito? Non è possibile..."
"Sì, ti ho tradito. Neanche tre ore fa. In negozio. Ho fatto l'amore con un altro."
"No, non è possibile..." ripeté Roberto sentendosi improvvisamente svuotato. "Con chi?" chiese poi con un filo di voce.
"Ha importanza?" chiese Antonello sconsolato.
"No, è vero..." amise Roberto sentendosi girare la testa. Tacquero per parecchi minuti. Roberto aveva il cervello vuoto, il cuore gli batteva lento ma pesante. Tutte le membra gli pesavano.
"Io non ti merito, Roberto." ripeté Antonello, ma in lui c'era la speranza che l'altro gli dicesse: no, parliamone... cerchiamo di capire... Ma Roberto taceva, incapace di riflettere, di parlare. Si sentiva come un uomo dopo un violento terremoto, davanti alle rovine della sua casa sotto cui giacciono i suoi affetti, morti. Annientato.
"Vado a dormire di sotto. Domani prenderò le mie cose e me ne andrò..." disse Antonello alzandosi in piedi, ma frattanto gridava dentro di sé: non lasciarmi andare, ti prego! Puniscimi, picchiami, ma fammi sentire che sono ancora tuo... Ma da Roberto non venne un gesto, una parola ed Antonello scese al secondo piano. Si gettò sul letto freddo, alieno, su cui non aveva mai dormito fino ad allora e finalmente scoppiò a piangere sconsolato. Era finito. Se l'era voluto. Non era arrabbiato con Tom: non lo pensava neanche. Era furioso con se stesso.
Roberto, frattanto, era rimasto seduto nel soggiorno, inebetito. Il mio amato... con un altro! E io che non volevo neanche far vedere le sue foto nude! Perché Antonello? Che è successo? Ti sei stancato di me, forse? Perché mi hai fatto una cosa così? Pesantemente Roberto si alzò dalla sedia ed andò a stendersi sul letto. E vide le foto di Antonello, quelle prime foto, quel dolcissimo sorriso che non era ancora per lui... e disse a quelle foto: "Ma io ti amo, Amato!" e pianse silenziosamente.
L'immagine sorridente di Antonello, attraverso le lagrime, sembrò animarsi, si deformò e il sorriso dolce sembrò trasformarsi in un sorriso di scherno. Passarono lenti attimi di eternità. Poi Roberto sentì crescere in sé una rabbia sorda, pulsante, fredda che lo permeava per tutte le membra e il suo corpo si tese, s'indurì. Una rabbia non furiosa stranamente, ma quasi calma e non per questo meno forte. Le lagrime cessarono e s'asciugarono sui suoi lineamenti ora di pietra. Il sorriso di Antonello dalle foto gli sembrò vuoto, estraneo. Non ancora per lui e non più per lui. Per un tale con cui aveva scopato in negozio, tradendolo. No, non mi merita, è vero, pensò.
La rabbia gli diede vigore e una fredda lucidità spietata. Si alzò, scese la scala a chiocciola ed entrò nella camera da letto in cui era Antonello, accendendone la luce. Questi lo guardò e nel suo sguardo vi fu un breve lampo di speranza, subito ucciso dall'espressione tremenda dell'altro.
Roberto, con voce calma, glaciale, gli disse: "Se devi andartene, puoi farlo subito."
Antonello sentì come una pugnalata al cuore. Ma pensò che l'altro aveva ragione. Si alzò a sedere sul letto su cui ancora giaceva vestito e disse semplicemente: "Sì."
"Prendi quello che vuoi. Il negozio è tuo, non ci sono più debiti."
"No, non lo voglio. E poi a te serve. Nello lo può mandare avanti."
"È tuo, comunque."
"Solo metà."
"Allora ti pagherò la tua metà, appena avrò i soldi."
"Come vuoi."
"La moto è tua. Rivoglio indietro il portachiavi, però."
"È giusto."
"Fammi sapere dove vai, perché possa mandarti i soldi."
"Va bene."
"Quando esci lascia le chiavi sul tavolo in soggiorno. Qui. Non salire su."
"Va bene."
"Tra poco ti porto giù la tua roba, aspettami."
"Come vuoi." disse con voce piatta Antonello e Roberto risalì al terzo piano. Aprì tutti i cassetti, tutti gli sportelli e riempì due valige con le cose di Antonello. Staccò le foto dal muro, le unì alle altre foto del ragazzo e le infilò in una delle valige. Riguardò attorno per controllare se vi fossero altre cose di Antonello, poi scese per le scale e posò le due valigie sul pianerottolo davanti alla porta del secondo piano. Suonò il campanello.
Antonello andò ad aprire, sorpreso: "Eccoti la tua roba. Se mi fosse sfuggito qualcosa fammelo sapere e te lo farò avere."
"Che importa: puoi buttarlo, se vuoi." rispose il ragazzo, poi gli porse il portachiavi d'oro, le chiavi di casa, prese le due valige e scese le scale in silenzio. Non s'erano neppure detti addio. Mentre Roberto chiudeva a chiave l'alloggio vuoto, sentì il rombo della moto che partiva nella notte. Risalì al terzo piano, si gettò sul letto vestito, desiderando solo dormire. S'addormentò quasi subito, come un sasso.
La sveglia suonò alle sette e mezza. Si alzò e vide il muro vuoto davanti al letto e ricordò tutto. La stessa rabbia della sera prima era in lui: calma, fredda, dura, lucida. Fece una doccia, si preparò la colazione, quindi andò in camera oscura a lavorare. Quando sentì suonare alla porta guardò l'orologio: le nove e mezza.
Andò ad aprire, era Tom. "Sei in ritardo, entra."
"No, sono venuto a riportarti la chiave: sono venuto a licenziarmi."
"Licenziarti?"
"Certo."
"Certo? Che significa?"
"Non... non ti ha parlato..." iniziò incerto il giovane e Roberto capì. Il ritardo di Tom, il negozio di acidi non lontano dal negozio di mobili di Antonello... la stranezza del ragazzo al ritorno, la sera prima. Tutto fu chiaro. Senza cambiare espressione Roberto afferrò il ragazzo per un braccio e lo tirò dentro.
Chiuse la porta e senza lasciare la presa sul ragazzo, gli chiese: "È con te che mi ha tradito, allora!"
Il ragazzo tremava: "Non... non te l'aveva detto?"
"No, non me l'ha detto. Ti proteggeva. Sei il suo nuovo amante?"
"No no! È la prima, l'unica volta. Chiediglielo!"
"Non c'è più, è andato via, per sempre."
"L'hai cacciato? Ma è stata colpa mia, non sua, te lo giuro..."
"Ah sì? Spiegati."
Tom, sempre tenuto saldamente per un braccio da Roberto, raccontò come e cosa fosse accaduto, tutto, parola per parola, gesto per gesto e concluse: "... perciò sono venuto a licenziarmi, perché è colpa mia."
"No, tu non ti licenzi proprio per niente." disse Roberto freddo. L'altro lo guardò intimorito, senza capire. "Vieni di là." disse Roberto quasi trascinandolo con sé fino in soggiorno. Qui lasciò libero il giovane. Si sfilò la cintura dai calzoni: "Spogliati, nudo!" ordinò secco. L'altro tremava ma non si oppose e cominciò a spogliarsi mentre Roberto gli dava cinghiate per tutto il corpo. Sapeva di meritare quella punizione, Tom, e l'accettava. Le cinghiate facevano male anche se non erano date con vera violenza. Sulla pelle del ragazzo comparvero strisce rosse. Quando Tom si fu tolte anche le mutande, Roberto lasciò cadere la cintura e cominciò a spogliarsi. Tom non lo guardava, aveva gli occhi fissi a terra, le braccia, segnate qua e là dalle cinghiate, penzoloni ai fianchi del corpo, inerti.
Roberto finì di denudarsi e si piazzò davanti al ragazzo, le gambe appena divaricate. "Giù! Fammelo diventare duro!" ordinò. Tom si lasciò scivolare in ginocchio, posò e mani sulle cosce del giovanotto e cominciò a leccargli il membro che vedeva per la prima volta. Lo leccò, lo succhiò facendolo inturgidire a poco a poco, rizzare. Il ragazzo aveva la mente in subbuglio. Capiva solo che doveva obbedire, che doveva fare tutto ciò che il suo padrone gli chiedeva, e farlo bene. Lavorò quel palo di carne a dovere. Prese in bocca quel manico ormai turgido e lo succhiò con attenzione, con dedizione.
"Adesso basta. Mettiti giù alla pecorina." ordinò secco Roberto. Tom obbedì ancora: si girò in ginocchio sul tappeto ed abbassò il torso poggiando il petto giù, protendendo il suo culo piccolo e sodo verso il giovanotto. Questi gli si inginocchiò dietro e, senza lubrificarsi il palo duro, lo diresse fra le natiche del ragazzo, individuò l'entrata, afferrò Tom per la vita e spinse con violenza. Tom si rilassò e si protese indietro ad incontrare quella poderosa spinta. Roberto dette un nuovo gran colpo e gli affondò dentro per metà. Tom gemette: gli sembrava di non aver mai accolto niente di così grosso dentro di sé. Roberto dette un secondo colpo fortissimo e Tom gemette ancora, sentendosi dilatare tutto, invadere inesorabilmente, ma sapendo che non poteva sottrarsi.
Roberto allora iniziò a martellare quel foro spalancato con colpi violenti, con tutte le proprie forze. Non si curava dell'altro, voleva fargli male, doveva sfogare la propria rabbia, il proprio dolore, la propria delusione. Tom lo sapeva e subiva, senza potersi impedire di gemere ad ogni colpo. Sentiva la violenza del giovanotto e sapeva che la meritava. Provava dolore ma anche piacere ad essere preso con tanta foga, con tanta prepotenza. Sentiva la dura colonna di carne, enorme (in realtà era solo la mancanza di lubrificante a farglielo sentire più grosso di quello che fosse) sfregargli dentro con implacabile energia. Sentiva ad ogni colpo i testicoli dell'uomo battergli contro le chiappe con violenza. Sentiva le mani di Roberto stringergli i fianchi con una forza, determinazione. Si sentiva (e questo non gli dispiaceva) in balia dell'altro.
Roberto continuava a martellare forsennato quel culetto piccolo, sodo, caldo, stringeva quel corpo che aveva fotografato, anche ammirato, ma senza neppure apprezzarlo, ora. Tom, inerte fra le sue mani, docile, remissivo, non era per lui neanche un oggetto di piacere. Era solo il bersaglio della sua rabbia. Non lo carezzava, non lo guardava (aveva gli occhi chiusi) non lo godeva: lo violentava, lo stuprava, anche se Tom non si sentiva affatto stuprato.
Tom sentiva anzi che la punizione stava diventando acutamente piacevole e questo non faceva che aumentare il suo rimorso. Roberto raggiunse infine l'orgasmo con spasmi violenti e fu doloroso per lui, più che piacevole. Non di un dolore realmente fisico. Era la scarica del dolore che attanagliava il suo cuore per aver perso il suo Amato. Che, si accorse confusamente mentre restava profondamente infisso in Tom, tremante, amava stranamente ancora. Restò così, immobile, finché riuscì a ritrovare l'autocontrollo. Allora si sfilò, ancora semieretto, e si rivestì in fretta senza neppure ripulirsi. Ordinò a Tom di rivestirsi e il ragazzo obbedì in silenzio. Allora Roberto con tono secco, ma con voce normale, gli disse: "Andiamo in camera oscura. Abbiamo un sacco di lavoro da fare."
"Ma..." azzardò il ragazzo incerto.
"Ma un cazzo! Tu non ti licenzi, sei bravo e mi servi sia come aiutante che come modello. Chiaro?"
"Sì, come vuoi tu..."
"E adesso anche..." aggiunse con un senso di amarezza misto a malizia, "per farmi divertire."
Tom capì ed annuì semplicemente, pensando che in fondo era giusto e che, comunque, a lui non sarebbe dispiaciuto affatto...
In Roberto s'operò un cambiamento che stupì tutti. Cominciò a fotografare i ragazzi stando seminudo ed a partecipare a volte. Prima suggeriva le pose senza mai sfiorarli, ora invece li toccava, li palpava con malizia e, uno dopo l'altro, si portò a letto tutti i ragazzi che accettavano le sue avances, cioè quasi tutti e appena li aveva nel letto li prendeva o si faceva prendere, senza dolcezza, unendosi a loro con una sessualità scatenata, animale. Anche con Tom si univa spesso: ogni volta che gli si accendeva il desiderio e non aveva uno degli altri ragazzi a portata di mano, se lo portava a letto, se lo metteva sotto e lo prendeva, con meno violenza della prima volta, ma sempre con veemenza godendone la remissiva disponibilità, senza dolcezza, senza tenerezza. Alla maggioranza dei ragazzi quell'inspiegabile cambiamento non dispiaceva affatto: Roberto era molto bello ed era un vero stallone e fare sesso con lui era gratificante.
Sebi fu uno dei pochi che non accettarono le proposte di Roberto di fermarsi e fare l'amore. Quel cambiamento improvviso e la notizia che Antonello semplicemente "se n'era andato", non lo avevano affatto convinto.
Così, quando poté incontrare Tom da solo, gli chiese: "Senti, tu che sei sempre in casa con Roberto, sai cos'è successo per davvero? Sai perché Antonello se n'è andato? Sai perché Roberto è cambiato così?" Il ragazzo annuì. "Allora?" lo incalzò Sebi.
"Non mi va di parlarne..." protestò Tom distogliendo lo sguardo.
Questo insospettì Sebi: "C'entri per caso tu?" gli chiese allora. Tom non rispose. "Allora centri per davvero tu!" insisté Sebi, ora sicuro. "Svuota subito il sacco se non vuoi che ti riduca a polpette!" gli disse. Tom lo guardò preoccupato e capì che l'altro non scherzava affatto.
Allora raccontò tutto per la seconda volta, compresa la reazione di Roberto la mattina seguente. Sebi era furioso e prese a pestare il ragazzo, che cercava di ripararsi dai colpi senza però sottrarsi. Sebi però smise quasi subito. Poi chiese a Tom: "Sai dov'è Antonello?"
"No."
"Credi che Roberto lo sappia?"
"Non lo so. Non ne parla mai."
"Cazzo di Menelicche! Dobbiamo ritrovare Antonello!"
"Ma io..."
"Ma tu un cazzo! Per adesso stai zitto, non dire niente a nessuno, chiaro?"
"Sì..." annuì il giovane intimorito.
"E fammi una cortesia." soggiunse Sebi.
"Sì? Cosa?"
"La prossima volta che Roberto ti dice che gli tira, tu gli dici di no, intesi?"
"Eh? Perché? Lui ha detto che..."
"Sti cazzi! Piuttosto licenziati, volevi farlo, no? O lasciati menare di nuovo, che so io, se non ti vuoi licenziare. Ma guai a te se lo fai di nuovo con Roberto. Ti piaccia o no."
"Va... va bene. Ma se insiste?"
"Se insiste tu digli... digli: abbiamo pagato tutti abbastanza! Capito?"
"Sì. Abbiamo pagato tutti abbastanza. Ma... tutti chi?"
"Tutti: Antonello, tu, Roberto. Tutti."
"Ho capito."
Sebi andò da Roberto e gli chiese di parlargli da solo: "Senti, Roberto, so cos'è successo fra te e Antonello."
"Ah sì? Bene." rispose freddo l'altro.
"E penso che tu sei uno stronzo di merda fottuto e bestia."
"Io?"
"Certo, proprio tu."
"Non sono io che ho tradito Antonello, ma lui me. Se sai tutto sai pure questo, no?"
"Certo. Fisicamente è così. Ma tu hai tradito lui e te stesso, hai tradito il vostro amore. Anche se adesso senti di odiarlo."
"Odiarlo? No..." rispose Roberto come smarrito, mestamente, "no, lo amo ancora, purtroppo. Devo resistere alla tentazione di ristampare le sue foto, di cercarlo."
"Lo ami ancora?" chiese Sebi provando un senso di sollievo.
"Sì. Non riesco a togliermelo dalla testa... dal cuore."
"Per questo scopi con tutti? Chiodo scaccia chiodo?"
"Forse. Non lo so neanche io."
"O forse... è per punire lui di averlo fatto e te stesso di averlo lasciato andare... No?"
Roberto tacque, incapace di darsi, di dare una risposta.
Sebi riprese: "Non cedi di essere stato troppo duro?"
"Duro?"
"Sì, Antonello ha sbagliato, ammettiamolo. Ma il tuo amore è così superficiale, immaturo da non poter capire che uno può sbagliare? Che siamo di carne ed ossa e che a volte non è facile resistere ai nostri impulsi, specialmente quando si è pesantemente tentati? Il tuo amore è così ridicolo, fasullo da convincerti a metterti a fare la puttana con tutti i ragazzi? Quasi come quell'uomo che per punire la moglie di averlo tradito si è tagliato le palle. Antonello ha fatto uno sbaglio e tu fai la puttana!"
"È diverso. Ormai non mi sento più legato a lui, non voglio più essere legato a lui. Anche tu scopi con chi ti capita, no? Perché non io?"
"Già, ma io non sono innamorato. Tu sì, o per lo meno dicevi di esserlo. E anzi, prima hai detto che lo ami ancora, no?"
"Non sarebbe più la stessa cosa."
"Certo, specialmente perché tu l'hai ferito."
"Io a lui?"
"Tu. Lasciandolo andare. Non credi che lui si aspettasse dal tuo amore, dal suo uomo, comprensione, perdono, aiuto, amore insomma? E invece tu, incapace di capire, di perdonare... Hai provato a parlarne con lui?"
"No..."
"Antonello era felice per quello che aveva fatto, forse?"
"No, oh no. Pareva distrutto..."
"E allora?"
"Ma l'aveva fatto. E non l'ho cacciato io, ha deciso lui di andarsene."
"Sicuro?"
"Certo, ha detto che non mi meritava e che doveva andarsene..."
"Certo, stronzo! Lui si sentiva in colpa. Ma forse bastava che tu lo trattenevi, no? Che hai fatto tu per trattenerlo?"
"Niente..."
"Allora è come se lo avessi cacciato tu, stronzo! L'hai cacciato tu, bestia! Imbecille! Testa di cazzo!"
Roberto non si offendeva per gli insulti di Sebi. Rifletteva. Sebi capì che aveva trovato un varco. "Senti, Roberto. Se fosse in te, io, ristamperei quelle foto e le guarderei, e ripenserei a tutto quello che c'è stato di bello e di valido fra voi due e farei il bilancio con quel tradimento... e dopo, onestamente, mi chiederei se sono abbastanza uomo, abbastanza forte per andare da Antonello a chiedergli perdono. Almeno se è vero che quello che c'è stato fra voi due era veramente amore, se quello che provi ancora, per quanto ridotto al lumicino, è veramente amore. Andrei a chiedergli perdono. Sì." ribadì Sebi alzandosi e lasciando solo Roberto ai suoi pensieri.
Ma Sebi ancora non aveva finito. Voleva rintracciare Antonello, anzi, doveva. Era profondamente affezionato al ragazzo, era il suo più vecchio amico: lo conosceva da quasi dieci anni, ormai. E l'aveva introdotto lui all'amore per i maschi e in qualche modo, come allora, se ne sentiva ancora responsabile, come un fratello maggiore. Erano orfani tutti e due, non avevano nessuno, erano davvero come fratelli.
Il giorno seguente, chiesto al padrone del garage dove lavorava di uscire prima, prese il motorino ed andò al negozio di mobili prima che chiudesse. Come sperava c'era Nello.
"Ciao Sebi! Che bella sorpresa. È un po' che non ci si incontrava, neanche per le foto. Come stai?"
"Bene, e tu?"
"Bene, bene."
"E il negozio?"
"Non c'è male, lo mando avanti. Certo, quando c'era Antonello... lui era un venditore nato. Ogni mobile che riesco a vendere io, lui ne avrebbe venduti due! Però si va avanti."
"A proposito di Antonello, sai dove abita ora?"
"Ad Ascea, credo. Per lo meno il conto in banca in cui ogni mese mando i soldi è di Ascea."
"Non hai il suo indirizzo?"
"No."
"E... perché ogni mese gli mandi soldi?"
"Mica io. Cioè, sì, io, ma da parte di Roberto. Dice che gli deve pagare metà del negozio e così ogni mese io faccio il bonifico sul conto di Antonello."
"Dio santo, che stronzo emerito!"
"Io? Perché?"
"Macché tu. Roberto! Quando gli mandi i prossimi soldi?"
"A fine mese. Tiro giù i conti, piglio la paga per me, per Franco e Dino, metto via i soldi necessari per i pagamenti e le spese e tutto il resto ci faccio il bonifico per Antonello..."
"Dammi il numero di conto di Antonello." disse Sebi interrompendolo.
Nello cercò in un cassetto, poi lo copiò su un foglietto e lo porse a Sebi: "Gli devi dei soldi?" gli chiese un po' incuriosito.
"Molto di più. Grazie Nello." rispose Sebi ed uscì svelto.
Il giorno dopo chiese al padrone mezza giornata di permesso e questi, brontolando, gliela concesse. Così la mattina seguente di buon'ora partì con il motorino ed andò fino ad Ascea. Chiese in giro ed individuò la banca. Entrò.
"Scusi..." disse ad un impiegato allo sportello, "un mio caro amico ha qui da voi il conto, ma ho perso il suo indirizzo. Potrebbe mica darmelo?"
"Non siamo autorizzati a dare gli indirizzi dei nostri clienti."
"Ah. Posso parlare col direttore, allora?"
"Sì certo, quella porta là. Ma non serve a niente, mi creda..."
"Beh, io ci provo." rispose Sebi facendo spallucce e sorridendo. Bussò alla porta. Entrò. Il direttore era una donna. Le spiegò che cosa voleva.
"Mi dispiace, non possiamo proprio dare gli indirizzi dei nostri clienti."
"Senta, è molto importante. Potete almeno recapitargli un mio messaggio?"
"Mi dispiace, questa è una banca, non le poste."
"Ma è una cosa urgente, importante, mi creda..."
"Senta, le ho detto che mi dispiace..." ricominciò la donna sostenuta.
Ma Sebi la interruppe: "Ma che ti dispiace un cazzo, brutta ipocrita stronza! Di' che te ne freghi, piuttosto, baldracca!" sbottò ed uscì sbattendo la porta prima che l'altra avesse tempo di reagire, sotto lo sguardo allibito di impiegati e clienti, ed uscì dalla banca incavolato.
Lì per lì pensò che se stava fuori dalla banca prima o poi Antonello avrebbe dovuto passarci. Ma subito si rese conto che era un'idea assurda: lui doveva lavorare, non avrebbe potuto star lì fuori tutte le mattine magari anche per un mese. Salì sul motorino e tornò indietro. Ma mentre rifaceva la strada del ritorno ebbe un'idea. Arrivato andò subito alla banca in cui teneva i suoi risparmi ed entrò.
All'impiegata disse: "Come si fa a mandare dei soldi sul conto di un amico?"
"Se ha il numero di conto, può fare un bonifico."
"Ottimo. Allora facciamo un bonifico."
"Sì, subito. Nominativo?"
"Antonello Russo." rispose Sebi soddisfatto e dette i dati richiesti dall'impiegata. Questa riempiva via via un modulo.
"Ammontare?"
"Dodici lire."
"Dodicimila lire?" chiese l'impiegata stupita.
"No no, dodici lire esatte, dieci più due, eccole!"
"Ma... l'operazione le costa più di quello che vuole mandare. Un bonifico costa seicentocinquanta lire."
"D'accordo, io gli devo mandare dodici lire esatte ed ecco qui seicentosessantadue lire. C'è qualche problema?"
"No no, contento lei..." rispose l'impiegata trattenendo un sorriso e scrisse: "Lit. 12#" sul modulo. Poi chiese: "C'è un messaggio d'accompagnamento?"
"Ah, si può anche mandare un messaggio?"
"Sì, la causale, di solito poche parole..."
"Capito. Bene. Scriva..." cominciò Sebi e rifletté: "Fatti vivo!"
"Mi scusi, è un po' inconsueto come messaggio d'accompagnamento. Forse possiamo scrivere: attendesi pronto riscontro... va bene?"
"Sì, va bene, ma invece si potrebbe scrivere: attendesi urgente risposta"
"Certo. Ecco. Firmi qui. Paga in contanti o le prendiamo dal suo conto?"
"No, sono qui, seicentosessantadue lire. È tutto?"
Soddisfatto Sebi uscì dalla banca con la ricevuta in tasca e tornò al lavoro. Se Antonello ricordava ancora il loro dialogo di dieci anni prima, e Sebi non ne dubitava, si sarebbe fatto vivo. Almeno sperava. E se no, gli avrebbe mandato dodici lire al mese, finché avesse deciso di farsi vivo. Non sapeva trovare un altro modo di rintracciare il suo amico, ma voleva incontrarlo a tutti i costi.