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una storia originale di Andrej Koymasky


pin CHI DEVE PERDONARE CAPITOLO 8
AMICIZIA

Antonello, la notte in cui aveva lasciato la casa di Roberto con la moto e le due valige, non sapendo dove andare, che fare, aveva imboccato la litoranea ed aveva guidato per chilometri. Alle porte di Ascea aveva visto l'insegna accesa di un alberghetto e s'era fermato. Avevano una stanza libera.

Si stese vestito sul letto. Non riusciva a prendere sonno. Aveva ferito Roberto. L'aveva talmente ferito da spegnere tutto il suo calore, la sua dolcezza ed era rimasta solo la forza. Era diventato un caffè freddo, amaro, si disse senza neppure sorridere a quel paragone che gli si era presentato nella mente. Non lo odiava neppure, aveva detto, e questo era ancora peggio. Perché nell'odio si può anche nascondere almeno un briciolo d'amore. Lui aveva ucciso l'amore di Roberto! Pianse lagrime amare, cocenti, silenziose.

Antonello si addormentò all'alba. Dormì, agitato, fin verso mezzogiorno. Si svegliò sudato, spossato: la finestra era inondata di sole. Si spogliò e fece una doccia. Aprì le valige per cambiarsi e vide le foto. In un accesso di furore verso se stesso le stracciò in mille pezzi e le gettò nel fustino vuoto del detersivo che fungeva da cestino della carta straccia. Vide la propria immagine nuda riflessa dallo specchio e distolse lo sguardo, trovandosi brutto, odioso. Si rivestì. Mangiò qualcosa controvoglia in una pizzeria (era digiuno dal pranzo del giorno prima) poi cominciò a girare per cercarsi un lavoro.


Fu fortunato, a sera fu assunto in prova in un bar come cameriere. L'indomani iniziò a lavorare. Ma ora non sorrideva più ai clienti, non ne aveva la forza. Questo gli procurava meno mance di una volta, ma non se ne dava cura. Dopo tre giorni trovò una stanzetta in affitto in città e lasciò l'albergo. Era un bugigattolo stretto e con una finestrella che dava in un cortiletto semibuio, ma gli andava bene: costava poco.

Al bar c'era parecchio lavoro, era appena iniziata la stagione turistica. Questo andava bene, perché il lavoro assorbiva Antonello e gli impediva di pensare. Alla fine della quindicina prese il suo primo stipendio e fu assunto regolarmente: il padrone era contento del suo lavoro. Pagata la camera, andò ad aprire un conto alla banca locale poi spedì il numero di conto a Nello in negozio. Non se la sentiva di spedirlo a Roberto. Alla fine del mese, quando andò a depositare la quindicina, c'era già un primo bonifico. Antonello aveva quasi sperato che non arrivasse, perché poteva essere il segno che forse Roberto ci aveva ripensato, che non voleva tagliare tutti i legami con lui. Quei soldi furono una doccia fredda sulle sue speranze.

A poco a poco ricominciò a sorridere ai clienti, per professionalità, ma il suo sorriso non era più fresco e luminoso come un tempo. Ora era velato da un senso di tristezza. La sera, steso nel suo lettuccio addossato al muro, non gli riusciva di evitare di pensare a Roberto. E spesso piangeva sconsolato finché il sonno gli dava sollievo. Aveva sbagliato. E la stava pagando. E pagando cara.

La sua figura snella, elegante, il suo sorriso triste attiravano spesso l'attenzione di alcuni clienti, ma lui non se ne rendeva conto. Le mance aumentarono, ma anche questo non importava ad Antonello. Il bar, in quel periodo turistico, non aveva giorno di chiusura. Lui aveva comunque diritto ad un giorno di riposo, ma disse al proprietario che avrebbe preferito non restare a casa: tanto non aveva nessuno, non aveva altro da fare e si riposava abbastanza la notte. Il proprietario accettò volentieri, perché era un ottimo cameriere, svelto, competente, attento e gli pagò doppio il giorno libero. Così Antonello lavorava tutti i giorni, dalle sei di mattino alle dieci di sera, infaticabile, con due soli intervalli per pranzo e per cena che faceva nella pizzeria di fronte al bar.


Una sera, in pizzeria, qualcuno gli chiese se poteva sedere al suo tavolo. Il locale era pieno perciò Antonello annuì.

L'altro sedette e gli disse: "Tu sei il cameriere del bar qui di fronte, vero?"

"Sì." rispose Antonello e, guardandolo meglio, vide che era un turista cliente del bar.

"Ti chiami Antonello, no?" chiese l'altro con un sorriso.

"Sì."

"Io mi chiamo Patrizio. Abito a Bergamo, ci sono nato. Ma i miei sono di qui e ogni anno si viene giù, tutta la famiglia: abbiamo ancora i parenti, qui. Io vado sempre nel bar dove lavori tu, lì incontro gli amici del paese. Ma gli altri anni tu non c'eri, ne sono sicuro. Ti avrei notato."

Antonello annuì guardandolo. L'altro gli sorrideva. Era un ragazzo forse di un anno più grande di lui, dalla mascella a trapezio, labbra piene e sensuali, naso dritto, occhi grigio-verde, sopracciglia sottili ma marcate e ben divise, fronte alta, capelli mossi castano scuro scuro. E un sorriso appena accennato, gradevole. Nel complesso era davvero un bel ragazzo.

L'altro, vedendosi osservato, accentuò il sorriso e gli disse con voce calda: "Mi piacerebbe conoscerti meglio, Antonello..."

"Lavoro tutto il giorno, tutti i giorni. Non ho tempo." rispose il ragazzo in tono di scusa.

"A che ora chiudete?"

"Alle dieci di sera. Ma devo andare a dormire, perché alle sei si riapre."

"Non hai il giorno libero?"

"Ci ho rinunciato..."

L'interesse dell'altro era evidente, non solo dalle parole ma anche dallo sguardo. Non era uno sguardo malizioso o provocante (Antonello sapeva riconoscerli bene), era uno sguardo intenso, attento, che diceva: tu mi interessi. Al ragazzo quello sguardo perciò non diede imbarazzo né fastidio, anzi quasi piacere. Mangiarono. L'altro di tanto in tanto gli parlava, gli faceva domande e lui rispondeva, sempre meno a monosillabi. Alla fine si salutarono ed Antonello tornò al lavoro.


Nei giorni seguenti notò Patrizio nel bar e si salutavano con un sorriso, scambiavano due parole. Patrizio la sera andava sempre più spesso a mangiare nella pizzeria e sedeva al suo tavolo e chiacchieravano. Antonello, nell'atteggiamento dell'altro, leggeva interessamento, attenzione, dolcezza e calore. Una sera Patrizio volle pagargli la cena.

"No, grazie..." disse Antonello.

"Ti prego, ci tengo. Se accetti mi fai piacere, vuol dire che accetti la mia amicizia." Alla fine Antonello cedette. Quella sera stessa trovò Patrizio ad aspettarlo all'uscita del bar.

"Ciao!" disse sorpreso il ragazzo.

E l'altro: "Ti dispiace se ti accompagno fin sotto casa?"

"Va bene. Non è lontano, sono due passi."


Ma non furono due passi. Camminarono a lungo, lungo la riva del mare. Patrizio ad un certo punto si fermò, lo guardò negli occhi e gli disse: "Devo dirti una cosa..."

"Sì?"

"Mi ha fatto molto piacere che tu abbia accettato la mia amicizia."

"Anche a me. Non conosco nessuno qui."

Ripresero a camminare.

"L'ho visto. Eppure sei un ragazzo notevole. All'inizio sembravi chiuso, introverso, ma poi ho visto che non è vero. E... sto molto bene con te. Meglio che con i vecchi amici. Con te riesco a parlare, a comunicare davvero, non solo a scambiare chiacchiere banali e vuote. Capisci che cosa cerco di dirti?"

Antonello lo guardò negli occhi, poi disse: "Forse sì, credo di sì, ma..."

Antonello s'accorse che avevano nuovamente oltrepassato la porta della sua pensione ma non voleva ancora interrompere quella compagnia e proseguì.

Patrizio lo interruppe e gli disse: "Nel nostro mondo non è facile dire certe cose, ma sento che a te posso dirle. Sento che tu mi puoi capire, anche se... anche se fossi diverso da me. Sento che un tuo no sarebbe detto con amicizia, comunque." tacque.

Antonello ormai sapeva che cosa l'altro gli avrebbe detto ma, per qualche motivo oscuro a lui stesso, voleva sentirselo dire.

L'altro, interpretando giustamente il silenzio del ragazzo come un incoraggiamento, proseguì: "Io, la prima volta che ti ho notato, ho pensato che eri un bel ragazzo. Ma in queste due settimane circa dalla prima volta che ci siamo parlati là in pizzeria, ho capito che la tua bellezza non è solo fisica. E allora, giorno dopo giorno, mi sono sentito sempre più attratto da te, dalla tua personalità. Volevo conoscerti, scoprirti a poco a poco. E quel che ho scoperto, quel poco che comincio a conoscerti, mi piace molto. Perciò oggi ti ho chiesto d'essere amici. Amici per davvero, amici intimi, voglio dire..."

Ora costeggiavano il bagnasciuga lungo il mare. La spiaggia, di giorno affollata, a quell'ora era deserta. Le onde lievi del mare lambivano la riva con un sussurrio dolce. Antonello capì che Patrizio gli offriva sinceramente amicizia, ma anche altro che non aveva ancora il coraggio di esprimere.

"Intimi..." disse a mezza voce Antonello quasi ad incoraggiare l'altro. Non era una domanda, era solo un prendere atto. Patrizio riprese a parlare. Continuavano a camminare affiancati, senza guardarsi.

"Intimi, sì." riprese Patrizio. "Perché tu mi piaci anche fisicamente e... mi attrai anche fisicamente..." L'aveva detto. Antonello però non rispose. Allora l'altro riprese: "Capisci che cosa voglio dire?"

"Sì, certo." rispose Antonello con voce piana, quasi dolce.

"E?" incalzò allora l'altro con trepidazione.

Allora Antonello gli sfiorò per la prima volta un braccio facendolo fermare e girare verso di sé.

Lo guardò negli occhi e gli sorrise: "Patrizio, grazie per avermelo detto in un modo così... tenero. Grazie per avermi corteggiato in un modo così dolce e delicato. In un altro momento t'avrei detto sì. In un altro momento t'avrei chiesto io di essere il mio ragazzo, di fare l'amore con me, perché è questo che mi stai offrendo, vero?"

Patrizio annuì visibilmente emozionato e gli occhi gli brillarono.

Antonello riprese: "Anche tu mi piaci fisicamente, molto. E come carattere, personalità, moltissimo. La tua dolcezza m'affascina. Ed io avrei bisogno di dolcezza, di tenerezza, di calore, anche di protezione forse. E sento che tu potresti darmele, almeno finché resterai qui..."

"Allora è solo perché me ne andrò fra un paio di mesi che mi dici di no? Ma se è solo per questo, potremmo provare a vedere come vanno questi due mesi, e se stiamo davvero bene assieme come penso, come credo, come spero, o io posso trasferirmi qui o tu a Bergamo. Non ti sto proponendo un'avventura estiva, Antonello. Non mi interessa, non mi basta. Quello che cerco io è... amore e credo che con te..."

Antonello lo zittì ponendogli l'indice sulle labbra ma sorridendogli: "Sssst... calma. Lasciami spiegare. Con te sarebbe bella anche solo un'avventura estiva, penso. Varrebbe la pena di viverla, di gioirne. E potrebbe davvero nascere un qualcosa di più serio, forte, valido. Ma, come ti dicevo, io non posso."

Patrizio sembrò capire: "Sei già legato ad un altro uomo, allora... Io ti credevo solo, scusami..."

"No, non hai nulla da scusarti. Sono davvero solo, ma..."

"E allora? Non capisco..."

Allora Antonello gli raccontò tutta la propria storia. Ora erano seduti dentro ad una barca tirata a secco, vicini ma senza sfiorarsi. Antonello raccontava, triste ma pacato.

Alla fine Patrizio gli disse: "Sì, ti capisco. Ma se ormai vi siete lasciati... No, che sciocco. Tu lo ami ancora, vero?" Antonello annuì con decisione, sentendosi un nodo alla gola. "Ora capisco la tristezza che c'é sempre in fondo ai tuoi occhi, ai tuoi sorrisi. Ora capisco..." mormorò Patrizio. Per un po' stettero in silenzio, vicini, ognuno immerso nei propri pensieri. Poi Patrizio parlò di nuovo, in tono sommesso, dolce: "Antonello, io... capisco che non posso sostituire il tuo uomo, il suo amore, il suo ricordo. Ma la mia amicizia, quella sì. La mia amicizia, almeno, puoi accettarla?"

"Certo... grazie."

Patrizio cinse una spalla dell'altro con tenerezza. Lo sentì irrigidirsi appena e gli disse, senza lasciarlo: "No, Antonello, non voglio farti... cambiare idea. Tu prima hai detto che hai bisogno di dolcezza, di tenerezza, di protezione... Ti sto solo offrendo questo, se lo vuoi. Non ti voglio portare a una... scopata, credimi. La carezza d'un amico, il bacio di un fratello, non le attenzioni di un amante. E solo se tu lo accetti, naturalmente."

"Lo vorrei, sì" mormorò Antonello, "ma poi tu saprai resistere al tuo desiderio, non andare oltre? Non è chiederti troppo?"

"No, finché non sarai tu a spingere oltre la cosa. Saprò rispettarti, credimi. Te l'ho detto, mi sento attratto dal tuo corpo, è vero. Ma molto più da te come persona. La tenerezza non si ha solo bisogno di riceverla ma anche di darla. E io sento di volertela dare. Certo, se tu dovessi dirmi di desiderare altro da me non ti direi di sicuro di no. Ma non ti chiederò io di andare oltre l'amicizia che ti offro. Te lo prometto. Perché io innanzitutto ti rispetto. Mi credi, vero?"

Antonello annuì e strinse la mano di Patrizio sulla sua spalla. Questi allora si chinò su di lui, gli depose un lieve bacio sulla fronte e si rizzò di nuovo sorridendogli. Antonello appoggiò il capo sulla spalla dell'altro e restarono lì, in silenzio, gustando ognuno la dolce vicinanza del nuovo amico.

Un orologio lontano batté dodici tocchi.

"È tardi. Domattina devi alzarti presto. Sarà meglio che ti accompagno a casa, stavolta!" disse Patrizio facendo per alzarsi.

"No, aspetta. Aspettiamo il tocco del quarto, poi andiamo." replicò Antonello e ripresero la posizione di prima, in silenzio. Ognuno sentiva la vicinanza dell'altro e gli era grato per quella dolce intimità condivisa.


Il giorno dopo, quando Patrizio entrò nel bar, si scambiarono un breve sguardo pieno di complicità. "Stanco?" gli chiese l'amico.

"Affatto. Grazie."

Patrizio andò a sedere al tavolo e salutò i suoi vecchi amici.


Continuarono ad incontrarsi. Ora parlavano anche più e più liberamente di prima. Ognuno raccontava all'altro brani della propria vita, i pensieri più reconditi e la loro amicizia si rafforzava. Antonello disse al padrone che si sentiva un po' stanco e che forse sarebbe stato meglio che avesse il suo giorno di riposo. Il padrone accettò senza problemi. Così un mercoledì i due giovani poterono passare tutta la giornata assieme. Patrizio lo portò al largo col suo gommone a motore. Quando fermarono scesero in acqua a nuotare. Patrizio aveva prestato un suo costume da bagno all'amico. Poi risalirono sul gommone e, vedendo che erano soli, si stesero semiabbracciati. La vicinanza con un corpo così bello m'avrebbe eccitato, pensò Antonello, e invece no, sto bene, tranquillo. Mi piace sentirlo così vicino, intimo, senza che tutto sia guastato dal desiderio. È bello... Ma poco dopo ebbe un dubbio e si sollevò a metà a guardare l'altro ed il suo dubbio ebbe una vistosa conferma.

"Ma tu... tu sei eccitato, Patrizio!" disse lievemente imbarazzato.

"Sì, è naturale, con te così vicino... Ma mica ci ho provato, no?" disse l'altro guardandolo un po' sorpreso, un po' allarmato, facendosi schermo con la mano sugli occhi.

"No... ma... non ti costa troppo? Voglio dire, per te non è meglio se non stiamo così, se evitiamo?"

"Se tu lo vuoi... ma io sto bene così. Non è necessario pensare sempre al sesso, no? Anche se il corpo si risveglia, la mente, la volontà esistono. L'uomo non è solo... animale."

"Sei sicuro che non ti costi troppo?"

"No, stai tranquillo. Se mi costasse troppo te lo direi."

"Non sarebbe meglio se io non ti toccassi?"

"No anzi. Mi piace essere toccato da te, perché ci sento tenerezza, affetto. E ne ho bisogno anche io."

Antonello si stese di nuovo. Per alcuni attimi restò un po' teso, poi si lasciò andare e, per far capire all'amico che aveva superato quel problema, gli carezzò lieve il petto e gli depose un rapido bacio su una spalla. Poi smise, tranquillo. Antonello pensò che Patrizio era un ragazzo eccezionale e che, anche senza volerlo, gli stava insegnando una cosa preziosa: il profondo, vero rispetto per l'altro. Pensò che, se avesse conosciuto Patrizio prima di Roberto, gli avrebbe certamente proposto di diventare il suo amante. "Fortunato il ragazzo che si innamorerà di te..." gli disse allora.

"Se anche io mi innamorerò di lui..." rispose scherzoso l'amico.


Patrizio gli aveva raccontato che aveva avuto un solo, grande amore, fino ad allora, quando aveva sedici anni. L'altro ne aveva ventisei. S'erano conosciuti una domenica e il giovanotto l'aveva corteggiato, finché lui s'era innamorato e gli si era dato, anima e corpo. Si vedevano durante il giorno, quasi ogni giorno, quando lui diceva che andava a studiare con i compagni o che andava a giocare a calcio in oratorio e invece volava dal suo uomo. E questi lo colmava di attenzioni e gli diceva di amarlo, e lo prendeva dicendogli che era il suo unico, grande, vero amore. Erano stati assieme un anno giusto. Finché Patrizio aveva scoperto che il suo uomo la sera, quando lui doveva stare in famiglia, andava a battere in auto e si portava a casa altri ragazzi, tanti altri ragazzi... Allora l'aveva lasciato.

"Uno sbaglio com'hai fatto tu, Antonello, gliel'avrei perdonato. Anche più d'uno, forse. Ma non un'abitudine, uno per sera. Da quando m'aveva conosciuto al matrimonio di mio fratello e lui aveva cominciato a farmi una corte serrata, non aveva mai smesso di battere, quell'infame. Ma allora come poteva dire di amarmi, che era mio, quando invece era di tutti? Non mi interessava avere un amante in condominio."

Antonello ripensava a quelle parole. Roberto non gli aveva perdonato nemmeno una volta, invece. Sì, davvero Patrizio era eccezionale. Eppure lui non riusciva ad innamorarsi di Patrizio, perché il suo cuore era ancora pieno di Roberto. Non c'era posto per altri.

Patrizio gli aveva regalato una proprio foto scattata in piscina, molto bella. E nella dedica, dietro, aveva scritto: "Al mio più caro e vero amico, al mio fratello e confidente, con affetto profondo, Patri"


Un giorno, mentre stavano andando assieme al capoluogo per vedere un film, Antonello gli aveva chiesto: "Ma in sei anni, com'è possibile che tu non abbia trovato un amante? Dovresti trovarne a decine, tu!"

Patrizio sorrise per l'implicito complimento: "Forse sono troppo diffidente, forse pretendo troppo, non lo so. Ho avuto buoni amici e relazioni abbastanza durature, ma mai innamoramenti. A militare, per tutti e diciotto i mesi, sono stato con un ragazzo ligure che faceva la naja con me. Ci si scambiava affetto, piacevolissimo sesso... eravamo ottimi amici, ma niente di più..."

"Troverai qualcuno, ne sono certo... Sei troppo splendido per..."

"Per?" chiese divertito Patrizio.

"Per andare sprecato!" gli rispose Antonello carezzandogli una mano.

Patrizio la strinse: "Grazie..." mormorò soltanto, commosso.


Quando Antonello andò in banca per depositare la quindicina, seppe che c'era stato un bonifico. "Strano, siamo a metà mese, non dovrebbero arrivare soldi dal negozio." mormorò mentre l'impiegato gli porgeva il modulo. E vide che era un bonifico di dodici lire e nella causale c'era scritto "attendesi urgente risposta." Cercò il nome del mandante e, un attimo prima di leggerlo, capì che doveva essere Sebi. Dodici lire! Sorrise. Sebi lo stava cercando, evidentemente. E con urgenza. Si allarmò. "Mio dio! Fai che non sia successo niente a Roberto!" sussurrò allarmato mentre usciva dalla banca. Si sentiva agitato. Avrebbe voluto correre al paese, vedere Sebi, o addirittura andare a casa di Roberto... No, non ne avrebbe avuto il coraggio, non se la sentiva di trovarsi di fronte a Roberto. Ma Sebi sì... Ma doveva tornare al lavoro. Tornò al bar teso, pensieroso, preoccupato. Patrizio era al bar, lo vide entrare e notò immediatamente l'espressione dell'amico. S'alzò dal suo tavolo e s'avvicinò al bancone dove Antonello aveva cominciato a lavare tazze e bicchieri.

"Problemi?" gli chiese.

"Puoi venire oggi a pranzo in pizzeria?"

"Certo. A che ora vai tu?"

"Dodici e trenta."

"Stai bene?"

"No."

"Si vede. Potremmo uscire ora."

"No, grazie. Dopo va bene."

Patrizio lo guardò preoccupato ma annuì. Tornò a sedere al tavolo con gli amici. Uno gli chiese: "Cosa hai ordinato?"

"Niente."

"Allora cos'avevi da dirgli, al cameriere?"

"Che sono innamorato di lui!" rispose Patrizio in tono di sfida guardandolo negli occhi.

Tutti scoppiarono a ridere senza credergli e anzi un altro amico disse al primo: "Te la sei voluta! Ben ti sta."


A pranzo Antonello gli disse del bonifico, del messaggio e delle sue paure.

"Domani è il tuo giorno libero, puoi andarci domattina da Sebi, no? Poche ore in più... E poi mica è detto che... non pensare subito al peggio."

"Ma quell'urgente..."

"Le dodici lire, piuttosto. Quelle mi sembrano strane... fare un bonifico per dodici lire, neanche il prezzo di un caffè!"

"No..." sorrise Antonello, "sai chi è Sebi, no?"

"Il tuo primo ragazzo, nella casa."

"Sì, avevo dodici anni. E quando gli chiedevo: quanto valgo per te? lui rispondeva: dodici lire. Una per anno, cioè."

"Ah. Ma allora perché mandartene dodici e non ventidue? Ora hai ventidue anni, no?"

"Forse vuole dirmi che sono ancora un bambino... Non so. O ricordarmi quei giorni per qualche motivo..."

"Non ha il telefono Sebi?"

"No. C'è in garage, dove lavora, ma non ricordo neanche il nome del garage. Saprei andarci..."

"Beh, allora vacci domattina."

"Patrizio..."

"Sì?"

"Verresti con me, domani?"

"Volentieri."


Il mattino dopo partirono con la moto di Antonello. Arrivati al paese di Sebi, Antonello ritrovò subito il garage dove lavorava l'amico. Scesero dalla moto ed entrarono.

"Sebi!"

"Oh, Antonello!" rispose l'amico aprendosi in un grande sorriso, poi disse al padrone: "Esco solo un attimo."

Appena fu vicino ad Antonello, questi gli chiese: "È successo qualcosa?"

"No, volevo solo parlarti."

"Roberto..."

"Sta bene, al solito. Ma chi è quello?"

"Un caro amico."

"Il tuo ragazzo?"

"No, proprio solo un caro amico." ribadì Antonello.

"Adesso non avrei tempo, ti voglio parlare con calma. Ci vediamo alla pausa pranzo, ti va?"

"Sì, t'offro io il pranzo..."

"D'accordo, grazie."

"Ma... non puoi anticiparmi..."

Sebi sentì la preoccupazione nella voce dell'amico e gli disse: "Niente di grave o di brutto, stai tranquillo. Devo solo parlarti. A dopo, allora..." e rientrò in garage.


Patrizio ed Antonello passeggiarono per il paese ed Antonello gli raccontò un sacco di particolari su Sebi, per ingannare il tempo e non pensare al peggio. Si trovarono alla mezza alla trattoria di piazza.

Sebi, senza farsi sentire da Patrizio, gli chiese: "Ma deve esserci anche lui?"

"Sì, certo."

"Devo dirti cose..."

"Sa tutto di me, tutto..."

"Ci fai l'amore?"

"No, è solo un carissimo amico, te l'ho detto."

"D'accordo. Però è bono... con tre B!" bisbigliò in tono ammirativo, poi ad alta voce disse: "A tavola, andiamo a sederci là, sotto la pergola." e scelse un tavolo appartato. Antonello fece le presentazioni, poi ordinarono.

Quindi chiese: "Allora Sebi? Cosa c'è d'urgente?"

"Tu."

"Io?"

"Sì tu. Hai un lavoro, adesso?"

"Sì, ottimo, faccio il barista. Sai che mi piace."

"E casa?"

"In pensione: bruttina ma poco costosa."

"Ti sei fatto il ragazzo?"

"No, te l'ho detto."

Sebi annuì ma guardò Patrizio.

Questi sorrise e disse: "Neanche un'avventura, garantisco."

"Mmh, d'accordo. E come mai non hai il ragazzo?"

"Beh... saranno cazzi miei?" rispose Antonello aggrottando le sopracciglia.

"Sì, sono senza dubbio cazzi tuoi, alla lettera, ma... Io sono stato il tuo primo ragazzo. Mi sento un po' responsabile di te..."

"Senti, papalino: sono più che maggiorenne, ormai!" ribatté Antonello in tono di sfida.

Sebi incrociò le dita, le fece scrocchiare, poi scandì: "Dato che mi dai del papalino, posso anche spaccarti il muso, visto che non l'ho fatto dieci anni fa. Vali davvero solo dodici lire!"

Antonello avvampò ma Patrizio gli mise una mano su un polso, senza dire niente. A quel contatto dolce ma fermo, Antonello si calmò ed abbassò gli occhi.

Sebi allora riprese a parlare: "Senti, Antonello. Io ti voglio bene. Questo almeno lo sai, no?" Il ragazzo annuì. "Credevo che tu mi considerassi un amico..."

"Lo sei..." mormorò il ragazzo, ora pentito del suo scatto.

"Non me l'hai dimostrato, con la tua risposta. Questi non sono cazzi miei, d'accordo. Ma sono cazzi di un mio carissimo amico e perciò mi riguardano, eccome. Perciò adesso o mi rispondi con calma e sincero, o ti mando a fa'n culo e me ne torno a lavorare."

"Devi mangiare, prima..." disse Antonello in tono di scusa.

"Se tu non me lo mandi per traverso." ribatté raddolcendosi Sebi.

"Chiedi." disse semplicemente Antonello.

E Sebi chiese, ed Antonello rispose con sincerità. Sì, era ancora innamorato di Roberto. No, non gli interessava nessun altro (e guardò Patrizio, che sorrise). No, si vergognava a morte per quel che aveva fatto. No, non aveva il coraggio di incontrare Roberto. Si, avrebbe voluto chiedergli perdono, ma un nuovo rifiuto lo spaventava. Così, per tutto il pranzo, parlarono.

Alla fine Sebi gli disse: "Io non sto parlando a nome di Roberto. Però penso che lui abbia bisogno di te quanto tu di lui, se non di più. E penso che è stupido, assurdo, imbecille che non vi incontriate. Che ne pensi tu... Patrizio ti chiami, vero?"

"Sì. Sono perfettamente d'accordo con te." rispose il giovane.

"Ma se... ma se lui... se invece di aggiustarsi le cose peggiorano?" chiese Antonello con un filo di voce.

"Beh, se non vi incontrate le cose non migliorano certo. E se peggiorano, vuol dire che Roberto non ti merita." rispose Sebi.

Patrizio aggiunse: "E comunque... ci siamo lui e io, che ti vogliamo bene, che non ti lasciamo solo. Ma ha ragione Sebi: devi incontrare Roberto."

"Ma... come? dove? quando?" pigolò il ragazzo smarrito.

"Come dove quando! Pensaci... ma non troppo. Adesso devo tornare al lavoro. Fammi sapere qualcosa. Io, quello che potevo l'ho fatto e quello che posso lo faccio."

Mentre stavano uscendo Sebi disse a Patrizio: "Stagli vicino, fallo decidere."

"Certo. E... questo è il mio numero di telefono, fino a tutto settembre. Mi dai il numero del tuo garage?"

"Sì, te lo scrivo qui." rispose Sebi senza far domande. Intuiva che Antonello era in mani sicure.


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