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una storia originale di Andrej Koymasky


pin CHI DEVE PERDONARE CAPITOLO 9
UNA GERBERA

La sfuriata di Sebi aveva fatto riflettere Roberto. Così questi per prima cosa aveva ristampato, mentre non c'era Tom, le foto di Antonello. Tutte, dai primi "sorrisi" ai "nudi". E riguardandole, più tardi a letto, aveva pianto. Con Antonello aveva perso la parte migliore, la più bella della propria vita. "Perché l'hai fatto?" chiese desolato alle foto. "Era così bello... io e te." e d'impulso baciò quelle foto quasi come un devoto bacia le reliquie di un santo. Sì, Antonello gli mancava terribilmente.


La seconda cosa fu che cominciò a notare qualcosa che nei giorni precedenti non aveva mai notato. Tom aveva soggezione di lui. Lo guardava, gli obbediva, quasi con apprensione. Non vera paura, timore forse. Era pronto, disponibile, puntuale come prima, a volte anche timidamente sorridente, ma meno allegro, meno spontaneo. E la causa, era abbastanza intelligente per capirlo ed abbastanza onesto per ammetterlo, era lui, Roberto, e le ripetute pretese sessuali a cui il ragazzo sottostava sempre senza fiatare. "Lo sto trattando come una puttana." pensò Roberto e ne provò vergogna, rimorso. "E lui si sente in colpa e subisce." No, non poteva continuare così. Anzi, doveva delle scuse al ragazzo, in qualche modo. Roberto era un po' orgoglioso ma capiva che era giusto vincere il proprio orgoglio.

Perciò, radunando il proprio coraggio, una mattina disse a Tom: "Vieni di là in soggiorno, devo parlarti." Vide lo sguardo del ragazzo velarsi di timore ma lo precedette e, sedutosi al tavolo, gli indicò l'altra sedia. Tom sedette a sua volta guardandolo preoccupato.

Roberto ebbe un attimo di incertezza ma si riprese subito. Inspirò profondamente, emise una specie di sospiro e cominciò: "Tom, quello che hai fatto con Antonello è molto brutto." Il ragazzo abbassò la testa e cominciò a tremare. "Ma..." proseguì Roberto, "anche quello che ti ho fatto io è molto brutto. E perciò te ne chiedo scusa."

Tom rialzò di scatto la testa, guardò Roberto negli occhi, poi arrossì ed abbassò la testa di nuovo.

Roberto continuò: "Non avevo nessun diritto a trattarti in questo modo."

Tom rispose, quasi faticando a tirar fuori la voce: "Sì, me lo sono meritato..."

"Forse. Io comunque non avevo proprio alcun diritto di farlo, di farti del male."

"Io ne ho fatto a te, e poi..."

"E poi?" incalzò Roberto cercando di capire dove il ragazzo volesse parare, ma senza riuscirci.

"E poi... non t'incazzare adesso... ma le tue punizioni... oltre a sapere che me le meritavo... mi davano anche piacere..." disse Tom pronunciando le ultime parole con voce che gli tremava.

Roberto ebbe un fugace sorriso triste. Poi chiese: "Piacere?"

"Sì. Lo sai che a me piace essere preso, no? E tu... tu sei... bello."

"Allora mi perdoni?"

"Io perdonare te? Sono io che devo chiederti perdono, a te e a... e a... e a Antonello, soprattutto. È colpa mia se lui non è più qui con te. Lui non voleva, te l'ho detto..."

"Ma l'ha fatto." disse Roberto amaro.

Allora Tom alzò di nuovo lo sguardo, sostenendo quello dell'altro. "Tu... sei sicuro che non ci saresti caduto? Non dico con me. Magari con un altro. Ne sei veramente sicuro? Al momento giusto, nel posto giusto, con la persona giusta?"

"Tu eri dunque la persona giusta per Antonello, dunque?" chiese Roberto con acre ironia.

"No, non volevo dire questo. Anzi, sono stato proprio la persona sbagliata. Ma in quel momento, purtroppo, sono riuscito a fargli perdere l'autocontrollo. Tu non lo perdi mai l'autocontrollo?"

"Non posso proprio dire che non lo perdo mai... specialmente a te. Per questo ti ho chiesto di perdonarmi."

"Il modo migliore di chiedere veramente perdono a me è di... chiarire le cose con Antonello." rispose Tom e temette che l'altro si arrabbiasse per quelle sue parole.

Ma Roberto sembrò non cogliere quel suggerimento ardito. "Ti va ancora di lavorare con me dopo quello che ti ho fatto?"

"L'ho fatto finora. Perché non dovrei continuare adesso? Tu mi piaci, Roberto, e sei un ottimo fotografo e principale. Se a te non da fastidio avermi fra i piedi... io con te sto bene, soprattutto ora che ci siamo parlati onestamente."

Roberto tese la mano al ragazzo e se la strinsero con forza.

"Andiamo a lavorare?" chiese Tom con un sorriso incerto.

"Andiamo a lavorare." rispose Roberto sorridendogli e sentendosi sollevato. E mentre seguiva il ragazzo in laboratorio un pensiero veloce ma chiaro gli traversò la mente: "Non mi merito un ragazzo come Tom, come non mi sono meritato Antonello."


Il terzo passo venne quasi di conseguenza dei primi due. Roberto riprese a fare il fotografo professionale. Non solo non sollecitò più le prestazioni sessuali dei suoi modelli, ma anche quando erano questi ad offrirsi a lui, a proporglielo, a provocarlo, lui con un sorriso ma con fermezza li bloccava.


Ma il passo più importante, quello di cercare Antonello, ancora non riusciva a farlo. Non sapeva neanche lui perché. Forse per orgoglio (si sentiva ancora ferito) forse per debolezza (temeva un rifiuto) ma in fin dei conti anche l'orgoglio è debolezza.

Ricevette una lettera del direttore della rivista olandese: gli diceva che erano sì contenti delle sue fotografie, ma che era meravigliato per la discontinuità di stile. All'inizio erano vere foto d'arte (anche quelle di rapporti sessuali) molto belle, di gran valore. Poi avevano ricevuto una serie di foto molto esplicite (aveva usato questo termine ma voleva dire pornografiche, pensò Roberto) che comunque piacevano molto ai lettori per la carica di eros che le pervadeva. Ma ora erano semplicemente foto di bei corpi che scopano ("nice fucking bodies") e gli chiedeva se avesse per caso ai suoi ordini tre diversi fotografi, nel qual caso preferiva il primo o il secondo. Roberto sorrise amaro. Rispose che in effetti non aveva tre operatori, ma che ne aveva cambiati tre. Non sapeva se sarebbe stato in grado di rintracciare il primo o il secondo, e che se non fosse riuscito avrebbe capito ed accettato una rescissione del contratto...

Roberto parlò a Tom della lettera ricevuta. Questi allora, timidamente, gli chiese se poteva cominciare lui a fare qualche servizio, a dirigere i modelli, sempre alla presenza e con la guida di Roberto. Questi accettò e mandò i primi servizi di Tom con una lettera di accompagnamento in cui scriveva che stava provando un "quarto" fotografo e chiedendo un parere.


Proprio in quei giorni Sebi era riuscito ad incontrare Antonello ed a parlargli. Dopo il loro incontro Sebi e Patrizio si sentirono per telefono un paio di volte. Quando Patrizio gli disse che Antonello era molto combattuto ma sembrava sempre più propenso a tentare un incontro con Roberto, Sebi decise che era ora di tentare di fare ancora pressioni su Roberto. Durante le ultime sedute fotografiche Sebi si era accorto che Roberto stava di nuovo cambiando e che ora non sollecitava più i ragazzi ad avere rapporti sessuali e capì che questo era un buon segno. E notò pure che il rapporto fra Tom e Roberto era cambiato in meglio. Così, durante una seduta di foto, profittando di una pausa, si avvicinò a Roberto che stava in cucina a preparare caffè per tutti.

Con aria casuale gli disse: "Sai, ho rivisto Antonello..."

"Ah!" rispose Roberto cercando (inutilmente) di non sembrare interessato.

"Sta bene."

"Bene."

"Era con un bellissimo ragazzo. Patrizio, mi pare che si chiami..."

"Ah sì?"

"Sì. Proprio un bonazzo 'sto Patrizio... E poi intelligente, dolce... e ricco pure."

"Già." commentò Roberto che sembrava sprofondare sempre più in una cupezza desolata. Sebi tacque per un po' guardando di sottecchi l'amico. Roberto era teso ora, nervoso, scuro in volto. Trafficava a vuoto con le tazzine. Poi mormorò quasi rassegnato: "Sono contento per lui. Spero che stia bene... ora."

Sebi sorrise dentro di sé ed aggiunse: "Lavora ad Ascea, Antonello."

"Ascea?"

"Già. E mi ha chiesto di te."

"Di me?"

"Di te."

Altro silenzio.

Sebi friggeva: "Gli manchi..." aggiunse.

Roberto lo guardò stupito, poi disse a voce bassa, incerta: "Ma... non sta con quel tizio? Il bonazzo?"

"Patrizio? Macché. Sono solo amici. Ma niente sesso fra loro..."

"Niente? Ma se..."

"Eh! Valli a capire. Patrizio è innamorato di Antonello e uno con la testa sulle spalle non ci penserebbe due volte a mettersi con uno come Patrizio, Ma Antonello... niente."

"Niente." fece eco Roberto che ora si sentiva il cuore battere forte forte. "Niente, dici. Te l'ha detto Antonello?"

"No, Patrizio. Niente con lui e niente con nessuno. Niente di niente."

"Strano..."

"Vero? Ma Antonello è romantico, sai com'è. Forse si illude ancora..."

"Si illude?"

"Sì, si illude che tu possa perdonarlo. S'illude, poveretto!"

Roberto guardò negli occhi Sebi, poi distolse lo sguardo e mormorò: "Ma io l'ho perdonato."

"Ah sì? Ma lui non lo sa. E quando Patrizio dovrà tornare su al nord..." insinuò Sebi.

Ora Roberto era visibilmente agitato, combattuto.


"Si riprende!" si affacciò ad annunciare Tom.

"Vai avanti tu..." rispose Roberto.

Sebi si tolse l'accappatoio e tornò con gli altri sulla terrazza. Dopo poco arrivò Roberto con i caffè. Durante le riprese Sebi ogni tanto lanciava un'occhiata verso Roberto.

Tom l'apostrofò: "No Sebi, no! Oggi sei proprio un disastro. Lino ti succhia l'uccello e pare che tu manco te ne accorgi, che non te ne frega niente! Deve vedersi che ti piace, che per te esiste solo lui, la sua bocca, il suo corpo!"

"Scusa... forse è meglio che la scena con Lino la facciamo domani... oggi non mi sento in forma."

"Ma prima eravate perfetti... Cazzo, Sebi, ti si leggeva la passione negli occhi, in tutto il corpo... adesso pare che giochi alle belle statuine! Pare che quel tuo bel cazzo dritto non sia tuo, che sia di plastica, che non senti niente!" protestò Tom.

"Scusami..." rispose un po' divertito Sebi per quello sfogo.

Tom annuì: "D'accordo. Per stasera facciamo degli a-solo con te, Lino. Prendi le riviste e vieni al piano di sotto, sul letto..."

Sebi si rimise l'accappatoio e, mentre i due si trasferivano, andò a sedere accanto a Roberto, ancora immerso nei suoi pensieri, sempre più sprofondato nella sua poltrona.


"Credi..." cominciò Roberto ma poi tacque.

"Cosa?" lo incoraggiò Sebi.

"Credi che lui ancora..."

"Ancora?"

"Sì, insomma... che sia ancora... innamorato di me?"

"Eh? Cazzo, ci metterei la mano sul fuoco. Se no si sarebbe di sicuro messo con uno come Patrizio, no? Ma piuttosto... tu invece?"

"Io?"

"Sì, tu. Te ne frega ancora qualcosa di Antonello?"

"Sì... oh sì!" disse Roberto in tono dolente.

"Sei ancora innamorato di Antonello?" chiese Sebi fingendo stupore, incredulità.

"Sì." bisbigliò Roberto.

"Come hai detto?" disse fingendo di non aver capito.

"Sì!" gridò quasi l'altro.

"Allora cosa aspetti? Cosa aspettate?"

"Dici che sta ad Ascea?"

"È lì che gli mandi i soldi del negozio, no?"

"Non lo so... pensa a tutto Nello... Hai il suo indirizzo?"

"No... ma so dove lavora."

"E... me lo dici?"

"Ci vuoi andare?"

Roberto tacque per un po', poi una lacrima brillò per un attimo nei suoi occhi e disse: "Sì. Domattina."

"Al bar?"

"Sì..."

"Ma bravo! Così magari lo metti in imbarazzo davanti a tutti."

"Ma..."

"Dopodomani è il suo giorno libero."

"Ma non sai dove abita, no?"

"No. Di solito nel suo giorno libero va in giro con Patrizio..."

"Allora?"

"Allora posso chiedere a Patrizio dove andranno... se vi incontrate in terreno neutro... è meglio, credo."

"Ma ci sarà anche quell'altro." protestò Roberto.

"Meglio."

"Come meglio?"

"Sì, meglio. Antonello si fida di Patrizio. Si sentirà più... protetto."

"Protetto?" chiese Roberto stupito. "Ma mica voglio fargli del male, io!"

"Ma gliene hai già fatto."

"Ma... parlare con Antonello davanti ad un estraneo..."

"Patrizio non è un estraneo, per Antonello. È il solo vero amico che ha in questo momento."

"Ci sei tu, no? Di te non mi vergognerei."

"Ah, è questo. Ma io lavoro. E poi... come non ti sei vergognato a mandarlo via... ora non devi vergognarti a chiarire le cose con lui, non credi?"

"Forse hai ragione. Puoi telefonare a questo... Patrizio?"

"Certo."

"E combinare?"

"Sì."

"Mi farai sapere qualcosa?"

"S'intende. Domani, però. Ormai è tardi. Telefonami domani pomeriggio in officina, e ti dirò..."

"Grazie, Sebi."

"Ma tu... sei proprio sicuro di volerci riprovare con Antonello?"

"Se lui mi vorrà ancora..."

"Speriamo."

Sebi, uscito da casa di Roberto, andò subito a cercare col motorino un telefono pubblico. Fece il numero di casa di Patrizio. Rispose una donna: "No, Patrizio è fuori... Non saprei a che ora rientra... Domattina può trovarlo... di solito esce verso le dieci... Chi devo dire che l'ha cercato?"


Roberto passò una notte agitata. Non riusciva a prendere sonno. A volte scivolava sì nel sonno ma strani sogni, non veri e propri incubi, ma strane situazioni lo svegliavano subito. Lui che faceva un'orgia con tutti i modelli ed arrivava Antonello e li sorprendeva... Lui che stava in mare e vedeva Antonello sulla spiaggia e gli voleva andare incontro ma si accorgeva di essere completamente nudo e la spiaggia era piena di gente e tutti stavano guardando verso di lui... Antonello che stava in auto con un bel maschio e l'auto s'allontanava e Antonello lo chiamava, lui inseguiva l'auto con una bicicletta, ma l'auto s'allontanava veloce... Antonello nudo, steso sulla neve, che stava diventando viola per il freddo, che rischiava di morire e lui legato ad un albero che lottava per liberarsi, per salvarlo, ma i nodi erano robusti, stretti... La notte sembrava non voler mai finire.


L'indomani mattina presto Sebi riuscì a parlare per telefono con Patrizio. "Patri, conosci Capo Palinuro?"

"Certo."

"Puoi portarci domani Antonello?"

"Sì, credo di sì, ma perché?"

"Roberto vuole incontrarlo, si è deciso."

"Finalmente! Anche Antonello ieri sera m'ha detto che vorrebbe che io l'accompagnassi da Roberto: da solo non ne avrebbe il coraggio... Ma non è meglio che si incontrino a casa di Roberto, a questo punto?"

"No. Troppe emozioni, in quella casa. E poi... Roberto giocherebbe in casa."

"Ma io... non sarò di troppo?"

"Al contrario. Vorrei esserci anche io, ma non posso chiedere un altro giorno al principale. Roberto sa che ci sarai tu, gli va bene."

"Capisco. Ma, Capo Palinuro dove? A che ora?"

"Oltre Palinuro, oltre il molo vecchio, la strada che sale sul monte, la conosci?"

"Quella che porta alle calette? Da ragazzo ci andavo a fare i bagni con gli amici."

"Esatto. Il belvedere sopra la Grotta Azzurra?"

"Perfetto."

"Verso le... undici di mattina?"

"Va bene. Devo dire ad Antonello che ci sarà Roberto?"

"No. Sono quasi sicuro che ci sarà, ma non vorrei dargli una delusione. A Roberto dirò di trovarsi là alle undici e trenta. Dev'essere lui a trovare voi."

"D'accordo, grazie."

"Grazie a te."


Durante l'intervallo di pranzo Sebi, invece di aspettare la telefonata di Roberto prese il motorino e, sbocconcellando un panino per la strada, andò a casa sua. Gli disse dove avrebbe potuto trovare Antonello il giorno dopo.

"Ma io... non conosco la strada che mi dici..." disse agitato il giovanotto.

"Oh cazzo! La conosciamo tutti! Proprio tu dovevi... Oh cazzo di Menelicche! Beh... senti... chiedo al padrone se mi lascia libero domattina e ci andiamo assieme, d'accordo? Mi sa che quello mi licenzia, prima o poi, ma..."

"Grazie, Sebi, sei un amico!"

"Eh! Passo a prenderti alle undici domattina."

"Basta mezz'ora per andarci?"

"Sì. Ma fatti trovare pronto."

"Mi aspetterà?"

"Mica sa che arrivi. Lo sa solo Patrizio."

"Ti fermerai anche tu, vero?"

"A 'sto punto... Bene, devo andare adesso. A domattina."


Patrizio, quella sera, propose ad Antonello la gita a Capo Palinuro.

"Ma io... Non mi accompagni da Roberto?"

"Nel pomeriggio. Prima ti rilassi un po' pigliamo il sole... poi ti accompagno, te l'ho promesso. Ma sei sicuro di volerlo vedere?"

"Sì, anche se ho paura."

"Paura? di che? Peggio di così... Male che vada è di nuovo un no. Bene che vada, hai tutto da guadagnare, no?"

"Ma se mi manda via... io... è meglio che io scompaia."

"Se ti dicesse di no... se vuoi scomparire... vieni con me a Bergamo, piuttosto. Ma vedrai che andrà tutto bene. D'accordo?"

"Forse. Comunque ho deciso: devo vederlo ancora una volta. Allora, domattina a che ora passo a prenderti?"

"Facciamo... alle nove"

"Va bene."


E venne la mattina. Patrizio guidò Antonello fino al Belvedere e di qui scesero per le rocce fino ad un piccolo spiazzo sottostante. Aprirono sull'erba un telo, si misero in costume e si stesero al sole. Patrizio, senza averne l'aria, teneva d'occhio l'orologio.


Sebi passò a prendere Roberto. Aveva quasi litigato col principale, ma era riuscito ad avere la mattina libera. Roberto era pronto, nervoso, agitato. Aspettava già in strada. Sebi notò che era vestito meglio del solito: s'era "fatto bello" come dicevano i ragazzi. Ed aveva in mano uno scatolino. Un regalo, pensò Sebi, un'offerta di pace. Partirono. Arrivati al belvedere Roberto disse preoccupato:

"Ma non c'è nessuno!"

"Sì, guarda lì: non è la moto di Antonello, quella?"

"Sì." si illuminò Roberto, "Dove può essere?"

"Beh, cerchiamoli. Devono essere qui vicino. Forse giù a mare..."

Roberto si affacciò al belvedere... e lì, sei o sette metri più sotto, vide i due corpi stesi e riconobbe subito le inconfondibili forme di Antonello. Patrizio era steso sulla schiena e Antonello sul ventre e parlavano a mezza voce, sì che Roberto non ne distingueva le parole coperte dal rumore delle onde. Roberto non poté fare a meno di notare che Patrizio era molto bello, ma non se ne sentì geloso. Aprì la scatoletta, ne estrasse una gerbera rossa tagliata sotto la corolla, si fece un rapido segno di croce... e la lanciò verso Antonello.


La gerbera volteggiò nell'aria, brillò al sole, scese roteando... ed atterrò ad un palmo dal capo di Antonello. Questi ebbe un piccolo soprassalto, guardò in direzione del piccolo tonfo che aveva udito ed impallidì. Patrizio, che non aveva mai smesso di spiarne l'espressione, si tese: vide l'amico irrigidirsi, sbiancare, poi vide agitarsi sul suo volto mille emozioni in rapida successione. Poi Antonello allungò una mano, portò la gerbera alle labbra e la baciò, bagnandola di lagrime.

Roberto, di sopra, affacciato, spiava tremando la scena. Antonello si sollevò in ginocchio, la gerbera sempre in mano e guardò su verso il belvedere. I loro sguardi si incontrarono e tutto sembrò immobilizzarsi come in un museo delle cere.

Poi, lentamente, Antonello si alzò in piedi e gridò al vento: "Vieni..."

Roberto, tremando come una foglia per l'emozione, scese giù per le rocce, agile come una gazzella, lieve come una piuma, rischiando mille volte di scivolare, di cadere, di precipitare in mare, finché si trovò di fronte ad Antonello. Sebi lo seguì con molta più prudenza.

I due, ritti uno davanti all'altro, non avevano occhi che l'uno per l'altro. Il vento sollevatosi improvviso, scompigliava i loro capelli. Il sole brillava nei loro occhi.

Finalmente Roberto sussurrò, la voce roca per l'emozione: "Possiamo ricominciare di lì... dalla gerbera?"

Antonello chiese con un filo di voce: "Mi perdoni?"

"Chi deve perdonare? Tu perdoni me?" e finalmente si gettarono l'uno nelle braccia dell'altro, e si strinsero forte forte, quasi a non voler più rischiare di perdersi, quasi a voler annullare la separazione avvenuta. E piansero silenziosamente.


Sebi frattanto era arrivato ed era andato di fianco a Patrizio che s'era alzato in piedi.

I due amanti si stringevano ancora. "Antonello... Amato... Torniamo a casa nostra, vuoi?"

"Sì... ma prima... prima dobbiamo parlare."

"È giusto. Sediamoci. Anche voi, amici..."

I quattro giovani sedettero sulla coperta. Roberto posò una mano sulla coscia di Antonello e questi vi mise sopra la propria mano.

"Antonello... tu devi perdonarmi."

"Sono io che ti ho tradito..." mormorò Antonello.

"Anche io ho tradito te... negandoti la mia comprensione, il mio amore. E, dopo, anche fisicamente, facendo la puttana con tutti i ragazzi. Perciò ti chiedo perdono."

"Io ti ho spinto a questo, tu non l'avresti mai fatto se non fosse stato per la delusione che ti ho dato. Non so che m'ha perso, quel pomeriggio. Non volevo eppure... mi sono eccitato, ho ceduto. Non volevo eppure... lo volevo, l'ho preso. E quello che è peggio, mi è piaciuto, anche se dopo mi sono sentito perso, mi sono sentito un verme. Ma ormai l'avevo fatto, non potevo più tornare indietro, cancellarlo. E dovevo dirtelo, parlarne con te..."

"E io avrei dovuto aiutarti, dirti che un errore lo possono fare tutti, che siamo tutti deboli... che fra noi non era cambiato niente finché ci lega l'amore. E invece... Tu volevi un uomo forte e io non lo sono stato. Dolce... e neppure quello. Caldo... e sono stato di gelo. No, non sei tu che hai deluso me, ma io te. Non valgo granché come vedi."

"Ma mi vuoi ancora? Mi ami ancora?"

"Sì, più che mai."

"Io... io credo che non capiterà mai più."

Roberto carezzò il volto di Antonello: "Ma se anche dovesse capitare... io ti starò vicino, ti ascolterò... cercherò di capire e di aiutarti. Te lo prometto. E poi... potrebbe capitare a me, invece. Non che io lo voglia, lo speri, tutt'altro. Ma onestamente, chi può dire che cosa ci riserva la vita? Neanche tu lo volevi, lo so, ora. Da soli siamo estremamente fragili, ma in due, chissà, forse possiamo farcela."

Antonello baciò la gerbera, poi la lanciò nel mare. Quindi disse a Roberto: "Coltiveremo sempre gerbere rosse sul nostro terrazzo, vero?"

"Certo, amore. E ogni volta che le guarderemo ci ricorderemo che non possiamo permetterci l'errore di perderci ancora, di separarci."

Sebi s'intromise: "Io posso portare a casa Patrizio..."

Roberto guardò Antonello: "Tu... ti licenzierai dal bar?"

"Sì certo, ma non subito. Non posso lasciarlo prima che sia finita la stagione, gli avevo dato la mia parola."

"Mancano ancora..."

"Diciotto giorni. Mi aspetterai?"

"Certo. Ma sarò tutti i giorni ad Ascea. Anzi, mi cerco una stanza ad Ascea e finito il lavoro, la sera, verrai da me, vero?"

"Sì certo."

Poi Roberto disse: "Ma oggi è il tuo giorno libero. Possiamo pranzare tutti e quattro assieme, poi... verresti su a casa? Ti fermi fino a domattina?"

"Certo, Perfetto. Venite a pranzo con noi?" chiese Antonello agli altri due.

"Non è meglio che restiate soli?" chiese Patrizio.

"No, avremo tutto il tempo, dopo. E dobbiamo celebrare, ora, con i nostri migliori amici. Senza di voi non saremmo qui." disse commosso Roberto.


Patrizio volle offrire il pranzo. Salirono fino a Rocca Gloriosa, sul monte, dove c'era una trattoria all'aperto.

Roberto, quando dopo il pranzo si separarono, disse a Patrizio: "Grazie."

"Di che?"

"Di quello che hai fatto per Antonello."

"Io? Non ho fatto niente."

"Gli sei stato vicino quando ne aveva più bisogno."

"Beh... questo sì..."

"E l'hai rispettato, non hai profittato della situazione."

"Beh... anche questo."

"E non è cosa da poco. Non ti conosco ancora, ma se vuoi, vorrei che diventassimo amici."

"Con vero piacere."

I due si strinsero la mano con forza.


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