Martino si sentiva sempre più triste e solo.
Vincenzo, vistolo in quello stato, gli disse: "Il mondo è pieno di ragazzi belli e buoni, Martino. Prima o poi troverai il tuo, vedrai..."
"E come? E dove?"
"Beh, senti: qualche volta Lino va nei locali gay. Io non posso, essendo carabiniere: se mi scoprissero sarei congedato. A lui farebbe piacere non andarci da solo, sarebbe contento se tu lo accompagnassi. E lì puoi conoscere gente, fare amicizie..."
"Io la sera non posso uscire facilmente. Mio padre è molto rigido. Te l'ho detto, no? È un militare tutto d'un pezzo, un militare di carriera... Non ammetterebbe mai che io vada in discoteca."
"Lino potrebbe farsi passare per un tuo compagno di facoltà: in fondo anche lui va all'Università, anche se è ancora una matricola. E potrebbe invitarti, che so io, con la scusa di un concerto, di andare a teatro..."
Ne parlarono anche con Lino e decisero di tentare. Lino telefonò una sera e disse al padre di Martino che si chiamava Lino Cuccia, che era un compagno di Università di Martino e che, se era possibile, avendo due biglietti per l'Amleto, avrebbe avuto piacere se Martino poteva accompagnarlo... Con sorpresa di Martino la cosa funzionò: il padre concesse il permesso! Martino per la prima volta in vita sua poté star fuori tutta la sera fino a tardi. Riusciva ad uscire con Lino non più di una volta ogni due o tre settimane, ma cominciò a frequentare con l'amico discoteche e pub gay della città. Cominciò a conoscere gente e, scegliendo con la tecnica della "visione" e provocando eccitazioni al suo prescelto con la tecnica della "carezza", a volte riusciva anche a combinare. Ma presto si accorse che comunque erano sempre e solo avventurette senza seguito, per quanto piacevoli. Incontri senza vero affetto o tenerezza, solo sfoghi gradevoli, belle scopate.
Provò con biondi e mori, alti e bassi, ragazzini e uomini fatti ma al dunque restava sempre con tante illusioni ed un pugno di mosche in mano. Sembrava che a tutti interessasse solo sfogarsi, divertirsi, collezionare esperienze. Anche lui stava collezionando esperienze. Ma se all'inizio della scoperta di essere gay voleva un maschio purché fosse, ora voleva un amante, un amante vero, sincero, a cui essere devoto, fedele...
Martino piombò in una specie di depressione. Disse a Lino che gli era grato, ma che non gli interessava più andare in giro, che non si divertiva, e non uscì più la sera con lui. Lino e Vincenzo cercarono di rimontargli il morale, ma inutilmente.
Ormai Martino usava sempre di meno il suo Davide. Veder membri, essere anche capace di farli rizzare di lontano, ascoltare discorsi per lo più non interessanti, alla fine gli venne a noia. Un membro deve rizzarsi, se mai, perché il proprietario è attratto da te, non solo perché riceve anonimi stimoli. Non c'è gusto.
Aveva usato una volta il Davide per "vedere" Lino e Vincenzo che facevano l'amore dopo che li aveva lasciati. A metà aveva smesso di guardarli perché s'era sentito in colpa a spiarli, sentiva di violare (anche se i due ne erano ignari, infatti non aveva mai raccontato loro delle sue "capacità") un'intimità sacra e bella.
Certo, era molto eccitante vedere due maschi ben fatti e sani come i suoi due amici spogliarsi l'uno per l'altro. Aveva ammirato, e come non farlo, il palo dritto, sodo, liscio come seta e duro come acciaio (aveva immaginato) di Vincenzo ergersi alla vista delle nudità del suo amato. Aveva visto Vincenzo offrirsi alle labbra assetate di Lino, che si protendeva con desiderio, che lo riceveva con dedizione, che assaporava con gli occhi socchiusi quel frutto maturo, in preda ad un gioia intensa: la gioia di dar piacere all'amato. Era bello vederlo accogliere quel fiero membro circonciso che riusciva a contenere a mala pena in bocca e solo spingendoselo fino in gola. Era bello vedere l'estasi addolcire il volto maschio di Vincenzo, poi vedere questi preoccuparsi del piacere di Lino, girarsi a leccargli il membro meno grosso, meno lungo ma non meno bello, con vera passione raddoppiata dall'amore.
Sì, perché l'amore era evidente in tutto quello che i due amanti facevano, nei loro sguardi, nelle loro movenze. Attraverso il piacere si stavano scambiando qualcosa di molto più prezioso: l'amore.
Era affascinante vedere il corpo glabro ma virile e forte del carabiniere ventottenne, marcato solo dai sodi capezzoli bruni e dal folto cespuglio del pube, anelare e bramare il corpo più minuto ma ben proporzionato, dalle gambe e dal ventre appena velati da una lieve e morbida pelurie, adornato da due capezzoli rosa dolci come boccioli, dello studente ventenne. Vederli cercarsi, frugarsi, esplorarsi, offrirsi l'un l'altro a gara. Aveva smesso di guardarli quando, baciandosi passionalmente, Vincenzo che l'aveva spuntata, si aprì ad accogliere in sé la fremente verga del suo amato, guardandolo con gratitudine, con gioia, con desiderio. Erano troppo belli!
Martino aveva lasciato ricadere la statuetta in fondo alla tasca ed aveva tolto la mano: la "visione" scomparì. No, non aveva il diritto, lui, a quella visione. Non era per lui. Era loro, dei due teneri ed appassionati amanti. Non c'era posto per lui in quello scambio delicato e commovente, tenero e virile di reciproci doni.
Martino, tornato a casa, seduto solo nella sua stanza (anche il padre era fuori per una riunione, solo in cucina c'era la governante che preparava la cena) sentì come una fitta nel cuore. Un dolore lancinante, acuto, penetrante, che gli tolse per un attimo il respiro.
A che gli erano serviti i poteri datigli dal Davide? A spiare qualche coppia di amanti, a far violenza a Carlo ed a riceverne da Marco, a guardare maschi masturbarsi, a vedere cazzi e farli rizzare... e a sentirsi sempre più vuoto, e solo, e triste... E sentì come una rabbia sorda crescere in lui, e frustrazione, e il furore crescere, gonfiarsi, ingigantire in lui, finché esplose in un torrente di lagrime silenziose ma brucianti.
Si alzò deciso, andò nello sgabuzzino a prendere un martello, tornò in camera sua, afferrò la statuetta del Davide e la frantumò in mille pezzi sempre più piccoli, con accanimento, finché fu impossibile riconoscerne anche un solo particolare. Raccolse le briciole biancastre di pasta di marmo e le gettò nel cestino della carta straccia vuoto. La sentì rimbalzare come grandine su un tetto. Notò che aveva scheggiato un angolo della piastrella di marmo del pavimento ma non gliene importava nulla.
Esausto si gettò vestito sul letto e piombò in un sonno fitto e pesante. E sognò.
Sta dormendo nel suo letto, nella sua camera, completamente nudo.
Ad un tratto si sente chiamare e si sveglia.
Accende la luce e si guarda intorno ma non c'è nessuno.
Sta per spegnere la luce quando il cestino della carta straccia si rovescia, rotola un po', si ferma e ne viene fuori il Davide, miracolosamente intero e gli dice: "Ciao Martino."
"Ciao Davide." risponde lui tranquillo.
"Beh, Martino, ci hai messo parecchio tempo ma... finalmente l'hai capita."
"Cosa?"
"Che non serve a niente avere poteri speciali. Che un uomo deve costruire la propria vita sulle sue qualità e non su capacità miracolose. Stai diventando un uomo, finalmente."
"Sì, ma mi è costata sofferenza."
"Anche divertimento, ammettilo."
"All'inizio. La mia fantasia poteva sbrigliarsi..."
"La fantasia è preziosa, ma deve restare fantasia..."
"Sì, l'ho capito."
"E tu devi essere amato per quello che vale il tuo cuore, non per quello che sai o puoi fare."
"Già, lo so, adesso. Ma oltre a dolore m'è costata... quanti giorni della mia vita?"
"Mah, quelli no. Spezzando la statuetta sei stato fortunato. Avresti perso tremilasettecentotrentasei giorni esatti: tanti sono i desideri che hai espresso in questi mesi."
"Più di dieci anni!" esclama stupito Martino, ma non ne è spaventato.
"Già, dieci anni due mesi e ventuno giorni. Ma sei stato fortunato, te l'ho detto: mi hai rotto in tremilasettecentotrentasette pezzettini, uno in più: questo era l'unico modo di rompere il contratto. Tutto è come prima, perciò, Martino. A parte che sei maturato."
"E che sono sempre solo..." dice Martino mesto.
"Mah, questo dipende solo da te... Addio, Martino."
Il rumore della porta che sbatteva fece sobbalzare Martino sul letto e lo svegliò. Il padre era tornato: doveva trovarlo a studiare, non a dormire, o sarebbero stati guai. Scese svelto dal letto, lo lisciò ed ebbe appena il tempo di sedersi alla scrivania davanti ad un libro aperto che il padre bussò alla sua porta ed entrò senza attendere risposta, al suo solito.
"Tutto bene?" chiese il padre.
"Sì, papà, tutto bene."
"Sarai stanco, Martino, tutto il giorno sui libri. Non esci neanche più con Lino..."
Martino guardò sorpreso il padre: "Un poco, ma..."
"Tra poco l'Anita di là ci chiama per cena. Lascia perdere, vieni di là a bere un aperitivo con me."
Martino lo seguì senza fiato. Ma, uscendo, vide il cestino della carta rovesciato a terra. Lo rimise a posto ed udì un piccolo tonfo. Vi guardò dentro... La statuetta del Davide era intera, alta di nuovo venticinque centimetri e giaceva sul fondo. Non credendo ai propri occhi la prese in mano e la sollevò: era intatta, perfetta. Guardò il pavimento e vide la piastrella scheggiata e il martello accanto. Lo prese, posò delicatamente la statuetta sotto la lampada, spense e seguì il padre. E durante e dopo la cena si accorse che in realtà il padre non era cambiato, aveva il solito carattere secco ed autoritario da ufficiale di carriera. Semplicemente ora lo trattava da adulto. E lui si sentiva, finalmente, adulto.
Martino riprese la sua vita normale e tranquilla, senza poteri speciali. Riprese ad incontrare Lino e Vincenzo (la prova che non era stato tutto un sogno) e studiò con serietà, senza aver bisogno della memoria fotografica speciale.
Ogni tanto guardava il suo Davide e gli strizzava l'occhio.
Era sempre solo, ma ora gli pesava meno.